Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana
di Fernando Bilotti
E’ dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati a essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco. Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira e altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali. Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza. Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese.
La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale. In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di potere così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). E’ questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità a essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi? La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione a esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di venire svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali. Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero a essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare - prima ancora che gli investimenti - la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia. Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e a una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio tradimento, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzarci, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche a essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi. In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.









































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