
Il fenomeno Trump
di Eros Barone
Quali che siano le particolarità di un individuo, costui non può eliminare i rapporti economici corrispondenti a un certo stato delle forze produttive. Ma le particolarità individuali di una personalità la rendono più o meno adatta a soddisfare le necessità sociali che sorgono sulla base di determinati rapporti economici o a impedire che siano soddisfatte.
G. Plechanov, La funzione della personalità nella storia.
- Il conflitto tra globalisti e conservatori
Quando il miliardario nuovaiorchese Donald Trump venne rieletto nel gennaio 2025 quale presidente degli Stati Uniti d’America, la maggior parte degli osservatori, compresi quelli più attenti e informati, pensò ad un “cavallo di ritorno” e non si rese conto della portata “tecnicamente rivoluzionaria” di quell’evento. Ma gli eventi che da allora si sono susseguiti fino ai nostri giorni hanno mostrato le dimensioni inedite di un vero e proprio ‘tsumani’ ideologico e geopolitico, che per la verità nessuno si aspettava. Molti si aspettavano infatti che, una volta rieletto, Trump, come in parte era avvenuto nel suo primo mandato, sarebbe tornato, sia pure con i tratti carismatici ed estemporanei caratteristici del personaggio, a una politica più o meno convenzionale. In realtà, è avvenuto qualcosa di molto importante, che richiede un minimo di analisi storica.
Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno attraversato due fasi: l’epoca della guerra fredda con l’URSS e il campo socialista (1947-1991) e il periodo del mondo unipolare (1991-2024). Nella prima fase, gli Stati Uniti erano una superpotenza alla pari con l’URSS, mentre nella seconda fase hanno completamente sconfitto l’avversario e sono diventati l’unica superpotenza mondiale. A partire dagli anni Novanta, questo dominio ha iniziato ad assumere il carattere tipico di un’ideologia liberale di sinistra, fondata su una combinazione di interessi tra il grande capitale internazionale e la cultura di stampo individualista e progressista.
Questa strategia è stata adottata in pieno dal Partito Democratico statunitense, mentre tra i repubblicani è stata sostenuta dai rappresentanti dei “neocons”. L’idea principale era la convinzione circa la ineluttabilità di una crescita lineare e costante sia dell’economia americana che di quella mondiale, accompagnata dalla diffusione planetaria del liberalismo e dei valori liberali. In effetti, tutti gli Stati e le società del mondo sembravano aver adottato il modello americano: democrazia politica rappresentativa, economia di mercato capitalistica, ideologia individualista e cosmopolita dei diritti umani, tecnologia digitale, cultura postmoderna incentrata sull’Occidente.
Sennonché, a partire dai primi anni Novanta, tra gli intellettuali americani cominciarono ad emergere una serie di voci che mettevano in guardia dal carattere illusorio di un simile approccio. Questa posizione trovò espressione in modo molto chiaro con Samuel Huntington, il quale previde la seguente triade: uno “scontro di civiltà”, il multipolarismo e la crisi della globalizzazione incentrata sull’Occidente. Coerentemente con questa analisi, il politologo statunitense sostenne che l’identità americana dovesse essere rafforzata piuttosto che stemperata e che le altre società occidentali dovessero unirsi nell’ambito di un’unica civiltà occidentale, non più globale ma regionale. Tuttavia, nell’epoca in cui questa visione fu elaborata sembrava che si trattasse solo di una manifestazione di scetticismo e il nocciolo duro del blocco dominante, solitamente definito come Deep State, si schierò completamente con i sostenitori della “fine della storia”, tesi formulata, come è noto, dal principale avversario di Huntington, Francis Fukuyama. Va sottolineato che il Deep State negli Stati Uniti rappresenta il nucleo dell’apparato statale e delle élite ideologiche ed economiche ad esso strettamente collegate: in tal senso, lo Stato, l’economia e l’istruzione superiore costituiscono negli Stati Uniti un unico sistema di vasi comunicanti, piuttosto che qualcosa di strettamente separato. A ciò vanno aggiunti le tradizionali società e i circoli ristretti statunitensi che svolgono il ruolo di centri di comunicazione per l’élite.
Orbene, il corso seguito dai presidenti degli Stati Uniti che si sono succeduti a partire dagli anni Novanta parve confermare questa tesi: Clinton, Bush, Obama, la prima presidenza di Trump (che però non rientrava in questa logica) e Biden. Laddove è opportuno rammentare che sia i democratici sia i repubblicani hanno condiviso un’unica strategia politico-ideologica (ovviamente quella dettata dal Deep State): globalismo, liberalismo, unipolarismo e dominio mondiale. Sennonché questa strategia inizia a incontrare ostacoli già nei primi anni 2000, quando la Russia si sottrae all’egemonia degli Stati Uniti e inizia a rafforzare la propria sovranità. La svolta eurasiatica della politica russa diventa particolarmente palese dopo il discorso di Putin a Monaco nel 2007, a cui seguiranno gli eventi in Georgia nel 2008, culminati nella riunificazione con la Crimea avvenuta nel 2014, e soprattutto, nel 2022, l’avvìo dell’“operazione militare speciale” della Russia in Ucraina. La Cina, dal canto suo, con Xi Jinping accentua la sua politica indipendente, traendo vantaggio dalla globalizzazione, ma ponendo, nel contempo, un’invalicabile barriera alla stessa non appena la logica di tale processo entra in conflitto con gli interessi nazionali e minaccia di indebolire la sovranità. In India, i nazionalisti di destra e i tradizionalisti salgono al potere con il primo ministro Narendra Modi, mentre l’opposizione dei paesi africani al neocolonialismo inizia a crescere e i paesi dell’America Latina cercano di rendersi sempre più indipendenti dagli Stati Uniti e dall’Occidente nel suo complesso. Questo insieme di fattori porta alla creazione dei BRICS, aggregazione interstatale che aspira a essere il modello di un sistema internazionale multipolare ampiamente indipendente dall’Occidente.
Il Deep State americano si è trovato perciò di fronte a un serio problema: se continuare a insistere e ignorare la crescita dei processi antagonisti, cercando di reprimerli attraverso i flussi informativi e le narrazioni dominanti, senza peraltro escludere la censura diretta nei ‘mass media’ e nelle reti sociali, oppure se prendere in considerazione queste tendenze e cercare una nuova risposta ad esse, cambiando la propria strategia di base di fronte a una realtà che non corrispondeva più alla valutazione fino ad allora ritenuta corretta.
2. Trump e il Deep State
La prima presidenza di Trump sembrava dunque un incidente, una sorta di inconveniente tecnico. Il personaggio era salito al potere sull’onda del populismo, appoggiandosi a quegli ambienti statunitensi che sempre più spesso si rendevano conto dell’inaccettabilità del programma globalista e rifiutavano il ‘woke’, ossia il codice della sinistra liberale borghese con i suoi canoni di ultraindividualismo, politica di genere, femminismo, LGBT, incoraggiamento della migrazione, compresa quella illegale, teoria razziale critica e così via. Tuttavia, nel periodo 2016-2020 il Deep State non prese sul serio Trump e lui stesso non ebbe il tempo di attuare riforme strutturali come presidente. Dopo la fine del primo mandato, il Deep State ha infatti sostenuto Biden e il Partito Democratico, vedendo Trump come una minaccia per l’orientamento globalista che gli Stati Uniti avevano seguito per decenni e generalmente con un certo successo. Da qui nacque lo slogan della campagna elettorale di Biden, “Build Back Better”, cioè “Costruiamo di nuovo meglio”. Il che significava che dopo il “fallimento” della prima amministrazione Trump si sarebbe dovuto recuperare la direttrice globalista.
Ma tutto questo è cambiato tra il 2020 e il 2024. Biden, appoggiandosi ai vertici del Partito Democratico e ai “neocons”, agì ignorando la crisi sempre più acuta del progetto globalista, crisi che derivando da molteplici cause (economiche, politiche e geopolitiche) ha basi oggettive, e mirò ad aumentare la pressione sugli avversari ideologici per infliggere una sconfitta strategica alla Russia, fermare l’espansione regionale della Cina (si pensi al progetto “One Belt One Road”), neutralizzare i BRICS e altre tendenze verso il multipolarismo, reprimere le tendenze populiste negli Stati Uniti e in Europa e persino eliminare Trump (legalmente, politicamente e fisicamente). Da qui traggono origine l’incoraggiamento dei metodi terroristici e l’inasprimento della censura di sinistra. Di fatto, è con Biden (non con Trump) che il liberalismo ha acquistato i tratti del bonapartismo.
Il Deep State ha continuato a sostenere Biden e i globalisti in generale (tra i loro rappresentanti più significativi in Europa vi erano Boris Johnson e Keir Starmer, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen), nel mentre le organizzazioni create e finanziate dall’ultra-globalista Soros sono diventate estremamente attive, non solo penetrando in tutte le istituzioni europee ma anche sviluppando un’intensa attività di sovversione in molteplici direzioni (India, Moldavia, Georgia, Armenia, Bangladesh, Siria), attività costantemente orientata contro l’asse russo-cinese. Sennonché l’offensiva di Biden e del Partito Democratico non ha avuto successo: la Russia non si è arresa e ha resistito a pressioni senza precedenti: sanzioni, scontro con il regime terroristico ucraino sostenuto da tutti i paesi occidentali, attacchi all’economia e un forte calo nella vendita di risorse naturali. Anche la Cina non ha abbandonato il campo e ha continuato la sua guerra commerciale con gli Stati Uniti senza subire perdite critiche.
3. La divisione dell’“Occidente collettivo”: i tre fronti
Siamo così giunti, attraverso questo sintetico riepilogo delle principali vicende intercorse a partire dagli anni Novanta sulla scena statunitense e su quella internazionale, alla situazione attuale, che vede lo Stato di Israele, sotto il primo ministro Netanyahu, perseguire una politica aggressiva di espansione del “Grande Israele”, praticando un autentico genocidio contro la popolazione palestinese a Gaza, facendo terra bruciata nel sud del Libano e attaccando a più riprese, insieme con il potente alleato statunitense, un grande paese asiatico qual è l’Iran. Spinto dalla ricerca e appropriazione violenta, mediante azioni armate, di nuove fonti di approvvigionamento energetico (petrolio e gas liquefatto naturale), e ispirato dal fanatico fondamentalismo protestante filosionista che lo induce a ritenersi “il prescelto da Dio”, Trump è ovviamente schierato dalla parte di Netanyahu, mentre i paesi europei della NATO sembrano essere contro di lui. Né vanno sottaciuti, come sembra che stia avvenendo nella opinione pubblica occidentale ormai assuefatta alla “legge della giungla” imposta dal presidente americano e dal “cerchio magico” evangelico e MAGA che lo attornia, gli attacchi terroristici come quello messo a segno in Venezuela con il rapimento e il sequestro del presidente Maduro e della sua compagna: attacchi minacciati, con preoccupante frequenza e con oltraggiosa burbanza, nei confronti della stessa Cuba, peraltro sottoposta da oltre 64 anni a un embargo economico, commerciale e finanziario.
Secondo gli osservatori più attenti, i fatti e i fattori sinora evocati dimostrano chiaramente che il cosiddetto “Occidente collettivo” è diviso su molti fronti e in diverse, quando non avverse, posizioni. Il quadro sembra essere il seguente: i globalisti, le reti di Soros e il Partito Democratico statunitense sostengono le iniziative di solidarietà con la resistenza palestinese e si oppongono alla politica di Netanyahu. Sono loro che hanno creato la flottiglia Sumud e la utilizzano con uno scopo essenzialmente propagandistico. Dalla parte della Palestina vi sono poi i musulmani d’Europa e degli Stati Uniti, i salafiti e la sinistra, ossia un’ala del fronte degli oppositori di Trump. L’altro fronte comprende, oltre allo stesso Trump, l’AIPAC (American Israel Political Affairs Committee, un’influente lobby filo-israeliana), i neoconservatori, i sionisti e una parte del movimento MAGA (parte da cui aveva preso le distanze, in quanto contrario alla politica di Netanyhau, lo stesso attivista politico Charlie Kirk, vittima di un attentato). Tutte queste forze avversano l’Islàm, e in particolare la corrente radicale sciita, per la sua crescente influenza e temono la Cina per la sua straordinaria crescita economica e tecnologica. Quanto ai uanto Quanto leader dei movimenti populisti di destra presenti nell’Unione Europea, essi sono schierati con Netanyahu e con Trump (basti pensare a Salvini e al carattere di agente sionista che è tipico della Lega), mentre la maggior parte dei sostenitori del MAGA negli Stati Uniti, pur non essendo a favore della Palestina, è contraria alla lobby israeliana negli Stati Uniti. Vi è poi una terza posizione, contraria sia a Soros che a Netanyahu, la quale si è andata rafforzando ed è difesa da figure importanti come Tucker Carlson e Steve Bannon, che vanno annoverati fra i principali ideologi del MAGA (lo stesso Elon Musk, sia pure in modo più sfumato, è vicino a questa posizione). Ma vi è di più: Trump ha equiparato George Soros e suo figlio Alexander a nemici pubblici, mentre le reti di Soros, cioè i globalisti, costituiscono la lancia spezzata del fronte avverso alla Russia e sostengono totalmente Zelensky. Questa è anche la posizione delle élite globaliste liberali dell’Unione Europea: Starmer, Macron, Merz, cui negli Stati Uniti fa da riscontro e riferimento il Partito Democratico, che è il massimo propugnatore di nuove forniture di armi al governo ucraino, di nuove sanzioni alla Russia e, in buona sostanza, di una ‘escalation’ del conflitto.
Dal canto suo, Trump afferma che la guerra in Ucraina è la guerra di Biden, non la sua; quella dei globalisti, non quella del MAGA. Perciò vuole porvi fine il prima possibile, ma finora è stato ostacolato nel perseguire tale intento dalla politica oltranzista e bellicista dell’Unione Europea e dell’Inghilterra. Ciò nondimeno, Trump oscilla tra il MAGA e i neoconservatori, che rappresentano quel Deep State il cui nucleo duro sono precisamente i globalisti di sinistra. La situazione che si è venuta a determinare è quindi complessa e va analizzata in modo articolato. Prima di Trump, essa era più facile da decodificare: l’“Occidente collettivo” era caratterizzato da un’ideologia liberale di sinistra e globalista: si trattava dell’ideologia, della politica e della strategia di Soros, che erano, in linea di massima, comuni a tutti i paesi di tale Occidente. Di fatto era una dittatura pressoché unanime del Deep State internazionale. Ora, come si è detto, la situazione è divenuta più complessa: il polo globalista e il Deep State mantengono le loro posizioni. Quest’ultimo controlla praticamente l’Europa intera e occupa posizioni importanti non solo a livello del Partito Democratico, ma anche a livello delle istituzioni statali e della società civile. Basti pensare che esso detiene posizioni importanti sia nella CIA che nell’FBI e che sotto il suo controllo vi sono la Federal Reserve e Larry Fink di BlackRock (non a caso, di recente diventato presidente del Forum di Davos, in sostituzione di un altro globalista, Klaus Schwab), nonché la maggior parte dei magnati della Silicon Valley e dei finanzieri di Wall Street.
4. Donald Trump come ‘trickster’
I processi non avvengono solo perché avvengono, avvengono anche perché vengono provocati, gestiti e poi magari abbandonati. Ed è in questo spazio, per così dire di frontiera, che si inserisce la funzione storica della personalità (e dei personaggi) con tutte le gradazioni tra la tragedia e la farsa che la storia conosce: in altri termini, vi è una logica di sistema con un certo grado di autoproduzione, ma vi intervengono anche intenzionalità che la orientano o la usano. Nella fase neoliberista che stiamo vivendo ormai da decenni è sempre più evidente il fenomeno della crisi della politica, laddove tale fenomeno è stato immesso nei sistemi politici attraverso iniziative di carattere soggettivo quali la personalizzazione, la mercatizzazione e la spettacolarizzazione.
L’ascesa di Donald Trump come personaggio pubblico (ma si potrebbe citare anche il caso di Berlusconi) non è un fenomeno inspiegabile né una deviazione anomala dal percorso politico tradizionale che è proprio di un determinato paese. Al contrario, può essere letta con le lenti dell’antropologia e del simbolismo, che offrono strumenti più idonei a comprendere il significato culturale e politico della sua ascesa. In tal senso la figura di Trump si avvicina nettamente al ‘trickster’, una figura mitologica presente in numerose culture, che rompe le regole e ne crea di nuove, sovvertendo il senso comune. Questa interpretazione è stata avanzata già nel 2016 da Rosario Forlenza e Bjørn Thomassen, che nel loro testo, Decoding Donald Trump: The Triumph of Trickster Politics, hanno sottolineato come il fenomeno Trump possa essere meglio compreso alla luce delle teorie di Agnes Horváth sul trickster politico (cfr. Ágnes Horváth, Modernism and charisma, Palgrave Macmillan, New York 2013).
Come spiega Pietro Vereni in un articolo presente nella Rete e intitolato Il buffone sul trono in nome del popolo. Per un’antropologia culturale di Donald Trump, il trickster è un archetipo culturale presente in molte tradizioni religiose e mitologiche. Non è necessariamente un distruttore puro, ma piuttosto un agente del cambiamento che si serve del paradosso e dell’eccesso. Lo psicologo e antropologo Carl Gustav Jung ha descritto il ‘trickster’ come una figura che incarna l’aspetto più caotico e imprevedibile dell’animo umano, quello che si manifesta quando le società versano in una situazione di crisi e cercano la forza per attuare una svolta. Nel caso di Trump, è evidente che la sua capacità di infrangere le regole e contemporaneamente imporne di nuove ha generato un paradosso politico: egli è stato percepito (e perfino eletto) come un ribelle antisistema, pur essendo un miliardario molto influente ben prima della sua elezione alla Casa Bianca. Questa ambivalenza lo differenzia dalle classiche figure carismatiche weberiane. In effetti, Trump sembra l’antitesi di una personalità carismatica: non possiede il fascino retorico di un grande oratore e non incarna una visione trascendente della politica. La sua forza sta nella capacità di sfruttare il caos e l’incertezza, usando un linguaggio elementare e ripetitivo che genera un senso di partecipazione immediata nei suoi sostenitori. Non è pertanto un leader nel senso tradizionale, ma un “divino buffone”, che con le sue boutade, il suo stile comunicativo iperbolico, la sua pretesa di essere investito di una missione salvifica e il suo disprezzo per le regole stabilite, mette in crisi le stesse fondamenta del potere politico tradizionale.
L’idea del ‘trickster’ è quindi fondamentale per comprendere il fenomeno Trump. Come hanno scritto Forlenza e Thomassen, il successo di Trump risiede nella sua capacità di suscitare emozioni e creare simboli in modo caotico e imprevedibile. Egli è un sovvertitore di ruoli, un mistificatore che crea instabilità proprio per trarne potere. La sua relazione con i media è emblematica: mentre i leader carismatici tradizionali cercano di controllare la loro immagine pubblica, Trump sembra trarre forza dagli scandali e dalle controversie, alimentando costantemente un ciclo di attenzione mediatica che rafforza la sua posizione. Questo modello di leadership ha profonde radici antropologiche, in quanto il ‘trickster’ è spesso una figura situata ai margini della società, ma è capace di esercitare un’influenza straordinaria su di essa. Nel caso di Trump, questa dinamica è stata evidente nel suo modo di porsi come ‘outsider’ politico, nonostante abbia occupato il centro della scena per decenni. Il suo ritorno alla presidenza non è stato solo un evento politico, ma un fenomeno culturale che conferma la sua capacità nel riscrivere le regole del gioco. Dopodiché, da un lato, non bisogna sottovalutare la persistenza della base elettorale di un ‘trickster’ di vecchio corso come Trump e, dall’altro, evitando di considerare il suo successo come un’anomalia, è bene interrogarsi su quali siano le condizioni culturali che rendono una figura del genere così efficace nel quadro politico contemporaneo. La crisi della democrazia liberale borghese, la percezione diffusa di un’élite distante e scollegata dalla realtà quotidiana, e il bisogno di un linguaggio politico che sappia interagire con le emozioni più profonde del popolo (comunque lo si intenda) sono tutti elementi che spiegano la lunga durata del fenomeno Trump.
5. Conclusioni
Questa lettura del trumpismo come fenomeno ‘buffonesco’ non si esaurisce nella sua figura individuale, ma si estende al modo in cui la politica americana e globale sta mutando. Ciò significa che, in un’epoca in cui i confini tra realtà e spettacolo si fanno sempre più labili, il ‘trickster’ diventa una figura chiave per comprendere come il potere venga esercitato non attraverso il dominio diretto, ma attraverso la capacità di ridefinire la percezione stessa della realtà e di socializzarla su scala di massa. Così, durante la sua seconda presidenza la capacità che è propria di Trump nel rovesciare la norma si sta trasformando in una nuova forma di autorità, dove la trasgressione stessa diventa la regola e il buffone, una volta accettato, può diventare il nuovo sovrano. Un sovrano che, ad esempio, procede alla cancellazione delle politiche DEI (‘Diversity, Equity, and Inclusion’), segnando un puntuale ritorno simbolico al realismo politico. In aperta rottura con il codice ‘woke’, Trump ha infatti ribadito che la protezione dei diritti civili deve basarsi sul merito e sulle capacità individuali, non su criteri identitari. E poco importa, sul piano delle rappresentazioni, se la DEI diventa il capro espiatorio di tutto, venendo chiamata in causa per spiegare perché gli incendi californiani sono stati così devastanti (in quanto i vigili del fuoco non erano uomini e/o bianchi) o perché si è verificato l’incidente aereo sopra il fiume Potomac (in quanto il personale del controllo aereo viene selezionato per quote etniche e non per competenze). Insomma, è con mosse di questo genere che Trump ha costruito una narrativa politica in cui il realismo e il pragmatismo sostituiscono l’ingegneria sociale progressista.
Si apre, a questo punto, una forbice sempre più ampia tra la richiesta dell’“uomo forte” avanzata da larghi settori delle masse disorientate e impaurite dalla profondità della crisi in atto e l’incomprensiva reazione dell’opinione pubblica progressista che tende a liquidare il voto e il consenso per Trump come frutto di ignoranza o di populismo, rinnovando il giudizio con cui Karl Mannheim minimizzava Hitler come “solo un clown” e commettendo due micidiali errori di carattere epistemologico: quello consistente nella sottovalutazione delle forze simboliche profonde che strutturano il potere e quello derivante dal mancato riconoscimento della tappa attuale del processo di fascistizzazione. Due errori che la scienza politica, opportunamente integrata dall’antropologia e dalla sociologia, dovrebbe evitare.










































Add comment