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Appunti postelettorali. Un tentativo di analisi gramsciana

di Angelo d’Orsi

manifesti elettorali 510Confesso: ho votato “Potere al Popolo”. Di malavoglia, lo ammetto; non già “turandomi il naso” perché condividevo (e condivido) ideali e sogni di quel popolo di sinistra che si è raggrumato sotto questa etichetta. Non potevo non votarlo, oltre tutto, avendo firmato un appello di intellettuali, sottopostomi dall’amico Citto Maselli, al quale appunto risposi: “Come faccio a dirti di no?”.

E poi, se non avessi votato per PaP, per quale lista avrei potuto votare? Se “Liberi e Uguali” fosse nato un anno prima (almeno!), se non avesse riciclato personaggi ingombranti, politici sconfitti, tromboni in cerca di una collocazione, se non avesse rivelato una continuità e contiguità con l’epoca renziana, sarebbe stata quella la scelta giusta, se non altro per recare danno al PD di Matteo Renzi: alla luce dei risultati, del resto, Renzi il danno se lo è arrecato da solo, anche se l’ultimo capitolo della sua vergognosa sceneggiata di dimissioni a rilascio ritardato, è il grottesco “Mi dimetto ma non mollo”. Una promessa che suona coma una minaccia. Certo, la tentazione di rinuncia al voto – o meglio di scheda annullata con una scritta del genere: “No alla nuova legge truffa!” – è stata enorme, in me come in tanti altri: votare significa comunque accettare le regole del gioco, e con il “Rosatellum”, come con la precedente legge elettorale, si trattava di un gioco truccato.

Forse milioni di schede bianche avrebbero avuto un effetto non irrilevante, mentre con il voto tutti noi abbiamo finito per avallare il sistema, e le sue leggi ingiuste, a cominciare da una legge elettorale a dir poco assurda, con forti elementi di dubbia costituzionalità, che capi dello Stato distratti o disinvolti, o peggio, hanno lasciato passare.

La sconfitta di LeU, la disfatta di PaP, le briciole raccolte da raggruppamenti che si richiamano al comunismo, segnalano con drammatica evidenza che di sinistra in Italia non ce n’è più, o quasi: tanto di sinistra moderata, ma seriamente riformista, che sia pronta a battersi per una politica sociale autentica; quanto di sinistra “vera”, quella non disposta a gettare alle ortiche una storia che pur comprendente errori e orrori, non può essere liquidata sotto il segno del gulag. La nascita di PaP – per la quale con enfasi ma in fondo non sbagliando si è parlato di “miracolo”, nato dai meravigliosi ragazzi e ragazze del Centro napoletano, “Ex Opg, Je so’ pazzo”, fu presentata come la grande novità non solo sul piano elettorale, ma politico: nella campagna si è insistito proprio su questo punto: non un cartello elettorale, ma un progetto politico. Una campagna, aggiungo, in cui si è caduti nel mainstream: ossia propaganda. Gramsci ci avrebbe invitato a opporre alla propaganda avversaria (e comunque dei contendenti) non una propaganda contraria, bensì, piuttosto, analisi, analisi seria, dopo aver studiato approfonditamente le questioni. E, aggiungo, una campagna che si è giocata su toni estremistici che un poco evocavano la trista teoria del socialfascismo di fine anni Venti. L’ostentata in distinzione tra LeU e la destra ha assunto toni spesso inaccettabili, nella campagna di PaP. Spesse volte pareva che il nemico principale fosse quel raggruppamento politico.

Si opporrà che non c’era tempo per analisi approfondite: e allora, come ho avuto modo di dire a chi ho incontrato nei mesi scorsi nelle mie peregrinazioni per la Penisola, meglio sarebbe stato “saltare un giro”, aspettando di prepararsi seriamente a una prossima competizione. Il precedente del Brancaccio, col suo fallimento, non avrebbe dovuto mettere in guardia? E comunque, soprattutto, sarebbe stato indispensabile una seria analisi dei “rapporti di forza” (concetto centrale nella elaborazione gramsciana). Senza quel tipo di analisi, non ci si butta allo sbaraglio, rischiando di trascinare con sé quel che della sinistra “vera” rimaneva nel Paese. Se quell’analisi fosse stata compiuta si sarebbe compreso che non era possibile riuscire, e, ora, a urne chiuse e voti contati, seggi assegnati, ossia a sconfitta incassata, suona un po’ patetico mormorare, da parte di chi ha voluto andare alla conta, che l’impresa era impossibile.

Il progetto, com’è ormai noto, nacque a novembre 2017; dunque ha avuto solo tre mesi per concretizzarsi. Perché invece di puntare al 4 marzo 2018 non si è puntato a far rivivere “lo spirito del Brancaccio”, precisandolo, allargandolo, sostanziandolo, e diluendolo sul medio periodo? Ossia puntare a costruire, al di là (o se si vuole, al di qua) delle elezioni, un progetto di un nuovo movimento popolare, inclusivo, schierato contro le logiche del neoliberismo internazionale e dei suoi sostenitori italiani. Un movimento, e tendenzialmente forse un partito, che ripudiasse politicismi e tatticismi, che rivendicasse una politica eticamente fondata, a partire dal grande tema della verità (ecco Gramsci che ritorna!), che non mettesse barriere all’ingresso – test d’accesso, insomma… – di chi era interessato (dunque non si rivolgesse specificamente al “popolo di sinistra”, per esempio),che usasse un linguaggio davvero “popolare” (anche su questo piano il messaggio di PaP non è stato felice), che si rivolgesse a un vero “popolo” al di fuori dunque dei ristretti recinti della sinistra. Gramsci era per un partito di massa, a differenza di Bordiga, che era per un partito-setta: questo era il cuore del dissidio tra i due leader del Partito comunista, dopo la fondazione, nei primi anni Venti.

PaP a dispetto di dichiarazioni di principio è rimasto confinato nel ghetto, anzi, si è autoconfinato, per larga parte; aiutato, certo, dallo scarsissimo spazio concesso alla lista dai media. Era più che prevedibile, ed è ridicolo ora prendersela col sistema: se si è una forza anti-sistema, bisogna aspettarselo, come minimo. Anche per tale ragione si sarebbe dovuto portare avanti, gramscianamente, un “lento lavorio di penetrazione culturale e ideologica”, prima di scendere in campo: che cosa del resto fecero i Soviet nella Russia zarista, a partire dal 1905? Che è in parte ciò che tentarono di fare i Consigli di fabbrica, a Torino, nella loro breve esperienza, estendendo il loro raggio d’azione dalle officine alle campagne, agli uffici, e coprendo via via tutto il territorio, con un primato del “fattore C”: ai proletari non è concesso il lusso dell’ignoranza, che è invece privilegio dei borghesi. Un partito, e neppure una semplice cartello elettorale, tanto più se ambisce ad essere qualcosa di più, non può liquidare il punto della formazione, passaggio fondamentale per ogni soggetto specie collettivo, che miri al potere, ossia a fare politica. Che, non dimentichiamo, è anche e soprattutto da intendersi come la scienza del potere. E del resto, non si mirava a (ri)dare il potere al popolo? Ammesso si sapesse che cosa fosse il popolo, veramente.

Insomma, occorreva analisi, studio, riflessione. E io personalmente di analisi serie non ne ho lette né udite. Tanto LeU quanto PaP hanno rinunciato, sostituendo l’analisi con la ricerca della mediaticità, specie nella forma più elementare e diffusa nell’epoca del postmoderno, sub specie “civiltà dell’immagine”: appunto, l’immagine. Ma per una eterogenesi dei fini l’immagine può rappresentare un boomerang. Il faccione di Pietro Grasso, stile nonno (o zio, scegliete voi), che avrebbe dovuto rappresentare la forza tranquilla, la calma sicura e rassicurante, che avrebbe dovuto ispirare fiducia, ha finito per esprimere una insopportabile noia. E i messaggi erano correlati, ossia altrettanto inerti, e privi di appeal. Il volto non particolarmente espressivo di Viola Carofalo rientrava nel medesimo quadro, di difficile comunicazione al potenziale popolo degli elettori: si dirà che l’inespressività era però temperata dalla vivacità dell’eloquio, e certo, rispetto a Grasso, non v’è dubbio, tuttavia si trattava di espressività priva di contenuti. Troppo spesso si aveva l’impressione della ripetizione di slogan: ecco che cosa capita quando si pretende di “buttarla in pubblicità”. Propaganda contro propaganda, messaggio assolutamente antigramsciano. I volti dovrebbero emergere fra altri volti, perché più belli, più rassicuranti, più convincenti… Slogan che combattono altri slogan.

Da questo punto di vista il primo dei tre precetti gramsciani (sulla testata de L’Ordine Nuovo, 1919-1920). “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, sembra essere stato fortemente sottovalutato. Immagini, slogan, motti, non sostituiscono lo studio: ma ancora una volta mi si replicherà: studiare? Ma non c’era tempo… In effetti, non ce n’era se si comincia a studiare tre mesi prima delle elezioni. E comunque il tempo era oggettivamente scarso per raggiungere un risultato. In compenso, il secondo motto gramsciano “Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo” è stato pienamente centrato, da PaP: anzi, direi che si è puntato soltanto su di esso. Basta? A giudicare dai risultati elettorali, si direbbe proprio di no. Dal seno di PaP sento già chi mi dice che il risultato elettorale è un conto, quello politico un altro: e che il 4 marzo è stato solo “l’inizio di un percorso”: e ho letto in Rete riproposto il celebre slogan del maggio francese: “ce n’est qu’un début, continuons le combat”. Beato chi ci crede. Io no, anche se sarei felice di sbagliarmi. Come non ho creduto alla differenza tra Potere al Popolo, e i suoi poco felici, anzi infelicissimi antecedenti: Rivoluzione Civile, Federazione della Sinistra, Sinistra Arcobaleno. Qui la voce che risuona è ancora, direttamente, quella di Gramsci: “La storia è maestra, ma gli uomini sono cattivi allievi”. Non abbiamo imparato nulla da quelle sconfitte, anzi, via via, abbiamo peggiorato il risultato, abbiamo ottenuto esiti sempre meno esaltanti, fino a risultare francamente deprimenti. Eppure, l’entusiasmo, ove non temperato da razionalità, realismo, rigore, fa prendere delle cantonate micidiali: abbiamo visto, e avrei personalmente preferito non vedere, lo stolido festeggiamento postelettorale, in diretta tv, in Rete, sui social. Come se l’obiettivo perseguito dalla lista fosse stato non il 3% ma l’1! E mi ha provocato imbarazzo e fastidio leggere commenti che esaltavano quell’ubriacatura postelettorale, quasi riprova che l’obiettivo era centrato e che la carovana era ormai partita, diretta verso il Sol dell’Avvenire. Un’altra “gioiosa macchina da guerra”?

Puntare tutto o quasi sull’entusiasmo (le liste di PaP erano farcite di nomi presi “dalle lotte”, senza altri titoli qualificativi, perlopiù), da un canto, sulla propaganda dall’altro, ha fatto scomparire la necessità dell’istruzione, intendendo col termine ovviamente molto di più del leggere, scrivere e far di conto… È stato insomma trascurato un fattore essenziale, per Gramsci: il “fattore C”, come Cultura. Ma è stato anche negletto quel tratto che Palmiro Togliatti per primo aveva sottolineato in Gramsci, come frutto dell’incontro, potrei dire, tra un dato interiore, del giovane Antonio, nel suo periodo torinese, e un dato ambientale: quel disdegno, quella “repugnanza persino morale verso ogni forma di dilettantismo e di sciatteria”. Le poche assemblee di PaP a cui ho assistito, perlopiù davanti allo schermo del mio pc, sono stati altrettanti esempi di pressapochismo, e quasi sempre di caos; certo l’entusiasmo era debordante, e ha contagiato tanti che pure inizialmente erano tiepidi. E il popolo di Facebook si è persuaso che fosse “la volta buona”. La mia impressione è che si sia gettato a mare, oltre al primo precetto gramsciano, anche il terzo: “Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. Dov’era l’organizzazione? Se non desolantemente assente, certo pesantemente sottovalutata.

La colpa più grave, però, o se preferite l’errore irredimibile, è di avere scambiato Facebook per la piazza del mercato, per un piazzale davanti alle officine, per un autogrill sull’autostrada, per una parrocchia di periferia, per un autobus affollato in ora di punta in una metropoli, per un vagone di pendolari dondolante nel treno in ritardo verso casa alle sei del pomeriggio. Su Facebook essendo la rete suddivisa in piccole communities, è stato non soltanto facile ma inevitabile incontrarsi coi propri simili: tutti a ripetere i medesimi slogan, spandendo certezza, francamente fuori luogo (un po’ di prudenza, no?!), sottolineando (contro ogni sondaggio scientifico, con tutti i loro limiti), la crescita settimana dopo settimana delle aspettative, che a un mese dal voto erano diventate certezze: della vittoria “a portata di mano”. Come ha scritto più d’un osservatore, sarebbe stato preferibile (diciamo indispensabile) che una lista che vuole donare il potere al popolo, lo avesse un minimo frequentato e conosciuto, quel popolo. Gramsci voleva conoscere gli operai “in carne ed ossa”: voleva vivere la loro vita, rendersi conto dei loro problemi, da vicino: voleva addirittura “andare a scuola” da loro. La sinistra radicale di PaP ha preferito battere su parole d’ordine generalissime e genericissime, evitando di entrare nel merito di ciò che il “popolo” sente, teme, spera. Il tema migrazioni è stato il cuore della campagna elettorale. PaP lo ha snobbato, riducendolo a parole d’ordine kantiane (diritto all’universale ospitalità…) o cattoliche (solidarietà, accoglienza, fratellanza…). Si è fatto un ricorso abnorme, comunque raramente giustificato (non foss’altro perché non argomentato), a termini come “razzismo”, “xenofobia”, “fascismo”, e ad espressioni stucchevoli quali “paura del diverso” e via seguitando, nei luoghi comuni di chi parla a se stesso e a quegli happy few che sono a lui simili, che hanno alle spalle ottime letture, viaggi intercontinentali, amicizie cosmopolitiche… Questo sarebbe il “popolo ribelle” che figura come insegna nel Programma di Pap? Non è mai sorto il dubbio che esistesse un “altro popolo”, con il quale forse sarebbero occorsi altri ragionamenti, altro lessico, altro tipo di presenza? Insomma, l’impressione è che neppure si sia tentato di interloquire con il “popolo”, quello vero. E che era più agevole, e più gratificante, senz’altro, “parlarci tra di noi”, in sintesi.

Argomenti astratti contrapposti a paure concrete. Colpisce nel Programma l’alternanza di proposte concrete (abolizione dell’ergastolo o del 41 bis: peraltro due punti assolutamente non prioritari, oltre che assai discutibili) e di petizioni di principio (“ripudiare la guerra”, che appartengono agli ideali, ma non costituiscono punti programmatici). L’assemblearismo non sempre aiuta, anche se è stato sottolineato nella comunicazione di PaP, come un punto decisivo, dirimente, e qualificante: PaP ha insistito soprattutto, prima e più che sui contenuti e sull’obiettivo elettorale, sulla metodologia con cui la lista è nata e con la quale si sono individuate le candidature e scritto il Programma. Che, in generale, è apparso soprattutto un libro dei sogni: non sarebbe stato meglio farne uno più conciso, indicando punti concretamente realizzabili nell’arco di una legislatura? L’etichetta “capo” con l’aggiunta dell’attributo “politico” è purtroppo prevista dall’assurdo dispositivo del “Rosatellum”, una legge elettorale con evidenti sospetti di incostituzionalità quanto meno parziale. Ad ogni modo,oggetto di una nomination proveniente direttamente dal collettivo che ha lanciato la sfida, il napoletano Je so’pazzo, la fino a poche settimane prima del tutto sconosciuta (a parte gli studiosi di Franz Fanon, di cui è apprezzabile cultrice), Viola Carofalo. Una designazione che ha lasciato perplessi, francamente: troppo estemporanea, troppo legata al gruppo partenopeo, troppo condizionata, ritengo, da elementi estrinseci. Donna, giovane, precaria, che avrebbe dovuto sfidare un universo maschile, strutturato, garantito. Bastava questo? Al di là delle ragioni che l’hanno portata al ruolo di “capo politico”, Carofalo non è parsa andare oltre il ben noto formulario della estrema sinistra. Ha mostrato di sapersela cavare nei talk show, per quei pochi secondi che le venivano concessi, ma la limitatezza delle sue analisi era evidente, specchio di una inadeguatezza generale. Ora, scrive Gramsci, anche il movimento proletario ha bisogno di “capi”, ma come si diventa tali? Lo si diventa con lo studio e con la lotta, lo si diventa attraverso un lungo processo di selezione, dal basso, in cui si definiscono collettivamente le istanze di cui il “capo” sarà poi espressione, guida, e garante. Lenin, a cui si riferisce l’analisi gramsciana (del 1924), è certo un modello inimitabile; ma Viola Carofalo aveva i numeri per essere “capo”? Certo, ancora una volta i tempi stretti aiutano a spiegare; ma, appunto, lo si sapeva. Anche su questo piano, il processo di selezione avrebbe dovuto essere assai più attento, e rigoroso; e francamente, più corale.

Infine, in relazione al progetto politico di PaP. Non un cartello elettorale, si è ripetuto fino alla noia, prima del voto, a mo’ di incoraggiamento agli elettori, e di differenziazione dalle penose esperienze del passato; la tesi è stata ribadita da quasi tutti i personaggi rappresentativi di PaP, per digerire e far digerire la sconfitta. Curioso, che nessuno di loro abbia appunto fatto ricorso a questa parola, “sconfitta” o suo sinonimo, dimostrando di essere pienamente dentro il “politicismo partitocratico” così aborrito. Se Potere al Popolo intendeva essere un progetto politico, non si sarebbero dovuti accettare le forze organizzate nel suo seno. Il progetto nasce se si costruisce una unità, non una coalizione provvisoria, non una sommatoria di partitini, non un cartello di sigle. A dispetto delle dichiarazioni contrarie si è dato vita solo a questo. Ancora una volta Gramsci ci è utile, con la sua preoccupazione unitaria, che, tuttavia, prevede anche il momento della distinzione. Pap come LeU hanno fallito anche su questo piano, mentre la destra,pure con la furbizia di ciascun leader che cercava di fregare gli altri, ha realizzato una unione provvisoria, per vincere le elezioni. Tutto qui. E ha funzionato. Inutile, insomma, millantare “progetti politici” che non si è in grado di mantenere, e abbastanza sconcertante il non ammettere la sconfitta. Che è specchio di un fallimento epocale di ciò che rimaneva della sinistra in questo nostro paese sfortunato. Una sinistra che ha rinunciato ad essere se stessa, né ha saputo essere altro, ridefinirsi, rilanciarsi, magari rinunciando persino all’etichetta, sbiadita, di “sinistra”. E se si vuole usare una diversa insegna, ancor più impegnativo, quale “popolo”, allora occorre farsi popolo. Lo hanno fatto M5S e Lega Nord; noi “di sinistra” abbiamo addirittura rinunciato a tentare di farlo. Siamo rimasti chiusi nei nostri spazi (le assemblee quanto erano rappresentative dei milioni di “subalterni”: categoria inventata da Gramsci per indicare una platea assai più ampia e comprensiva, e vicina al nostro tempo, che classe operaia o proletariato industriale. Abbiamo guardato con interesse scientifico i subaltern studies, ma non siamo stati capaci di intercettare e far venire alle urne, e votare “l’unica lista di sinistra”, come ripeteva, stentorea, Viola Carofalo, quei milioni di proletari, sottoproletari, pensionati al minimo, casalinghe a 400 euro di sussidio, disoccupati e inoccupati, precari, lavoratori al nero, sottopagati e super sfruttati, che manco hanno il tempo né la forza di interrogarsi sul proprio presente, figurarsi sul proprio futuro nell’eden dell’eguaglianza assoluta, della società delle masse che si autogovernano… Condivido le parole di Gaetano Azzariti (sempre sul Manifesto, 12 marzo) che ha spiegato che la sinistra ha perso “perché s’è chiusa in sé stessa. Non riesce più a prospettare un cambiamento reale della vita delle persone, le quali si sentono sempre più abbandonate dalle forze politiche di sinistra”. E ha aggiunto: “infatti i ‘dimenticati’ guardano altrove, spesso alla destra populista. Per provare a sopravvivere la sinistra deve smetterla di pensare alle proprie piccole cose, che troppo spesso coincidono con la difesa di rendite di posizione personale e la voglia di regolare i conti solo all’interno delle proprie organizzazioni politiche ormai esangui”. PaP è un esempio paradigmatico di questo comportamento. E oggi, nel “day after”, non possiamo che constatare, se siamo onesti, dietro la disfatta di Potere al Popolo, la scomparsa di una identità, quella della sinistra, la sua fuoruscita dal mercato politico, la sua fine come attore in grado di muovere masse, anche minoritarie, ma pur sempre masse. Ha scritto Marco Revelli (il Manifesto, 9 marzo) “in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola”. Tristemente vero.

E ritorno al mio Gramsci. La mancata distinzione tra fenomeni organici e fenomeni di congiuntura, spiega Gramsci (nel famoso Quaderno 13), è gravida di pesanti implicazioni. “L’errore in cui si cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel non saper trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale”. Non aggiungo altro. Mi pare, in conclusione, che abbia ragione chi ha scritto (Gianpasquale Santomassimo, sul Manifesto, 10 marzo): “Senza ripensare tutto sarà impossibile ripartire”. Altro che tranquillamente e con finta convinzione ripetere: questo uno per cento, o poco più, è solo l’inizio; altro che dire che c’è ragione di gioire; altro che ripetere che “il progetto va avanti”. Se si vuole dare un senso alla sconfitta di oggi, occorre ripartire dallo studio, serio, che va affiancato certamente dalle lotte, ma è insostituibile. In tal senso rimane sempre valido l’ammonimento stavolta non di Antonio (Gramsci), ma di Rosa (Luxemburg): “La morale è questa: c’è tanto da fare, ma soprattutto tanto da studiare”.

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