
NISO
di Algamica*
I cittadini italiani, residenti sia in Italia che all’estero, sono stati chiamati ad approvare o a respingere il qui presente articolo di modifica costituzionale approvato a maggioranza dal governo in carica il 30 ottobre 2025 che espressamente suona così:
«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"»?
In realtà dubitiamo fortemente che chi si sia recato ai seggi elettorali per votare se confermare o respingere tale quesito lo abbia fatto in virtù della piena convinzione di cosa esattamente si trattasse. Siamo piuttosto portati a credere che si sia trattato di un voto a favore o contro il governo Meloni e la sua maggioranza di destra. Potremmo pure sbagliarci, ma non è la cosa essenziale, anche perché il governo Meloni lo ha caratterizzato come tale. Dunque cerchiamo di discutere sul significato del suo risultato, e sulle tendenze che innesca.
In premessa diciamo che non ci stracciamo le vesti in difesa della Costituzione liberaldemocratica dello Stato italiano, anche perché in suo nome sono stati commessi crimini per tutto il tempo della sua durata. Una repubblica nata, non lo dimentichiamo, sulla scorta di un intervento dei caporioni del gangsterismo mondiale, quello degli Usa, che in cambio di un fiume di dollari per finanziare tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale, per la ricostruzione e lo scambio di cosa interessava loro, disseminarono il patrio suolo di basi per controllare il Mediterraneo e i paesi confinanti ricchi di petrolio e altre materie prime.
Dunque il ruolo della magistratura è un potere esecutivo, ovvero un controllore, e intervenire, in osservanza dei diritti sanciti dalla Costituzione.
Secondo, si dice, un libero convincimento. Una Costituzione in cui primeggia il diritto della proprietà privata che è sacro e inviolabile. Non solo, ma che la legge è uguale per tutti, anche se non tutti sono uguali. Dunque si tratta di una profonda mistificazione che tende a illudere i comuni mortali, cui poco ci crede la stragrande maggioranza della popolazione, e a saperla usare secondo le convenienze e le capacità. Poi ci saranno pure i fessacchiotti tanto a destra quanto a sinistra, pronti a santificarla, ma noi stiamo ai fatti, consapevoli come siamo che gli individui sono condizionati.
Carte in tavola: da cosa sono condizionati gli appartenenti a una casta, come quelli della magistratura? Da mille flussi e influssi, per un verso e da milioni di cavilli e commi. Si vuole un esempio spicciolo? Se uno scippatore vende una catenina a un ladro come lui, se scoperto può essere denunciato per ricettazione; mentre se un gioielliere compra dell’oro rubato viene giudicato per “incauto acquisto” e condannato a un niente. Ovvero: fatta la legge trovato l’inganno.
Facciamo qualche esempio più serio: il 3 maggio 2021 a Montemurlo (Prato), muore Luana D’Orazio, una ragazza di 22 anni, madre di un bambino di 5 anni, intrappolata in un orditorio, perché al macchinario vengono aumentati i giri per aumentare la produttività, per ridurre i costi di produzione e aumentare i profitti. A circa 5 anni di distanza (oggi siamo nella primavera del 2026) la mamma è disperata perché non c’è ancora una condanna né è stata assegnato ancora alcun risarcimento.
In Italia, il 23 maggio 2021, ci fu il famoso incidente della funivia di Mottarone dove morirono 14 persone per la caduta della cabina che le trasferiva da Stresa a Mottarone. Vogliamo solo riferirci ai fatti per dire che il giudice per le indagini preliminari, la signora Donatella Bonci Buonamici definì in tono molto polemico «un atto di civiltà» la scarcerazione degli indagati incarcerati da un altro magistrato. Si trattava di una donna che ricopriva un ruolo all’interno di una legislazione del diritto eguale, e successivamente, un altro magistrato, assegnò agli arresti domiciliari i responsabili della funivia di Mottarone e sono ancora in corso le indagini preliminari, ma ormai l’esito è scontato: nessuno pagherà per quel crimine, chiamato incidente, come per tanti altri. Facciamo una brevissima digressione: è nostro deciso convincimento che dietro e sotto ogni “disastro” c’è sempre una ragione economica.
Solo qualche mese prima all’episodio di Mottarone c’era stata una carica della polizia nei confronti di lavoratori immigrati impegnati nel settore della Logistica e la dottoressa Pradella giustificò l’intervento della polizia, a Piacenza, in virtù di «gravi fattori di pericolosità» nei confronti di lavoratori che chiedevano qualche sacrosanto diritto «garantito dalla Costituzione», come l’applicazione del contratto nazionale collettivo di lavoro del settore. Potremmo continuare con molti altri esempi, ma è del tutto evidente che chi è chiamato a giudicare e applicare la legge lo deve fare all’interno di contesti determinati da fattori e interessi che pesano e molto sull’orientamento di chi deve agire “secondo coscienza”. Vogliamo dire che il ruolo prende il sopravvento sull’individuo.
Il 14 agosto del 2018 alle ore 11,36, crollò il ponte Morandi a Genova, viadotto Polcevera, ci furono 43 morti e 16 feriti. Chi ha pagato per quel crimine? Cosa ha potuto fare la magistratura fra quell’infinità di cavilli e commi?
In piazza Alimonda a Genova fu ucciso con un colpo di pistola Carlo Giuliani, che manifestava con i No global. Il carabiniere Mario Placanica che sparò lo fece per difendersi – si legge nella sentenza – da un lancio di un estintore che Carlo Giuliani tentava di scagliare contro di lui che seduto nella camionetta non aveva via di scampo. Inoltre il fuoristrada, nel tentativo di fuggire rapidamente dai manifestanti, riprende la manovra passando sul corpo di Carlo due volte (una prima in retromarcia, la seconda a marcia avanti). Erano le 17:27 del 20 luglio 2001.
Alle prime luci dell’alba del 18 giugno del 2021, ai magazzini della Lidl di Biandrade in provincia di Novara, il sindacato Si Cobas della Logistica organizza un picchetto per bloccare le merci in uscita e dare forza alla propria lotta.
Da un'altra porta che funge da entrata delle merci esce un camion alla cui guida c’è il giovane autista Alessio Spaziani che, scoperto dai manifestanti, temendo di finire come il topo in trappola ed essere perciò linciato dai manifestanti – questa è la sua versione rilasciata al magistrato che lo ha interrogato – ha accelerato investendo e uccidendo il povero Adil, operaio di 37 anni, padre di due figli e attivista del Si Cobas.
Citiamo questi due casi, che apparentemente non hanno niente in comune se non due morti, perché rappresentano due situazioni in cui sfugge, per così dire, il colpevole. Anzi i due morti rischiano di passare come responsabili di una provocazione contro la quale c’è stato chi per difendersi ha dovuto uccidere. La si può mettere come si vuole, ma la verità che verrà consegnata agli annali della storia sarà questa: il carabiniere Mario Placanica ha sparato per legittima difesa e ha ucciso il manifestante Carlo Giuliani, e Alessio Spaziani per difendersi da un possibile linciaggio dei picchettatori ha accelerato la marcia del camion e ha ucciso Adil Belakhdim. Come dire: « se » il manifestante non avesse tentato di scagliare l’estintore contro il carabiniere Placanica, questi non avrebbe sparato, e Carlo Giuliani non sarebbe morto. Oppure « se » Adil non avesse tentato di fermare il camion, Alessio Spaziani non si sarebbe sentito in pericolo, non avrebbe perciò accelerato e non avrebbe procurato la morte dell’operaio marocchino. A questo punto Z. Bauman a giusta ragione avrebbe citato l’imperatore Adriano «Se il cavallo di Troia avesse figliato, il sostentamento dei cavalli sarebbe costato pochissimo », a evidenziare la potenza e l’impotenza della parolina « se ». Eppure la logica che sottostà all’effetto “giuridico” di questi delitti è proprio quella del cavallo di Troia dell’imperatore Adriano: Carlo Giuliani non doveva trovarsi a Genova in piazza Alimonda e Adil non doveva trovarsi dinanzi al magazzino della Lidl di Bianbrade in provincia di Novara.
Sarebbe questa una nostra forzatura del tutto gratuita? Può darsi, stiamo allora ai fatti, intanto il carabiniere Placanica è libero, vivo e vegeto, e di Carlo Giuliani si saranno polverizzate anche le ossa. Mentre Alessio Spaziani, giovane camionista di soli 25 anni, di un paesino di 2000 abitanti della provincia di Caserta, padre di due bambine, che vive in affitto e per sostenere la famiglia è costretto a fare un lavoro massacrante, è agli arresti domiciliari. Tornerà allo stesso lavoro, con la stessa società? Non è la questione di cui queste note vogliono trattare.
Premesso che nella storia moderna i morti durante le manifestazioni ci sono sempre stati, in questo caso vorremmo evidenziare un filo di continuità causale di un nemico “inesistente”, che non appare come persona. Tranne in certi casi, come quando per spirito di protagonismo, l’imbecille addetto alla sicurezza che si presenta fra i manifestanti per chiarire l’accaduto prende uno schiaffo in pieno volto. Troppo poco, pazienza.
Dunque abbiamo due morti, uno che lottava contro la globalizzazione nel 2001 a Genova, l’altro nel 2021 che lottava contro gli effetti di quella globalizzazione contro cui lottava Carlo Giuliani.
Esagerato! dirà chi pensa che cerchiamo il pelo nell’uovo e a tutti i costi vogliamo fornire una spiegazione reale, vera, cioè la causa sempre e comunque delle cose. E non lo neghiamo, c’è sempre una causa dietro un effetto e le due morti di cui ci stiamo occupando hanno un’unica causa: il punto di arrivo di un modo di produzione che ha dovuto teorizzare, dopo averla praticata, la necessità della globalizzazione. E non avrebbe potuto fare diversamente e di fronte alle opposizioni sociali usò la mano pesante della repressione provocando morti e feriti. Parliamo solo di quelli avvenuti durante le manifestazioni, come quella della mattanza di Genova dove il governo Berlusconi caricò a tal punto i corpi dello Stato che inferociti si abbandonarono a una vera e propria ignobile caccia all’uomo.
La storia ha una sua progressione e una sua continuità. Chi erano i responsabili tanto della morte del povero Carlo Giuliani quanto dei massacrati fra manifestanti che fiduciosi della democrazia dello Stato repubblicano nato dalla Resistenza si fidarono a rientrare nei posti dove avevano pernottato per raccogliere le loro cose e rientrare nelle città di residenza in Italia e in altri paesi europei? Ecco la domanda vera che nessuno si pone: in nome e per conto di quali interessi quei poliziotti e carabinieri si comportarono in modo così animalesco?
Per anni, durante gli anni ’70 è risuonato nelle piazze lo slogan “la disoccupazione ti ha dato un bel mestiere, mestiere di merda carabiniere!”. ma non si è mai posto correttamente la domanda del ruolo che svolgono le “forze dell’ordine”, ovvero degli interessi che sono chiamati a difendere per una paga che non li fa ricchi.
E che ci sia stata tanta e troppa confusione su questo è dimostrato dalle posizioni assunte a suo tempo da un intellettuale di tutto rispetto come Pier Paolo Pasolini, utilizzato poi a piene mani dalla stampa dell’establishment. Egli non seppe capire il ruolo oggettivo che andavano a ricoprire quei “figli di contadini poveri” come lui li definì scambiando il dato originario con quello del divenuto ruolo impersonale al servizio dello Stato. Questo sul piano formale è al di sopra delle parti e dovrebbe fungere democraticamente come equilibratore, ma sul piano reale, cioè al dunque, è chiamato a difendere gli interessi dei più forti. Perché, come dicono lor signori, “è il mercato e non lo Stato in grado di generare più crescita”. Ma solo i poveri illusi in buona fede possono credere al fatto che si possa applicare il diritto eguale fra i diseguali.
È il mercato, ovvero lo spirito del profitto, dunque della concorrenza, della sfida a superare l’altro, a ingrandirsi sempre di più e a calpestare i più piccoli, ad avanzare sempre con nuove tecnologie e subordinare l’uomo alle macchine per produrre merci e far divenire gli stessi uomini delle merci inanimate fino a raggiungere i livelli attuali, come quelli di Amazon, Alibaba, FedexTNT e similari. Ma essi sono provvisori fino al prossimo giro di torchio ovviamente, che in Italia per un certo periodo hanno utilizzato caporalato, appalti e subappalti per poi, come sta succedendo in questa fase, internalizzare i lavoratori chiamandoli a schierarsi corporativamente con l’azienda, attraverso contratti capestro senza nessuna presenza sindacale oppure, come alternativa, a scegliere di essere disoccupato.
I lavoratori con la corda al collo sono costretti a sottomettersi ai voleri di queste mostruose strutture senza la forza di reagire, intuendo che si tratta di una fase dove non c’è via di scampo. Si tratta di una legge che vale tanto per il lavoratore all’interno dei magazzini, parliamo della Logistica, quanto dei camionisti, sia del trasporto da un magazzino a un altro o dal posto della produzione a quello della distribuzione o di quelli della consegna delle merci a domicilio. Alessio Spaziani era uno di questi anelli di una catena – ripetiamo – impersonale, dove conta il numero e il nome compare solo di sfuggita di fronte a un fatto “accidentale” come la morte di Adil.
Potrebbe essere condannato Alessio Spaziani per omicidio volontario? No, non voleva uccidere, non c’è traccia di premeditazione, dunque non c’è volontarietà. Potrebbe essere condannato per omicidio preterintenzionale? No, non c’è nessuna intenzione di far male Adil che potrebbe perciò giustificare l’accusa di tentato omicidio. Eppure c’è un morto e non c’è un responsabile che paghi la pena. Perché, come mai?
Eppure c’è un responsabile, anche se è impersonale, e il fatto di volerlo ricercare in una persona individuale rimuove la forza dei fattori che hanno provocato la morte di Carlo Giuliani e di Adil, come la morte di tanti poveri disgraziati per la caduta del ponte, per l’incendio della petroliera, per il deragliamento del treno, per lo scoppio della cisterna di Gpl, per la caduta della cabina della funivia al Mottarone e così via all’infinito. Stiamo però citando solo fatti “accidentali” fuori dagli impianti delle lavorazioni, dunque non dei morti sul lavoro che quotidianamente cadono e ormai non fanno più notizia. Eppure si tratta di un vero e proprio stillicidio giornaliero. Chi è il colpevole? Poi la magistratura se ne occuperà, aprirà un’inchiesta, farà indagini, chiarirà, si farà una commissione, ma tutto, proprio tutto viene consumato dal tempo, dal passaggio di carte, da vizi procedurali e mai compare sul banco degli imputati il reo vero.
Eppure si invoca il libero arbitrio per la stessa ragione che « se » il cavallo di Troia avesse figliato, come diceva l’imperatore Adriano. Ma allora giù la maschera signori! Siamo di fronte a un mondo ipocrita e crudele, un mondo che non vuole interrogarsi sulle cause vere dei disastri che questo modo di produzione provoca.
Se proviamo a fare un percorso di risalita, percorso accidentato e pieno di insidie, scopriamo che Mario Placanica indossava una divisa per un salario, che fu posto in quella camionetta da un sottufficiale, che questi aveva ricevuto l’ordine da un ufficiale, il quale obbediva al comando regionale dell’Arma, che a sua volta obbediva a quello del comando generale che prendeva ordini dal Ministero degli Interni, che a sua volta prendeva ordini dal governo, e che a sua volta prendeva disposizioni dai consiglieri economici delle potenze occidentali che avrebbero dovuto sanzionare il principio della liberalizzazione delle merci, o altrimenti detto della globalizzazione del libero mercato. E perché questa necessità? Perché le leggi del modo di produzione capitalistico non consentono freni inibitori. Una legge valida fin dal sorgere del capitalismo.
Che colpa si poteva assegnare a Mario Placanica? Nessuna, e di fatti non ha pagato nessuna pena in quanto non responsabile di alcun delitto. Dunque Carlo Giuliani o non fu ucciso, oppure il responsabile andava ricercato lì dove non è possibile arrivare per imprigionarlo: ovvero il profitto, questo mostro impersonale inafferrabile.
Se proviamo a fare lo stesso percorso per capire dove nasce la responsabilità della morte di Adil scopriamo che il camionista Alessio, partito da un paesino in provincia di Caserta per mandare avanti la famiglia è già stato fortunato a trovar lavoro come camionista e percorrere centinaia e centinaia di chilometri al giorno, in solitudine nel mezzo, lontano dalla famiglia sottoposto ai ricatti di chi organizza i viaggi, e questo sottoposto a chi invia la merce e chi la richiede in fretta, il più in fretta possibile, perché eventuali ritardi provocano lamentele dei supermercati, c’è il rischio di perdere clienti, dunque non è possibile fermarsi di fronte a un gruppetto di lavoratori che impedisce l’uscita delle merci, perché la forza della necessità delle merci si mostra superiore alle necessità di quei lavoratori che picchettano per difendere i loro diritti. Che fa questo tizio responsabile? Chiama Alessio Spaziani, gli consiglia di uscire da una entrata secondaria e Alessio si presta, deve conquistarsi le simpatie di chi organizza le spedizioni, ha da mandare avanti la famiglia e accetta. Una volta fuori il capannone – e vogliamo credere alla sua totale buona fede – sfida i dimostranti e temendo il peggio, la possibilità di essere linciato, accelera e trascina per alcuni metri il povero Adil che muore travolto sanguinante sul selciato. Alessio fugge, capisce di averla fatta grossa e si costituisce.
Di chi la colpa? Di nessuno, non c’è colpa, tanto è vero che nessuno è in carcere, perché delle due l’una: o la causa dell’assassinio risiede molto in alto, dove non si può e non si vuole arrivare, oppure Adil è morto per colpa sua, e dunque: chi è cagion della propria sorte pianga sé stesso. Così la povera vedova del lavoratore marocchino deve raccogliere le sue lacrime e farsi forza perché il marito è stato un coglione a volersi battere contro un nemico potente e invisibile, dunque inesistente.
Conclusione: Carlo Giuliani poteva decidere di andare o non andare alla manifestazione No global, scelse di andarci e trovò la morte.
Adil Belakhdim poteva decidere di andare o non andare al presidio di picchetto dinanzi ai magazzini della Lidl di Brianbade, ci andò non solo, ma poteva anche decidere di lasciar passare il camion guidato da Alessio Spaziani o tentare di bloccarlo, scelse di tentare di bloccarlo e in questo tentativo trovò la morte.
E per i turisti che morirono nella cabina della funivia di Mottarone? Non ci sono colpevoli, nessuno è in un carcere di massima sicurezza come il peggiore dei criminali, eppure c’è stato un crimine orrendo, o no? Ma, quei turisti, potevano decidere di andare o non andare a Mottarone per quel fine settimana. Scelsero di andare e trovarono la morte.
Ecco il senso del libero arbitrio, ecco il modo di ragionare della moderna demenza al servizio di sua maestà il Capitale.
Si dirà: ma c’è la legge! Quella uguale per tutti! C’è il diritto penale che garantisce tutti! Chiacchiere. C’è un’unica legge che regola tutti i rapporti fra gli uomini ed è quella delle leggi del mercato, della concorrenza, del profitto, cioè quella del dio Capitale.
Veniamo al referendum del 22 e 23 marzo.
Quale era la posta in gioco? La divisione delle carriere fra le varie cariche dei magistrati? Ma per fare cosa? La questione è molto semplice: c’è una crisi economica che investe tutto il mondo e ogni nazione è chiamata, allo stato dato, a ridurre i diritti per cercare di dare man forte all’economia e allo scambio per reggere alla concorrenza.
Pertanto pur volendo credere alla totale buona fede di personaggi alla Pier Luigi Bersani, che si rifanno ai valori della Costituzione, nata dalla resistenza, bla bla bla, in realtà cercano di ridurre il tutto alla responsabilità della destra governativa, rimuovendo le cause vere della messa in discussione dei diritti. Diritti che potevano essere elargiti in una fase diversa, molto diversa da quella attuale, dove oggi, le imprese, le aziende e ogni attività imprenditoriale per sopravvivere alla concorrenza chiede che siano aboliti i vincoli. E la destra in tutto il mondo si fa portatrice di questi “interessi nazionali”. È questa la verità amara. Una destra che difende le leggi del mercato e del capitalismo e si scaglia contro la casta della magistratura che difenderebbe i valori dei diritti costituzionali. E la magistratura che si fa forte di questo mandato speciale assegnatole dalla storia per agire secondo coscienza e super partes, ovvero come i veri salvatori della patria.
Detto altrimenti: siamo di fronte a due mistificazioni una di destra, l’altra di sinistra. Quella di destra tende a restringere i diritti e le libertà democratiche sancite dalla Costituzione, e colpevolizza la magistratura che difenderebbe quei diritti acquisiti. Diritti che, come abbiamo visto, appartenevano al “libero convincimento” delle circostanze determinate.
Mentre la sinistra, tutta la sinistra, rimuovendo in toto le cause della crisi generale del modo di produzione capitalistico, ritiene di poter continuare a garantire gli stessi diritti puntando sulla magistratura che li dovrebbe garantire. Pietoso un Landini e la Cgil che spara ad alzo zero contro Hamas per un più che legittimo atto di resistenza mentre invoca addirittura una “rivolta” da parte dei lavoratori che barcollano come ubriachi non sapendo cosa fare. Peggio ancora quando la sinistra in continuità con la difesa dei diritti dei cittadini europei e italiani ripete la cantilena «siamo a fianco del popolo iraniano davanti alla brutale repressione del regime teocratico, siamo con l’angoscia al fianco del popolo iraniano e siamo netti nella condanna nei confronti del regime di Teheran », proprio mentre che la stragrande maggioranza di quel popolo, di fronte alla aggressione imperialista di USA e Israele, sostiene il proprio paese a resistere e contrattaccare, colpendo a giusta ragione, come sta facendo, tutti gli interessi vitali occidentali nell’intero Medio Oriente.
Ma la storia presenta sempre delle incognite, e questi ultimi anni ne sono la dimostrazione più evidente. Nel settembre 2025 in Italia c’è stato un evento straordinario, una mobilitazione mai vista prima contro il genocidio del popolo palestinese e la distruzione di Gaza.
La legge, di cui il governo Meloni chiedeva il SI, cioè l’approvazione, nel tentativo di assoggettare politicamente la magistratura, era stata approvata il 30 ottobre 2025, cioè all’indomani delle mobilitazioni pro palestinesi che si erano sviluppate in tutto l’Occidente. Dunque l’iniziativa mirava a colpire l’anima del movimento attraverso l’asservimento della magistratura. E questa, in nome della difesa dei diritti ha sciabolato in difesa di sé stessa, dunque della propria casta. Non a caso hanno brindato.
Ha vinto il NO. Un evento che presenta due novità assolute: a) l’affluenza come non mai; b) il voto giovanile, ovvero l’espressione delle nuove generazioni che vedono ridursi gli spazi di agibilità politica mentre si riducono le aspettative di una vita dignitosa. Una nuova generazione che si è mobilitata contro il genocidio palestinese e la distruzione di Gaza individuando nel governo Meloni uno dei corresponsabili e alla prima occasione ha punito un governo malfattore.
Questi sono i fatti, cosa essi stiano producendo e cosa produrranno nel prosieguo di questa crisi lo vedremo. È del tutto probabile che le nuove generazioni si illudano di poter frenare l’ondata coercitiva che l’establishment è costretto a operare, intanto però, un colpo è stato assestato. Col voto? Questo si presentava e questo è stato utilizzato.
La destra corre ai ripari dimissionando le figure più esposte, nel tentativo di salvare il salvabile? Ma siamo solo alle prime avvisaglie di un terremoto. Vedremo il seguito.
E la sinistra? Quale sinistra? I risultati di questo referendum rappresentano uno scossone per tutto l’ambito politico, tanto a destra, quanto a centro e a sinistra, perché non è come pensa il fessacchiotto di Pier Luigi Bersani che basterebbe mettere insieme tre quattro cose chiare e stilare intorno ad esse un programma e raggruppare una equipe politica decente. Se fosse così semplice, perché non ci si riesce da anni? O il personaggio è ingenuo, o ci fa. Provasse a leggere quello che scrive un Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera di giovedì 26 marzo: « Sullo sfondo di un quadro internazionale, economico, e politico che volge al drammatico, l’Italia non è proprio un vaso di coccio tra vasi di ferro ma non ha molte carte da giocare. Sì, le giochiamo, le stiamo giocando. Ma restiamo un paese per mille versi ultra-dipendente dall’estero, che da più di due decenni non cresce, con salari tra i più bassi d’Europa, immerso in un gelido inverno demografico, oberato da un terribile debito pubblico, afflitto da una cronaca incapacità di tutte le pubbliche amministrazioni. Ma soprattutto, se non m’inganno, siamo un Paese che non sa dove sta andando, che cosa rappresenta, che non riesce a immaginare per sé alcun futuro».
Capito Bersani?! Sono finiti tanto i giorni del berlusconismo quanto quelli felici del prodianesimo basta guardare agli Usa o in tutta Europa: siamo in una nuova fase storica dove è sempre più prossima la guerra civile che una nuova stabilità. E questo va detto a chiare lettere alle nuove generazioni. Sicché la magistratura può anche aver brindato per essersi salvata come casta, ma lor signori saranno chiamati a usare il diritto della forza contro la forza del diritto e non potranno più nascondersi. È questa la questione.









































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