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Analisi SWOT di Potere al popolo

di nique la police

I risultati e le prospettive di Potere al popolo a livello nazionale, in una situazione di lento e velenoso declino del paese come la nostra, impongono qualche riflessione, di prospettiva, a freddo

Ambrogio Castaldi Domenica mattina all osteria 2 gSi tratta soprattutto di riflessioni legate alla possibilità di far crescere una forza di sinistra conflittuale in un paese che ha davanti a sé nuove ondate di ristrutturazione tecnologica, mutazioni sociali che si giocano tra invecchiamento demografico e uscita dal lavoro di intere aree del paese, nuovi spasmi nella contrazione dei beni pubblici nell’incapacità di disconnettersi dalla dipendenza della finanza globale. Per far emergere questo tipo di riflessione, lontana da esigenze di compulsiva ricerca del consenso o da botta e risposta su Facebook, torna utile lo schema delle analisi SWOT.

In poche parole, di una analisi che, più o meno schematicamente metta sul tavolo i punti di forza, quelli di debolezza, le opportunità e le minacce che stanno attorno al fenomeno osservato. E’ evidente che l’accelerazione del processo di costruzione di Pap dall’autunno scorso rendeva, fino a poco tempo fa, inutili questo genere di considerazioni. I processi di accelerazione in politica mettono, naturalmente, tra parentesi un tipo di analisi che non ha bisogno di velocità ma di silenziosa, lenta estensione.

Al contrario oggi questa analisi serve. Di fronte a processi che si daranno nella mutazione, di nuovo drammatica, di un paese grazie a fenomeni che sono già tra noi ma sono ancora lontani dai radar delle sinistre radicali, e di movimento, esistenti.

Ma partiamo da qualche considerazione sui punti di forza di Pap. Sicuramente un punto di forza è stato, ed è, la capacità di mettere in campo persone fresche, credibili, che vengono da percorsi di lotta e di strada, e di farle veicolare sui social. L’energia, la vitalità di questo percorso si è fatta materialmente sentire. Si tratta di fenomeni socialmente coagulanti e, proprio per la capacità che contengono di aggregazione sociale, danno un peso diverso all’1,1% nazionale ottenuto. Percentuale che, grazie a questo potenziale di aggregazione, non è da vecchio Pdci in declino ma da elemento politicamente giovane, potenzialmente dinamico e costituentesi a sinistra. Insomma, Potere al popolo ha, come patrimonio, la freschezza necessaria per poter parlare al popolo.

Da qui però si scivola subito a una considerazione sui punti di debolezza: nonostante questa innegabile vitalità, Potere al popolo non è arrivato neanche all’1.5%. Certo, la velocità costituente dell’operazione Pap si è dimostrata anche un punto di debolezza. Molte cose essenziali, nel lavoro di comunicazione politica sono state giocoforza trascurate. E le elezioni sono soprattutto un terreno di comunicazione politica più la capacità di far valere legami consolidati, e interessi materiali, sul territorio nazionale. Ma soprattutto, nonostante la forte mobilitazione assembleare nazionale di Pap, fatto unico in queste elezioni, non si è trasformato proprio il lavoro assembleare fatto nel meritato consenso spendibile elettoralmente. Il fatto che questa mobilitazione non sia stata premiata è un fatto da non trascurare. E se prendiamo l’aspetto puramente comunicativo balza agli occhi che Potere al popolo, pur avendo delle potenzialità, deve ancora seriamente esercitarsi per riuscire a parlare il linguaggio del popolo. Questi, anche se le potenzialità ci sono, sono innegabili punti di debolezza.

Di qui si passa alle opportunità che si offrono a Potere al popolo. I prossimi anni saranno caratterizzati dall’allargamento di tutti i divari sociali, materiali e immateriali, da una forte restrizione delle risorse pubbliche e da profonde ristrutturazioni tecnologiche di quello che rimarrà del lavoro produttivo. I territori conterranno, tutti, aree di eccellenza ed aree di disperazione, economie della crescita e pericolose economie di rapina. La differenza, di territorio in territorio, la farà la concentrazione di un tipo di area, o di economia, piuttosto che un’altro.Certo, in Italia ci saranno molte più maquilladoras, col lavoro pagato a prezzi ridicoli, che Silicon Valley (e comunque a redditi calmierati per la forza lavoro) entro una marea di neet, di inattivi e di pensionati poveri. E comunque, come ci insegnano le recenti elezioni tedesche, i centri di eccellenza in aree di disagio economico non riducono le spinte a destra sui territori (vedi Dresda come case study dell’ascesa di Afd) Di fronte a questa crisi complessiva dei territori liberisti, in cui la regolazione ordoliberale rimane solo come feticcio o come marketing, si apre un forte spazio per una sinistra conflittuale. A patto che sappia parlare ai territori, sappia come poterli governare, come usare il potere conflittuale in termini di allargamento percepibile del benessere delle classi subalterne. Ma la stessa, già oggi presente, conformazione dei territori, dove si intrecciano punte di innovazione assieme a soffocamento sociale e disastro ambientale, rischia di essere anche un elemento di disgregazione di questo genere di sinistre. Prima di tutto la spoliticizzazione, e la microtribalizzazione (dove le reti spontanee di relazione sociale sono socialmente chiuse e non si parlano tra loro), delle classi subalterne rende illeggibile, e non decodificabile, il linguaggio della politica militante. Secondo, questo linguaggio militante ha difficoltà a trasformarsi in pratiche estese e vincenti perché si sono alzate le condizioni, materiali e immateriali, di complessità per fare politica sui territori. La stessa forte riduzione delle risorse pubbliche sui territori è una condizione per l’esaurirsi della conflittualità permanente. Non ci sono risorse significative da redistribuire, la stessa conflittualità che, in epoca fordista, sui servizi riusciva a alimentare l’onda lunga della risposta welfarista dello stato oggi è in declino quanto le risorse pubbliche.

Le risorse decisive per i territori, nella tendenza storica alla dismissione dell’intervento pubblico, passano sempre più sia da una governance privata, tecnicamente impermeabile alla conflittualità sociale e quindi alla credibilità di chi la sostiene. E così l’onda lunga delle lotte che alimentavano in welfare è stata sostituita, basta vedere i voti alla Lega, dalla richiesta dello straniero da cacciare in una logica di feroce economia della scarsità alimentata dalla stessa governance privata delle risorse. Questi fattori, uniti alla spoliticizzazione delle classi subalterne, che risponde alla politica su sollecitazione episodica dell’immaginario non in termini di nuova specializzazione di massa militante, fanno sì che i territori del futuro siano anche una minaccia nei confronti della sinistra conflittuale. I territori, nel loro complesso, non si mostrano più naturalmente come acqua per i pesci della guerriglia, per riprendere la celeberrima metafora di Mao, ma un ambiente polimorfo che bisogna saper leggere. Pena la perenne sconfitta politica.

Non parliamo poi, trascurando una analisi dei flussi demografici sempre rinviata a sinistra, del fatto che i soggetti politici di sinistra sono spesso espressione di un sapere pubblico -quello della scuola e dell’università- sostanzialmente obsoleto rispetto all’alta complessità di sapere di cui si serve oggi il dominio.  La critica della scuola e dell’università presenti non ha ancora prodotto un sapere all’altezza della sinistra conflittuale di oggi: competenze innovative, e se non direttamente almeno potenzialmente antiliberiste, in termini tecnologici, comunicativi, antropologici, fiscali, amministrativi, finanziari sono, collettivamente parlando, qualcosa ancora lontano. E senza un corpo di saperi critici ma altamente complessi non si cambia molto del proprio mondo. Oltretutto, a differenza della fase fordista, la analfabetizzazione di ritorno delle classi subalterne è così forte da far veicolare l’idea, ovunque, che il sapere sia non potenza ma erudizione.

E’ un mondo che è ben diverso da quello che le retoriche di sinistra, ma anche quelle di destra, prefigurano. Il declino del lavoro, le imminenti nuove rivoluzioni tecnologiche (sul piano del lavoro ma anche del credito, destinato a incidere nella società quanto il lavoro), l’invecchiamento demografico (che ha silenziosamente trasformato la società italiana) e gli choc economici da deflazione da debito ci portano una materialità del tessuto sociale che è tutta da declinare in termini di sinistra conflittuale. E, allo stesso tempo, risulta oggi impossibile fare politica, in termini di grandi numeri, senza competenze diffuse all’incrocio tra comunicazione, tecnologia e finanza (in senso critico, ovvio). Sono questioni tutte, emerse da un quarto di secolo, le sinistre non le hanno mai affrontate e si vede, infatti, come sono ridotte. Non è un caso, ad esempio, che nella polemica elettorale sul Venezuela si sia risposto, anche giustamente, in termini etici. Il fatto che il Venezuela sia stata negli scorsi anni una patria di estrazione del bitcoin, e che lo stesso Maduro si sia affrettato a coniare una versione statuale della stessa criptomoneta, pur rappresentando un tema –quello realistico di quale moneta alternativa c’è bisogno- che riguarda il futuro del nostro paese, non è stato affrontato. Perchè su questi temi (dalla finanza alle tecnologie alla comunicazione), che hanno cambiato la faccia della nostra società e la cambieranno in maniera ben più radicale nella prossima decade, c’è ancora solo timidezza.

Ma, senza entrare a fondo in questi temi, è forse la mutazione di ciò che viene chiamato popolo una questione che, da sola, fa intravedere le altre mutazioni. Tralasciando le vicende del concetto costituzionale di popolo, e delle sue trasformazioni, che comunque ci portano a capire che il popolo è più forma normativa che sostanza sociale, vediamo un passaggio. Il concetto di popolo, così come espresso nelle narrazioni di sinistra, ha due declinazioni che tendono a intrecciarsi. Una, più recente, che indica il popolo come il 99 per cento dei componenti di una nazione che si contrappone all’uno per cento dell’élite economica e finanziaria. L’altra, sempreverde, è quello del popolo come un soggetto politico organico, rappresentante la società nel suo assieme, perennemente in sonno e perennemente risvegliato dalle avanguardie. Un popolo per il cui risveglio basta una seria, insistita iniezione di sapere militante. Bisogna essere sinceri: entrambe le narrazioni sono state usate, anche nel recentissimo passato e hanno attirato poco “popolo”, producendo risultati buoni solo a livello di nicchia.

Questo perchè il popolo, senza entrare nella scivolosa discussione sulla consistenza e sulla utilità di questa categoria concettuale, oggi è un’altra cosa. Prima di tutto è qualcosa di sostanzialmente spoliticizzato e spesso inafferrabile alle categorie della politica. E non è che se questo qualcosa viene riunito sotto la categoria di “popolo” lo politicizzi. Poi è quello che un pò di antropologia di lingua inglese chiama un fenomeno sotto effetto demotic turn. Il demotic turn, nell’antropologia critica dei media, è il fenomeno della crescente popolarità, e relativa capacità di pressione, della “ordinary people” sui media e sui social media. Ha una base materiale nel lavoro subalterno delle nostre società di cui è il riflesso identitario. Si nutre della cultura delle celebrità, dei reality, dei talk e di tutto quanto è prodotto sui social media.

Insomma un “popolo” che sta lontano dalle forme tradizionali della politicizzazione militante ma che commenta, in quanto popolo sui social, tutto: da cosa comprare su Amazon, al gossip di ogni genere, alle elezioni. La parte socialmente subalterna di questa ordinary people, che è un fenomeno globale non solo italiano pur con declinazioni di cultura nazionale, è stata, alle ultime elezioni risucchiata da Lega e Movimento 5 stelle. E’ inutile pensare il popolo a propria immagine culturale e somiglianza. Se un popolo esiste, al di là della forma costituzionale, nel XXI secolo, è quello del demotic turn. Anche nelle forme piu’ marginali, sempre con lo smartphone in mano, è un popolo demotic. E il suo potere va attirato attraverso enormi innovazioni di lavoro e tecnologie comunicative del politico.

In una società come la nostra è quindi difficile poter affermare che la vera democrazia è quella assembleare. Specie quando alle assemblee tutti consultano lo smartphone anche per coordinarsi nello stesso momento della riunione. La democrazia, assieme al suo tasso di verità, passa attraverso la sovrapposizione di democrazia assembleare e tecnologica, che si da in diverse forme. E qui non essere stati in grado di attaccare concettualmente la piattaforma Rousseau che non solo non è democratica ma anche proprietaria, e poco trasparente, è un punto di debolezza. Non saper far emergere la propria concezione di democrazia digitale, quella che deve girare in istantaneo per milioni di persone, va a detrimento di quella assembleare. Il ripensamento delle forme di democrazia resta quindi essenziale, specie nella sovrapposizione tra forma agonistica e tecnologica, ma non per tanto per problemi legati alla qualità della deliberazione democratica. Anche e soprattutto per allargare la platea sociale della politicizzazione, includendo sempre più la dimensione demotic, e di accelerazione della potenza politica del sapere. In quest’ottica va ripensata anche la nozione di territorio: incredibile come a sinistra ancora oggi si pensi a territorio come relazione di prossimità face-to-face. Il territorio oggi, quello termini non urbanistici ma di relazioni di prossimità, è l’agenda di contatti del proprio smartphone piu’ il proprio posto macchina. Certo, un territorio difficile da occupare ma è quello che va occupato. In fondo lo ha fatto una azienda del 2.0, la Casaleggio, nemmeno tanto originale, non propriamente ricchissima, con l’ausilio di una rete di debuttanti della politica.

Se si cerca la dimensione del politico, e nelle nostre società è ancora possibile, non è quindi dove la si aspetta e dove i classici, e gli eretici, indicano. E’ nella nuova dimensione sociale, nella nuova territorialità dove si sovrappone lo spazio naturale con quello non naturale dei fenomeni mediali.

Personalmente ho aderito, votando e invitando a votare, Potere al Popolo. Era un passaggio che era necessario fare. Ora ce ne sono altri, evidentemente, di cui una sinistra conflittuale ha bisogno. Insistere su visioni, per quanto umanamente condivisibili, in parte romantiche, in parte francescane, della società non aiuta molto a fare il salto successivo. Quello necessario, che vuole il confronto con la dura, nuova qualità del dominio.

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Comments   

#3 Potus 2018-03-23 16:16
non sono riuscito ad andare oltre la prima riga: lotta e di strada. Deve essere questa l'origine di un ceto politico che ha lasciato passare di tutto: dall'euro alla globalizzazione sotto ogni forma di riforma esterofila senza mai criticare il fil-rouge che emanava dal washington consensus.
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#2 Fabrizio Marchi 2018-03-21 11:19
Non sono d’accordo. Quelli che partecipano più o meno attivamente alla vita del M5S sulla rete e sul blog di Grillo sono poche migliaia, o al massimo poche decine di migliaia. Gli undici milioni di italiani che hanno votato per il M5S non partecipano alla vita di quel movimento e il più delle volte non hanno neanche mai visito il blog. Gli hanno dato il voto per i pochi messaggi, forti e chiari, che il M5S gli ha trasmesso: la lotta alla “casta”, alla corruzione, ai partiti “magnoni” e affaristi, e in subordine all’UE e all’euro. Ma in realtà è un voto di protesta di massa, generalizzato, dove tanta gente non distingue neanche tra la “casta” e l’UE. L’abilità del M5S è stata ed è quella di entrare in una relazione di empatia con il popolo, esattamente quello che non sa fare la sinistra residuale, in primis quella “antagonista” che è ancora più distante dalle masse popolari di quanto non lo sia quella “istituzionale”…
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#1 Romke 2018-03-20 09:49
Ignoranza fatta persona: punto di forza di pap la freschezza (delle cariatidi opportuniste di prc , per esempio!) continua pure a votarli.
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