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Corpo, mente, bisogni: autogestione e valore d’uso
di Cristina Morini
Da un punto di vista storico è corretto sostenere che la fame o più genericamente le sofferenze materiali non sono mai state levatrici di rivoluzioni, neppure di trasformazioni sostanziali o di mutamenti radicali. In assenza dei mezzi per provvedere al proprio sostentamento poca attenzione si finisce per prestare al contesto generale, a struttura e sovrastruttura, oppure alle condizioni in cui versano gli altri, intorno. Le sommosse per il pane dell’Ancien régime sono state certamente un potente indicatore di conflittualità sociale, tuttavia il significato politico di tali azioni è spesso subordinato a quello scenico, comunque condizionato dalla rivendicazione delle briciole, di un piccolo spazio di sopravvivenza, senza grandi orizzonti. Detto questo in termini molto stringati e banali, sarà anche necessario specificare che, pur nel grave e progressivo accrescersi delle diseguaglianze, non è possibile paragonare la nera miseria che ha attanagliato anche questo Paese fino al secondo Dopoguerra con l’odierna condizione della maggior parte della popolazione occidentale, ambito dal quale parliamo. Di tali cornici credo valga la pena di tenere conto, senza troppo farci condizionare da visioni eccessivamente miserevoli che sottostanno a logiche assistenziali che non ci appartengono.
È completamente vero che all’interno degli ambiti teorici e politici di movimento sembra crescere l’attenzione per quella che Antonio Alia, in un ottimo articolo pubblicato su Commonware, ha definito “politica del bisogno”: si intende con essa un insieme di “pratiche sociali che si pongono prima di tutto, se non esclusivamente, il problema del soddisfacimento di un bisogno (la salute, la liquidità, una buona alimentazione, ecc.) che il mercato o lo stato non riescono a garantire”.
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L’Unione Bancaria Europea, ovvero la ricetta per il disastro
di Thomas Fazi
Su Economonitor, Thomas Fazi denuncia le storture della cosiddetta “unione bancaria” europea. Paradossalmente, se con le nuove norme gli Stati non possono più aiutare le proprie banche in difficoltà, sono di fatto costretti a sostenere i maggiori oneri in caso di salvataggio bancario tramite i meccanismi “europei”, eventualmente sottoponendosi alle condizionalità della Troika. La cosiddetta “unione bancaria” è nei fatti il definitivo strumento di dominio in una lotta inter-capitalista tra centro e periferia (motivo per il quale ora anche i capitalisti di casa nostra hanno paura)
Il primo gennaio 2016 è entrata ufficialmente in vigore l’unione bancaria europea – un sistema di supervisione e risoluzione bancaria a livello europeo. La creazione dell’unione bancaria è stata, in termini di regolamentazione, l’esito più significativo della crisi – “un cambio di regime più che un rattoppo istituzionale“, lo ha definito Christos Hadjiemmanuil della London School of Economicsin un approfondito articolo sull’argomento – e c’è ampio accordo sul fatto che “anche nella sua attuale forma incompleta [l’unione bancaria] è il più grande successo politico dell’Unione Europea in termini strutturali da quando è iniziata la crisi finanziaria“. Uno sguardo più ravvicinato, però, mostra che l’unione bancaria – quantomeno nella sua forma attuale – è solamente l’ultima fase di un percorso europeo post-crisi guidato dai creditori sulla via dell’austerità e dell’aggiustamento asimmetrico. Una fase che potrebbe fissare l’ultimo chiodo sulla bara dell’euro.
Nelle sue intenzioni iniziali, l’unione bancaria doveva essere finalizzata a “spezzare il circolo vizioso tra le banche e gli stati sovrani“ mutualizzando i costi fiscali delle risoluzioni bancarie. Questo era il risultato del tardivo riconoscimento, da parte dei decisori politici europei dopo molti anni di crisi, della natura non-fiscale – e cioè bancaria e monetaria – della crisi dei debiti sovrani nell’eurozona.
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Tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo?
Un commento a Lafontaine
di Emiliano Brancaccio
Marx 21 ha tradotto (da qui) l'importante intervento di Emiliano Brancaccio all'incontro di Parigi del 23-1-2016 per un Piano B per l'Europa, un piano da preparare nel caso i tentativi di riforma dell'Unione Europea non funzionassero. Un piano sempre più necessario, come mostra la vicenda greca. Le proposte di Emiliano Brancaccio hanno creato un vivace dibattito all'incontro di Parigi, in particolare per quanto riguarda l'imposizione sui controlli di capitale e sulle merci tra i paesi, come mostra questo video, dove Martin Höpner (Max Planck Institute, Germania) sostiene una riproposizione dello Sme con l'imposizione di rivalutazioni per i paesi in surplus
Oskar Lafontaine propone di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME). Per rendere questa soluzione percorribile sarebbe necessario imporre sanzioni ai paesi che adottano politiche deflazioniste per accumulare surplus verso l’estero. Un'efficace sistema di sanzioni potrebbe basarsi su limiti alla indiscriminata mobilità dei capitali da e verso questi paesi. A riprova del suo realismo, tale soluzione potrebbe essere applicata immediatamente e indipendentemente da singoli paesi così come potrebbe essere estesa passo dopo passo a ulteriori accordi tra paesi.
1. Il Monito degli Economisti: il destino dell'Euro è segnato
Nel Settembre 2013 il Financial Times pubblicò il cosiddetto “Monito degli Economisti”, una lettera firmata da molti influenti membri della comunità accademica internazionale appartenenti a diverse scuole di pensiero: Dani Rodrik, James Galbraith, Wendy Carlin, Jan Kregel, Mauro Gallegati e altri. [1]
Le idee alla base del Monito erano le seguenti. La continuazione delle politiche di austerità e di deflazione nell'Unione Monetaria Europea aumenterà gli squilibri tra paesi creditori e debitori, con una conseguente centralizzazione dei capitali dal Sud al Nord Europa e ulteriori crisi bancarie. Come risultato di questo processo, il destino dell'Euro sarà segnato. L'Unione Monetaria Europea, almeno come l'abbiamo conosciuta, tenderà a deflagrare e i responsabili politici saranno lasciati di fronte a una scelta tra differenti vie di uscita dall'Euro, ciascuna con differenti effetti sulle diverse classi sociali.
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Banche, l'attacco tedesco all'Italia
di Leonardo Mazzei
Perché non finirà a tarallucci e vino
C'è o non c'è un attacco tedesco all'Italia? Certo non ci sono i carri armati al Brennero, ma c'è o non c'è una guerra economica neppure tanto nascosta? Chi rispondesse con sicumera di no avrebbe di diritto l'iscrizione garantita al concorso a premi per l'ipocrita dell'anno. La cosa è così palese che persino i grandi imbonitori del politicallycorrect (uno per tutti: Paolo Mieli) preferiscono assumere una diversa postura: non negano l'attacco, ma pensano che all'Italia convenga far finta di non vederlo. Che nella classe dirigente non manchino i vigliacchi è cosa nota. Costoro non fanno mai seri bilanci storici. La loro narrazione del «sogno europeo» sta andando a pezzi? Non importa, conta solo continuare ad esser servi, a dire signorsì ai padroni di turno che gli staccano l'assegno mentre loro scrivono articoli sempre più timorati del Dio Euro(pa).
Ci sono poi i quadratori del cerchio. Costoro vedono già meglio il problema, ma pensano di poterlo risolvere con qualche brillante trovata lessicale.
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La menzogna della preminenza finanziaria
di Gianfranco La Grassa
1. Oltre un secolo fa Hilferding scrisse il suo principale (e famoso) libro: Il capitale finanziario. Alcuni marxisti, presi da troppo facile entusiasmo, lo considerarono il nuovo Il Capitale o comunque la sua continuazione, una sorta di IV libro. Questo testo è nella sostanza invecchiato. Lenin lo criticò subito perché dava eccessiva importanza al capitale bancario. Tuttavia, va detto che Hilferding non fu così sciocco come gli economisti odierni; il suo capitale finanziario non è esclusivamente bancario, è un intreccio di questo con quello industriale. Indubbiamente però nell’intreccio tra i due, il bancario veniva trattato come quello decisivo.
Ciò indubbiamente fu dovuto al carattere assunto dallo sviluppo economico nei paesi della seconda ondata industriale, tenuto presente che la prima riguardò la sola Inghilterra. Quelli della seconda erano soprattutto Germania, Giappone; e indubbiamente gli Stati Uniti, paese che ebbe però caratteristiche particolari (non notate all’epoca), prese più volte da me in esame. La seconda ondata di industrializzazione vedeva in primo piano le società per azioni, un già avanzato processo di centralizzazione dei capitali (da non confondere con la concentrazione come sovente si fa) e la conseguente, iniziale, presa in considerazione di quella forma di mercato detta monopolio; anche se, più precisamente, si sarebbe dovuto parlare di oligopolio come più tardi infatti si fece.
Lenin, distanziandosi dall’impostazione di Hilferding, usò la felice espressione di simbiosi per indicare quell’unione di bancario e industriale che dà vita al capitale finanziario.
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Una nuova età assiale?
Storia e complessità
di Pierluigi Fagan
Nel 1949, il filosofo e psichiatra tedesco Karl Jaspers, pubblicava “Origine e senso della storia”, oggi riproposto dopo lunga assenza da Mimesis edizioni (2014, 28 euro). In esso vi era contenuto una osservazione divenuta poi patrimonio della riflessione dell’uomo sulla sua propria storia. La constatazione che tra l’800 ed il 200 a.e.v., si è registrata una sincronia di pensieri e di pensanti che fonda tutto quanto si è poi successivamente espresso nella formazione delle principali civiltà. Confucio, Laozi, Buddha ma anche la composizione delle Upaniṣad, Zarathustra, la composizione dell’Antico testamento, i Greci, filosofi, scienziati, storici, drammaturghi, politici ma anche mitografi come Esiodo ed Omero. Jaspers individuò questo periodo come una svolta, un tornante che s’inerpica intorno ad un asse, da cui l’uso del termine “assiale”.
Jaspers in base alle visioni e conoscenze dell’epoca, supponeva non vi fosse stata interrelazione di fatti sottostanti, queste espressioni culturali erano più o meno sincroniche nel tempo ma non furono dovute ad un contagio umano negli spazi dell’Eurasia. Quest’ultima assunzione, oggi che con l’ultima globalizzazione vediamo all’opera la più recente e potente espressione di quel fenomeno ricorsivo che è la tendenza del genere umano ad interconnettersi formando una più o meno fitta, unica, rete fatta di reti, è discussa. Un’intero comparto del’evoluzione dello sguardo storico, si sta muovendo da qualche decennio, ad assumere il mondo intero come oggetto di narrazione e riflessione, la World history. Questo tipo di storia che ha in oggetto il mondo, predilige la lettura proprio della relazioni, che si suppongono esser state vaste e profonde, sin dai tempi più antichi.
Uno dei suoi founding father è lo storico canadese, quasi centenario ma vivente, William H. McNeill che è quasi impubblicato in Italia.
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Il ruolo della Russia e la bancarotta dei rossobruni
Stefano Zecchinelli
“Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi” (Lenin).
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha criticato l’operato di Lenin, leader bolscevico ed architetto della Rivoluzione russa. A detta di Putin le teorie leniniste sull’autodeterminazione dei popoli sarebbero una ‘’bomba atomica’’, la vera causa della distruzione dell’Urss. La posizione di Putin è impegnativa e non può essere liquidata con poche battute. Per il capo del Cremlino “E’ stato proprio questo modo di pensare – il presidente russo si riferisce alla teoria bolscevica sull’autonomizzazione – che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica”, “La rivoluzione mondiale non ci serviva”. Putin non attacca l’esperienza sovietica, ma rinviene nel leninismo la ‘bomba’ che ha fatto crollare l’esperimento nazionalcomunista staliniano. Questa contrapposizione Lenin/Stalin – contrapposizione reale – ha una sua precisa genesi storica ma, prima di dare le dovute spiegazioni, è bene chiarire cosa intendesse Lenin per ‘’diritto delle nazioni all’autodecisione’’.
La reale posizione di Lenin sulla questione nazionale
Per prima cosa chiariamo che cos’è una nazione. Una nazione secondo Stalin è ‘’ un’entità stabile di linguaggio, territorio, vita economica, formazione psicologica, che si è storicamente evoluta e si manifesta in una cultura comune’’ ( Il Marxismo sulla Questione Nazionale e Coloniale ).
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Educazione neotelevisiva
Formazione mediatizzata dei cittadini ed egemonia televisiva negli anni 80 e oggi
di Federico Repetto
Il problema
“La televisiùn la g’ha una forsa de leùn… la televisiùn la t’endormenta cume un cuiùn” – cantava Jannacci agli albori della neotelevisione. Nel 1999 Mario Morcellini, studioso dei media e dell’educazione, invece avrebbe pubblicato, in polemica con vari pedagogisti e psicologi, un volumetto dal titolo provocatorio: La televisione fa bene ai bambini. La questione oggi può parere superata, come la stessa televisione generalista “calata dall’alto”: alla fine –a causa soprattutto dei canali tematici e di Internet- anche in Italia sono sostanzialmente diminuiti quanti la considerano piatto unico della loro dieta mediatica. Ma per capire il nostro presente –la situazione attuale della nostra cultura popolare- la questione televisiva resta molto importante. Tanto più che la pubblicità, che è diventata un fenomeno sociale veramente pervasivo da noi a partire dai tempi del boom delle tivù private, lo è a ancora oggi e si è prontamente trasferita nei nuovi media, mettendo sotto assedio anche quelli vecchi (si pensi alla pubblicità per telefono) e avvolgendoci letteralmente perfino sui mezzi di trasporto (ci sono autobus e treni la cui carrozzeria è fasciata dalla pubblicità anche all’esterno, finestrini compresi).
Per questo è importante comprendere il ruolo della neotelevisione commerciale egemonizzata dalla pubblicità nella formazione dei cittadini all’epoca della nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”.
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Gli orfani di Nizza
di Joe Vannelli
Proprio quando avevo terminato la lettura del saggio pubblicato presso DeriveApprodi da Peppe Allegri e Papi Bronzini (Libertà e lavoro dopo il Jobs Act. Per un garantismo sociale oltre la subordinazione) mi sono imbattuto in una sentenza del Tribunale di Potenza che merita menzione e commento.
La motivazione è stringata. Sostiene il Giudice del Lavoro, dottoressa Isabella Tedone, che non esiste nel lavoro autonomo alcuna presunzione di onerosità della prestazione richiamando un (per la verità solo preteso) precedente di Cassazione in tal senso (2769/2014, basta scorrerla in motivazione per capire che in realtà parla d’altro). Pacifico, comunque, che il nostro fosse un collaboratore non subordinato e che avesse fornito ad un quotidiano on line (La Nuova del Sud) una serie numerosa di servizi giornalistici, nell’arco di un biennio, mai retribuiti. Ma il Giudice nega l’esistenza di un diritto al pagamento, chiarendo le ragioni che avevano rafforzato tale convincimento: all’epoca dei fatti il ricorrente aveva trent’anni e, come noto, nel settore in questione è tutt’altro che infrequente, magari nelle more del conseguimento del titolo di pubblicista, che il giornalista si presti a consentire, anche gratuitamente, la pubblicazione dei propri articoli, anche solo allo scopo di acquisire notorietà ed esperienza. Per rivendicare un compenso non basta, secondo il Tribunale di Potenza, dimostrare lo svolgimento di attività lavorativa in favore di un’impresa operante nel settore della comunicazione; il collaboratore autonomo deve farsi carico di provare anche un accordo con chi utilizza le sue prestazioni circa la retribuzione pattuita. In conclusione il povero cococo non ha preso un centesimo ed ha pure pagato tremila euro di spese processuali.
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Gramsci e la “Rivoluzione in Occidente”
di Renato Caputo
Nato 125 anni fa, Gramsci è il pensatore italiano più letto e studiato al mondo dopo Machiavelli. Il suo pensiero è infatti ancora attuale per chi non intende limitarsi a comprendere la realtà, ma mira a trasformare radicalmente un mondo nel quale l’1% della popolazione si accaparra più ricchezze del 99%, in cui le 62 persone più ricche si appropriano di maggiori risorse del 50% più povero, ossia di 3,6 miliardi di persone
L’opera di Gramsci può essere interpretata come un trait d’union fra il marxismo della Terza Internazionale e i successivi sviluppi che ha avuto la riflessione marxista nel mondo occidentale. Gramsci, infatti, si pone il compito di tradurre il pensiero di Lenin, adattandolo alle peculiari condizioni delle società a capitalismo avanzato.
Antonio Gramsci nasce ad Ales (Cagliari) nel 1891. Terminate le scuole elementari, è costretto a lavorare, ma continua a studiare e, nonostante la difficile situazione economica della famiglia, riesce a iscriversi all’Università di Torino. Sono anni molto duri per la condizione di povertà, l’isolamento e un grave esaurimento nervoso.
Rimessosi, si iscrive al Partito Socialista e decide di lasciare l’università per dedicarsi all’attività pubblicistica sui giornali del partito. Il crescente impegno politico non lo porta ad abbandonare gli interessi culturali: diventato direttore di un piccolo settimanale di propaganda di partito, “Il grido del popolo”, lo trasforma in una rivista di cultura. In seguito fonda «Ordine Nuovo», di cui è direttore. La rivista ha un ruolo di direzione nel movimento dei consigli, durante l’occupazione delle fabbriche del 1920. La sconfitta del movimento, scarsamente appoggiato dal Partito Socialista, porta Gramsci a seguire Amedeo Bordiga nella costruzione del Partito Comunista d’Italia (1921).
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Pierre Dardot e Christian Laval, Del Comune
di Antonino Infranca
Come ogni buon libro di filosofia, anche Del Comune parte dalla etimologia della parola. Munus in latino è “dono”; da munus viene mutuum, che indica la “reciprocità” (cfr. p. 22). Aggiungo io che risalendo all’indoeuropeo si scopre che mit, da cui proviene mutuum, indica “mettere un limite (mi)tra due punti (t)”, “formare una coppia”, “alternare”, “unire”, “capire”, “comprendere”. D’altronde il greco μάθησις è apprendimento e μάθος è conoscenza. La congiunzione tedesca mit mantiene molti di questi significati o permette, unita a verbi o sostantivi, di dare il senso dell’unità o della comprensione; ancora in tedesco rimane una presenza del munus nel gemein, “comune”, ad evidenziare che anche le lingue germaniche mantengono la stessa radice indoeuropea del latino. Ritornando a Dardot e Laval, essi concludono rilevando che cum e munus formano la parole communis e, quindi: «Il termine “comune” è particolarmente adatto a designare il principio politico di una co-obbligazione per tutti coloro che sono impegnati in una stessa attività» (p. 22) e proprio in questo senso lo usava Kant. Se c’è una co-obbligazione, questa si fonda su una co-partecipazione, quindi il comune è compartecipazione, se non si partecipa insieme non si è obbligati. Nella Rivoluzione ungherese del 1956, i due autori, riprendendo una suggestione di Castoriadis, vedono la prima rivoluzione, cioè il superamento della divisione tra la politica professionalizzata, il Partito comunista ungherese, e la società civile (cfr. p. 70). In quei giorni, tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1956, la società civile ungherese instaurò una “politicizzazione universale della società”, che esercitava una democrazia diretta, fondata sulla vera eguaglianza politica, radicata in collettività concrete ed autogestite, i Consigli, o, per dirla in russo, i Soviet.
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Italia 2016: la speculazione sulla fame
di Pasquale Cicalese
«Vogliamo essere certi che il fondo abbia un fondamento stabile. Non siamo contrari, in linea di principio, ma è importante che si rispetti ogni passaggio per arrivarci. In primo luogo bisogna far convergere i diversi quadri legislativi dei Paesi, che influenzano enormemente sulla solvibilità di una banca e la solidità di un sistema bancario. Abbiamo bisogno di un diritto fallimentare unico. Inoltre dobbiamo rendere più solide le banche al livello nazionale, dunque adeguare il capitale delle banche alla presenza di bond sovrani». (Dombrert, Ecco le condizioni per il fondo europeo salva-risparmio. Intervista a Alfred Dombrert, Vice Presidente Bundesbank, Vice Presidente Vigilanza Bce, La Stampa 23 gennaio 2016).
“Di fondamentale rilievo la modifica al codice civile, nel quale, dopo l'art. 2929 è inserita la Sezione I-bis riguardante l'espropriazione di beni oggetto di vincoli d'indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito. In proposito, l'art. 2929-bis c.c. introduce una tutela rafforzata per il creditore in caso di pignoramento, grazie alla revocatoria semplificata. L'istituto introdotto dal d.l. in esame fa sì che il creditore ove si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust ovvero da un vincolo di destinazione in genere, possa iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cd. revocatoria)”. (www.altalex.com)
“Ma non dimentichiamo gli interventi importanti già fatti dal Governo per accelerare il recupero del credito. Perché alla fine il salto di qualità è proprio questo. Il recupero svelto è la condizione necessaria per lo smaltimento dei credit non performing, un veicolo ad hoc in grado di fare incontrare domanda e offerta sarebbe la classica ciliegina sulla torta”. (Giù le mani dalle banche italiane, Intervista a Carlo Messina, Amministratore delegato Intesa SanPaolo, MilanoFinanza 23 gennaio 2016).
***
Di questi tempi ti accorgi che ci vorrebbe Sbancor. Lui, che dall’ufficio studi della fu Capitalia seguiva i movimenti di capitale e scriveva note sugli indici borsistici. Peccato, sarebbe stato di fondamentale utilità di questi tempi.
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La “Questione d’Oriente”, l’”Infelicità araba” e il Daesh
di Fabio Alberti
“Oriente, questione d’ Complesso dei problemi politici internazionali aperti dalla progressiva decadenza dell’impero ottomano. La questione d’O. interessò le cancellerie europee dalla fine del sec. 17°, dopo la sconfitta dell’esercito turco a Vienna (1683). L’impero ottomano divenne oggetto delle ambizioni delle potenze occidentali.”(Dizionario di storia, Enciclopedia Treccani)
“L’infelicità araba ha questo di particolare: la provano quelli che altrove parrebbero risparmiati, e ha a che fare, più che con i dati, con le percezioni e con i sentimenti”. (Samir Kassir)
Il modo in cui funziona l’occhio umano dà luogo al quel fenomeno per il quale l’illuminazione di un oggetto impedisce la vista di ciò che vi sta intorno. E’ così che la luna nasconde il firmamento e che i fari dell’automobile impediscono di vedere ciò che sta ai lati della strada. Così vale anche per la cronaca, che nasconde la storia ed impedisce di comprendere i fatti. Per questo, prima di ricostruire i minuti, i giorni, o gli anni che precedono gli attentati di Parigi (e del Sinai, di Beirut, di Bamako, di Tunisi…) occorrerebbe volgere lo sguardo ai secoli che li precedono.
Verso la fine del 17° secolo quella vasta area geopolitica che va dal Maghreb all’Azerbaigian, dai Balcani allo Yemen[1], allora controllata dall’impero ottomano, comincia ad andare in crisi. Con la perdita di centralità nel commercio mondiale, dovuto all’apertura delle rotte marittime ed il ritardo tecnologico rispetto all’area europea, si avvia un declino economico che favorisce l’emergere di spinte centrifughe dal variegato mosaico di popoli che la componevano.
E’ da allora che tra le cancellerie europee si discute la “Questione d’Oriente” come modalità di spartizione delle sue future spoglie. Se ne parlerà già al Congresso di Vienna, a latere dei negoziati sul ripristino dell’ordine monarchico seguito all’avventura napoleonica, e terrà impegnate le cancellerie europee per tutto il XIX secolo.
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Che ne è dello Stato?
di Alfio Mastropaolo
Dal racconto del “racket originario” all’analisi del tentativo di governare il disordine da parte dei moderni regimi democratici, Mastropaolo si sofferma sui limiti di un’entità la cui autorità è senza sosta contesa e negoziata
Né monopolio, né ordine
Uscito di scena il marxismo, una questione è stata spesso trascurata. Lo Stato è un’istituzione di dominio, fatta di esseri umani in carne e ossa. Aiutano a riprenderla tre autorevoli scienziati sociali di estrazione tutt’altro che marxista: Charles Tilly, Norbert Elias e Pierre Bourdieu.
Punto di partenza ideale per rileggere questi tre autori è l’incipit a dir poco irriverente di Charles Tilly. «Se il racket costituisce la forma più raffinata di crimine organizzato, allora la minaccia della guerra e la costruzione degli Stati – classiche forme di racket col vantaggio della legittimità – costituiscono il più grande esempio possibile di crimine organizzato». Così esordisce, sulle orme dello stesso Weber e su quelle molto più antiche di Agostino d’Ippona, un brillante saggio contenuto in un volume che nel 1985 reinscriveva lo Stato nell’agenda di ricerca della political science d’oltre oceano, refrattaria, dai primi anni Cinquanta, alla parola e all’argomento.[1]
Raffigurare coloro che le scienze sociali chiamano gli State-builders come imprenditori violenti di successo, protesi a accumulare a spese d’altri ricchezze, territori, popolazione, prestigio, vendendo protezione da minacce da essi stessi suscitate, è molto realistico. Nessuno dei cosiddetti State-builders intendeva edificare lo Stato. Ancor meno nessuno tra loro aveva in mente che ciò che costruivano dovesse essere moderno, altro dalle forme preesistenti d’organizzazione e dominio politici.
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Orientarsi nel labirinto della lotta di classe
A proposito di un libro di Domenico Losurdo
Elena Maria Fabrizio
Non è stato l’Occidente a essere colpito dal mondo; è stato il mondo che è rimasto colpito - e duramente colpito - dall’Occidente
A. Toynbee, Il mondo e l’Occidente
Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 387
L’assenza cronica di visioni globali della storia è il più grave colpo inflitto dall’umore postmoderno alla contemporaneità. Di questa assenza soffre anche certa cultura marxista, spesso retrocessa a visioni che hanno rimosso dall’orizzonte storico la portata universalistica del conflitto di classe, qualche volta ridotto a semplice stagione del più ampio processo moderno di emancipazione, qualche altra a progetto fallimentare di cui solo la tradizione liberal-riformista avrebbe saputo tesaurizzare gli aspetti propulsivi.
In questa situazione culturale e politica analizzare i processi storici attraverso la categoria della lotta di classe è un’operazione coraggiosa perché tocca questioni ideologiche e etico-politiche che dal crollo del comunismo sovietico è politicamente scorretto, se non scandaloso, evocare. La critica dell’ideologia però resiste, in uno studioso che ne è tra i più illustri e forse ortodossi rappresentanti e di cui ci sono noti i meticolosi controcanti all’edificante apologia di quella storia che l’Occidente proclama come progressiva e propria. Con questo libro, Losurdo riprende il filo di una ben nota narrazione che si vuole far passare per fallita o passé, ma che forse non si conosce ancora abbastanza. Ne scandaglia l’interna complessità e senza riduzionismi di sorta ci restituisce una visione globale della storia nella quale la lotta di classe riceve il ruolo di spinta che le spetta nel processo di emancipazione e costruzione di unità del genere umano.
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Rivoluzione industriale 4.0 e Medioevo insorgente
di Riccardo Achilli
Il dibattito sull’automazione ed i suoi effetti lavoristici e sociali sta avendo una rinascita, in corrispondenza con quella che sembra prospettarsi come una nuova rivoluzione tecnologica pervasiva, fatta essenzialmente di sviluppi nei settori della intelligenza artificiale, della produzione, uso e distribuzione sostenibile dell’energia, delle biotecnologie e della progettazione digitalizzata in 3D. Qualcuno chiama “Rivoluzione Industriale 4.0” questa ondata tecnologica imminente, che riconfigurerà completamente gli assetti produttivi, occupazionali, sociali e politici del mondo.
Naturalmente non mancano i cantori dell’ottimismo, appositamente convocati per preparare il campo a questi sconvolgimenti che saranno, per chi dovrà viverne la fase di transizione (cioè noi) devastanti non meno di quelli che hanno accompagnato la prima Rivoluzione industriale. Nel campo della green economy, si va da chi, come Jeremy Rifkin, immagina un futuro di “produzione democratica” di energia da parte di autoproduttori individuali proudhoniani, che si scambiano energia fra loro in una rete in cui nessuno può assumere una posizione oligopolistica, all’idea che l’innovazione tecnologica in materia energetica possa risolvere il riscaldamento globale (quando probabilmente il problema è quello, da un lato, di preparare le contromisure nei confronti di un fenomeno già in atto e non reversibile, e dall’altro di preoccuparsi di problemi ambientali altrettanto se non più gravi, come l’eccessiva impronta idrica ed alimentare).
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Che dirò ai miei studenti nel giorno della memoria?
Franco Berardi Bifo
Dopo la guerra che Israele scatenò contro la popolazione di Gaza nel 2008, Stefano Nahmad (la cui famiglia subì le persecuzioni naziste) scrisse queste parole: «hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame […] li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera».
La guerra che Israele conduce contro il popolo palestinese non è finita, non finisce mai. Continua ogni giorno, e ogni giorno uccide, distrugge, depreda. Negli ultimi mesi è esplosa una povera Intifada, chiamata l’Intifada dei coltelli. Si manifesta con azioni suicidarie compiute da uomini donne, anziani e giovani che il razzismo quotidiano del gruppo dirigente di Israele ha reso a tal punto disperati da cercare la morte per strada, nel tentativo generalmente fallimentare di accoltellare uno dei superarmati agenti dell’esercito di Israele.
Come ogni anno si avvicina il giorno della Memoria, e come ogni anno mi preparo a parlarne con gli studenti della scuola in cui insegno. Insegno in una scuola serale per lavoratori, in gran parte stranieri. È un ottimo osservatorio per capire quel che accade nel mondo. Qualche anno fa, in occasione di questa ricorrenza, leggemmo brani dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi. Avevamo parlato molto della questione ebraica, e della storia del popolo ebreo dalle epoche lontane al ventesimo secolo. Proposi che tutti scrivessero un breve testo sugli argomenti di cui avevamo parlato.
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Aspettare l’Alba?
Viaggio nella crisi. Parte IX
di Ascanio Bernardeschi
Quali possono essere gli interlocutori internazionali di un'alternativa al capitalismo? Dopo aver esaminato i paesi cosiddetti Brics, giungendo a conclusioni problematiche e non definitive, parliamo – con viva preoccupazione – dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba) che negli ultimi anni si è opposta alla supremazia Usa nel continente latinoamericano
Un po' di storia
La quasi totalità dei paesi dell'America latina è integrata in vario grado nel Mercato Comune dell'America Latina, Mercosur, (per approfondimenti v. sotto Rif. 1) istituito nel 1991. Ancora più ampia è l'Unione delle Nazioni Sudamericane, Unasur (per approfondimenti v. sotto Rif. 2), che costituisce una comunità non solo economica ma anche politica.
Tradizionalmente l'America Latina costituiva il “cortile di casa” degli Usa ai quali sono legati Canada e Messico, attraverso l'Accordo nordamericano per il libero scambio, Nafta (per approfondimenti v. sotto Rif. 3), accordo che venne subito contestato dall'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale della regione del Chiapas (Ezln), perché molto favorevole agli USA.
Includendo le maggiori economie nordamericane, il livello degli scambi all'interno del Nafta è nettamente superiore a quello del Mercosur (vedi grafico n. 1). Ma il livello di integrazione delle economie latinoamericane tra di loro e con la Cina è andato crescendo negli ultimi anni.
Per consolidare la propria egemonia nell'area, gli Stati Uniti, ai tempi di George W. Bush, proposero la costituzione dell'Area di Libero Commercio delle Americhe, Alca (per approfondimenti v. sotto Rif. 4), ma nel 2004, con l'ascesa al potere di Hugo Chàvez in Venezuela, si realizzò un asse tra quel paese e Cuba, quale primo impianto di un disegno alternativo a quello statunitense.
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Alcuni appunti sulla riproduzione sociale*
di Alisa Del Re
Attraverso alcuni “appunti” vorrei connettere la necessità di riformulare e chiarire il concetto di riproduzione sociale degli individui associandolo alla necessità di produrre nelle città dello spazio comune perché questo si possa realizzare. Pensare ad uno spazio veramente pubblico e veramente relazionale in cui si possa attivare una visione di genere dei rapporti sociali, associando i saperi “alti” alle pratiche di resistenza sperimentate nella crisi
1) Cosa si intende per “riproduzione sociale”? La riproduzione degli individui è sociale perché comandata o controllata, in un continuo scivolamento tra pubblico e privato.
Intendo parlare della riproduzione degli individui in una società data. Riproduzione sociale contrapposta a individuale, pubblica contrapposta a privata, comandata e sottoposta a regole piuttosto che libera nelle scelte, produttrice di solitudini e frustrazioni al posto di gioiose cooperazioni.
Nelle società occidentali1 la riproduzione degli individui è sottoposta ad un’oscillazione costante tra il sociale e il privato, con il sociale che si presenta sotto forma di comando diretto, organizzato da leggi, dalla spesa pubblica, da costumi, da regole morali, che appiattiscono i desideri e un privato volgarmente idealizzato come spazio di libertà, ma che si svela essere nella gran parte dei casi abbandono, miseria, frustrazione, impotenza, solitudine.
La forma sociale della riproduzione degli individui non è solo il welfare (che nella fase fordista ha funzionato come controllo sulla riproduzione della forza lavoro e oggi è solo l’ombra di una spesa statale ormai ridotta a poca cosa) ma è anche l’insieme delle visioni che le società hanno del rapporto sociale tra i sessi e dello sviluppo, della crescita e della formazione delle persone.
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Le nuove servitù e il lavoro intellettuale
di Carlo Formenti
Quella che segue è la trascrizione dell'intervento tenuto nello scorso aprile a Pistoia all'interno del seminario "La cultura di massa dall'emancipazione all'alienazione". Sui numeri 182-183 e 184 abbiamo pubblicato le altre relazioni
In poco più di trent'anni, dall'inizio degli anni ottanta a oggi, le conquiste di secoli di lotta delle classi subordinate - salari, condizioni di lavoro e di vita dignitose, diritto all'assistenza sanitaria, e alla pensione, ampliamento degli spazi democratici - sono stati spazzati via senza incontrare praticamente resistenza. Voi vivete letteralmente in un altro mondo, rispetto a quello in cui è vissuta la mia generazione.
Forse vi può essere utile apprendere qualche cenno biografico su chi vi sta parlando per aiutarvi a capire. Ho sessantasette anni, non ho visto la guerra, ma ho vissuto altre grandi mutazioni. Quando insegnavo all'università di Lecce, ora sono in pensione, iniziavo sempre il corso con questa breve nota autobiografica, perché sono convinto che non esista alcun sapere, alcuna conoscenza, anche quelle che si pretendono scientifiche, che non sia situata. Parliamo sempre da un punto di vista: appartenenza di genere, di classe, appartenenza a un'epoca storica e alla sua cultura, eccetera... E quindi il mio punto di vista - per quanto io possa essere dotato di autoconsapevolezza critica, capacità di auto-distanziamento o di autoironia - è determinato da tutti questi fattori.
L'età ve l'ho già detta. Ho fatto diversi mestieri perché ho sempre avuto l'abitudine - quando non mi sentivo più a mio agio in un determinato ruolo - di cambiare vita, buttando via quello che oggi si chiama il mio "capitale sociale" per ricominciare da zero. Mio padre era un artigiano di origini contadine nato nel 1903, quindi ha fatto in tempo a vedere la ritirata di Caporetto, i disertori che venivano accolti nei fienili dai contadini del suo paese e, quando venivano trovati dai carabinieri, fucilati sul posto.
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Riprendiamoci il lato oscuro della forza
di Fabio Ciabatti
Ernst Bloch, Eredità di questo tempo, traduzione e cura di Laura Boella, Mimesis, 2015, pp. 482, € 32,00.
In un’epoca dominata rassegnazione e passioni tristi può essere di grande utilità recuperare il pensiero di Ernest Bloch, un autore che rivendica al marxismo la forza dell’utopia concreta, della speranza e della fantasia, anche nelle loro dimensioni apparentemente anacronistiche, oscure e irrazionali. Tra il serio e il faceto potremmo dire che Bloch, preso atto della potenza del lato oscuro della forza, ci esorta a sottrarre il suo potere al nemico, convinto che si possano diradare le tenebre solo percorrendo fino in fondo il sentiero oscuro senza rimanerne dominati e consumati, checché ne pensino il maestro Joda e tutti gli altri cavalieri Jedi.
Non può che fare piacere, dunque, la ripubblicazione di Eredità di questo tempo, libro dato alle stampe a Zurigo nel 1935, ora disponibile per il pubblico italiano con una nuova introduzione e una nuova traduzione a cura di Laura Boella, traduttrice e curatrice anche della prima edizione italiana del 1992 (uscita con il titolo Eredità del nostro tempo).
In questa recensione ci concentreremo soprattutto sul concetto di non contemporaneità che Bloch utilizza per analizzare il nazismo, ma che può essere utilmente impiegato per comprendere alcuni fenomeni contemporanei come il fondamentalismo e i movimenti sociali sudamericani. Non sorprenda il riferimento a due fenomeni dalle valenze politiche opposte: secondo Bloch, infatti, la capacità o meno di occupare il territorio della non contemporaneità può dare luogo a esiti politici completamente differenti.
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Il continente delle piccole patrie
Marco Bascetta
L’indipendentismo ha assunto i tratti dell’autodeterminazione dei popoli o, all’opposto, quelli xenofobi e populisti. Ma viene altresì declinato, nella prospettiva dell’autogoverno delle risorse, come mezzo per rilanciare il welfare state e per definire in senso democratico i rapporti tra stati a livello europeo
Nel più prossimo futuro dell’Unione europea, la questione delle autonomie, o delle indipendenze, sembra destinata a occupare una posizione centrale e decisamente complicata. Nel senso che non riguarderà più solamente il rapporto tra le regioni che rivendicano l’autonomia e lo stato nazionale da cui aspirano a separarsi, ma porrà problemi politici di carattere generale tali da investire l’assetto stesso dell’Unione. La quale, nei suoi trattati e nelle sue politiche, ha completamente eluso la questione, adottando implicitamente quella posizione che nel diritto internazionale è raccomandata come principio di «non ingerenza». Insomma, soprattutto dopo l’esito delle elezioni catalane e spagnole, le indipendenze non potranno più restare affare esclusivo dei catalani, dei baschi, degli scozzesi o dei corsi, ma lo diventano di tutti gli europei e dell’idea di democrazia che vorranno affermare.
Oligarchie regionali
Converrà, tuttavia, definire chiaramente una premessa. Chi non ama, come chi scrive, gli stati nazionali, non può certo vedere di buon occhio la loro moltiplicazione. Ciò che è accaduto dopo il 1989 non ha fatto che confermare questa decisa avversione.
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Tesi sulle radici del male
di Anselm Jappe
1. Il sistema capitalista è entrato in una grave crisi. Non si tratta di una crisi ciclica ma di una crisi terminale, non nel senso di un collasso istantaneo bensì come un processo che segna la fine di un sistema plurisecolare. Non si tratta di profetizzare un evento futuro, ma di constatare un processo che ha cominciato a rendersi visibile all'inizio degli anni 1970 e le cui radici risalgono all'origine stessa del capitalismo.
2. Non stiamo assistendo ad una transizione verso un altro regime di accumulazione (come avvenne con il fordismo) o a nuove tecnologie (come avvenne con l'automobile), né tanto meno allo spostamento del centro del sistema verso altre regioni del mondo, ma all'esaurimento di ciò che è la fonte stessa del capitalismo: la trasformazione del lavoro in valore.
3. Le categorie fondamentali del capitalismo, così come sono state analizzate da Karl Marx nella sua critica dell'economia politica, sono il lavoro astratto ed il valore, la merce ed il denaro, che si riassumono nel concetto di "feticismo della merce".
4. Una critica morale, basata sulla denuncia della "avidità" di alcuni individui o gruppi, perderebbe di vista ciò che è essenziale.
5. Non si tratta di definirsi marxisti o post-marxisti, né di interpretare l'opera di Marx o di completarla per mezzo di altri contributi teorici.
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Antonio Gramsci e la concezione del partito comunista
di Andrea Catone
Questo 95° anniversario della fondazione del Pcdi a Livorno cade in un momento particolare, in cui i comunisti in Italia si cimentano nuovamente con l’impresa “grande e terribile” di ricostruire in Italia un partito comunista “degno di questo nome”. Impresa grande e terribile perché i comunisti, che hanno contribuito in modo determinante a scrivere la storia d’Italia nel ‘900 – dalla Resistenza antifascista alla stesura della Carta costituzionale, alle lotte politiche e sociali del secondo dopoguerra condotte lungo il filo rosso della strategia della “democrazia progressiva” – sono oggi ridotti ai minimi termini, dispersi e frammentati in piccoli rivoli. Eredi di una storia gloriosa, ma anche di errori teorici e di pratiche politiche rovinose, dovuti in gran parte a subalternità ideologica e politica alle classi dominanti e ai loro partiti di riferimento, ci proponiamo di consegnare alle nuove generazioni uno strumento – il partito comunista – che riteniamo, oggi come ieri, indispensabile per resistere al capitalismo finanziario e all’imperialismo sempre più aggressivi, e accumulare forze per la trasformazione rivoluzionaria della società.
Impresa resa ancor più difficile dal fatto che oggi è abbastanza diffusa anche nella cultura di “sinistra” la messa in discussione del partito politico tout court, in quanto tale. Questo attacco alla “partitocrazia”, apparentemente anarchico e libertario, è funzionale allo stadio oggi raggiunto dal dominio del capitale finanziario, che privilegia una società “liquida”, il più possibile atomizzata e incapace di esprimere strutture e corpi organizzati, resistenti e duraturi, alla quale far pervenire messaggi dall’alto, senza il filtro e l’elaborazione di un organismo critico e strutturato.
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In nome del popolo lontano
di Luca Baiada
Una democrazia già fragile, uscita incrinata dalla guerra fredda e entrata fiacca nella globalizzazione, adesso rischia il peggio.
La legge elettorale truffaldina del 2005 – proprio uno dei suoi confezionatori la chiamò «porcata» – è stata spazzata via dalla Corte costituzionale, ma ecco che la maggioranza parlamentare eletta proprio con quelle norme, una maggioranza che a sua volta si regge su un voto minoritario, su una parte della magra fetta dell’elettorato che è andata a votare, vuole cambiare di nuovo proprio la legge elettorale, e senza seguire i principi dettati dalla stessa Corte costituzionale.
Un governo sostenuto dalla fiducia di pochi spinge una modifica della Costituzione che riduce la partecipazione democratica. Propongono un ibrido furbo, un esile guscio di rappresentanza popolare con una polpa oscura: due camere, ma solo una è elettiva, benché figlia di un voto distante dalla partecipazione della cittadinanza. L’altra si chiama ancora Senato, ma i componenti non sono più elettivi; vengono individuati dagli enti locali, sulla base di logiche che in questo momento non sono esplicitate, ma che fanno indovinare basse manovre e stretti interessi delle segreterie di partito, o delle segreterie senza neppure un partito.
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