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sinistra

Il “paradosso di Lenin”, la politica-struttura e l’effetto di sdoppiamento

di Roberto Sidoli

Di seguito la relazione di Roberto Sidoli all'assemblea del Centro Culturale Concetto Marchesi, tenuta il 14 settebre 2019

140 008 1Voglio focalizzare l’attenzione sul collegamento esistente tra lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento e il “paradosso di Lenin”, avente per oggetto il rapporto generale tra la sfera politica e quella economica, oltre che sullo sdoppiamento della stessa sfera politica in politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica intesa come espressione concentrata dell’economia.

Secondo la tesi dello sdoppiamento, dopo il 9000 a.C. e con l’inizio della rivoluzione tecnologica neolitica, non solo il genere umano è entrato nell’era del surplus, costante e accumulabile, ma altresì si è creato e consolidato un campo di potenzialità alternative, di matrice produttiva e politico-sociale, determinando quindi la simultanea genesi e cristallizzazione plurimillenaria – fino ad arrivare ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio – sia di una “linea rossa” collettivistica, gilanica e cooperativa (a partire dalla protocittà egualitaria di Gerico, 8500 a.C.) che invece di una variegata e alternativa “linea nera” di matrice classista, militarista e patriarcale, come nel lontano caso di quei predoni Kurgan che, con le loro sanguinose invasioni, infestarono l’Eurasia dal 4000 a.C. e per molti secoli.

Giorgio Galli recentemente si è chiesto: “la teoria dello sdoppiamento è compatibile con la teoria marxista? A me pare di si”.

Il celebre studioso milanese ha ragione e coglie nel segno.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento risulta infatti compatibile con la concezione marxista anche perché costituisce uno sviluppo creativo di quest’ultimo, sviluppo basato su una miriade di fatti concreti che purtroppo in gran parte non risultavano a disposizione del geniale Karl Marx, morto nel lontano 1883: un Karl Marx che, per fare un solo esempio, non aveva (senza colpa alcuna) neanche il minimo sentore della fase di riproduzione plurimillenaria della “rossa” e collettivistica protocittà di Gerico, a partire dall’8500 a.C. e quindi dieci millenni or sono.

La teoria dell’effetto di sdoppiamento concorda senza alcun problema con il marxismo per così dire ortodosso rispetto all’esistenza plurimillenaria di una “Fase uno” (2.300.000-10.000 a.C.), durante il processo di sviluppo del genere umano: tappa storica contraddistinta sia dal comunismo primitivo che dall’impossibilità materiale per qualunque forma di sfruttamento della forza-lavoro, visto che l’allora molto basso livello di sviluppo delle forze produttive non consentiva che si producesse alcun surplus e pluspro-dotto, costante e accumulabile, a vantaggio di ipotetici sfruttatori del paleolitico.

Lo schema dell’effetto di sdoppiamento risulta altresì perfettamente in sintonia con il marxismo per così dire tradizionale anche riguardo alla previsione per cui, in assenza di una guerra nucleare su scala mondiale (ossia la forma ipermoderna di “comune rovina delle classi in lotta”; proposta in modo geniale da Marx ed Engels fin dal 1848), il processo di trasformazione del genere umano vedrà una “Fase tre” contraddistinta dal generoso comunismo sviluppato della gratuità e dell’abbondanza, mediante la regola gioiosa e fraterna del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Visto lo sviluppo esponenziale della robotica e dell’Intelligenza Artificiale, per limitarsi a soli due elementi della stupefacente rivoluzione tecnoscientifica in corso, entro un secolo al massimo (al massimo, non al minimo…) scompariranno come minimo gran parte delle attività lavorative umane ripetitive, sia di natura mentale che manuale, rendendo pertanto non solo desiderabile ma altresì possibile, guerre nucleari permettendo, il comunismo sviluppato e quel magnifico “diritto all’ozio” delineato da Paul Lafargue più di un secolo fa; rendendo perfettamente praticabile, sul piano materiale, e l’eliminazione della legge del valore e la scarsità relativa di beni di consumo, oltre ad anticaglie storiche quali gli stessi apparati statali, creando pertanto le condizioni indispensabili all’inizio della “vera storia” (Marx) della nostra specie e di un nuovo eone denso di potenzialità prometeiche, di contraddizioni inebrianti e di avventure su dimensioni difficili anche solo da immaginare, all’inizio del terzo millennio.

E per quanto riguarda invece l’intermedia “Fase due” dell’umanità, sorta a partire dalla rivoluzione produttiva del neolitico e attualmente in divenire tumultuoso?

Tutta una serie di fatti testardi e di elementi concreti, in gran parte sconosciuti a Marx perché scoperti oppure avvenuti dopo il marzo 1883, dimostrano che è venuta alla luce a partire dal 9000 a.C. una singolarità storica, tuttora in corso.

Un big-bang storico, per dirla in altri termini, tuttora in via di sviluppo.

L’apertura di un ampio spettro di potenzialità alternative; una sorta di esplosione quantistica all’interno della concreta praxis sociale della nostra specie, con un orizzonte intriso di diverse potenzialità socioproduttive e politico-sociali, sia positive che negative.

Le diverse tendenze e polarità sociali ed economiche, cooperative o classiste, si rivelarono nella pratica collettiva umana fin dall’8500 a.C. con la sopracitata Gerico, a sua volta splendido frutto maturato attraverso il formidabile salto di qualità tecnologico del neolitico, durante il quale emersero sia civiltà classiste-elitarie sia culture e protocittà collettivistiche.

Per fornire alcuni esempi concreti della teoria dello sdoppiamento, a partire dal 9000 a.C., si può subito notare che durante il neolitico-calcolitico le millenarie civiltà collettivistiche degli Ubaid, nell’odierno Iraq, e di Vinca nei Balcani si scontrarono con i feroci predoni kurgan prima, e indoeuropei in seguito.

Abbiamo inoltre la “città del sole” di Aristonico e quella in seguito guidata dallo schiavo Euno, in Sicilia, contrapposte all’impero schiavistico romano.

Le comuni rurali, sorte in tutto il mondo e con forti tendenze collettivistiche, furono sia unite che soggiogate dal feudalesimo e dal modo di produzione asiatico, a cui fornivano il surplus produttivo per le élites laiche o religiose.

Passando all’epoca contemporanea e in presenza di casi concreti con uno sviluppo qualitativo simile delle forze produttive, pensiamo alla Russia bolscevica, contrapposta alla Russia “bianca” e borghese del 1917-20.

Unione Sovietica contro Stati Uniti, dal 1945 al 1990: sdoppiamento planetario tra capitalismo e socialismo.

Corea del Nord contro Corea del Sud, dal 1945 ad oggi.

Cuba socialista e la vergognosa base USA di Guantanamo, sempre sul suolo cubano.

Il Venezuela di Maduro contro il corrotto Venezuela di Guaidò, eterodiretto dall’imperialismo americano.

Gli esempi in questo senso potrebbero essere moltiplicati facilmente, a partire dalla NEP leninista del 1921-28 e dai suoi eredi odierni e dell’inizio del terzo millennio, in importantissime aree del mondo quali la Cina.

Ma a cosa serve concretamente la tesi dell’effetto di sdoppiamento, con la sua analisi dell’epoca “sdoppiata” del surplus dal 9000 a.C. fino ai nostri giorni?

Se tale schema generale corrisponde approssimativamente alla verità, e cioè al processo dinamico e contraddittorio di sviluppo del genere umano dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, esso svolgerebbe un ruolo positivo intrinseco innanzitutto perché, come aveva rilevato Lenin, “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Per trasformare la realtà, infatti, bisogna ben comprenderla e ben interpretarla. E a tale scopo serve costantemente una diretta pratica politico-sociale, individuale e collettiva, ma anche e simultaneamente un processo di analisi della pratica collettiva presente e passata, con un ininterrotto processo di esame critico e autocritico del passato recente e meno recente, delle sue diverse tendenze e controtendenze, della dialettica storica creatasi all’interno delle multiformi formazioni economico-sociali sviluppatesi negli ultimi millenni.

La celebre e geniale undicesima tesi su Feuerbach, elaborata nel 1845 da Marx, afferma infatti correttamente che «i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi: si tratta però di trasformarlo»; ma essa non implica in alcun caso che bisogna smettere di conoscere e interpretare il processo di sviluppo del mondo e che tale forma di pratica umana sia inutile, se non addirittura dannosa.

Altrimenti non si riuscirebbe assolutamente a capire, se non chiamando in causa la categoria del masochismo, per quale ragione Marx avesse passato più di vent’anni al British Museum di Londra, al solo scopo di elaborare la critica dell’economia politica borghese; perché egli avesse scritto nel 1875 la splendida Critica al programma di Gotha, o per quale ragione in seguito egli si fosse affannato a scrivere e riscrivere più volte la lettera a Vera Zasulich nell’inverno del 1881, sempre al fine di “interpretare il mondo”.

In seconda battuta la teoria dell’effetto di sdoppiamento può svolgere una duplice funzione, ossia di legittimazione di alcune pratiche positive dei militanti anticapitalistici e di delegittimazione invece di altre modalità d’azione (e atteggiamenti mentali) negative, da essi sviluppate di frequente nel corso degli ultimi due secoli.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento aiuta infatti a stimolare e sostenere:

  • le pratiche politiche (politico-sociali, politico-sindacali ecc.) degli attivisti anticapitalisti: far politica serve e diventa decisivo proprio perché la sfera politica è diventata l’anello centrale dell’attività umana dopo il 9000 a.C., con la genesi dell’era del surplus costante-accumulabile e del derivato effetto di sdoppiamento;

  • l’assunzione di una responsabilità diretta delle forze anticapitalistiche per il futuro del genere umano, visto che la nostra pratica politica collettiva contribuisce direttamente a indirizzarla in un senso o nell’altro, a sfruttare oppure non sfruttare le potenzialità socioproduttive offerte dall’effetto di sdoppiamento, a spostare “l’ago della bilancia storica” in un senso o nell’altro.

La migliore Rosa Luxemburg, quella del 1914-17, ha evidenziato il ruolo decisivo svolto dalla pratica politico-sociale nell’indirizzare il destino del genere umano notando, durante il primo macello interimperialistico che, «noi» (noi esseri umani e movimento anticapitalistico del tempo) «ci troviamo oggi, proprio come F. Engels aveva presagito una generazione addietro, quarant’anni fa, davanti alla scelta: o trionfo dell’imperialismo e crollo di tutta la civiltà come nell’antica Roma, spopolamento, distruzione, degenerazione, un grande cimitero, oppure vittoria del socialismo, cioè dell’azione cosciente di lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed il suo metodo: la guerra. Questo è un dilemma della storia mondiale, un’alternativa, in cui i piatti della bilancia oscillano tremando davanti alla decisione del proletariato cosciente.

Il futuro della civiltà e dell’umanità dipende dal fatto che il proletariato sappia, con decisione virile, gettare la sua spada rivoluzionaria sulla bilancia… Tutta la desolazione e la vergogna» (in cui era caduta la socialdemocrazia tedesca, dopo il 4 agosto 1914 e la sua approvazione della guerra imperialistica) «possono essere controbilanciati soltanto se noi dalla guerra e nella guerra impariamo come il proletariato può redimersi dal ruolo di un servo nelle mani delle classi dominanti a quello di padrone del suo destino».

Parole valide non solo per il 1916-17, a mio avviso, sull’alternativa storica in oggetto, ma anche all'inizio del terzo millennio.

La teoria in esame serve altresì a legittimare anche la resistenza offerta costantemente, seppur con alterno successo, dal movimento anticapitalistico contro l’avversario di classe, a dispetto della sua apparente strapotenza e invincibilità: secondo la teoria in esame, niente è conquistato per sempre ma allo stesso tempo niente è perso per sempre sul piano politico-sociale, guerra atomica mondiale permettendo.

Infatti anche alcune colossali sconfitte storiche incontrate dal movimento operaio rivoluzionario, come quella subita nel 1914-16, a determinate condizioni lasciarono il campo a colossali vittorie di quest’ultimo (Russia, 1917-20); già B. Brecht, nella sua splendida poesia intitolata “Lode della dialettica”, notò che i “vinti di oggi sono i vincitori del domani e il mai diventa oggi!”.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento serve invece a criticare e delegittimare:

  • l’economicismo, inteso come culto ingiustificato del livello di maturità delle forze produttive. Le condizioni oggettive per l’affermazione della “linea rossa”, ossia a favore di un processo di sviluppo di matrice collettivistica del genere umano, esistevano già nel 9000 a.C., anche se allora solo in alcune aree geopolitiche all’avanguardia nella grandiosa rivoluzione produttiva del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” ed egualitaria di Gerico;

  • il disinteresse per la lotta politica e per l’acquisizione rivoluzionaria del controllo degli apparati statali, con forme pacifiche oppure violente a seconda delle condizioni storiche concrete;

  • la fiducia nel determinismo storico, giustamente detestato da W. Benjamin e inteso soprattutto come “inevitabile vittoria delle forze del progresso”. Una volta smentita e falsificata da dure sconfitte (1989-91), tale credenza tra l’altro si trasforma inevitabilmente nella tacita acquiescenza di massa di fronte alla “presunta fine nella storia” (Fukuyama) e al trionfo dei soliti “ricchi e potenti”, facendo sì che “tra gli oppressi molti dicano ora: quel che vogliamo, non verrà mai” (B. Brecht, ancora “Lode della dialettica”).

Inoltre la teoria dell’effetto di sdoppiamento prevede, anche per il presente e per i nostri tempi, che una radicale trasformazione dei decisivi rapporti di forza politici (ivi compresi quelli politico-militari, il grado di consenso di massa rispetto alle strutture socioproduttive dominanti ecc.) comporti e determini simultaneamente e a cascata un radicale mutamento anche nei precedenti rapporti sociali di produzione e di distribuzione, sia nelle società capitalistiche che in quelle (almeno in parte) ancora oggi collettivistiche.

Un’anticipazione e una prognosi che proprio la dinamica politica futura e su scala planetaria potrà confermare o smentire, verificare o falsificare, a partire da quel particolare “laboratorio politico”, di portata mondiale, costituito dal Venezuela bolivariano di Chavez e Maduro.

Ma non solo: lo schema teorico dell’effetto di sdoppiamento può essere usato anche per fornire una solida base di riferimento al “paradosso di Lenin”.

In cosa consiste tale “paradosso di Lenin”? La politica al posto di comando, in estrema sintesi.

Se si analizzano infatti le relazioni collettive riprodottesi negli ultimi seimila anni, proprio lo sviluppo (fondamentale solo in ultima istanza) dalle forze produttive sociali non ha fatto altro che consolidare il primato del “politico”, ossia il ruolo decisivo della sfera politica e degli apparati statali per la stessa riproduzione dei rapporti sociali di produzione, classisti o collettivistici, e per i risultati delle dinamiche socioproduttive.

Se si esamina il complesso multiforme di relazioni formatesi negli ultimi sei millenni tra sfera politica e interessi economici di classe, tra sfera politica e lotte di classe economiche, tra sfera politica e lotte materiali di frazioni e segmenti della stessa classe privilegiata, tra sfera politica e guerre-riarmo, tra sfera politica e tasse-moneta, tra sfera politica e la difesa-attacco alla proprietà privata (o pubblica), tra sfera politica e gli indirizzi generali della politica economica, via via affermatesi all’interno delle società classiste (o del socialismo deformato), emerge infatti un paradosso storico-teorico di grande rilevanza: e cioè che il “mezzo”, alias la sfera politica, ha assunto costantemente il primato e l’egemonia sul “fine”, ossia sulla sfera economica dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe.

Si tratta di un paradosso della scienza politica scoperto fin dal “Che fare?” del 1902: e a tal proposito si deve fare riferimento proprio al contributo teorico di Lenin che, forte di una lunghissima esperienza politica e di governo dall’ottobre 1917, trovò nel gennaio 1921 la soluzione più creativa e veritiera a uno dei nodi centrali della scienza politica, superando una delle contraddizioni presenti nella praxis teorica secolare del marxismo.

Durante un’accesa discussione sviluppatasi all’interno del partito bolscevico sul ruolo generale e sulle funzioni dei sindacati in uno stato post-rivoluzionario, Lenin descrisse infatti la sfera politica come “espressione concentrata dell’economia”, che tra l’altro non può che avere il “primato” e la supremazia “sull’economia”, ossia sugli interessi economici via via espressi dalle diverse classi sociali.

Lenin sottolineò con chiarezza che «è strano che si debba di nuovo porre una questione così elementare. Purtroppo Trotzky e Bukharin mi costringono a farlo. Entrambi mi rimproverano di “sostituire” un problema ad un altro, oppure di impostarlo “politicamente” mentre essi lo impostano “economicamente”. Bukharin lo ha persino detto nelle sue tesi e ha cercato di “elevarsi al di sopra” delle due parti: io riunisco l’una e l’altra impostazione, egli dice. L’errore teorico è palese. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ho ripetuto nel mio discorso, perché mi ero già sentito rimproverare la mia impostazione “politica”, rimprovero assolutamente privo di senso e inammissibile in bocca ad un marxista. La politica non può non avere il primato sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

La mia valutazione politica è forse errata? Ditelo e dimostratelo. Ma dire (o anche solo ammettere indirettamente l’idea) che l’impostazione politica è equivalente a quella “economica”, che si può prendere “l’una e l’altra”, significa dimenticare l’abbiccì del marxismo.

In altre parole, l’impostazione politica significa: se noi trattiamo i sindacati in modo errato, sarà la fine del potere sovietico, della dittatura del proletariato (Una scissione tra il partito e i sindacati, se il partito avesse torto, farebbe certamente crollare il potere sovietico in un paese contadino come la Russia). Si può (e si deve) verificare a fondo questa considerazione, cioè esaminare, approfondire, decidere se questa impostazione è giusta o no. Ma dire: io “apprezzo” la vostra impostazione politica, “ma” essa è soltanto politica, mentre a noi ne occorre “anche una economica”, è come dire: io “apprezzo” la vostra considerazione secondo la quale facendo un determinato passo vi romperete il collo, ma tenete anche conto che è meglio essere sazi e vestiti anziché affamati e nudi.

Bukharin, preconizzando l’unione del punto di vista politico e di quello economico, è teoricamente scivolato nell’eclettismo.

Trotzky e Bukharin presentano le cose in questo modo: vedete, noi ci preoccupiamo dello sviluppo della produzione, voi invece soltanto della democrazia formale. È falso, perché il problema si pone (e, da marxisti, si può porre) soltanto così: senza una giusta impostazione politica una determinata classe non può mantenere il suo dominio, e non può quindi neppure assolvere il suo compito nella produzione».

La sfera politica, la “politica non può non avere il primato sull’economia”, secondo Lenin.

A giudizio di Lenin la sfera politica, il potere decisionale-repressivo e l’azione degli apparati statali costituiscono infatti almeno in parte l’espressione concentrata dell’economia, dei rapporti sociali di produzione e degli interessi materiali di classe, sia di carattere generale che corporativo, visto che a suo corretto avviso nelle società di classe (oppure collettivistiche e post-rivoluzionarie) si riproduce ininterrottamente un rapporto dialettico tra politica ed economia, creando una forma di simbiosi inscindibile tra questi due importanti segmenti della pratica umana, nel quale il politico assume costantemente un ruolo egemonico.

Anche se si esamina un passo del suo Che fare del 1902 si può concludere, senza forzature, che a giudizio di Lenin la sfera e le lotte politiche nella società di classe rappresentano un’espressione concentrata e di grado superiore rispetto alle lotte economiche, che si svolgono per determinati interessi materiali di classi in conflitto tra di loro, visto che in polemica con il menscevico B. Kricevski egli affermava: «A pag. 4, protestando contro le accuse di eresia economica, secondo lui assolutamente ingiustificate, l’autore esclama pateticamente: “Quale socialdemocratico ignora che, secondo la dottrina di Marx ed Engels, gli interessi economici delle diverse classi hanno una funzione decisiva nella storia e che, per conseguenza, in particolare la lotta del proletariato per i suoi interessi economici deve avere somma importanza per il suo sviluppo di classe e la sua lotta liberatrice”. Questo “per conseguenza” è assolutamente fuori posto. Dal fatto che gli interessi economici esercitano una funzione decisiva non conseguente affatto che lotta economica (professionale) sia di sommo interesse, perché gli interessi essenziali, “decisivi”, delle classi possono essere soddisfatti soltanto con trasformazioni politiche radicali in generale, e particolarmente, l’interesse economico fondamentale del proletariato può essere soddisfatto soltanto con una rivoluzione politica che sostituisca alla dittatura della borghesia la dittatura del proletariato. B. Kricevski ripete il ragionamento dei “V. V. della socialdemocrazia russa” (la politica segue l’economia ecc.) e dei bersteniani della socialdemocrazia tedesca (con un ragionamento analogo, Woltmann, per esempio, dimostrava che gli operai devono incominciare ad acquistare la “forza economica” prima di pensare alla rivoluzione politica)».

Concetti chiari, quelli esposti già nel 1902 da Lenin: “gli interessi essenziali, decisivi delle classi possono essere soddisfatti solo con trasformazioni politiche radicali”.

Non solo: essendo ben conosciuto l’apprezzamento espresso giustamente da Lenin per la nota definizione di Clausewitz, che descrisse sinteticamente la guerra come “prosecuzione della politica con altri mezzi”, si può concludere come anche a giudizio del grande rivoluzionario russo la politica costituisse l’espressione concentrata delle lotte internazionali, aperte o latenti, violente o “pacifiche” (commerciali, diplomatiche, finanziarie) via via sviluppatesi tra le diverse formazioni statali, classiste o del socialismo deformato, che si sono presentate sull’arena storica mondiale negli ultimi sei millenni, a partire dal primo stato teocratico sumero fino all’inizio del terzo millennio e alla politica interstatale dei nostri giorni.

Non solo: la teorizzazione “eretica” prodotta da Lenin sul rapporto fra sfera politica ed economica prese lo spunto proprio da un acceso scontro politico interno che divise nel 1920-21 il partito bolscevico, mandatario politico di larghi settori di una sola classe sociale, la classe operaia urbana e rurale. E proprio lo stesso sviluppo di un’importante discussione politica sul ruolo dei sindacati all’interno dei bolscevichi, ossia della frazione maggioritaria e relativamente “disciplinata” di una particolare classe, a sua volta relativamente omogenea dal punto di vista produttivo-sociale, prova immediatamente e attesta con particolare evidenza come la politica costituisca altresì anche l’espressione concentrata delle lotte e degli scontri tra le diverse opzioni e scelte di priorità politiche che si manifestino nel seno di una medesima classe sociale e/o forza politica su determinate tematiche economiche, sociali e di politica internazionale, di rilevanza generale per la gestione degli affari comuni di una formazione statale per l’acquisizione e conquista del controllo del potere decisionale/repressivo.

Si può pertanto concludere che, a giudizio di Vladimir Ilic Ulianov, la politica costituisce l’espressione concentrata dell’economia e dei rapporti sociali di produzione, delle lotte economico-materiali di classe e dei conflitti tra formazioni statali, oltre che dello scontro tra opzioni alternative in campo socio-economico (o di altra natura) sostenute da segmenti politico-sociali di classi sociali diverse, o della stessa classe; la politica in pratica diventa il “riassunto degli antagonismi” delle società di classe, come notò Marx nel lontano 1847.

Nel luglio del 1917 e in un suo importante discorso come relatore ufficiale al sesto congresso del partito bolscevico, poco prima dell’Ottobre Rosso, Stalin dichiarò con chiarezza e lucidità che “esiste un marxismo creativo e un marxismo dogmatico”, e che lui stava dalla parte del primo.

Anch’io la penso come Stalin.

E penso che sia ormai tempo che si torni a sviluppare un marxismo creativo e antidogmatico, partendo ad esempio da fatti testardi e concreti come la rossa citta collettivistica di Gerico, nell’8500 a.C.; come la civiltà collettivistica degli Ubaid; come le comuni rurali, gli Ayllu andini, l’obscina e il mir russo ecc.; come il processo di riproduzione pluridecennale dell’URSS, o di Cuba socialista e via elencando, a partire dal glorioso Ottobre Rosso del 1917.

Per affrontare in anticipo possibili accuse di politicismo, leggiamoci assieme un passo di uno splendido scritto di Lenin avente per oggetto niente di meno che la stessa valutazione della rivoluzione bolscevica.

Si tratta dell’articolo “Sulla nostra rivoluzione”, elaborato dal geniale Lenin nel gennaio del 1923 in polemica con il menscevico e “marxista” (marxista-economicista) N. Suchanov e, simultaneamente, in difesa della praxis politico-sociale che i comunisti adottarono nel 1917-23, demolendo le teorie economiciste e “marxiste” sull’immaturità oggettiva della Russia per il socialismo.

Lenin sottolineò infatti che “Per esempio, è infinitamente banale il loro argomento, studiato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell'Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo e secondo il quale da noi non esisterebbero, come dicono diversi signori "scienziati" che militano nelle loro fila, le premesse economiche obiettive per il socialismo. E non viene in mente a nessuno di domandarsi: ma un popolo che era davanti a una situazione rivoluzionaria, quale si era creata nella prima guerra imperialista, sotto l'imminenza di questa situazione senza via di uscita, non poteva forse gettarsi in una lotta che gli apriva almeno qualche speranza di conquistarsi condizioni non del tutto ordinarie per un ulteriore progresso della civiltà?

La Russia non ha raggiunto il livello di sviluppo delle forze produttive sulla base del quale è possibile il socialismo. Tutti gli eroi della II Internazionale, compreso naturalmente Suchanov, presentano questa tesi come oro colato. Questa tesi indiscutibile, la rimasticano continuamente e la considerano come decisiva per l'apprezzamento della nostra rivoluzione.

Ma che cosa fare se l'originalità della situazione ha innanzi tutto condotto la Russia nella guerra imperialista mondiale, nella quale erano coinvolti tutti i paesi dell'Europa occidentale che avevano una qualche influenza, ha creato per il suo sviluppo - nei confini della rivoluzione iniziantesi e in parte già iniziata in oriente - condizioni in cui noi potevamo attuare precisamente quella unione della "guerra dei contadini" con il movimento operaio, di cui parlava, come di una prospettiva possibile, un "marxista" come Marx, nei 1856, a proposito della Prussia?

Se per creare il socialismo occorre un certo grado di cultura (quantunque nessuno possa dire quale sia di preciso questo certo "grado di cultura", dato che esso è diverso in ogni Stato dell'Europa occidentale), perché non dovremmo allora cominciare con la conquista, per via rivoluzionaria, delle premesse necessarie per questo certo grado, in modo da potere in seguito - sulla base del potere operaio e contadino e del regime sovietico - metterci in marcia per raggiungere gli altri popoli?

Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso li socialismo? In quali libri avete letto che simili modificazioni di forma nello svolgimento storico ordinario sono inammissibili o impossibili?

Napoleone, se ben ricordo, scrisse "On s'engage et puis... on voit". Liberamente tradotto, ciò significa: "Prima bisogna impegnarsi in un combattimento serio e poi si vedrà". Ed ecco che anche noi, nell'ottobre 1917, ci siamo impegnati dapprima in un combattimento serio e soltanto dopo abbiamo visto taluni particolari dello sviluppo (dal punto di vista della storia mondiale, questi sono indubbiamente dei particolari), come la pace di Brest, o la Nuova politica economica, ecc. E oggi non v'è più alcun dubbio che, in linea generale, noi abbiamo ottenuto la vittoria”.

Un Lenin geniale, anche nella sua polemica contro l’economicismo “ortodosso” e pseudomarxista della socialdemocrazia e di Suchanov, costruendo e cristallizzando una categoria politica molto creativa, quale la centralità della sfera politica e del controllo degli apparati statali anche nel creare le sopracitate “premesse della civiltà” mediante la “via rivoluzionaria”, nel generare quel “certo grado di cultura” mediante la “via rivoluzionaria”.

Siamo in presenza di un particolare processo politico-sociale, allo stesso tempo efficace e antidogmatico, che venne riprodotto in seguito su scala planetaria, seppur con alcune significative varianti, nella Corea del Nord del 1945 come nella Cina del 1925-49, a Cuba nel 1957-59, in Angola e Mozambico dal 1957 al 1975; stiamo dunque analizzando una particolare dialettica rivoluzionaria di portata mondiale, nella quale non certo gli stati più avanzati sul piano economico e tecnologico, ma invece proprio quelli arretrati rispetto al livello di sviluppo produttivo passarono all’avanguardia e acquisirono il primato nella lotta per il socialismo/comunismo, nel processo di sviluppo dei rapporti sociali di produzione e distribuzione del genere umano.

Va infine almeno esposta, seppur in maniera ipersintetica, un'altra novità teorica avente per oggetto lo sdoppiamento e la suddivisione tra politica-sovrastruttura e politica-struttura, ossia politica-espressione concentrata dell’economia. Uno sdoppiamento e una suddivisione che, almeno nei fatti e implicitamente, era già perfettamente chiara a Karl Marx almeno da quando egli scrisse il meraviglioso ventiquattresimo capitolo del primo libro del suo Capitale, dedicato all’accumulazione originaria del capitalismo: senza che purtroppo quasi mai i suoi eredi e i suoi successori sviluppassero, esplicitamente e sul piano dell’elaborazione teorica, tale particolare biforcazione per il non certo breve periodo di circa centocinquanta anni, dal 1867 fino ad arrivare ai nostri giorni.

Cosa rientra nella categoria di politica-sovrastruttura, nelle società di classe oppure socialiste?

In essa rientrano le teorie ideologie e utopie politico-sociali, in primo luogo.

In seconda battuta, le lotte per l’acquisizione o per il mantenimento del potere e del controllo degli apparati statali.

In terzo luogo, l’aspetto strettamente diplomatico e/o militare dei rapporti internazionali, tra stati o blocchi di stati più o meno consolidati (Unione Europea, ecc.).

E ancora, le lotte costituzionali e quelle riguardanti la modifica/conservazione delle modalità di relazioni tra i diversi nuclei di potere e apparati statali (repubblica o monarchia? Brexit o non Brexit? E così via.).

L’elenco può essere facilmente allungato, ma passiamo ora invece all’analisi delle coordinate della politica-struttura, ossia del secondo lato e aspetto generale del “continente politica”: ovviamente tale settore della sfera politica, sia delle società classiste che di quelle socialiste, più o meno deformate, riguarda l’azione e la pressione esercitata dai governi e apparati sui rapporti sociali di produzione e distribuzione, a partire dalla difesa o attacco alla proprietà privata e/o pubblica.

Per quanto riguarda le formazioni economico-sociali capitalistiche, molti degli anelli più importanti della politica-struttura e della politica-espressione concentrata dell’economia erano stati esposti da Marx nel sopracitato ventiquattresimo capitolo del primo volume del Capitale, pubblicato nel lontano 1867.

Politica-struttura intesa infatti da Marx come periodici interventi dei poteri pubblici, del governo e degli apparati statali sulla proprietà pubblica, con l’espropriazione dei produttori autonomi rurali e dei piccoli contadini inglesi dal 1500 al 1815. Si può benissimo utilizzare tale snodo teorico e soprattutto materiale anche per il processo d’indagine all’inizio del terzo millennio, seppur con una serie di modifiche rispetto al 1867, riguardo ai processi contemporanei di privatizzazione delle risorse, ricchezze e proprietà pubbliche.

Politica-struttura intesa altresì come creazione e riproduzione del debito pubblico, strumento molto efficace fin dal Quattrocento per la borghesia. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico, e soprattutto materiale, per il processo d’indagine sui nostri giorni, seppur come una serie di modifiche rispetto al 1867…

Politica-struttura intesa come politica doganale e relazioni commerciali con l’estero di ciascun stato. Si può benissimo utilizzare anche tale snodo teorico materiale, per l'esame della situazione creata all'inizio del terzo millennio su scala mondiale ed europeo.

Politica-struttura intesa anche come tasse e fisco, “esazioni fiscali” secondo la terminologia marxiana utilizzato nel ventiquattresimo capitolo del Capitale.

Politica-struttura come politica monetaria, tassi d’interesse, ecc.: politica, certo, ma politica economica.

Politica-struttura intesa come il lato strettamente economico e finanziario delle dinamiche internazionali e delle relazioni tra stati, ivi comprese quelle “guerre commerciali” descritte da Marx anche nel suo ventiquattresimo capitolo del primo libro del Capitale.

Politica-struttura che si concretizza anche nel macrosettore delle infrastrutture (porti, ferrovie, autostrade, sistemi satellitari, ecc.) e in un campo variegato ove, nelle società capitalistiche, è particolarmente forte la simbiosi tra poteri politici e profitti privati (si pensi solo alle vicende della TAV italo-francese e delle autostrade italiane).

Politica-struttura da intendersi anche come appalti pubblici indirizzati verso il settore civile e militare, nel secondo caso creando la principale base materiale per il processo di riproduzione di quel “complesso militar-industriale” descritto da Eisenhower nel gennaio del 1961, nel suo discorso di addio da presidente statunitense.

L’elenco dei tasselli multiformi delle pratiche e oggettivazioni sociali da me comprese, incluse e sintetizzate sotto la categoria teorica di politica-struttura (e politica-espressione concentrata dell’economia) può essere facilmente ampliata e allargata: ma esiste qualche analista, studioso, quadro politico e militante marxista che voglia iniziare ad elaborare teoria sullo sdoppiamento tra politica-struttura e politica-sovrastruttura?

Oppure sulle interconnessioni sussistenti tra i due segmenti in oggetto, a partire dalla carsica trasformazione della politica-sovrastruttura in politica-espressione concentrata dell’economia, e viceversa.

Bisognerà riesaminare con molta attenzione, in ogni caso, lo splendido concetto elaborato da Marx – e sempre contenuto nel sopracitato capitolo ventiquattresimo – secondo il quale la “violenza” dello stato, la violenza del potere dello stato risulta essere “essa stessa una potenza economica”.

Dunque violenza statale come “potenza economica”.

Dunque azione dei poteri statali intesa come “potenza economica”.

In embrione, dunque, emersione della categoria di “politica-struttura” e di politica-espressione concentrata dell'economia fin dal primo libro del Capitale e fin dal 1867.

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Comments

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Luca Benedini
Saturday, 30 November 2019 16:56
Caro sig. Roberto,
suppongo che la tua risposta, iniziata il 28 ottobre col commento n. 12, sia finita il 16 novembre col commento n. 20, visto che da allora hai smesso di postare quella serie di commenti l'uno sèguito dell'altro. A parte il fatto che hai mostrato un grande accumulo enciclopedico di informazioni storiche sul mondo antico, in tre settimane non hai espresso una sola parola sulle tre domande cruciali che ti ho posto e che riguardavano tutte gli ultimi due secoli. Credo che la questione a questo punto sia chiarissima... Auguri! L.
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Roberto Sidoli
Saturday, 16 November 2019 20:33
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
Anche in Egitto il periodo badariano e amraziano (5500-4000 a.C.) e la prima fase del Gerzeano/Nagada II (3900-3500 a.C.) furono contraddistinti dalla riproduzione di ben articolate strutture economico-sociali collettivistiche, in presenza e grazie alle quali si avviarono e svilupparono l’agricoltura e l’irrigazione artificiale, l’estrazione e lavorazione su larga scala della selce, la lavorazione artigianale dell’oro e l’arte ceramica.
Nell’Africa subsahariana, accanto e simultaneamente ai regni classisti via via comparsi in tale area a partire dal 300 d.C., si crearono alcune civiltà evolute prevalentemente collettivistiche, pacifiche e relativamente avanzate sul piano tecnologico-produttivo: la più progredita tra esse fu quella di Jenne-Jeno, che si sviluppò per più di un millennio tra il 500 a.C. ed il 1100 d.C. nella regione del Niger (Africa occidentale), in una fase di transizione dall’epoca neolitica a quella del ferro.
In questa area geoeconomica «un caso piuttosto singolare è rappresentato da alcune società, vissute intorno al delta interno del Niger, che, pur essendo straordinariamente complesse sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della concentrazione abitativa, non avevano né una struttura statale, né forme di potere centralizzato, i cui resti archeologici sono stati studiati per la prima volta negli anni settanta.
Le prime popolazioni a noi note dovettero insediarsi in queste regioni a partire dal 500 a.C. Esse conoscevano l’uso del ferro e dovettero costruire quel sistema integrato di agricoltura, pastorizia e pesca, che poi è sempre rimasto caratteristico di questa regione. Anche le attività artigianali erano progredite: la ceramica era raffinata, per gli insediamenti si usavano mattoni crudi, mentre esistevano elaborate tecniche di lavorazione del ferro e di altri metalli preziosi. (…) Il periodo più florido di queste società dovette verificarsi intorno all’800 d.C.: tre secoli dopo il sistema collassò rapidamente e la popolazione si ridusse a un decimo, non sappiamo se in relazione a cambiamenti climatici o a eventi esterni. In una località del delta, Jenne-Jeno, i resti archeologici hanno dimostrato l’esistenza di un agglomerato abitativo di circa 33 ettari. Le case, costruite in mattoni di argilla, erano poste una accanto all’altra, all’interno di un reticolo di strade piuttosto strette, con un mercato al centro, mentre l’intera area era racchiusa da un grosso muro di mattoni cilindrici. Jenne-Jeno non era isolata, ma circondata da altre 25 località dello stesso tipo, con una popolazione che è stata valutata intorno ai 27.000 abitanti. Gli archeologi che hanno studiato questi siti hanno ipotizzato una forte specializzazione economica della regione, con popolazioni diverse che si occupavano della pesca, dell’agricoltura e dell’allevamento. I modelli abitativi avrebbero rispecchiato questa differenziazione di compiti: pescatori, agricoltori, pastori, fabbri, vasai, tessitori avrebbero occupato siti distinti. Nel complesso, l’intero sistema, fondandosi sullo scambio, avrebbe funzionato come una città, ma in assenza di un’autorità centralizzata; questo è il motivo per cui si è parlato di “città senza cittadelle”.
Non abbiamo dati sufficienti per approfondire la natura di questo grande agglomerato di popolazione, con un’organizzazione sociale probabilmente molto più egualitaria che nelle società centralizzate. Certamente la presenza di Jenne-Jeno e di altri siti analoghi è la testimonianza della coesistenza in una regione geografica di sistemi sociali diversi e del fatto che non necessariamente le compagini statali sono in grado di inglobare in sé tutte le realtà circostanti.»
9sgck
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Roberto Sidoli
Thursday, 14 November 2019 10:20
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
Secondo alcuni storici, risulta chiara anche la matrice semicollettivistica dei rapporti di produzione e politici che contraddistinsero l’estesa rete di antiche civiltà sorte nelle pianure alluvionali dell’Indo e dei suoi cinque principali affluenti, nell’odierno Punjab, alias la cultura di Harappa e Mohenio-daro, dal nome delle due principali città dell’India neolitica che si riprodussero tra il 3500 ed il 1900 a.C., anche se va notato che fin dal 7000 a.C. si sviluppò nell’area in oggetto la città di Mehrgath (ora sommersa) nel golfo di Cambaye, sede di una sofisticata comunità di agricoltori le cui abitazioni erano già fatte in mattoni.
La civiltà di Harappa era formata da una pleiade di estese città (ne sono state ritrovate circa ottanta) che coesistettero pacificamente per oltre un millennio su un’area geografica estesa quasi come l’Europa occidentale raggiungendo livelli “ubaidici” di sviluppo delle forze produttive, visto che l’agricoltura basata su un sistema idrico artificiale produceva surplus notevoli di cereali e favoriva la crescita di grandi città con decine di migliaia di persone quali la stessa Harappa, con un perimetro di quattro chilometri, vie ben progettate e un magnifico sistema di fognature; la tecnica delle civiltà indiane preariane e delle sue corporazioni inoltre conosceva la ruota e la scrittura, la costruzione di carri e battelli, la tessitura del cotone, la ceramica e la tecnica della verniciatura.
Sul piano sociale, in ogni caso, le poche tombe ritrovate ad Harappa si mostravano senza eccezione disadorne e prive di una dotazione di oggetti di valore, mentre secondo G. Childe «né templi monumentali né palazzi né tombe attestano senza equivoci una concentrazione centralizzata di ricchezza, né suggeriscono la dominazione economica di una città dell’Indo da parte di una “grande casa”: sempre ad Harappa il più grande edificio era significativamente un granaio che misurava 150 piedi per 50, mentre a Mohenjo-daro una costruzione che occupava un intero isolato conteneva una vasca da bagno asfaltata e viene considerata un bagno pubblico.
Comode case a due piani in cotto, provviste di stanze da bagno e di un alloggio per il portinaio, che coprivano ben 97 piedi per 83, possono venir messe in contrasto con monotone file di casette in mattoni di fango, composte ciascuna di due sole stanze e di un cortile, e che non superavano la superficie di 56 piedi per 30. Senza dubbio il contrasto riflette una divisione della società in classi, ma, a quanto pare, soltanto fra mercanti o “uomini d’affari”, e lavoratori o artigiani. Una sorprendente ricchezza di ornamenti d’oro, d’argento, pietre preziose e porcellana, di vasellame di rame battuto e di utensili e di armi di metallo, è stata raccolta dalle rovine. La maggior parte pare proviene dalle case attribuite ai “ricchi mercanti”. Ma una quantità di arnesi di rame e di braccialetti d’oro è venuta fuori a Harappa nei “quartieri degli operai”. Nulla fa pensare a tesori regi.»

Non è casuale che la civiltà semicollettivistica di Harappa sia stata caratterizzata a livello religioso dalla presenza di divinità femminili e dal culto della fertilità, generalmente segno distintivo delle società gilaniche, egualitarie e pacifiche, tanto che secondo lo storico C. K. Maisels la civiltà dravidica della valle dell’Indo era organizzata come una federazione, un “commonwealth” in cui le varie comunità locali avevano uno status identico e il surplus restava nelle mani di coloro che lo producevano: «l’élite al comando aveva autorità non in virtù del suo potere economico sugli altri cittadini, bensì in virtù del consenso sociale di cui godeva presso i membri della comunità.»

Si trattò di una civiltà complessa ma con un basso livello di stratificazione sociale, a cui dopo molto tempo succedette la cultura ariana, ferocemente militarista e classista ma incapace di replicare le opere di canalizzazione urbana (a disposizione di tutti gli abitanti) create in precedenza dalle antiche città egualitarie dell’area geopolitica indiana.
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Roberto Sidoli
Tuesday, 12 November 2019 10:21
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
Nell’area dell’Europa centro-orientale si svilupparono tra il 6000 ed il 3000 a.C. avanzate culture collettivistiche (della civiltà di Vinca) che si estesero dai Balcani fino al Baltico: esse crearono la prima forma storica di protoscrittura, coltivarono cereali, produssero splendide ceramiche e gioielli in oro ed arrivarono nell’ultima fase della loro esistenza ad impadronirsi della tecnica della metallurgia del rame: secondo l’opinione di M. Gimbutas, C. Renfrew e Gordon Childe, questa civiltà era composta da una serie di città e villaggi locali autonomi riprodottisi all’interno di una sorta di federazione neolitica con forti componenti paritarie tra i sessi, abitata da agricoltori egualitari le cui società non possedevano alcun ordine gerarchico stabile e rigido.
Sempre in Europa apparvero anche delle civiltà megalitiche matriarcali, diffusesi tra il 4000 ed il 1000 a.C. in un’area posta tra il Portogallo, la Sardegna, l’isola di Malta e la Gran Bretagna. Le grandi opere in pietra realizzate da queste civiltà richiesero sia la presenza di un surplus agricolo costante che un alto grado di coesione sociale tra le donne e gli uomini impegnati nella creazione di monoliti giganteschi e cerchi di pietra, sempre in assenza di strutture statali o di elevati livelli di differenziazione socioeconomica al loro interno: tali strutture socioproduttive, come quelle di Vinca soprammen-zionate, vennero in larga parte travolte e deformate dalle invasioni di popoli nomadi più arretrati sul piano economico-sociale.
Proprio la costruzione di megaliti, vere e proprie tombe collettive gigantesche, costituì un’attività cooperativa che serviva anche, se non soprattutto, a rafforzare la solidarietà interna delle comunità che via via realizzarono tali gigantesche opere: secondo Colin Renfrew, «è lecito immaginare che le comunità più strettamente collegate, in pace tra di loro e in grado di resistere alle pressioni dei vicini, si trovassero in una posizione di notevole vantaggio. Ora, è proprio la partecipazione comune a eventi sociali e cerimonie religiose, simboleggiate dai megaliti, che spesso serve a rafforzare una comunità, soprattutto quando essa è dispersa in fattorie che possono trovarsi a diversi chilometri l’una dall’altra. La popolazione mesolitica di Téviec e Hoëdic con le sue ben organizzate sepolture familiari, già segnate e rese evidenti da un tumulo di pietra, può aver riconosciuto il valore reale di tale solidarietà, allorché entrò in contatto con i nuovi vicini. In tali circostanze, con una popolazione in aumento e una crescente pressione sul territorio, si sarebbero dovuti rinforzare gli elementi che favorivano la solidarietà nella comunità, così che si sarebbe accresciuto il significato sociale dato alla sepoltura vera e propria e l’importanza del memoriale fisico. Questi fattori, uniti alla consueta competizione pacifica tra gruppi vicini, espressa in termini sociali da un generoso scambio di doni o dalla costruzione di monumenti sempre più belli, avrebbero favorito la rapida evoluzione di monumenti unificanti e apportatori di prestigio: in altri termini, dell’architettura megalitica»
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Roberto Sidoli
Sunday, 10 November 2019 11:26
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
A migliaia di chilometri di distanza, nel centro-nord dell’attuale Perù, si affermò tra il 900 a.C. ed il 200 d.C. la civiltà di Chavin. Essa coltivò il mais, il tubero della manioca, le arachidi e le zucche; scoprì ed applicò i metodi necessari per l’irrigazione artificiale e la costruzione di grandi serbatoi d’acqua; addomesticò il lama, conobbe la tessitura di lana e cotone e seppe lavorare l’oro ed il rame, mentre la sua produzione di ceramica monocromatica raggiunse livelli artistici molto elevati anche grazie a una forte ispirazione magica-religiosa, ben evidente nei templi della “capitale” della cultura in esame.
Con la sola esclusione degli edifici religiosi di Chavin de Huantar, nell’enorme area geografica in esame e nei numerosi piccoli centri urbani della cultura Chavin sono stati trovati solo modesti santuari fatti di mattoni d’argilla, costruiti da piccole comunità agricole: secondo lo storico F. Katz nella zona in oggetto non sono state scoperte tracce di mura ed armi, neanche nella “capitale”, mentre la relativa uniformità delle sepolture nella civiltà precolombiana in esame rivela il carattere almeno semicollettivistico della cultura Chavin. Nella visione dello storico H. D. Disselhoff, a Chavin «né il potere né la ricchezza erano concentrate nelle mani di pochi, che ne avrebbero potuto abusare. Ci si può immaginare, piuttosto, un benessere abbastanza equamente distribuito…»
Le culture dell’era post-Chavin vennero travolte dopo alcuni secoli da uno dei rappresentanti sudamericani della “linea nera”, i Mochica, abili guerrieri capaci di costruire il primo impero andino: essi introdussero la cattura su larga scala di prigionieri, l’espansione territoriale nel centro-nord del Perù e la parallela costruzione delle piramidi e di grandi tombe riservate all’élite politico-religiosa, anche se il livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive rimase sostanzialmente uguale a quello del periodo Chavin.
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Roberto Sidoli
Thursday, 07 November 2019 10:41
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
La “linea rossa” trovò un altro sbocco nel Nord America, zona geografica staccata per millenni dall’evoluzione parallela avvenuta nelle altre aree del globo: in quest’area le civiltà di cacciatori-raccoglitori paleolitici furono affiancate nella zona sud-occidentale degli Stati Uniti dalle splendide civiltà dei pueblos, gli Hohokam (“coloro che scomparvero senza tracce”) e gli Anasazi.
Preparata da un plurisecolare processo di sviluppo economico e culturale, la civiltà degli Hohokam fiorì nella zona del deserto del Sonora tra il 500 ed il 1250 d.C. e venne formata da gruppi di agricoltori che vivevano nei pueblos, agglomerati a più piani costruiti con mattoni di argilla essiccati, di dimensioni variabili e in cui si ritrovava sempre un Kiva, una sala di riunione e luogo di preghiera allo stesso tempo.[35]
Non solo tra gli Hohokam la produzione di ceste e di vasellame di argilla aveva raggiunto un livello artistico straordina-riamente alto, ma essi raggiunsero un’eccezionale competenza nel processo di costruzione (e manutenzione) plurisecolare di un avanzatissimo sistema di irrigazione per la cultura del mais, avviato attorno al I secolo a.C. e sviluppatosi gradualmente fino alla fine del XI secolo.
«Questo popolo, così abile nei piccoli oggetti artistici, fu gigantesco nelle grandi opere. Alludiamo al sistema di canali che consentì loro l’agricoltura intensiva e soprattutto l’irrigazione costante del mais, che è la base di quasi tutte le culture nordamericane.
Questo sistema di canali lunghi miglia e miglia sorse a poco a poco, col lavoro di parecchie generazioni. Un canale di cinque chilometri, scavato con le mani e con primitivi strumenti di legno e pietra, poté essere datato a prima di Cristo, allorché gli Hohokam non avevano ancora sviluppato le loro “capacità artistiche”. I canali dovevano essere adeguatamente adattati al terreno (e come potevano farlo privi com’erano di qualsiasi strumento ottico di misurazione?) costantemente sorvegliati, modificati, migliorati; si dovettero costruire dispositivi per la regolazione delle acque, e ciò durò secoli.
E la natura era contro di essi. Giammai la portata d’acqua del Gila era costante, giammai si poteva calcolare in precedenza la quantità di pioggia che sarebbe caduta, neppure disponendo dei migliori uomini di medicina.»[36]
Anche la tecnica della costruzione urbana raggiunse presso gli Hohokam vertici notevoli, dato che ad esempio la grande costruzione (Kiva) di Casa Grande, a sud di Phoenix nell’odierno Nuovo Mexico, costituì una specie di “vetero-grattacielo” nordamericano a cinque piani e con centinaia di stanze affiancate.[37]
Fino al 1300 d.C., quando venne messa in crisi da disastrosi cambiamenti climatici (siccità e “piccola glaciazione” del 1200) e dalle invasioni di popoli nomadi, nel sud-ovest degli attuali Stati Uniti apparve un’altra millenaria concretizzazione della “linea rossa” neolitica, la grande civiltà agricola americana degli anasazi (“gli antichi”) che cominciò ad emergere nella Mesa Verde attorno al 300 a.C. e si sviluppò fino al 1200 d.C. Anche gli Anasazi costruirono spettacolari sistemi di canali di irrigazione e di bacini di riserva, incrementando enormemente la produzione agricola e la densità demografica in un’area semidesertica, mentre allo stesso tempo essi crearono una stupefacente produzione nel campo della tessitura, della ceramica e della gioielleria edificando anche enormi “condomini” a più piani (talvolta anche cinque) che arrivarono a contenere fino a 800 stanze, come nel caso di Pueblo Bonito nel Chaco Canyon
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Roberto Sidoli
Monday, 04 November 2019 13:41
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
Di fronte agli eccezionali risultati raggiunti dai punti avanzati della “linea rossa” nell’area mediterranea e mediorientale, impallidiscono le modeste conquiste tecnico-produttive ottenute dai popoli nomadi e pastori dell’Europa ed Ucraina, al cui interno stavano di regola prevalendo le tendenze all’appropriazione privata del surplus e dei mezzi di produzione, e limitate quasi solo al processo di domesticazione del cavallo.
La “linea rossa” neolitica si concretizzò anche in altri contesti geoeconomici e geopolitici, con modalità e tempi storici del tutto indipendenti da quelli vissuti nell’area del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico.
Attorno all’8000/6000 a.C. iniziò a svilupparsi il neolitico cinese con le prime ed arcaiche culture di Jiahu, di Yixian e di Peiligang. Queste società protoneolitiche sapevano produrre la ceramica e oggetti musicali (flauti) intarsiati, mentre le pietre da macina ed i resti di miglio carbonizzato attestano che esse conoscevano l’agricoltura, oltre ad aver già addomesticato il maiale ed il cane.
Nel villaggio neolitico di Dadiwan (5500-3000 a.C.) sono venuti alla luce i più antichi dipinti, ceramiche ed edifici in terra della Cina, che risalgono a più di settemila anni fa, e fin da allora Dadiwan era composta sia da 240 case parzialmente diverse tra loro che da una grande area centrale per le cerimonie religiose; invece nel sito di Xinglonggou, posto nella Cina nordoccidentale e risalente al 6000 a.C., sono state trovate decine e decine di abitazioni utilizzate da una popolazione di cacciatori-raccoglitori che sapeva produrre la preziosa giada, creare statue di donna e commerciare con le tribù delle coste della Cina e del Giappone, in una cultura in cui erano già presenti alcune significative forme di differenziazioni sociale e politica.
La manifestazione più avanzata del collettivismo neolitico in Cina venne rappresentata dalla cultura di Yangshao, di cui sono stati ritrovati oltre mille siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu e che si sviluppò tra il 4800 ed il 2000 a.C., ereditando direttamente le precedenti conquiste della civiltà di Peiligang.
Le diverse collettività appartenenti alla matriarcale cultura Yangshao coltivarono per tre millenni il miglio attraverso forme produttive cooperative e comunitarie, iniziando allo stesso tempo su microscala quei lavori di irrigazione che avrebbero contraddistinto la storia cinese, mentre parallelamente esse integrarono l’attività agricola con l’allevamento di cani e maiali e con la caccia/pesca, costruendo delle grandi abitazioni collettive fuori da terra.
Inoltre le comunità Yangshao riuscirono ad acquisire le tecniche della filatura e della tessitura, attestate dalle impressioni di tessuto presenti sulla base di alcune ciotole e dal rinvenimento di aghi in osso, costruendo delle fornaci per la cottura delle terrecotte e le loro ceramiche, ancora modellate a mano, presentarono una grande varietà tipologica in cui gli oggetti più caratteristici furono dei bacili, con decorazioni dipinte in nero su sfondo rosso, e bottiglie a base appuntita con una decorazione impressa.
«Tra i numerosi siti Yahgshao il più significativo è senza dubbio quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Situato a circa 300 m. dal fiume Chan, un affluente del fiume Wei, il villaggio, di pianta grosso modo ovale, presenta la zona abitativa al centro, divisa in due aree da un piccolo fossato; tutt’intorno è scavato un fossato più grande profondo sei metri, e ad est di esso si trovavano le fornaci per la cottura delle terrecotte, mentre a nord era situato il cimitero comune. Le abitazioni, a pianta circolare o quadrangolare, erano capanne seminterrate, cui si accedeva attraverso uno stretto cunicolo; al centro della zona abitativa era posta una capanna di grandi dimensioni (20 m. per 12,5 m.), probabilmente un edificio comunitario. All’interno del villaggio sono stati trovati un gran numero di manufatti in pietra, in osso e in terracotta.
Si ritiene che la comunità di Banpo – come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita della comunità doveva essere regolata probabilmente da una complessa ritualità. Le tombe, le dimensioni delle abitazioni, e le fosse per l’immagazzinamento delle derrate presentano infatti dimensioni simili, ed anche i corredi delle sepolture non appaiono contrassegnati da differenze rilevanti riguardo alla loro quantità. La ritualità appare d’altro canto attestata, oltre che dalla composizione dei singoli corredi, anche dai motivi decorativi di alcune ceramiche, fra i quali si distingue una maschera circolare con quattro pesci, due attaccati all’altezza delle orecchie, e gli altri due congiunti all’altezza della bocca: l’immagine suggerisce l’esistenza di riti sciamanici. Di particolare interesse appaiono inoltre alcuni marchi incisi su terracotta, che sembrano ricollegarsi ad alcuni caratteri della scrittura Shang.»
Verso il 2400 a.c. la civiltà Yangshao, nella sua ultima fase di sviluppo (Machang), riuscì a produrre sia il bronzo che la seta, ma queste conquiste tecnico-produttive furono seguite da una profonda trasformazione di una parte delle comunità in esame: infatti a poco a poco i riti sciamanici ed i loro protagonisti, i sacerdoti, assunsero un ruolo diverso in una sezione delle comunità Yangshao svolgendo la funzione di apripista per il processo di introduzione al loro interno di rapporti di produzione protoclassisti, fondati sull’egemonia di un’élite politico-religiosa (culture di Longhshan dello Shaanxi e dello Henan).
Sempre in Cina, ma nel bacino dello Yangzi (Fiume Azzurro), sorsero nel 6000/5000 a.C. le civiltà di Pengtoushan e di Hemudu, alle cui strutture socioproduttive collettivistiche (forse di origine africana) il genere umano è debitore della prima coltivazione su larga scala del riso: i semi di riso venivano coltivati in campi inondati in modo artificiale e controllato con l’aiuto di zappe di osso.
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Roberto Sidoli
Saturday, 02 November 2019 09:09
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
La terza “stazione” è formata dalla civiltà Al-Ubaid, sviluppatasi in Mesopotamia tra il 4900 ed il 3900 a.C. e protagonista di un nuovo grande salto di qualità produttivo nella storia del genere umano; essa precedette ed interagì direttamente con la prima fase di sviluppo della società classista dei sumeri, i quali molto probabilmente vissero a stretto contatto con le popolazioni ubaidiche per un lungo periodo incorporandone via via le conquiste produttive e culturali, a partire dal 3900-3800 a.C.
La civiltà Ubaid non si limitò a produrre statuette dal corpo umano con il volto di serpente, probabilmente collegati al culto della Dea Madre, ma riuscì ad ottenere nell’ultima fase della sua esistenza (periodo tardo Ubaid, 4200/3900 a.C.) una serie impressionante di successi in campo agricolo e tecnologico, che in seguito vennero imitati su larga scala ed affinati dalla civiltà sumera (periodo antico Uruk) nella stessa area geopolitica, tra il 3800 ed il 3400 a.C.: non a caso quest’ultima ereditò dai suoi predecessori collettivistici tutta una serie di termini tecnico produttivi, quali engar (agricoltore) ed apin (aratro), simug (fabbro) e udur (pastore).[26]
Alcuni storici, tra cui M. Liverani, hanno definito giustamente la brusca accelerazione impressa dagli Ubaid allo sviluppo delle forze produttive sociali come la “rivoluzione secondaria” del Neolitico, composta in campo agricolo da tutta una serie di innovazioni strettamente connesse tra loro e capaci di sfruttare al meglio alcune condizioni geonaturali potenzial-mente molto favorevoli.
Per facilitare il processo di mietitura di grandi estensioni cerealicole, la civiltà Ubaid introdusse infatti un attrezzo quale il falcetto di terracotta, a forma di mezzaluna e con il bordo interno affilato, il cui costo di produzione era estremamente basso in confronto a qualunque altro tipo di lama, in selce o rame.
Inoltre gli Ubaid seppero sfruttare con estrema efficacia l’intreccio di fiumi e acquitrini naturali che contraddistingueva la parte finale del corso del Tigri e dell’Eufrate, realizzando nel corso dei secoli un’estesa rete di canali e un’ottima sistemazione idraulica del terreno basso-mesopotamico. Nella loro ultima fase di esistenza essi crearono il campo lungo, nel quale il processo di irrigazione a solco veniva praticato su sottili strisce parallele tra di loro e che si estendevano in lunghezza per molte centinaia di metri, in leggera pendenza: si aveva pertanto una “testa alta” adiacente al canale da cui ricavavano l’acqua e una “testata bassa”, verso gli acquitrini o i bacini di drenaggio, in modo tale che l’acqua inondasse solo i solchi. Ovviamente il campo lungo, data la sua dimensione e il suo posizionamento rispetto al canale d’irrigazione, richiedeva un lavoro collettivo coordinato e una pianificazione centrale, ma consentiva d’altro canto un enorme innalzamento del livello medio di produttività.[27]
Sempre in epoca tardo-Ubaid venne infine introdotto l’aratro a trazione animale, strettamente collegato alla lavorazione del campo: l’aratro permise di scavare solchi rettilinei della lunghezza di molte centinaia di metri e al momento della semina lo strumento a trazione animale si trasformava in aratro-seminatore, mediante l’installazione di un imbuto a cannello che consentiva di collocare i semi uno per uno ed in profondità dentro nel solco.
La connessione strettissima creatasi tra campo lungo, irrigazione a solco ed aratro a trazione animale permette di attribuire loro una collocazione temporale approssimativa nel periodo tardo-Ubaid, quasi due secoli prima del sorgere dell’egemonia dei Sumeri e intorno al 4000 a.C.
«I falcetti di argilla, che per la loro materia sono l’unico elemento dell’intero complesso che sia archeologicamente ben visibile, si distribuiscono attraverso il periodo tardo-Ubaid e antico-Uruk, per essere poi evidentemente soppiantati da altro tipo di attrezzo – a differenza delle altre innovazioni che permarranno per millenni. Se esaminate tutte assieme, queste innovazioni si situano dunque a ridosso della grande esplosione demografica e organizzativa del periodo tardo-Uruk: non possono risalire più indietro della fase matura di Ubaid, e devono aver raggiunto la pienezza organizzativa con la fase antico-Uruk.
Si può anzi proporre che mentre l’uso del falcetto d’argilla (che implica un’intensificazione della cereali-coltura, ma non è necessariamente legato alle altre innovazioni) sembra introdotto in uso abbastanza presto durante il periodo Ubaid, invece le innovazioni più significative e strettamente interconnesse possono collocarsi a immediato ridosso del periodo Uruk, intorno al 4000 a.C.»[28]
La seconda grande rivoluzione neolitica produsse un enorme aumento della produttività del lavoro sociale, non molto lontano da quello raggiunto in precedenza nell’area palestinese-siriano attorno al 9000-8000 a.C.
«Questo complesso di innovazioni, impostato su un’organica sistemazione idraulica del territorio e sull’impiego della trazione animale, deve aver avuto un impatto sulla produttività agricola della bassa Mesopotamia che è senz’altro paragonabile all’introduzione della meccanizzazione nell’agricoltura moderna. Si potrebbero forse tentare dei calcoli più specifici: si è già detto che la messa a dimora dei semi produce un aumento della produttività valutato del 50% rispetto alla semina per dispersione; l’uso dell’aratro comporta rispetto all’uso della zappa un risparmio di tempo quantificabile; e così via. In complesso, non è certo azzardato ritenere che i passaggio dal sistema tradizionale (dissodamento a zappa, semina a getto, irrigazione per inondazione) di dimensione familiare, ad un complesso tecnico-organizzativo come quello ora descritto deve aver comportato un aumento di produttività (a parità di risorse umane impegnate) in un ordine di grandezza stimabile tra il cinque a uno e il dieci a uno.
Questo che possiamo ben chiamare una rivoluzione delle tecniche agricole, e che si sviluppò nell’arco di alcuni secoli a ridosso della rivoluzione urbana e delle formazioni proto-statali, è un evento storico di enorme rilievo, ed è in vario modo archeologicamente documentato. È stupefacente constatare quanto poco se ne parli nella corrente letteratura storico-archeologica sull’argomento, prevalentemente accentrata sugli sviluppi della struttura sociale e dell’élite dirigenti, sviluppi spesso estraniati da quelli relativi al modo di produzione.»[29]
La risposta alla questione posto dall’autorevole storico M. Liverani viene probabilmente dal fatto che la struttura sociopolitica degli Ubaid era incentrata su un “clan conico” in cui le disuguaglianze socioeconomiche tra gli abitanti erano ridotte al minimo, fatto evidentemente poco apprezzato da larga parte degli storici, ma resta il fatto innegabile che un aumento di produttività pari ad almeno cinque volte rappresentò indubbiamente un’accelerazione eccezionale nel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, che si unì tra l’altro ad altre innovazioni introdotte o adottate su larga scala dalla cultura Ubaid.[30]
Attorno al 4500-4200 a.C. alcune zone del Vicino Oriente (e gli Ubaid) conoscevano infatti da tempo la tecnica della metallurgia per la fusione del rame ed i primi elementi del processo di creazione di strumenti di lavoro e di armi prodotti con tale minerale, visto che le fornaci dell’epoca Calcolitica permettevano di mantenere il fuoco alla temperatura di 1084°C necessaria per la riduzione allo stato liquido del rame puro.
Inoltre tra gli Ubaid non solo si sviluppò la produzione su larga scala di contenitori in ceramica, di vasellame da tavola (brocche, tazze e bicchieri) e da cucina (pentole), ma tale lavorazione si poté avvalere delle forme primordiali di torni con piattaforme girevoli; del resto anche la tessitura del lino, ed in subordine della lana, si realizzò concretamente mediante l’utilizzo di telai di tessitura a pesi nel processo produttivo degli Ubaid i quali, nel loro ultimo periodo di esistenza, seppero creare anche alcuni tra i primi oggetti vetrificati in superficie all’interno dell’area del Medio Oriente. [31]
Il processo di urbanizzazione della civiltà Ubaid, nelle sue ultime fasi di esistenza storica, era già abbastanza avanzato e si esprimeva con l’esistenza di una serie di cittadine quali Eridu, Tell’Uqair, Tell’Abada e Tell Ubaid, nelle quali emersero degli edifici di culto sempre più estesi che «possono avere assunto e ridefinito vecchie pratiche di “magazzino comune”» (Liverani); infine è molto probabile che i sorprendenti Ubaid avessero riprodotto la ruota e i primi veicoli a ruota, dato che già da un vaso dell’età halafiana (la civiltà che precede storicamente Ubaid) sembra sia stata dipinta “la più antica rappresentazione di un veicolo a ruote” finora scoperta.[32]
Ma il dato storico che più sorprende consiste nel carattere sostanzialmente egualitario assunto dalla chefferiedegli Ubaid, che si riprodusse anche in presenza della “seconda rivoluzione” neolitica e di quella quintuplicazione del rendimento produttivo medio (decuplicazione nelle stime più ottimistiche) sopra citata.
M. Liverani notò che «innanzi tutto si tratta di una cultura piuttosto egualitaria e piuttosto severa: priva di vistosi dislivelli, di fenomeni di accentramento, di tesaurizzazione e di ostentazione, o altro. Si pensi alla ceramica, che la produzione in serie, alla “ruota lenta”, depriva di quelle vivaci caratterizzazioni e decorazioni delle culture precedenti. Si pensi all’assenza di vistose differenze nella dimensione e la struttura degli abitati, che ove scavati su estensioni sufficienti (nel caso di Tell es-Sawwan e di Tell’Abada) colpiscono assai più per il loro aspetto omogeneo che non per la presenza di ovvie gradazioni dimensionali (sulle quali comunque torneremo più avanti). Si pensi all’omogeneità e povertà delle sepolture (ogni inumato è accompagnato da un paio di vasi di tipo standard e da un modesto ornamento personale), senza quella concentrazione diversificata di ricchezza che normalmente fornisce l’indicatore privilegiato per l’emergenza di élite. Si pensi più in generale all’estrema rarità, per non dire assenza (sia in contesti funerari sia di abitato), di materiali e oggetti di pregio e di importazione, come metalli o pietre semi-pregiate.
Questo carattere severo e sostanzialmente egualitario della cultura Ubaid può non stupire di per sé, ma deve certamente stupire se rapportato al fatto che proprio allora s’innescava quella decuplicazione dei rendimenti agricoli, quella possibilità di eccedenze sostanziose, di cui abbiamo detto sopra. La crescita demografica complessiva, nonché la floridezza generalizzata deducibile dalla dimensione e dalla fattura tecnica delle abitazioni, non hanno adeguato parallelo in una crescita di dislivelli interni – o almeno nella loro sottolineatura mediante pratiche ostentatorie.»[33]
In sintesi la florida civiltà Ubaid realizzò la seconda grande rivoluzione tecnologica e produttiva del periodo neolitico-calcolitico. Una crescita demografica molto consistente e un’urbanizzazione diffusa. Il tornio. La metallurgia del rame. Probabilmente la ruota. La tessitura con telaio. Una rete di canali d’irrigazione molto avanzata.
Tutto questo, in modo “stupefacente” (Liverani), in presenza e grazie allo stimolo di rapporti di produzione collettivistici: la presenza di capi e di chefferie ben organizzate per la redistribuzione del surplus, per la costruzione e manutenzione di canali e per la gestione delle città Ubaid si accompagnò costantemente alla parallela assenza di sfruttamento della forza lavoro e al possesso collettivo dei mezzi di produzione, visto che i nuclei dirigenti statali della civiltà Ubaid usufruirono fino alla fine solo di limitati privilegi durante la loro azione politico-sociale di coordinamento e di redistribuzione del surplus, a dispetto della forte crescita urbana e demografica e della crescente complessità delle strutture Ubaid (specializzazione artigianale, edilizia, agricola, ecc.).
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Roberto Sidoli
Wednesday, 30 October 2019 08:21
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioporoduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
L’esperienza di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.[23]
Saltano infatti subito all’occhio la sostanziale uniformità delle abitazioni di Gerico, la costruzione di silos collettivi per il deposito di grano ed orzo e i metodi di sepoltura egualitaria, limitati al solo cranio: la capacità ormai acquisita dalle tribù siropalestinesi di organizzare grandi lavori collettivi, quali la stessa produzione agricola e la costruzione di alte mura e di gigantesche torri per difendersi dagli attacchi predatori delle tribù di cacciatori-raccoglitori, permisero senza problemi la riproduzione plurimillenaria (seppur con qualche lunga interruzione storica) del primo e splendido modello di chefferie collettivistica.
La seconda concretizzazione della “linea rossa” neolitica è costituita dalla città anatolica di Catal Hüyük, sviluppatasi tra il 6600 ed il 5600 a.C.
Otto millenni or sono, la civiltà neolitica di Catal Hüyük (odierna Turchia) contava circa 6000 abitanti distribuiti in modo egualitario su un complesso abitativo che si estendeva con circa mille case su uno spazio di 1,5 Km2. Le omogenee case di mattoni e legno erano di forma rettangolare e consistevano in una o due stanze, mentre gli interni venivano decorati con cornici di legno rosso, rivestiti di creta e dipinti: visto che le case erano tutte contigue, oltre che uniformi esternamente, la “circolazione” avveniva sui tetti dove si apriva l’ingresso della casa, mentre una parte delle case era adibito a microcappelle per onorare la Dea Madre.
Gli abitanti neolitici di Catal Hüyük non solo erano abili artigiani nel campo dei monili, dell’ossidiana e della produzione dei tessuti, ma nel 6000 a.C. conoscevano già l’arte della ceramica ed i suoi segreti; sul piano agricolo essi utilizzavano su larga scala degli efficienti microimpianti di irrigazione artificiale, mentre il ritrovamento di numerosi piccoli santuari adorni di dipinti parietali e di offerte votive destinate alla Dea Madre (e altre divinità-totem) attestano il notevole livello di sviluppo artistico raggiunto dalla civiltà anatolica in esame.
Inoltre, come è stato mostrato dall’archeologo britannico James Mellaart, la civiltà di Catal Hüyük conosceva a metà del VI millennio a.C. la metallurgia: lo studioso inglese ha infatti scoperto nel sito anatolico delle scorie che indicavano l’estrazione del rame dal minerale attraverso un processo di fusione, mentre tecniche analoghe vennero in seguito impiegate nell’area siropalestinese tra il 4500 ed il 4200 a.C. con l’utilizzo di fornaci che mantenevano il fuoco alla temperatura di 1084° necessaria per la fusione. Sempre a Catal Hüyük si è trovate una serie di stampi di argilla cotta, utilizzati per fare tatuaggi e (probabilmente) disegni per abiti in quella che diventò la prima protoforma di tecnologia di stampa, scoperta circa sette millenni prima dei cinesi e di Gutenberg.
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Roberto Sidoli
Monday, 28 October 2019 09:01
Risposta a Luca Benedini:
Prove concrete e “fatti testardi” (Lenin) relativi alla teoria dell’effetto di sdoppiamento, al processo di riproduzione plurimillenaria di una “linea rossa” e di una forte tendenza socioproduttiva collettivistica, partendo dal periodo neolitico-calcolitico fino ad arrivare ai nostri giorni (brani tratti dal capitolo sei del libro “I rapporti di forza”, in www.robertosidoli.net)
La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo Neolitico-Calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferies, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione, ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani... Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia, dato che proprio nel centro palestinese a partire dall’8500 a.C. venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano in quella che diventò la capitale del mondo per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.
Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.
In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C., uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava per dimensioni quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale durante il XV secolo della nostra era.
Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci (10!) metri dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.
Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.
Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.
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