Il giardino dell’Eden
di Paolo Di Marco
1. Il plusvalore
Possiamo leggere la storia degli ultimi secoli come una progressiva espropriazione del proprio tempo, trasformato in tempo di lavoro collettivo controllato dal capitale.
Marx è l’ultimo economista che si occupa dell’origine del profitto (tema centrale dell’economia classica sino a Ricardo), e la sua analisi parte dalla giornata di lavoro, il cui tempo viene diviso in due parti: una in cui il lavoratore lavora per sé, l’altra per il padrone. Questa seconda dà origine al profitto.
* * * *
Il capitalista investe del denaro D per ottenere dell’altro denaro D’, che includa un guadagno D -> D’, D’–D=R (profitto), (R/D == saggio profitto)
come nasce R: nel processo produttivo abbiamo: cc: capitale costante (macchinari, stabilimenti), cv: capitale variabile (gli operai); sv: il surplus prodotto solo da cv (quello prodotto nel tempo ‘del padrone’); quindi: il capitalista trasforma il denaro D in mezzi di produzione, cc e cv e ne ottiene un prodotto p (che contiene il pluslavoro sv) che trasforma sul mercato in nuovo denaro D’: cc+cv+sv= p (prodotto) R=sv e, chiamando r il saggio:
r= sv/(cc+cv)
introduciamo due grandezze: il saggio di sfruttamento e, cioé il rapporto sv/cv, che ci dice quanta parte della giornata lavorativa l’operaio lavora per se e quanta per il padrone e la composizione organica del capitale, o, il rapporto cc/cv, che dice quanto macchinario usa una fabbrica in proporzione agli operai;allora possiamo riscrivere, dividendo sopra e sotto per cv:
r= e/(o+1)
che ci dice che il saggio del profitto é direttamente proporzionale al saggio di sfruttamento e inversamente proporzionale alla composizione organica. Di qui nasce la famosa legge sulla caduta tendenziale del saggio del profitto: infatti il numeratore é limitato (meno di tanto per sé l’operaio non può lavorare) mentre il denominatore tende a crescere continuamente: quindi il risultato finale col tempo diminuirà.
Prima osservazione:-I campi di lavoro poi di sterminio sono un caso esemplare della tendenza a violare questa legge riducendo fino a 0 il tempo lavorato per la propria sussistenza. Ma non sono il primo caso: ricordiamo che nelle fabbriche tessili inglesi le operaie lavoravano 16 ore al giorno e dormivano in fabbrica, dove venivano ulteriormente abusate dai capi. A seconda dei luoghi e dei tempi lavoro schiavistico e lavoro salariato hanno poche differenze, almeno fino alla metà dell’800.
Seconda osservazione: La legge del profitto così come espressa non è in realtà valida se non indicativamente: vi è infatti l’utilizzo di due unità di misura diverse, valori e prezzi, di cui Marx presuppone una semplice convertibilità che invece non esiste. Gli unici tentativi efficaci di conversione (basati sul prendere in considerazione il percorso del valore per cicli successivi /Sraffa, Pala/) non consentono però di mantenere le equazioni e le leggi invariate, se non in modo qualitativo.(i)
Terza osservazione:Il livello di astrazione del discorso marxiano a questo proposito è logicamente necessario ma anche emendabile: ad esempio rammentando che il tempo di lavoro che l’operaio fornisce non è semplicemente il suo diretto ma anche quello che lo rende possibile, quindi quello di moglie e famigliari che non sono assunti ma sono parte necessaria dell’erogazione. Non è solo perché vanno a fare i picchetti che le donne sono ‘il sale della terra’.
2. il dominio del profitto
La legge del profitto vede un antagonismo semplice e diretto tra padrone e lavoratore rispetto all’uso del tempo. E nello stesso momento individua come soggetto principe della lotta di classe i lavoratori della fabbrica che di questo antagonismo sono i diretti protagonisti (ii). Ma la coincidenza tra collocazione materiale e coscienza di classe che caratterizza la classe operaia è di breve durata e di limitata universalità, anche se a sprazzi riprende, si allarga.
A lungo si è trascinato il dibattito sull’imperialismo e il capitale finanziario rispetto al problema se nella circolazione si produca valore, a lungo si è parlato di aristocrazie operaie di varia fatta che si ritagliano fette maggiori della giornata lavorativa.
Ma nell’epoca attuale molte ambiguità si sono dissolte: da un lato il mero rapporto quantitativo tra capitale finanziario e capitale industriale (tra 100 e 1000/1) mostra come non si possa più parlare dell’industria se non come una delle tante branche della riproduzione del capitale. Dall’altro in tutto il mondo rimangono pochissime isole escluse dal ciclo del capitale (tribù indigene isolate in riserve e simili), sia per la produzione diretta e indiretta, sia per la circolazione, sia per tutte le attività accessorie al ciclo riproduttivo; il lavoro dipendente è sempre più una sola delle tante forme del dominio sul tempo e dell’estrazione di pluslavoro.
L’omogeneizzazione mondiale nella frenesia della ricerca del profitto e della continua rincorsa ad allargarne i confini anche da parte dei lavoratori (iii) insieme ad una ‘morale’ appiattita su di esso è ormai luogo comune di una sociologia che ha smesso di stupirsi. Ma se non ci sono più limiti al capitale non ci sono neanche più limiti a chi ha diritto di chiamarsi soggetto rivoluzionario.
Tutto il tempo ci è stato sottratto, anche quello che una volta si chiamava libero.
Tuttavia contemporaneamente si è avverato quello che nei Grundrisse, nel famoso ‘frammento sulle macchine’ citato dai Quaderni Rossi, diceva Marx: “il furto del tempo di lavoro altrui su cui poggia la ricchezza odierna si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base (lo sviluppo dell’individuo sociale) che è stata creata dalla grande industria” (Grundrisse, p 401).
Qualunque misura ragionevole assumiamo (iv) il tempo necessario per soddisfare i nostri bisogni è una piccola parte del nostro tempo di lavoro effettivo.
Il che implica che oggi una ipotetica rivoluzione comunista non dovrebbe passare dalle forche caudine del socialismo ‘da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro’ con tutte le costrizioni del caso, inclusi i vincoli internazionali di concorrenza/repressione. Ma sarebbe possibile saltare anche oltre il comunismo del ‘da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni’ per arrivare ad uno stato di lavoro come attività volontaria. Una riconquista totale del proprio tempo.
È tragicamente ironico che questa possibilità coincida con un’epoca in cui l’ingordigia del profitto e della sua logica (v) ci stanno portando ad una fase di catastrofe irreversibile.
Ma noi speriamo che ce la caviamo e facciamo lo stesso un po’ di altri conti.
3. il giardino dell’Eden (Ju/’hoansi)
A differenza di quello che ci hanno raccontato a scuola nell’intento di esaltare l’invincibile cammino del progresso(vi) (v), per 300.000 anni l’homo sapiens (vii) è vissuto contento e felice raccogliendo frutti e cacciando, senza bisogno di faticare. Nessuno lavorava più di 15 ore la settimana, nessuno possedeva più degli altri, con un egualitarismo feroce sostenuto dal diritto di richiesta.(viii). Suzman sintetizza così una lunga ricerca antropologica che parte dai reperti conosciuti e le ipotesi costruite su questa base e va a misurarle sulle tribù di cacciatori/raccoglitori ancora intatte, in particolare i Ju/‘Hoansi del Botswana.
L’espansione lenta e progressiva su tutta la terra è stata il frutto di un percorso lento e sempre in equilibrio, sia all’interno della tribù sia all’esterno e nel rapporto con la terra. Anche l’arrivo tra i quattro fiumi che circondavano quello che poi fu chiamato Eden non cambiò queste abitudini. Ogni giorno si raccoglieva e/o cacciava, non c’era bisogno di pensare al futuro. Il concetto stesso di tempo non esisteva.
Il punto di svolta, iniziato in vari luoghi quasi contemporaneamente nell’arco degli ultimi 20.000 anni, è stato l’agricoltura.(ix) Con questa l’investimento nella semina per aspettare il raccolto ha introdotto il tempo, e poco a poco sono arrivate le disuguaglianze, l’accumulazione di ricchezza e potere in poche mani.
Il surplus dell’agricoltura ha permesso molte cose, gente che poteva oziare per comandare o per osservare le stelle. E col surplus anche i borghi e la borghesia. E il capitalismo.
Se ora facciamo un volo fino ai nostri giorni passiamo vicino a casa Keynes: tra le due guerre l’economista che aveva già visto nelle riparazioni di guerra le radici della seconda guerra mondiale aveva maturato un sogno: che lo sviluppo delle forze produttive, spinte dall’investimento statale, avrebbero permesso la liberazione dal lavoro, almeno per buona parte. Tornando, quasi per fatalità, a quel limite di 15 ore la settimana che aveva già caratterizzato il nostro Eden.
Allora pareva visionario, oggi, facendo bene i conti, appare del tutto ragionevole. Togliendo tutte le spese superflue indotte ossessivamente dall’esterno, togliendo il lavoro superfluo indotto anche dal nostro interno ma eterodiretto, il tempo necessario a soddisfare tutti i nostri bisogni, e non solo quelli essenziali, viene calcolato a 15 ore settimanali per ciascuno.(x)
Sappiamo che un altro mondo è non solo auspicabile ma materialmente possibile. Senza socialistiche sofferenze di mezzo.
Sappiamo che l’abbiamo già vissuto.
Non resta altro che trovare dei percorsi che rendano possibile far sì che questa memoria magari un po’ diversa, più ricca forse, ci appartenga di nuovo.
Ma sappiamo già qual è il punto culminante: ‘Il giorno che tutti restarono a casa, e su tutti gli schermi del mondo comparve un meme col giardino dell’Eden e una sola parola: Eden!’ (xi)
Probabilmente non sarà così semplice, ma l’importante è sapere che è possibile.










































Comments