Programma Minimo e Potere al Popolo
di Enzo Gamba
Una possibile articolazione del progetto e dei compiti dei comunisti
Sulla scena politico-elettorale italiana, in vista delle prossime elezioni, nel “campo di sinistra”, si è imposta una nuova proposta elettorale, politica e organizzativa: “Potere al Popolo”.
L’iniziativa, lanciata da Je so’ pazzo di Napoli, ha suscitato subito un notevole entusiasmo ed ha coinvolto una quantità di soggetti che, pur essendo da tempo attivi nei conflitti sociali territoriali e protagonisti di lotte significative, finora non hanno potuto o saputo creare un coordinamento a livello nazionale. Lo stesso interesse ha toccato numerosi compagni che spesso militano in organizzazioni comuniste, o che quanto meno proprio al comunismo fanno riferimento. Stante le numerose assemblee e iniziative che stanno partendo in numerose città, con il risultato di aver creato minimi, seppur significativi, contatti, sinergie e livelli organizzativi, vi sono motivi per sperare che questo fermento non vada perduto dopo le elezioni, anche in caso negativo, e che il coordinamento rimanga attivo ed operante in riferimento agli obiettivi politici esplicitati nel manifesto elettorale. Non è impossibile che Potere al Popolo possa costituire un embrione di movimento politico organizzato con obiettivi di difesa del proletariato e delle masse subalterne e dunque necessariamente anticapitalistici.





L’inverno è arrivato. Una spessa coltre di ghiaccio, sotto forma di enorme iniezione di liquidità, ha cristallizzato il panorama economico, finanziario e sociale. Quasi dieci anni fa, i primi focolai della Grande Recessione cominciavano a divampare. Ben presto l’incendio divampò in Occidente. Soltanto la torrenziale pioggia di cartamoneta lanciata dagli elicotteri delle banche centrali, con l’avvio del Quantitative easing, impedì che l’economia globale finisse in cenere. Ma gli effetti del Quantitative easing sono paragonabili a una coltre che ha cristallizzato la volatilità delle piazze borsistiche: oggi, il mondo finanziario vive immobilizzato allo zero termico, in quel glaciale torpore imposto dal pilota automatico delle banche centrali.
«La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole»: così scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere discutendo di strategie militari. Negli ultimi mesi, e ancora di più dopo i fatti di Macerata, mentre ci si ritrova di fronte alla stessa amara e realistica constatazione secondo la quale non possiamo sceglierci il terreno di battaglia che vogliamo, ci si chiede in quale “forma di guerra” siamo precipitati.
Il termine comunismo detiene, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, una certa opacità spettrale. Il «disastro oscuro»1 dei socialismi realizzati e il conseguente trionfo su scala globale del capitalismo neoliberista, hanno infatti relegato il comunismo – la sua tradizione ideologica, le sue pratiche e, non da ultimo, le categorie politiche e filosofiche del marxismo – nel novero dei cadaveri della Storia. Da più di un decennio, però, questa narrazione sembra esser messa in crisi. Marx è tornato sotto l’attenzione di molti studiosi, e non solo. La riflessione accademica fa nuovamente spazio ad argomenti riconducibili, in qualche modo, al concetto di ‘transizione’. Rivolte o movimenti politici alternativi hanno fatto la loro comparsa un po’ ovunque con una fenomenologia spesso simile: cioè cercando, tramite una riscrittura populista o contro-populista della più tradizionale pratica politica di sinistra, di contrastare l’egemonia economico-politica del capitalismo.
Premessa. Potere al Popolo è in Italia la vera sinistra alternativa. La sinistra è la volontà di cambio dell’attuale modello sociale. E’ per la liberazione della società e per una pratica politica e sociale che affronti e contesti le classi dominanti e l’imperialismo. In Italia c’è una sinistra sparsa in organizzazioni politiche e movimenti che Potere al Popolo deve unire.
Un fantasma si aggira per l’Europa e purtroppo questa volta non è il fantasma del proletariato. La sua sagoma sinistra si staglia dietro le parole ed i lessici, fra i discorsi del nostro quotidiano, fra le congiunzioni dei nostri pensieri. E’ il fantasma di un pensiero dominante, quello neoliberale in crisi, e quindi ancor più micidiale che negli anni della globalizzazione. E tuttavia si tratta di un fantasma in carne ed ossa, incarnato da una classe dominante che impone determinate scelte e determinate pratiche governamentali.
Persino la statunitense Central Intelligence Agency, non sospettabile sicuramente di simpatie per la Cina, ha ormai ammesso che il prodotto interno lordo cinese ha superato quello statunitense a partire dal 2015, usando (a modo suo, certo, ossia in modo parziale) il criterio della parità del potere d’acquisto: tale dato di fatto esplosivo emerge con chiarezza dalle interessanti pubblicazioni annuali della CIA, ossia il CIA World Factbook del 2015 e del 2016, con le loro informazioni che riguardano il confronto tra l’economia cinese e quella statunitense, non utilizzando il prodotto interno lordo nominale e puramente monetario ma invece uno strumento analitico più raffinato e soprattutto corrispondente alla realtà contemporanea.
0. Ringrazio molto gli organizzatori non solo per l’invito ma specialmente per il tema che mi è stato assegnato: “La rivoluzione in Occidente”.
Marta Fana, dottore di ricerca presso l’Institut d’Études Politique de SciencesPo a Parigi e giornalista, ha scritto un libro che, giunto alla terza edizione in poche settimane, è diventato occasione per tornare a discutere della condizione del lavoro in Italia. Si intitola 



C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.
Ancora su Macerata
Quale deve essere l’approccio dei comunisti nei confronti del momento elettorale, quali gli obiettivi da perseguire? Quale deve essere la relazione tra la battaglia strategica per la rottura sistemica, le vertenze dei settori sociali e dei lavoratori e la rappresentanza politica dei settori di massa? Ha senso oggi riproporre un modello puramente identitario della soggettività comunista, o quello del “partito di massa”, senza confrontarsi con le condizioni e i gradi di coscienza imposti da decenni di scomposizione di classe?

Se ne L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014), il volume che logicamente chiude la serie Homo sacer, Giorgio Agamben, quasi in esordio, sosteneva che ogni opera «non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9), l’aver “abbandonato” il progetto in questione non è affatto coinciso con un abbandonare la pratica della scrittura da parte dell’autore.
Un’analisi del declino economico italiano che, oltre ad essere scientificamente robusta, comporta preziose indicazioni di policy per una Sinistra rinnovata, prende le mosse dall’assunzione secondo cui, nel lungo periodo, corre una relazione costante tra il saggio di crescita dell’output e il saggio di crescita della produttività del lavoro
Per Lenny Benbara, la France Insoumise ha sottovalutato il talento di Emmanuel Macron, al punto di essersi fatta mettere sotto scacco da qualche mese a questa parte. Se il movimento vuole ottenere nuove vittorie, la difficoltà sarà quella di incarnare la collera e la speranza, il cambiamento e l’ordine.
Con la presentazione delle liste e dei programmi, entra nel pieno la corrida elettorale. Il capo da abbattere è ancora una volta il proletariato.
Care compagne cari compagni,

Vorrei avere la penna e l'estro di Flavio Baroncelli, per scrivere di «politicamente corretto». Vorrei avere il suo acume, la sua leggerezza e la sua ironia per commentare gli argomenti esposti da Jonathan Friedman in un saggio che esce in questi giorni (in lingua originale in un'edizione con copyright dell'autore, PC Worlds. Political Correctness and Rising Elites at the End of Hegemony e contemporaneamente tradotto in lingua italiana da Francesca Nicola e Pietro Zanini e a cura dello stesso, per l'editore Meltemi, col titolo Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime). Flavio Baroncelli era un filosofo intelligente e schietto oltre che un caro amico; insegnava Filosofia morale a Genova e aveva pubblicato nel 1996 presso Donzelli un volumetto sul politicamente corretto (Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del «politically correct»). Baroncelli sarebbe stato perfetto per fustigare col suo stile ironico e la sua scrittura effervescente le grevi e tormentate pagine che l'antropologo nordamericano Jonathan Friedman, che ha vissuto e insegnato in Svezia più di quarant'anni, dedica al politicamente corretto; Flavio però ci ha lasciati undici anni fa e così dovete accontentarvi di me. Aggiungo che il libro di Fredman è stato scritto negli anni novanta e aggiornato con un breve poscritto: esce ora con la motivazione che i fenomeni descritti hanno retto alla prova dei tempi e anzi si sono estesi a molti altri paesi oltre alla gelida e lontana Svezia. 
Affrontare Lenin in quanto filosofo, significa discutere lo statuto del materialismo e la sfida politica in ciò insita. A tal proposito, Materialismo ed empiriocriticismo è un’opera fondamentale del suo pensiero filosofico. Scritto nel 1908 e pubblicato nel 1909, questo lavoro tratta in particolare la teoria della conoscenza dal punto di vista del materialismo. Avremo modo di vedere, tra l’altro, come proprio qui si trovi il nocciolo del materialismo di Lenin. Innanzitutto, è doveroso sottolineare che, agli occhi del rivoluzionario russo, la sfida consistente nella difesa del materialismo non ha origine in una semplice questione filosofica o epistemologica: si tratta anche di una questione politica. In effetti, secondo Lenin, conoscere il mondo circostante «obiettivamente» è condizione necessaria per trasformarlo efficacemente, in modo tale che le cause reali dei fenomeni e delle forze operanti nella natura, e nella società, non risultino dissimulate dietro la facciata, indefinitamente rimaneggiata, di convenzioni sociali e ideologie dominanti.
Ho molti amici che si stanno impegnando in questa tornata elettorale con “Liberi e Uguali”, come ne ho che si impegnano con “Potere al Popolo”, qualcuno persino con il “Partito Democratico”. Su questo ultimo il mio giudizio, maturato anche dolorosamente negli anni, è piuttosto drastico, si tratta ad essere generosi di un caso di
L’epoca della naturalizzazione del presente vive del consumo del tempo. Si vive la dimensione non del tempo vissuto ma del tempo consumato. La prima dimensione umanizza, fonda relazioni e comunità, poiché nel tempo vissuto vive la storia di un io per la comunità. Il capitalismo assoluto erodendo la dialettica, la pluralità argomentativa, ha sostituito il tempo vissuto con il tempo da consumare. Tale dimensione entra nella relazioni sociali le quali divengono sempre più asociali, l’altro è un mezzo da utilizzare in vista delle merci, del guadagno immediato: tempo che consuma le persone, le comunità, i paesaggi, i suoli. La cifra della contemporaneità è il consumo; il problema è che si continua a citare il tempo vissuto, nella assoluta inconsapevolezza che la vita vissuta arretra per lasciare spazio al consumo. La storia come luogo della liberazione e dell’emancipazione è dimensione di un tempo che non si osa pensare. Il tempo consumato, trasforma le persone in consumatori, in maschere tecnocratiche, taglia la relazione tra il sentire ed il pensare, Nietzsche direbbe tra il dionisiaco e l’apollineo, tra la vitalità, il desiderio autentico ed il pensiero logico. L’uomo scisso del capitalismo assoluto consuma senza sentire l’offesa quotidiana, bruca la religione del cattivo infinito senza ascoltare la dignità ferita. In media la scissione del soggetto alienato, estraniato da se stesso favorisce il capitalismo assoluto, poiché inibisce sul nascere la partecipazione politica, la rabbia da trasformare in risorsa motivante del pensiero.




































