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fuoricollana

Ma dov’è finito il pensiero critico?

di Gaetano Azzariti

Per Gaetano Azzariti l’afonia del pensiero critico non è la conseguenza inevitabile della fine delle “grandi narrazioni”. Ma il frutto di un rifiuto a fare i conti con il momento istituzionale. Sul banco degli imputati: l’operaismo di Mario Tronti, il pensiero della differenza, l’uso alternativo del diritto. Ne pubblichiamo un denso estratto

2021 03 04 IL PENSIERO CRITICO scaled 1.jpg«Un passaggio autocritico, doloroso, perché guarda ai propri fallimenti anziché ai propri successi, ai propri torti e non invece alle proprie ragioni. Ma è un passaggio ormai necessario compiere. Una riflessione che deve essere svolta da parte di chi non può essere sospettato di voler semplicemente rinnegare la propria storia, ma che rivendica al contrario la vitalità dei propri principi”. “Detto in sintesi: le correnti più avanzate del pensiero critico del Novecento hanno tutte – ciascuna a suo modo – sottovalutato il “momento istituzionale”. Una forca caudina per chi vuole cambiare stabilmente la realtà del presente. Un passaggio – portare la critica sociale dentro le politiche istituzionali – sofferto, che sarebbe stato necessario effettuare, ma che nessuno dei movimenti di protesta radicale è riuscito a compiere. Finendo per tener distaccati i due lati inseparabili della democrazia (il demos e il kratos), rinunciando a dare forma a quella che chiameremo la democrazia strutturata, per lasciare il campo ad una desolante democrazia disgregata (…)».

 

La protesta senza “città futura”

«Non si è trattato solo di miopia, spesso è stato il frutto di un rifiuto. Il rompere le righe del pensiero non conformista che finalmente va oltre gli argini, ma senza poi riuscire a trovare un diverso equilibrio di sistema; la forza dei movimenti che nascono di protesta, conquistano soggettività e riconoscimento sociale, ma poi difficilmente riescono a non snaturarsi quando si “istituzionalizzano”, diventando parte del sistema dei poteri; la difficoltà di trasformare, se non proprio rivoluzionare, le logiche istituzionali e politiche sino a quel momento dominanti, le quali troppo spesso sono esse che riescono ad addomesticare, sino a riassorbire entro l’autonomia dell’organizzazione, le spinte più radicali; la diffidenza espressa da chiunque voglia mutare lo stato delle cose nei confronti di uno strumento di per sé ambiguo qual è il diritto, che certamente è posto a garanzia del dominio, ma ha rappresentato anche – sempre nella storia – lo strumento di emancipazione e affermazione dei nuovi diritti; l’irruenza rivoluzionaria che promette di conseguire lo scopo senza bisogno di attendere o coinvolgere i tempi lunghi e i luoghi incerti delle istituzioni; la prosopopea degli intellettuali, dei giuristi in specie, che ritengono di poter avvalersi del diritto asservendolo a ogni scopo, ponendolo al servizio di ogni causa, dimenticando che nel rapporto tra fatto e diritto è questo che perlopiù conforma quello o che comunque la dialettica tra i due termini non è affatto unidirezionale.

Tutte queste ragioni, e altre che saranno separatamente esaminate, spiegano, ma non giustificano, la sottovalutazione del momento istituzionale da parte delle culture critiche. Una ritrosia o un rifiuto che – questa è la tesi – hanno contribuito in modo decisivo alla debolezza e incapacità di resistere al cambiamento degli altri. Così, quando il vento è mutato non c’era una istituzione pronta a difendere le conquiste strappate o le lotte effettuate. Alla protesta non è seguita la capacità di edificare la città futura (…)».

 

Da dove ricominciare? Dalla rivoluzione costituzionale promessa

«Dal “prendere sul serio quel sistema di governo e di garanzia dei diritti che sono stati iscritti nella Costituzione più inattuata del mondo (…). Una domanda che si pone nella consapevolezza che molte e diverse sono state le ragioni della progressiva de-costituzionalizzazione del nostro ordinamento, ma il quesito è specificatamente rivolto al “pensiero critico”, per invitarlo a riflettere su un punto decisivo. Se nel passato non si è riusciti a passare dalla retorica costituzionale (“la Costituzione più bella del mondo”) all’attuazione di un concreto progetto di emancipazione costituzionalmente legittimato, non sarà giunto ora il tempo di provare a risalire la china provando a pensare criticamente a quei principi che non hanno trovato realizzazione? Un testo, quello della nostra Costituzione democratica, pluralista e conflittuale, che definisce un quadro di materiale e consapevole primazia della persona e dei suoi bisogni a fronte di una realtà disumanizzata e asservita alle dinamiche del capitalismo come religione. È sulla base della storia di ieri, delle sue contorsioni, della fragilità dimostrata da chi più aveva pensato a cambiare la realtà del presente, che la prospettiva di una netta inversione di tendenza, una soluzione di continuità può essere re-immaginata a partire dalla rivoluzione costituzionale promessa, ma mai realizzata. Da qui si potrebbe ripartire per una critica del presente e una proposta di ricomposizione dei rapporti umani, culturali e politici radicalmente diversa. Riscoprire la forza e la capacità trasformatrice della Costituzione mai attuata: è questa l’indicazione di una via per provare a riprendere il cammino, un possibile epilogo della nostra analisi. Ma prima c’è da interrogarsi sulla strada percorsa».

 

Cultura e critica

«(…) Lo sguardo è rivolto al proprio interno, non tanto dunque alla ricerca delle ragioni o i torti degli altri, quanto ai limiti di un pensiero critico che alla prova dei fatti si è dimostrato “estemporaneo”, che ha cercato scorciatoie, dilaniato dalla ossessiva ricerca del potere ovvero, all’opposto, dalla ostentata estraneità ad esso. Non in grado di resistere alla lenta e progressiva erosione del proprio capitale di autorevolezza, chi pensava di cambiare ha finito per cedere il passo della storia alle forze che volevano preservare gli interessi costituiti. Un’egemonia del pensiero conservatore che si è andata affermando e che oggi si presenta come l’unica ragione del mondo, ma solo per l’assenza di una diversa ragione critica del mondo. Volendo cercare di individuare le cause remote che si pongono alla base della perdita di vigore del pensiero critico, nei capitoli successivi, si sono prese in considerazione le teorie che sono sembrate le più radicali e profondamente innovative (rivoluzionarie, potremmo dire) nella cultura del Novecento italiano. Non necessariamente le culture più rappresentative, ma quelle più paradigmatiche. Non il movimento operaio nel suo insieme, ma l’esperienza dell’operaismo; non tutto il femminismo, ma quello della differenza; non l’intera cultura giuridica democratica, ma i teorici di un uso alternativo del diritto. La scelta è stata determinata dalla radicalità espressa, in alcuni momenti topici della storia del nostro Paese, da queste tre culture critiche».

 

Critica della critica

«La domanda principale che, in tutti questi casi, si è posta è perché tali culture si sono fermate, disperse, rinchiuse in sé stesse. Il potere degli operai, la rivoluzione della differenza, la giurisprudenza alternativa dove sono oggi? Forse ci parlano ancora, la loro voce però proviene da mondi ormai separati. Ma poi, e soprattutto, ci si è chiesti perché i movimenti di pensiero più critico non sono riusciti a cambiare il mondo, mentre questo ha frammentato e disperso i luoghi del lavoro rendendo precario e isolato l’homme enchaîné; ha reagito ed ha assorbito la differenza sessuale ma ha anche incrementato le discriminazioni culturali e materiali, insinuandosi tra le pieghe dei vissuti e riuscendo a plasmare persino le anime, oltre alle condizioni di vita delle persone; ha lasciato che la giurisprudenza diventasse un potere sin troppo libero nel tutelare soggetti ed interessi indeterminati, ponendosi a volte in conflitto con la politica, ma senza più una chiara politica del diritto e una solida cultura della giurisdizione a tutela dei diritti. Oscillazioni, spesso ribaltamenti (…)».

 

Oggi, un altro mondo

«Per alcuni – i più giovani o i più smemorati – le vicende raccontate, i pensieri qui ripresi, sembreranno parlare di un altro mondo: di operai anziché di lavori precari; di differenza sessuale anziché di parità ed eguaglianza dei generi; di un diritto alternativo anziché di un diritto come strumento del potere e da intendersi come una mera tecnica del fare. È principalmente a costoro che sono rivolte le nostre riflessioni, mosse dall’intenzione di convincere che è il passato a spiegare il presente e che, dunque, questo non è un libro che esamina vicende concluse, ma è stato scritto per capire oggi che fare, recuperando un orizzonte perduto come mezzo per scoprire il futuro. Se c’è poco da salvare nei fallimenti passati, molto c’è da ricostruire per provare a consegnare alle nuove generazioni un nuovo inizio. Il Novecento non tornerà, ma il nuovo secolo non reggerà all’impatto del vuoto. Per ricominciare a dare fondamento al reale e prospettiva al futuro diventa necessario imparare da ciò che non è stato, da quel che abbiamo dimenticato o rimosso. E per far questo, in fondo, basta guardare a quel che oggi appare lontano, ma solo perché noi non vediamo. Oltre l’orizzonte del presente sono le eresie del passato che possono illuminare le oscurità del nostro tempo, indicarci la rotta. Non vediamo. Oltre l’orizzonte del presente sono le eresie del passato che possono illuminare le oscurità del nostro tempo, indicarci la rotta. Qualcuno potrebbe sostenere che non v’è bisogno di cercare altrove, scrutare il passato, perché sono tuttora diffusi gli antagonismi, sono ancora presenti culture combattive. Basta allora osservare, seguire, interpretare il presente. Vi sono movimenti sociali e di pensiero, forse attualmente dispersi nella società, ma non sconfitti, che si dimostrano in grado di interpretare le tensioni crescenti e che rappresentano il sintomo di una dinamica non arresa. La rabbia, in effetti, è diffusa, l’indignazione è in aumento, il conflitto è latente. Le inquietudini del tempo presente non potranno a lungo essere compresse (…)». «Tutto ciò non può essere rimosso e può aprire nuovi scenari di rottura rispetto al presente. Radicali cambiamenti sono annunciati, ma verso quale altrove? Si può confidare, in certa misura, sul conflitto sociale e la diversità di pensieri, i quali, per quanto disconosciuti, operano sempre sottotraccia. L’idea di una società pacificata è una mistificazione, così come un imbroglio è quella del pensiero “unico” che, per quanto “dominante”, non può mai essere “totalizzante”. C’è sempre una via d’uscita – almeno sul piano individuale – dal conformismo dilagante. La poetica del diverso continua ad attraversare le nostre disorientate società e la spinta verso la liberazione non può essere a lungo repressa. La storia non si ferma mai, e il domani non è mai una strada obbligata. L’urlo squarcia sempre il silenzio».

 

Avremmo bisogno di un cartografo

«(…) di fronte a questi cambiamenti epocali, non solo non si potrà rimanere fermi, ma neppure l’esito può essere predeterminato. Siamo in viaggio, il nostro problema è provare a capire quale sarà la meta, e prima ancora la direzione di marcia, prestando attenzione alle insidie presenti nel nostro percorso. Se non si può negare che la caduta nella barbarie sia sempre in agguato, non può neppure escludersi un cambiamento di rotta rispetto all’inquietante presente. Una svolta che è sempre possibile, ma a condizione che chi si oppone abbia la forza e la capacità di costruire il proprio diverso futuro. Non basta indignarsi, voltare le spalle alle ingiustizie diffuse. Bisogna prima capire, per poi provare a costruire nuovi percorsi. In questo complesso contesto, il pericolo maggiore è che la incomprimibile ed oggi vitale forza della “ribellione” alle ingiustizie del mondo rimanga chiusa in sé stessa, solo una infeconda “rivolta”. La sfida che abbiamo di fronte – che hanno di fronte le anime inquiete – è quella di far sì che la consapevolezza dei mali del mondo non si esaurisca nella rabbia repressa, ma porti a definire un diverso contesto, in grado di affermare un nuovo governo di sé e degli altri (…)». «(…) È per questo che chi vuole cambiare rotta ha bisogno di una nuova mappa, quella che abbiamo sin qui seguito ci ha portato in un vicolo cieco (…). Avremmo bisogno di un cartografo (…)».

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