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italiaeilmondo

Sui fatti di Macerata

di Alessandro Visalli e Roberto Buffagni

Riportiamo l'intervento di Alessandro Visalli in risposta all'articolo [riportato in calcedi Roberto Buffagni e la successiva discussione svoltasi su L'Italia e il Mondo

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macerata fatti 640x277Ancora su Macerata

di Alessandro Visalli

Il pezzo di Roberto Buffagni  è molto bello e terribile. Non siamo davvero più abituati a traguardare nei fatti il radicale altro che vi può essere incluso. L’obiettivo mi sembra un troppo facile multiculturalismo, l’idea di una sussunzione senza resti nella tecnica, ovvero nello spirito della tecnica moderna, nella creazione di valore proprio del capitalismo (nella riduzione di tutto a misura, a metrica), dell’uomo intero. Ma l’uomo ha ottenuto questo risultato, questa potente capacità di farsi macchina di valore, schermandosi e disincantando il mondo stesso. Ci sono voluti secoli e non è neppure mai davvero riuscito del tutto. Questo processo, che si raggruma in modo particolarmente chiaro nello scientismo (ed in quella sua sublimazione che è l’economia contemporanea), postula la separazione tra mente e corpo con il confinamento di tutto il senso, di tutto il significato ed il pensiero nell’intramentale (il termine è di Charles Taylor, L’Età secolare, pp.174). Quando si ottiene questo effetto, al quale nessuno di noi è esente e che ci ha determinati, la realtà diviene meccanismo. Ed il meccanismo prevede uno ‘sviluppo’. Ma non tutti gli uomini sono formati in questo modo, ed alcuni hanno radicamenti diversi. Hanno una vita religiosa intrecciata con la vita sociale, non separabile, e non separabile da un cosmo.

L’uomo è radicato in una società ed in un cosmo, dunque nei riti che lo costituiscono. Qui ci mancano le parole, perché ci manca l’esperienza. Taylor parla di “mondo incantato”, in cui gli spiriti e le forze hanno a che fare con il mondo in un modo che ci è alieno (o che non vediamo nei termini in cui ancora lo facciamo, ad esempio nel feticismo della merce e del denaro). Cosa sta succedendo quando tutto viene in contatto? Quando si sradica violentemente e si propone di reinserire come oggetti, come macchine produttive costrette alle metriche del desiderio e del valore nostre proprie, biografie e personalità diversamente formate? Che si arriverà all’imperiale dominio della forma unica della modernità, al tempo unico e lineare ed allo spazio isotropo che ci ha regalato, con immenso sforzo intellettuale e mostruoso coraggio (non privo di una sua perversione) Newton? Al dominio totale e uniforme, senza resti, del capitale, della forma denaro, del lavoro astratto e preordinato allo scambio che ne è presupposto ed esito insieme? O, come teme Roberto, qualche resto ci sarà, rigurgiterà dagli altrove, e ci minaccerà?

Negli indimenticabili saggi di Koyrè sulla rivoluzione scientifica si trova il senso di quel che succede:

“spiegare ciò che è partendo da ciò che non è, da ciò che non è mai. E anche partendo da ciò che non può mai essere. . . . spiegazione, o meglio ricostruzione del reale empirico partendo da un reale ideale. [la geometria e la matematica] . . . necessità di una conversione totale, di una sostituzione totale, di una sostituzione radicale di un mondo matematico, platonico, alla realtà empirica – poiché solo in questo modo valgono e si realizzano le leggi ideali della fisica classica-” Alexander Koyrè, Studi galileiani, pag. 210.

Lo scopo delle ricerche empiriche di Galileo diventa, quindi, scoprire le leggi matematiche del moto, cioè dimostrare come il moto della caduta segue “la legge del numero”. Legge, bisogna notare, “astratta” nel senso che non ha validità in senso stretto per i corpi reali; ma, all’opposto, poggia su di una realtà ideale interamente costruita dall’uomo. Galileo arriverà a rifiutare una teoria come quella di Gilbert (che poteva portare la sua fisica fuori delle secche nelle quali era incappata), capace di spiegare la gravità attraverso il paragone con la calamita, perché non era matematizzabile; era, cioè, una spiegazione basata su di una forza animata: “Vis magnetica animata est, aut animatam imitatur, quae humanam animam dum organico corpori alligatur, in multis superat”[3]. Da questo illuminante rifiuto possiamo comprendere la natura della piega epistemica che si viene a creare rispetto al pensiero precedente. Da ora ciò che non si riesce a matematizzare (o geometrizzare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osservabile. Ovviamente, la caratteristica di sistemi di conoscenza “dall’alto” (come proponeva di dire Gargani), come questi, è che a tutti i possibili problemi sono già state fornite le risposte; nel senso che esiste solo un insieme di risposte “legali”, quelle che si conformano alle regole date. In altre parole, come ha sottolineato anche Foucault con una controversa affermazione, in queste teorie filosofiche o scientifiche si possono riscontrare non tanto procedure cognitive ma strutture d’ordine, statuti di disciplinamento nei quali vengono distribuiti gli oggetti, i termini di riferimento di una cultura. Tali teorie, proprio per questo, non accettano e non legittimano problemi che non siano già previamente risolti nelle assunzioni di partenza del sistema. Sono perciò concepibili come vere e proprie strategie di orientamento della vita umana, tecniche per dirigere i processi della vita intellettuale entro percorsi già assegnati e definiti; in quanto tali restano funzionali a procedure di regolamentazione e disposizione in qualche modo dall’alto. Per concludere: il punto di vista della matematica classica e della geometria euclidea è fondato su questo lungo processo di astrazione e selezione dei “fatti”, oggetto legale di conoscenza. In questo processo intervengono argomentazioni di tipo metafisico in notevole quantità ed è inoltre pervaso, in ogni sua parte, di spirito di autorità. Ciò può essere mostrato e compreso anche se si guarda al quadro socio – politico che fa da sfondo agli eventi dei quali abbiamo parlato: si ha, in questo periodo, infatti un grandioso processo di concentrazione del potere negli stati assoluti e la ripresa di un’economia di scambio che esigeva nuovi strumenti di controllo e legittimazione. In altre parole si crea insieme lo Stato nazionale e il capitalismo.

In risposta a queste sollecitazioni l’epistemologia newtoniana unifica l’universo, costruendo un quadro coerente in cui ogni cosa può essere inserita e trovarvi il suo posto, ma realizza tale miracolo ad un alto prezzo: lo realizza, cioè, come sostiene Koyrè “sostituendo al nostro mondo delle qualità e delle percezioni sensibili; il mondo che è teatro della nostra vita, delle nostre passioni e della nostra morte, un altro mondo, il mondo della quantità, della geometria reificata, nel quale, sebbene vi sia posto per ogni cosa, non vi è posto per l’uomo”.

Ogni campo del sapere umano converge, da ora, sul principio fondante della ragione umana e sul suo strumento principe, quello controllabile e scientifico della matematica e della geometria. Intorno alla fisica vincente, quella di Newton, e al suo “Spazio Assoluto” si formerà, così, anche un sapere geografico perfettamente formalizzato e “neutro”; capace di giustificarsi a posteriori attraverso la sua potente capacità performativa.

La rivoluzione compiuta in questo secolo consiste, in effetti, nella possibilità (che aveva visto già Galilei) di studiare le “leggi” di un fenomeno anche senza darne una spiegazione. È sufficiente assumere che le forze che vai a studiare agiscano secondo leggi matematiche per poi cercare queste leggi ed applicarle alle forze reali.

Newton compirà, infatti, proprio questa operazione per un principio cardine della nuova fisica, la gravità. Secondo le sue stesse parole: “In generale assumo qui la parola attrazione per significare una qualsiasi tendenza dei corpi ad accostarsi l’uno all’altro; ….. in quanto in questo trattato esamino, come ho spiegato nelle definizioni, non le specie delle forze e le qualità fisiche, ma le quantità e le proporzioni matematiche. In matematica vanno investigati quelle quantità e quei rapporti delle forze che discendono dalle qualsiasi condizioni poste”[Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, 1729 (traduzione inglese), (traduzione italiana, Principi matematici della filosofia naturale, Utet 1965), pag. 339]. La “filosofia naturale” di Newton, in altre parole, non esclude affatto enti inspiegati, e nemmeno inspiegabili come il suo “Spazio Assoluto”, ma rinuncia solo alla discussione sulla loro natura. “Le tratta – essendo una filosofia naturale matematica – come cause matematiche o forze, cioè come concetti o relazioni matematiche”[Alexandre Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito, pag. 163]. Si può, infatti, leggere nei Principi. . .

“dò qui uno stesso significato alle attrazioni e alle impulsioni acceleratrici e motrici. E adopero indifferentemente i termini attrazione, impulso o tendenza qualsiasi verso un centro, poiché considero tali forze non fisicamente ma matematicamente”[Newton, p.39].

Ciò comporta, come ha giustamente rilevato Koyrè, l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine. Da Newton in poi questi concetti sono semplicemente soggettivi e non trovano posto nella nuova ontologia. “In altre parole, le cause finali o formali, come criteri di spiegazione spariscono – o vengono respinte – dalla nuova scienza mentre subentrano al loro posto le cause efficienti e materiali”[Alexandre Koyrè, Studi Newtoniani, pag. 8]. Abbiamo, quindi, la sostituzione di un mondo di qualità con uno di quantità e di uno del divenire con uno dell’essere “non c’è mutamento o divenire nei numeri e nelle figure”.

Tutto questo, come mostra anche Taylor ricostruendo con altri strumenti ed altre fonti il lungo percorso della secolarizzazione, è una lunga scala, la nostra scala. Non è naturale, non è ovvio, non è necessario. E’ il nostro mondo, non quello di tutti.

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Non c’è più religione? Dipende.
Intorno ai fatti di Macerata

di Roberto Buffagni

La giovanissima Pamela Mastropietro viene uccisa e smembrata a Macerata, pare dal criminale nigeriano Innocent Oseghale, in concorso con altro suo connazionale (identificato, non si sa perché non ancora arrestato). Immediatamente un giovane maceratese, Luca Traini, che pure non la conosce di persona, decide di vendicarla. Incensurato, con simpatie sommarie per l’estrema destra, candidato della Lega alle ultime elezioni comunali (zero voti),  in possesso di porto d’armi per uso sportivo (rilasciato dalla Questura in seguito a presentazione di certificato medico ASL attestante l’idoneità psicofisica[1], nonostante egli oggi dichiari d’essere “in cura da una sua amica psichiatra”) si propone di uccidere Oseghale. Ma Oseghale è protetto dalle FFOO, e Traini ripiega su una vendetta generica, una rappresaglia collettiva: sale in automobile e spara con la sua Glock a undici passanti neri, per fortuna senza ucciderne nessuno. Subito allertate, le FFOO lo cercano per ben due ore nella minuscola Macerata, senza trovarlo. Ci pensa Traini, a farsi trovare. Si avvolge in un tricolore e va ad attendere l’arresto-martirio, al quale non opporrà resistenza, sul monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Il simbolismo del gesto è limpido: Traini si considera un eroe, che ha agito per difendere la patria e la stirpe italiana come i soldati che combatterono e morirono nella Grande Guerra. Sorpresa: pare che non pochi maceratesi siano d’accordo con Traini, a giudicare da quel che riferisce il suo avvocato Giancarlo Giulianelli: “Mi ferma la gente a Macerata per darmi messaggi di solidarietà nei confronti di Luca. E’ allarmante ma ci dà la misura di quello che sta succedendo.”[2]

“Non c’è più religione?” Dipende. Non c’è più la religione del Dio che dice “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9 13): non c’è più il cristianesimo, che si è secolarizzato e tradotto (molto male) nel pensiero dominante progressista dei diritti umani e sociali e dell’accoglienza tous azimuts  per gli immigrati, un pensiero tanto dominante che l’ha fatto proprio persino il pontefice cattolico regnante; l’altro, il pontefice pensionato, ha le sue riserve ma sta ai giardinetti e se le tiene per sé.

Altre religioni, invece, ci sono eccome, e una di esse, antica, importante, diffusa nel mondo, a Macerata ha dato una prova di vigorosa esistenza in vita. E’ la religione del popolo Yoruba, al quale Karl Polanyi dedicò un bel libro, Il Dahomey e la tratta degli schiavi. Analisi di un’economia arcaica, Einaudi 1987[3]. Racconta Polanyi che il popolo yoruba viveva del commercio degli schiavi, inserendosi così nelle correnti del traffico interafricano. Per quei tempi, prima dell’arrivo dei bianchi, era la punta di lancia più avanzata dell’economia; i raziocinanti yoruba trattavano bene gli schiavi, per non far deperire la merce pregiata. Come molte religioni, per la verità tutte le religioni tranne le abramitiche[4], la religione yoruba contemplava il sacrificio umano.

La religione yoruba contemplava il sacrificio umano allora, e continua a contemplarlo anche oggi, anche se naturalmente lo proibiscono le legislazioni dei paesi in cui essa è praticata, tra i quali anzitutto la Nigeria. Per la religione yoruba, il benessere e la potenza degli dèi, gli orisha, dipendono dagli uomini.[5] Senza i sacrifici che gli uomini gli tributano, gli orisha si indeboliscono, si ammalano, cadono in depressione, si riducono a nulla.[6] Con il vettore degli schiavi, la religione yoruba si è diffusa nel mondo occidentale, e ibridandosi con elementi del cattolicesimo ha dato origine al candomblè brasiliano, al voodoo haitiano, alla santeria cubana.

Il sacrificio è al centro della religione yoruba. L’uomo sa di non essere solo, ma in comunione con forze divine, alle quali va offerto un sacrificio appropriato alla richiesta e all’occasione. Il sacrificio è il tramite di questa comunione. Si sacrifica per rendere grazie della buona fortuna e per propiziarsela, per sventare la collera divina, per cambiare situazioni spiacevoli, per difendersi dai nemici, per purificare una persona o una comunità in seguito all’infrazione di un tabù. A seconda delle circostanze e dello scopo, si sacrificano oggetti personali, piante, animali. In speciali circostanze, si sacrifica un essere umano. Come è consueto in tutto il mondo, la vittima sacrificale umana viene trattata con il massimo rispetto: ben nutrita, ne vengono esauditi tutti i desideri tranne la vita e la libertà. Se il sacrificio ha scopo riparatorio o espiatorio, la vittima viene condotta in parata lungo le vie della città mentre la popolazione prega per il perdono dei peccati. Il capro espiatorio porta con sé i peccati, la sfortuna e la morte di tutti, senza eccezione. Lo si cosparge di cenere per velare la sua identità di individuo, e il popolo lo tocca per trasferire su di lui tutti i propri mali, fisici e morali. Condotto sul luogo del sacrificio, egli canta la sua ultima canzone, che viene ripresa dagli astanti. La testa viene recisa, il sangue offerto agli dèi.[7]

Molto curiosa la somiglianza tra la religione yoruba e il luogo comune sociologico, o il moderno senso comune ateo, secondo il quale ogni religione è creazione puramente umana, rispondente al bisogno di rassicurazione contro la precarietà e i mali dell’esistenza. La dimensione pratica è in effetti prevalente, nella religione yoruba: in una civiltà cristiana, la si chiamerebbe magia, piuttosto che religione; perché la magia si propone appunto lo scopo pratico di influenzare o asservire forze numinose, per mezzo di rituali e incantesimi.

Come d’altronde la nostra (ex nostra) religione, anche la religione yoruba può secolarizzarsi e trascriversi in pratiche e persuasioni che le somigliano e ne derivano, senza essere espressamente e autenticamente religiose. Per esempio, negli omicidi rituali: molto interessante l’articolo di Patrick Egdobor Igbinova, accademico nigeriano, sugli omicidi rituali in Nigeria.[8] Sempre come avviene, o avveniva, per la nostra ex religione, anche la religione yoruba può influenzare le forme di rappresentazione, a livello artistico o commerciale. Wole Soyinka, ad esempio, il premio Nobel di origini nigeriane, quando ha voluto adattare per la scena un testo della classicità occidentale ha scelto Le baccanti di Euripide, che narra lo sparagmòs, o smembramento sacrificale del re Penteo per mano delle Baccanti, le donne invasate dal dio Dioniso.[9] A livello commerciale, è istruttivo apprendere che da quando in Nigeria c’è stato un afflusso importante di migranti dell’etnia Igbo, assai affezionati alla religione yoruba, il settore industriale degli home movies ha conosciuto una tumultuosa espansione. La trama fissa degli home movies di maggior successo è la seguente: rituali di sacrificio umano generano affermazione sociale, ricchezza, benessere. Certo: l’ autore del sacrificio è presentato come un cattivo, e alla fine della storia viene sconfitto. Però intanto la ricchezza, il successo e il piacere li ha raggiunti proprio grazie ai sacrifici umani che ha praticato.[10]

E’ stato un sacrificio umano con tutti i crismi, l’omicidio con smembramento di Pamela Mastropietro? Non lo so, non credo. E’ stato un omicidio rituale? Non lo so, credo di sì. E’ un pazzo, il criminale nigeriano che l’ha uccisa? Una specie di Jack lo Squartatore africano? Non credo proprio. E’ sicuramente un criminale (pregiudicato, spacciatore di droga, probabilmente membro della mafia nigeriana), ma non vedo perché dovrebbe essere un pazzo. Le modalità dell’omicidio corrispondono a una corrente, antica e profonda, della sua cultura. A quanto pare sinora, lo smembramento non è stato operato per facilitare il trasporto del cadavere, ma a scopo rituale: ma il rituale di smembramento ha uno scopo utilitario, esattamente come smembrare il corpo per farlo stare in valigia. Almeno questo aspetto utilitario dovremmo essere in grado di capirlo anche noi progressisti, che giudichiamo e comprendiamo tutto in chiave di economia, utilità e profitto. C’è molta differenza tra fare a pezzi il cadavere di Pamela per celebrare un rituale inteso ad accrescere il proprio successo e benessere, e fare a pezzi il cadavere dei feti abortiti per venderlo alle industrie biotecnologiche, come fa abitualmente Planned Parenthood? A me francamente non pare. Forse la differenza è che secondo noi progressisti, il rituale africano non funziona? Ma non è affatto detto. Il rituale africano può funzionare benissimo, per esempio per sviluppare la fiducia in sé e la forza del celebrante, per cementare l’intesa del gruppo, per incutere un salutare timore ai nemici, etc. E poi si possono fare soldi con entrambe le pratiche, no?

Concludo rivolgendomi al lettore, in special modo al lettore progressista, allo “hypocrite lecteur, mon semblable, mon frére”.[11]

Rifletti un momento, caro lettore. Giustamente ti ripeti che bisogna comprendere l’Altro, e io sono più che d’accordo con te. L’assassino nigeriano è un uomo, un uomo come te e me, capace di bene e di male come lo siamo tu ed io. Ha anche una sua cultura, radicata nella religione come tutte le culture – persino la tua, nonostante a te la religione non parli più – e questa cultura informa dal profondo sia il bene, sia il male che compie quest’uomo: pensieri, sentimenti, sogni, emozioni, punti di vista, amori, odi, azioni, passioni… E’ così, e non può essere che così, perché è un uomo, e nessun uomo si può ridurre ai moventi più superficiali ed evidenti dei suoi atti. Ora, rifletti: ti sembra facile, o almeno possibile, “integrare” questa cultura, questo uomo? Basterebbe mandarlo a scuola e insegnargli l’italiano, dargli un posto di lavoro decente, il diritto di voto, l’automobile, il 730 dell’Agenzia delle Entrate?

“Ma questo è un criminale,” mi ribatterai tu. “E tutti gli onesti nigeriani, che…etc., etc.”. Vero. Senz’altro vero. Ma secondo te, gli onesti nigeriani comprendono meglio te, o lui, il disonesto nigeriano, l’assassino rituale? A chi si sentono più prossimi? E tu, li capisci, i nigeriani? Onesti o disonesti che siano, come onesti o disonesti siamo noi, a volte indossando la stessa identità anagrafica nell’onestà e nella disonestà? Pensaci.

Pensaci, riflettici, parlane tra te e te, se parlarne con me o con altri ti mette a disagio. Sei sicuro che con tutte queste premure, con tutta questa accoglienza e assistenza, il disonesto nigeriano e gli onesti nigeriani diventerebbero come te, come noi? E se invece fossimo noi, a diventare come lui, come loro? Ci hai mai pensato? E se Luca Traini, il fragile balordo Luca Traini che si è autoinvestito di una missione sacra, la missione di placare col sangue i Mani della fanciulla appartenente alla sua tribù e alla sua stirpe, barbaramente trucidata dal membro di altra tribù, di altra stirpe, e ha simboleggiato la sacralità del suo gesto con i suoi poveri mezzi di bordo – la paccottiglia neonazi, il tricolore-sudario, il Monumento ai Caduti –  se Luca Traini fosse uno di noi che diventa come uno di loro? Un italiano criminale che si sforza di somigliare il più possibile al nigeriano criminale, e ci riesce piuttosto bene? Ci hai mai pensato? Prova. Pensaci. Prova a pensare, a valutare l’ipotesi che il fascismo e l’antifascismo non c’entrino proprio niente. O meglio: c’entrano, nel cuore di Luca Traini, perché da molti decenni le parole sacre “patria” e “stirpe” sono state rinchiuse nella gabbia-ghetto-cordone sanitario della parola “fascismo”.  Non do la colpa a te, per tante ragioni è andata così. Però, vedi: volere o volare, fascismo o antifascismo, patria e stirpe sono pur sempre parole sacre. Restano parole, parole come le altre, finché non accade qualcosa che le riattiva, che le circonda di nuovo dell’aura numinosa, splendida e terribile, che sempre circonda il sacro e dal sacro irradia. Qualcosa di simile l’hai certo sperimentato anche tu: quando parole come “amore” e “tu”, o un altrimenti banale nome di battesimo, vengono pronunciate tra amanti che profondamente si legano, nell’intimità splendida e terribile dell’eros; che come sai – te lo dice anche Umberto Galimberti – è sacro. Bene: non solo l’amore, è sacro. Purtroppo, vedi: nel cuore umano, la radice dell’amore e dell’odio è la stessa. Difetto di progettazione? Forse, ma è così. Anche questo, l’hai sperimentato: quando un tuo grande amore si è trasformato in odio radicato, insopportabile, rovente, e ti ha fatto fare e subire cose che mai avresti immaginato di fare e subire. Esiste, l’amore innocuo? L’amore senza effetti collaterali dannosi? L’amore sicuro, il safe-love? Si può mettere il preservativo, questo sì. Ma il preservativo del cuore e dell’anima non c’è; o se c’è, e lo indossi, anima e cuore avvizziscono, cadono in depressione e muoiono, come gli orisha della religione yoruba quando non gli tributi i sacrifici richiesti.

Come la mettiamo, adesso? Che facciamo? Mah. Un tempo c’era, la procedura seguendo la quale le parole sacre – amore, patria, stirpe, eccetera – restavano sacre ma non irradiavano un’aura radioattiva, mefitica, agghiacciante; in cui insomma si sapeva “gestire”, come ti piace dire, o addomesticare, come preferisco dire io, le sacre profondità dell’anima umana. La procedura si chiamava “civiltà”, e si usava, un tempo, contrapporle la parola “civilizzazione”. Con la parola “civilizzazione” si intendeva tutta la complessa, necessaria, benemerita macchina sociale, dallo Stato alle dighe alle fabbriche alle fogne: tutto quel che si occupa della vita esteriore dell’uomo. Con “civiltà” si intendeva il resto: quel che si prende cura della vita interiore dell’uomo, dalle cime angeliche alle profondità ctonie. La civiltà, ahimè, non c’è (quasi?) più. Ne restano in vita, o in animazione sospesa, gli innumerevoli, meravigliosi monumenti[12]. La fiamma ne è spenta, o è così fioca e impercettibile da sembrarlo. Immensa, torreggiante, la civilizzazione, la “gabbia d’acciaio” weberiana pare invincibile; e in un certo senso lo è, certo che lo è. Ma l’anima e il cuore dell’uomo, anche quando dormono, restano quelli che sono sempre stati. Nelle loro profondità, ci sono miniere d’oro di bontà e fermezza, e abissi di malvagità e violenza. Chi, ormai, sa scendervi e recarvi la luce  “come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte” [13] ?

Io no, e tu neanche, caro lettore progressista. Se ti azzardi a mettere piede sulle vertiginose scalinate, incise da Gustave Doré, che conducono nelle profondità ctonie dell’anima umana, e per illuminarti la via ti munisci della lampadina “antifascismo”, alimentandola con le batterie “diritti, accoglienza, eguaglianza”, temo che presto, molto presto resterai al buio, inciamperai e ti romperai l’osso del collo.

Temo che questo sia un momento solenne e terribile, caro lettore. Temo che l’endiadi dell’omicidio orribile della ragazzina sbandata, e la vendetta atroce e ridicola del giovane balordo, siano il segnale che si è mosso l’Acheronte. Ricordi L’interpretazione dei sogni di Freud, che hai comprato insieme a “la Repubblica” tanti anni fa? Ricordi l’exergo? “Si flectere nequeo Superos / Acheronta movebo”. Se non riesco a piegare gli Dei celesti, muoverò l’Acheronte: che è il fiume infernale. Questi due orribili fatti di sangue, caro lettore, temo proprio siano due schizzi dell’acqua d’Acheronte, che hanno bagnato la piccola città italiana di Macerata. Che Dio, il Dio “che vuole misericordia e non sacrifici” ci aiuti tutti, anche se non ce lo meritiamo.


Note
[1] https://www.laleggepertutti.it/122839_porto-darmi-tipologie-previste-e-requisiti
[2] http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/05/news/macerata_11_i_migranti_presi_di_mira_da_traini-188082521/
[3] https://www.amazon.it/dahomey-schiavi-Analisi-uneconomia-arcaica/dp/8806593919
[4] L’episodio chiave che marca la differenza tra le religioni abramitiche e le altre è il sacrificio di Isacco. Dio ingiunge ad Abramo di sacrificare l’unico figlio Isacco. Abramo è sconvolto dal dolore, ma nient’affatto sconvolto dalla richiesta in sé e per sé: non trova insensato che il suo Dio gli chieda un sacrificio umano, perché per lui e per tutti i suoi contemporanei è scontato e normale che agli Dei si debbano sacrifici: e il sacrificio più pregiato è, naturalmente, il sacrificio umano. Tra i sacrifici umani, il più elevato è il sacrificio del figlio primogenito, il possesso più prezioso del sacrificante. Ma quando Abramo è sul punto di affondare il coltello nella vittima sacrificale, l’Angelo di Dio gli ferma la mano e gli dice: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio» (Gen. 22,13). Ricordo di passaggio l’opera di René Girard, recentemente scomparso, tutta incentrata intorno al tema del sacrificio umano e del suo disvelamento nel cristianesimo.
[5] V. J. Omosade Awolalu, Yoruba Sacrificial Practice, “Journal of Religion in Africa” Vol. 5, Fasc. 2 (1973), pp. 81-93 http://www.jstor.org/stable/1594756
[6] Karin Barber, How man makes God in West Africa: Yoruba attitudes towards the Orisa, International African Institute 1981 https://www.cambridge.org/core/journals/africa/article/how-man-makes-god-in-west-africa-yoruba-attitudes-towards-the-orisa/AB2C604A49D9A4D1712082F22E2C52BA
[7] V. Yoruba Sacrificial Practice, cit.
[8] Patrick Egdobor Igbinova, Ritual Murders in Nigeria, 1 april 1988, in “Internation Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology” http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0306624X8803200105
[9] Qui un’intelligente recensione di: Wole Soyinka, The Bacchae of Euripides: A Communion Rite https://www.jstor.org/stable/41153657
[10] Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230
[11] Charles Baudelaire, “Au lecteur”, in Les fleurs du mal, 1861. Qui testo originale e traduzione italiana con una analisi ben scritta. Invito a leggere o rileggere perché molto a proposito: http://charlesbaudelaireifioridelmale.blogspot.it/2011/04/au-lecteur-al-lettore-poesiaprologo.html
[12] Eccone uno, che fa bene al cuore più straziato, e lo placa: https://youtu.be/Z5WUO7hsgCA
[13] Purg. 22, 67-69

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Discussione

 

  • roberto buffagni

    “E’ il nostro mondo, non quello di tutti” è una sintesi perfetta. La mia ignoranza totale degli autori che hai citato tranne Newton (so chi sono, mi fermo lì) mi impedisce dialogare con te sul contenuto dei loro scritti. Commento invece a partire da quel che so, o credo di sapere, e lo faccio proprio aggiungendo una nota alla tua conclusione. Io credo che questo NON sia nemmeno il nostro mondo: non per intero, almeno. Il mondo in cui “ciò che non si riesce a matematizzare (o geometrizzare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osservabile” è certo il NOSTRO mondo, ma in quel mondo viviamo solo in parte; e quel mondo può continuare ad esistere solo finchè continua ad esistere l’ALTRO mondo, quello nel quale vivono “gli Altri”, ma in cui continuiamo a vivere, senza saperlo! anche noi. L’uomo cammina su uno specchio, c’è l’uomo a caporitto e l’uomo a capofitto. Bisogna assolutamente far posto, comprendere, anzitutto VEDERE anche l’uomo a capofitto. Nel mio articolo ho citato in calce una bellissima aria di Haendel, “Lascia ch’io pianga” dal “Rinaldo”. L’ho scelto perchè non soltanto è bellissimo, e meravigliosamente eseguito da una cantante sublime che è anche una donna incantevole, ma perchè è un esempio insigne di dolore profondo espresso con perfetta dignità. Se c’è qualcosa che risalta nella vicenda di Macerata, oltre all’orrore, è la totale incapacità di tutti, ripeto tutti, di esprimere sia il dolore, sia la dignità. Ho visto il video della fiaccolata, con la madre di Pamela che, imbeccata dal padre che le sta alle spalle, ringrazia tutte le autorità, sindaco, carabinieri, etc. (ringrazia di cosa?). La folla applaude Applaude, santo Iddio! Mi è venuto da vomitare. Non so se mi sono spiegato, secondo me sì. Se non siamo, se non ritorniamo capaci di intendere ed esprimere quel che avviene dentro di noi, nelle sacre e terribili e splendide profondità del nostro cuore, anche il nostro mondo “in cui ciò che non si riesce a matematizzare (o geometrizzare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osservabile” sarà dilaniato e smembrato dalle forze primordiali, lasciate senza parola e senza cittadinanza, e crollerà.

     
  • La fine si deve connettere con il principio, la riduzione della natura a tecnica, condotta nella rappresentazione manipolante dello scientismo, e il radicale sfruttamento di questa sia in noi sia fuori di noi, è il nostro mondo ma insieme è l’insostenibile. La tradizione della critica marxista ha due parole per descrivere questo: feticismo (della merce e del denaro) e alienazione (separazione dalla nostra natura). Noi viviamo in un ordinamento sociale fatto di pratiche dense (come accennato facendo qualche bozzetto della rivoluzione scientifica sei-settecentesca), basato su un’etica che però con la stessa mossa si nasconde e si universalizza: pensandosi “neutrale”. Cioè nell’essere le pratiche storicamente date del capitalismo strutturalmente e non accidentalmente nascoste; mentre pervasivamente guidano le nostre vite, per così dire “dalle nostre spalle”. Il tipo di vita che la forma capitalista (nel quale il “lavoro astratto” è separato e scambiato nel libero mercato, determinando un tipico rapporto con il mondo e con se stessi, insomma una specifica “persona” funzionale) determina una vita “in senso lato brutta o alienata; impoverita, senza senso o vuota” (Jaeggi p.111). Forme di questa critica sono la “reificazione” (Versachlichung), l’impoverimento qualitativo delle relazioni vitali, già diagnosticato da Sombart in “Il capitalismo moderno” e da George Simmel in “Filosofia del denaro”. Mercificazione, mercatizzazione, strumentalità, avidità istituzionalizzata, e dinamismo sono facce della medaglia. Il capitalismo, specificamente ed in modo caratteristico (lo dice Benjamin), si presenta come “religione di solo culto, senza dogma”, e nasconde il suo status di “forma di vita particolare”. E, come accadeva alla forma religiosa per la gente comune nel medioevo (cfr. Charles Taylor, “L’età secolare”) nessuno che sia immerso in questa forma (anche essa in qualche modo religiosa) è in grado neppure di vedere e concepire una qualsiasi alternativa ad essa.

     
  • Leggendo il frammento “il capitalismo come religione”, del 1921, scritto da Walter Benjamin, diventa possibile chiedersi a questo punto: ma si è davvero perso il “senso religioso”? La scala è stata gettata dopo essere “saliti” sulla piattaforma della razionalizzazione del mondo, o l’incantesimo che ci trattiene mentre ci potenzia della “razionalizzazione” incorpora, in modo bastardo e irriconoscibile, un “senso religioso” pervertito? Le “tendenze autodistruttive” di cui parla Habermas (rinviandosi al dibatto dell’inizio secolo, ovvero alla prima generazione della sua stessa scuola), sono davvero solo un’aggiunta ai “potenziali spirituali” della modernità, o ne sono il codice?

    Il capitalismo è infatti, per il nostro, “un fenomeno essenzialmente religioso”, anche nel senso che svolge la stessa funzione di dare soddisfazione alle ansie, alle sofferenze, ma è tutto rito senza teologia. Non ha una vera e propria dottrina, ma si presta “ad ogni vestizione”, anche a farsi socialismo (scrive negli anni venti, e pensa alla rivoluzione russa che è appena iniziata), è inoltre “senza tregua e senza pietà”, ininterrotto, costante, onnipresente, entra in ogni cellula e cattura tutto. Infine il capitalismo è un culto fondato sulla colpa (schuld) e debito. Benjamin scrive: “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”. Cioè anche in una “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione non arriva mai, infatti “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Dove trova luogo “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo: la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi” (p.43). La vera e propria “estensione della disperazione a stato religioso del mondo”, una disperazione da cui, assurdamente, doversi “attendere la salvezza”. Siamo nell’assoluta solitudine della fine della trascendenza, e quindi della implicazione di dio nel destino umano. Nietzsche e Freud sono citati a supporto di questo codice, pensieri che “appartengono al dominio sacerdotale di questo culto”. Non si trova più salvezza nella umkehr (nel ‘rivolgimento’, ‘capovolgimento’, ‘conversione’ e quindi ‘pentimento’, ‘metaonia’, e ‘ripartenza’), ma nel “potenziamento”, costante, illimitato. Un potenziamento che non fa salti, e attraversa il cielo.

    La risposta alle domande poste è dunque che nell’età della riforma, malgrado ciò che pensava Weber, non è successo che il cristianesimo ad un certo punto ha favorito l’insorgere del capitalismo, con la sua “gabbia di ferro”, ma che si è proprio trasformato nel capitalismo restando una religione. Ma una religione rovesciata, che mette a sistema e funzionalizza i potenziali distruttivi, facendone culto. Come dice Benjamin, l'”estensione della disperazione a stato religioso del mondo”.

     
  • roberto buffagni

    pubblico il commento su FB di Alessandro Visalli:

    La fine si deve connettere con il principio, la riduzione della natura a tecnica, condotta nella rappresentazione manipolante dello scientismo, e il radicale sfruttamento di questa sia in noi sia fuori di noi, è il nostro mondo ma insieme è l’insostenibile. La tradizione della critica marxista ha due parole per descrivere questo: feticismo (della merce e del denaro) e alienazione (separazione dalla nostra natura). Noi viviamo in un ordinamento sociale fatto di pratiche dense (come accennato facendo qualche bozzetto della rivoluzione scientifica sei-settecentesca), basato su un’etica che però con la stessa mossa si nasconde e si universalizza: pensandosi “neutrale”. Cioè nell’essere le pratiche storicamente date del capitalismo strutturalmente e non accidentalmente nascoste; mentre pervasivamente guidano le nostre vite, per così dire “dalle nostre spalle”. Il tipo di vita che la forma capitalista (nel quale il “lavoro astratto” è separato e scambiato nel libero mercato, determinando un tipico rapporto con il mondo e con se stessi, insomma una specifica “persona” funzionale) determina una vita “in senso lato brutta o alienata; impoverita, senza senso o vuota” (Jaeggi p.111). Forme di questa critica sono la “reificazione” (Versachlichung), l’impoverimento qualitativo delle relazioni vitali, già diagnosticato da Sombart in “Il capitalismo moderno” e da George Simmel in “Filosofia del denaro”. Mercificazione, mercatizzazione, strumentalità, avidità istituzionalizzata, e dinamismo sono facce della medaglia. Il capitalismo, specificamente ed in modo caratteristico (lo dice Benjamin), si presenta come “religione di solo culto, senza dogma”, e nasconde il suo status di “forma di vita particolare”. E, come accadeva alla forma religiosa per la gente comune nel medioevo (cfr. Charles Taylor, “L’età secolare”) nessuno che sia immerso in questa forma (anche essa in qualche modo religiosa) è in grado neppure di vedere e concepire una qualsiasi alternativa ad essa.

    PS: nel quadro di Newton c’è tutto: http://tempofertile.blogspot.it/2017/04/walter-benjamin-il-capitalismo-come.html?q=Il+capitalismo+moderno

    Qui mi chiedevo, con l’aiuto del grande Benjamin: si è davvero perso il “senso religioso”? La scala è stata gettata dopo essere “saliti” sulla piattaforma della razionalizzazione del mondo, o l’incantesimo che ci trattiene mentre ci potenzia della “razionalizzazione” incorpora, in modo bastardo e irriconoscibile, un “senso religioso” pervertito? Le “tendenze autodistruttive” di cui parla Habermas (rinviandosi al dibatto dell’inizio secolo, ovvero alla prima generazione della sua stessa scuola), sono davvero solo un’aggiunta ai “potenziali spirituali” della modernità, o ne sono il codice?

    Il capitalismo è, per il nostro, “un fenomeno essenzialmente religioso”, anche nel senso che svolge la stessa funzione di dare soddisfazione alle ansie, alle sofferenze, ma è tutto rito senza teologia. Non ha una vera e propria dottrina, ma si presta “ad ogni vestizione”, anche a farsi socialismo (scrive negli anni venti, e pensa alla rivoluzione russa che è appena iniziata), è inoltre “senza tregua e senza pietà”, ininterrotto, costante, onnipresente, entra in ogni cellula e cattura tutto. Infine il capitalismo è un culto fondato sulla colpa (schuld) e debito. Benjamin scrive: “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”. Cioè anche in una “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione non arriva mai, infatti “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Dove trova luogo “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo: la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi” (p.43). La vera e propria “estensione della disperazione a stato religioso del mondo”, una disperazione da cui, assurdamente, doversi “attendere la salvezza”. Siamo nell’assoluta solitudine della fine della trascendenza, e quindi della implicazione di dio nel destino umano. Nietzsche e Freud sono citati a supporto di questo codice, pensieri che “appartengono al dominio sacerdotale di questo culto”. Non si trova più salvezza nella umkehr (nel ‘rivolgimento’, ‘capovolgimento’, ‘conversione’ e quindi ‘pentimento’, ‘metaonia’, e ‘ripartenza’), ma nel “potenziamento”, costante, illimitato. Un potenziamento che non fa salti, e attraversa il cielo.

    La risposta alle domande poste è dunque che nell’età della riforma, malgrado ciò che pensava Weber, non è successo che il cristianesimo ad un certo punto ha favorito l’insorgere del capitalismo, con la sua “gabbia di ferro”, ma si è trasformato nel capitalismo restando una religione. Ma una religione rovesciata, che mette a sistema e funzionalizza i potenziali distruttivi, facendone culto. Come dice Benjamin, l'”estensione della disperazione a stato religioso del mondo”.

     
  • roberto buffagni

    e qui la mia replica:

    Grazie. Di Benjamin conosco davvero bene solo il bel saggio sul Trauerspiel (ho letto le cose più celebri, naturalmente). Mio parere: sono d’accordo, il capitalismo è una religione. Però, come nota lo stesso B., di religioni ce n’è di infiniti generi. La “religione capitalismo” mi dà l’impressione di avere un difetto di fondo: il suo formalismo. E’ tutta forma, niente contenuto (tutto rituale, niente teologia e dogma). Ne consegue, dialetticamente, che essa non è capace di mettere in forma i contenuti disturbanti, in particolare il sacro. Se vuoi, è un effetto collaterale della radice protestante del capitalismo. Dogmaticamente, il nucleo della dogmatomachia tra cattolicesimo e protestantesimo è la Presenza Reale. Il dogma della Presenza Reale del corpo e del sangue di Cristo nelle specie eucaristiche esprime, appunto in forma dogmatica cioè in un cristallo concettuale, che mondo di qua e mondo di là, uomo a caporitto e uomo a capofitto, sono indissolubilmente legati e compresenti. Dalla negazione di questa compresenza, da un canto il “disincanto del mondo” weberiano, dall’altro la sempre possibile irruzione del sacro infero (dopo il Venerdì Santo, Cristo “scende agli inferi”).

     
  • roberto buffagni

    Una mia aggiunta:

    Come vedi, stanno tornando a galla i problemi (ridicola parola) apertisi nella guerra di religione europea. Li si credeva risolti una volta per sempre, ma non è così. Si ripresentano eguali sebbene trasformati, “laicizzati”. Ma questa laicizzazione della guerra di religione non disinfetta e non secolarizza il sacro, che invece riemerge in forma di barbarie, nudo e crudo, dionisiaco.

     
  • roberto buffagni

    Riporto, con il suo permesso, un commento di Lanfranco Turci al mio articolo e al commento di Alessandro Visalli:

    Commento qui con le mie povere parole l’articolo molto denso e colto di Roberto Buffagni. Anche accettandola sua ipotesi sulle motivazioni sacrificali dell’assassinio di Pamela, la strage dell’energumeno nazi ha lo stesso livello di gravità e di . Dunque le due ispirazioni sono comparabili e parimenti da combattere. Cosa , la seconda, che non mi pare così chiara nel testo di Buffagni. Non basta l’insegnamento della lingua, un lavoretto e il 130 per rendere il nigeriano simile a noi? Per la verità a me pare già simile al Traini anche senza la lingua. D’altro lato il nazismo non ha avuto bisogno della immigrazione o di conoscere i riti sacrificali nigeriani per fare quello che ha fatto. Perché chiamiamo fascismo o nazismo ciò che ha fatto Traini e predicano le varie Casa Pound? Perché oltre a usarne il linguaggio e i simboli si propongono gli stessi obiettivi di violenza e sopraffazione . Ma non importa come vogliamo chiamarli, importa una mobilitazione politica per fermarli. Buffagni sembra invece manifestare una certa comprensione per il ragazzo smarrito e mi pare che pensi di bloccare gli istinti malvagi dell’animo umano con una profonda riconversione religiosa al limite dell’esorcismo. E con il lasciare i nigeriani a casa loro. Ora io che sono un laico del tipo cui ironicamente si rivolge Buffagni non sono per correre in Nigeria a prendere coloro che vogliono venire in Italia, ma quelli che sono qui penso che debbano essere trattati come persone sottomesse alle nostre leggi e non essere inseguiti a pistolettate per le strade. Quanto a coloro che sparano o incitano a farlo , in attesa della loro conversione religiosa, penso che debbano essere combattuti sul terreno politico e della Costituzione.

     
  • roberto buffagni

    Ecco la mia replica a Turci:

    Se rileggi, vedi che sono più che d’accordo sul fatto che “la strage dell’energumeno nazi ha lo stesso livello di gravità e di . Dunque le due ispirazioni sono comparabili e parimenti da combattere”. Scrivo infatti: “E se invece fossimo noi, a diventare come lui, come loro? Ci hai mai pensato? E se Luca Traini, il fragile balordo Luca Traini che si è autoinvestito di una missione sacra, la missione di placare col sangue i Mani della fanciulla appartenente alla sua tribù e alla sua stirpe, barbaramente trucidata dal membro di altra tribù, di altra stirpe, e ha simboleggiato la sacralità del suo gesto con i suoi poveri mezzi di bordo – la paccottiglia neonazi, il tricolore-sudario, il Monumento ai Caduti – se Luca Traini fosse uno di noi che diventa come uno di loro? Un italiano criminale che si sforza di somigliare il più possibile al nigeriano criminale, e ci riesce piuttosto bene? ” La cosa veramente preoccupante è proprio questa, il contagio del sacro (specificamente, il sacro dionisiaco). Io la comprensione per il “ragazzo smarrito” certo che la provo, perchè capisco, o credo di capire, che cosa è avvenuto nel suo cuore. Che non sia una giustificazione, che sia condannabile, è evidente. Molto, troppo in breve, quel che è avvenuto (e continua ad accadere) a Macerata è una irruzione del sacro nella polis. Quando il sacro irrompe dove il sacro è negato, dove la civiltà si identifica con la tecnica e non fa posto a quel che tecnica non è, l’anima, il cuore dell’uomo, esso irrompe in forma terribile. A Macerata le Erinni stanno passeggiando per la strada. Ora, come insegna l’Orestea di Eschilo, le Erinni, le Furie, possono (e devono) diventare le Eumenidi, le Benevole. Per trasformare le Erinni in Eumenidi, ci vuole l’intervento della dea Atena, che nell’ultima tragedia della trilogia eschilea istituisce il tribunale e la polis proprio a questo scopo. La dottoressa Atena è fuori stanza. Io non mi rivolgo “ironicamente” al lettore progressista. Mi rivolgo a lui (e a tutti) per mettere in guardia contro quel che mi pare un errore catastrofico, che è proprio quel che tu raccomandi: la “mobilitazione politica per fermarli”. La mobilitazione politica, a questa irruzione del sacro fa quel che fa un’aspirina contro la peste, se non accade di peggio, che cioè aggravi il contagio. “L’intervento della dea Atena” significa intervento della Legge e della Ragione, con le maiuscole, che servono a indicare che Legge non è la magistratura (non solo) e Ragione non è la tecnica, la “gestione” (non solo). E’ l’affermazione e l’ostensione, anzitutto simbolica, della Legittimità delle autorità temporali (e delle religiose). Il problema è che sia l’autorità temporale, sia l’autorità religiosa, letteralmente non hanno la minima idea di che si tratti, “non sanno con chi hanno a che fare”, e NON possiedono l’autorità necessaria, basta ascoltare le chiacchiere spaventose del vescovo di Macerata, che diffonde un mediocre volantino, o del sindaco, del presidente della repubblica, etc.

    Per capire qualcosa di Macerata, io consiglio di leggere insieme due tragedie: “Le Eumenidi”, che indicano come si placano le Furie, e “Le baccanti”, che mostrano che accade quando Dioniso irrompe nella città. Lo smembramento del re Penteo ad opera della baccanti invasate da Dioniso segnala, sul piano dei fenomeni, il vero e reale rischio di guerra civile, di “smembramento della polis”. E’ un equivoco terribile affrontare questa vicenda con la chiave di lettura antifascista. Su questa vicenda tornerò, perchè mi tocca in profondità.

     
  • roberto buffagni

    Riporto una nuova replica di Lanfranco Turci:

    Voglio solo ricordare che le Erinni del nazismo le fermammo con la guerra e la Resistenza, senza con ciò avere avuto la presunzione di sradicarle dal cuore dell’uomo sia esso bianco o nero, viva con la sua gente o con altri. Insomma c’è una dimensione del mondo che va controllata anche con la forza della legge e dei valori civili, e con i movimenti che se ne fanno carico, senza aspettare una conversione più o meno futura. Che poi il dominio dell’astrazione capitalista e delle contraddizioni materiali che l’accompagnano e che tu e Alessandro Visalli sembrate rimuovere in questa discussione( che pure ammiro e mi mette in imbarazzo per lo spessore culturale) possa scatenare le Erinni dell’animo umano che non può essere ridotto a una sola dimensione, è cosa su cui concordo. Aggiungo solo che la battaglia antifascista che appoggio decisamente deve innervarsi anche nella lotta contro le diseguaglianze e la precarietà, compresa quella accresciuta dalla immigrazione.

     
  • roberto buffagni

    La mia replica a Turci:

    Non penso, e certo neanche Visalli pensa, che la dimensione pratica, economica, sociale e politica dei conflitti sia ininfluente, tutt’altro. Io dico soltanto (soltanto, be’) che non è esauriente, e che affrontare questa situazione con “la gestione” del sociale è come fermare un’eruzione vulcanica con un ombrello. Altro errore terribile, a mio avviso, affrontare questa situazione con l’antifascismo. Diffonderà il contagio, renderà più violenta l’epidemia di peste. Spero di sbagliarmi, ma la penso così. Poi lo vedo che ci sono inerzie storiche che hanno un peso enorme, il tuo campo culturale e politico non può reagire che così. Ma questi sono tratti propri della tragedia, le cose che vanno come devono andare per forza d’inerzia.

    Bisogna, insomma, fare posto, mettere in forma le forze primordiali che si stanno scatenando e si sono già scatenate. L’antifascismo, il razionalismo, sono totalmente inadatti, sono semmai concause di questa eruzione.

     
  • roberto buffagni

    Riporto una replica a Turci di Alessandro Visalli:

    Lanfranco dico che sono in pieno accordo con lui, la focalizzazione discorsiva che qui si è presa non implica affatto che la lotta contro tutti i fascismi, come contro tutte le forme di emersione dell’oscuro sia cosa diversa dalla lotta contro gli effetti della “religione capitalista”, ovvero la riduzione dell’umano a macchina produttiva, contenitore trasparente e misurabile di lavoro, e via dicendo. Quindi dell’esplodere di sempre nuove e radicali forme di diseguaglianza e di precarietà. Forme, nell’alienazione che la contraddistingue (ovvero, nella riduzione del naturale dentro di noi ad oggetto manipolabile), che si mostrano in particolare evidenza nel fenomeno dell’immigrazione. Credo che scriverò ancora su di essa. Probabilmente bisogna interrogarsi più in profondità, il dialogo con Roberto, proprio per la differenza dell’impostazione culturale e della tradizione ma nella somiglianza della sensibilità, è prezioso in tal senso. Bisogna riuscire a guardarsi, e per farlo lo sguardo da fuori va incrociato e preso sul serio.

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Comments   

#13 cristiana fischer 2018-02-21 10:15
@ Eros Barone: il suo ragionamento mi appare claudicante, lei ha scritto: "le forze infernali del ... eccetera, potranno essere annientate soltanto se si riuscirà a costruire un vasto fronte popolare capace di colpire, sul piano ideale, politico ed economico, i centri vitali dell’imperialismo che ha generato, alleva e fa prosperare questa prole mostruosa per dividere ciò che è unito (il proletariato autoctono e immigrato) e unire ciò che è diviso (il proletariato e la borghesia)".
Ma questa intenzione di "riuscire a costruire" è una dichiarazione che viene ripetuta in modo scaramantico da 40 se non 50 anni, dato che mai dal dopoguerra si è realizzato il vasto e immaginario fronte popolare. Invece aveva corso una normale conflittualità interna alle classi partitiche e al loro seguito di massa (di manovra). Il rimedio proposto, il vasto fronte popolare capace di colpire di unire e di dividere è perciò puro flatus vocis, non prospettiva di azione politica ma esorcismo.
Oppure, se è prospettiva politica concreta, lo è nel senso di produrre leggi come la legge Fiano e misure poliziesche come quelle del ministro dell'interno, ma che c'entra il materialismo storico?
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#12 cristiana fischer 2018-02-21 10:14
@ Eros Barone: il suo ragionamento mi appare claudicante, lei ha scritto: "le forze infernali del ... eccetera, potranno essere annientate soltanto se si riuscirà a costruire un vasto fronte popolare capace di colpire, sul piano ideale, politico ed economico, i centri vitali dell’imperialismo che ha generato, alleva e fa prosperare questa prole mostruosa per dividere ciò che è unito (il proletariato autoctono e immigrato) e unire ciò che è diviso (il proletariato e la borghesia)".
Ma questa intenzione di "riuscire a costruire" è una dichiarazione che viene ripetuta in modo rituale da 40 se non 50 anni, dato che mai dal dopoguerra si è realizzato il vasto e immaginario fronte popolare. Invece aveva corso una normale conflittualità interna alle classi partitiche e al loro seguito di massa (di manovra). Il rimedio proposto, il vasto fronte popolare capace di colpire di unire e di dividere è perciò puro flatus vocis, non prospettiva di azione politica ma esorcismo.
Oppure, se è prospettiva politica concreta, lo è nel senso di produrre leggi come la legge Fiano e misure poliziesche come quelle del ministro dell'interno, ma che c'entra il materialismo storico?
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#11 alessandro 2018-02-18 14:21
una risposta a Eros Barone e Mario Galati, ciò in cui concordo e ciò in cui non concordo. https://tempofertile.blogspot.com/2018/02/letture-sul-dramma-di-macerata-lo.html
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#10 roberto buffagni 2018-02-16 12:24
Quoting massimo terli:
" Non siamo davvero più abituati a traguardare nei fatti il radicale altro che vi può essere incluso"
ma traguardare che accidenti significa??? non può scrivere più semplicemente???

"Traguardare" è verbo che significa per "guardare il bersaglio oltre il mirino". E' così che si spara giusto. Quindi è anche la parola più precisa da usare. Esistono anche i vocabolari online, no?
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#9 roberto buffagni 2018-02-16 10:53
Quoting Eros Barone:
"A Macerata le Erinni stanno passeggiando per la strada": così scrive Roberto Buffagni commentando i fatti connessi all'uccisione e allo smembramento di una giovane e la rappresaglia indiscriminata posta in atto contro gli immigrati di colore da "un nazista delle Marche". Sembra di leggere un racconto di Alberto Savinio, se il soggetto non fosse così truce da meritare...un posto nell'"Antologia dello humour nero" curata da André Breton, fondatore del movimento surrealista. Certo, quando incontrammo la categoria di "surrealismo di massa" nelle pagine critiche di quella straordinaria intelligenza poetica e saggistica, che portava il nome di Franco Fortini, non avremmo immaginato che una delle possibili esemplificazioni di questo fenomeno socio-culturale sarebbe potuta essere quella accaduta nella cittadina marchigiana, “bagnata da due schizzi dell’acqua di Acheronte”, come dice nel suo linguaggio mitologico ed oracolare Buffagni. (E chi crederebbe mai che egli sia un conoscitore appassionato ed un valente esegeta di un grande maestro della commedia all’italiana, quale fu Ugo Tognazzi? Tant’è: per dirla con Niels Bohr, fondatore della meccanica quantistica, “contraria sunt complementaria”). Sennonché il buon Buffagni ama introdursi, lui che in filosofia è uno spiritualista girardiano e in politica un nazionalista cattolico, “in partibus infidelium”, ossia nei siti di sinistra, dovunque trovi interlocutori disposti a praticare in sua compagnia i terreni da lui prediletti: misticismo, sacralità, irrazionalismo, oscurantismo. Così, egli si rivolge ai frequentatori di ‘sinistra in rete’ inondandoli, come è sua consuetudine, con una pioggia a dirotto di riferimenti sitografici (alcuni dei quali, per carità, sono anche interessanti, ma non particolarmente idonei ad incoraggiare la lettura delle sue fluviali esternazioni), nonché identificandoli, in senso derogatorio e sottilmente svalutativo, con la figura ideal-tipica di quell'"hypocrite lecteur" a cui Baudelaire si rivolge nella prefazione alle “Fleurs du mal”. Al che gli rispondo, per quanto mi riguarda: no grazie, caro Roberto, tu non sei, ideologicamente culturalmente e politicamente, né “mon semblable” né “mon frère”! Le tue posizioni spiritualistico-reazionarie sono agli antipodi rispetto alla mia concezione dialettica e storica materialistica (e non ripeto le giuste osservazioni, avanzate da Mario Galati, sul capovolgimento della realtà storica attraverso i mitologemi religiosi, laddove, secondo la nota formulazione marxiana, si realizza quella compresenza dell’“idealismo acritico” e del “positivismo parimenti privo di critica” che ci restituisce l’immagine del “nazista delle Marche” come trasfigurazione eroica e sacrificale di oscure pulsioni ctonie fermentanti ed operanti al di sotto della weberiana “gabbia d’acciaio” eretta dalla razionalizzazione capitalistica). Ma il linguaggio sofisticato non può nascondere la mistificazione e la deformazione, che sono ìnsite in un approccio alla realtà dei fatti di Macerata, i quali hanno la testa dura e non possono essere obliterati da divagazioni storico-letterarie e da disquisizioni antropologiche, in ultima analisi funzionali alla propaganda reazionaria della destra parafascista (Lega, FdI ecc.). Dal canto mio, come marxista e come comunista nutro la ferma e ragionata persuasione che le forze infernali del bellicismo espansionista, del razzismo differenzialista e del comunitarismo etnocentrico potranno essere annientate soltanto se si riuscirà a costruire un vasto fronte popolare capace di colpire, sul piano ideale, politico ed economico, i centri vitali dell’imperialismo che ha generato, alleva e fa prosperare questa prole mostruosa per dividere ciò che è unito (il proletariato autoctono e immigrato) e unire ciò che è diviso (il proletariato e la borghesia). Quindi, “compagni, parliamo dei rapporti di proprietà”, quale base di tutte le altre determinazioni (Bertolt Brecht, Congresso in difesa della cultura, giugno 1935).

Caro Barone,
grazie della lunga e appassionata replica. Solo due cose: 1) "contraria sunt complementaria" soprattutto in teatro (mio mestiere). Tragedia e commedia sono gemelle, e mi piacciono tutte e due. Se le piace il comico, ho curato anche volumi dedicati a Walter Chiari, Raimondo Vianello, Gino Bramieri...2) Non mi sono intrufolato su "Sinistra in rete". Ho scritto il mio articolo su italiaeilmondo.com, dove scrivo di solito. L'amico Visalli, che è un uomo di sinistra, mi ha replicato. Presumo che i curatori di "Sinistra in rete" lo seguano (fanno bene, Visalli è persona intelligente e profonda), e riportando il suo articolo, che dialoga col mio, sono stati costretti a citare anche me. Insomma, non se la prenda con loro per la contaminazione reazionaria, in questo caso era inevitabile.
Mi stia bene, e sia comprensivo delle mie "fluviali esternazioni", neanche lei ha il dono della sintesi laconica. :)
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#8 Eros Barone 2018-02-15 19:09
"A Macerata le Erinni stanno passeggiando per la strada": così scrive Roberto Buffagni commentando i fatti connessi all'uccisione e allo smembramento di una giovane e la rappresaglia indiscriminata posta in atto contro gli immigrati di colore da "un nazista delle Marche". Sembra di leggere un racconto di Alberto Savinio, se il soggetto non fosse così truce da meritare...un posto nell'"Antologia dello humour nero" curata da André Breton, fondatore del movimento surrealista. Certo, quando incontrammo la categoria di "surrealismo di massa" nelle pagine critiche di quella straordinaria intelligenza poetica e saggistica, che portava il nome di Franco Fortini, non avremmo immaginato che una delle possibili esemplificazioni di questo fenomeno socio-culturale sarebbe potuta essere quella accaduta nella cittadina marchigiana, “bagnata da due schizzi dell’acqua di Acheronte”, come dice nel suo linguaggio mitologico ed oracolare Buffagni. (E chi crederebbe mai che egli sia un conoscitore appassionato ed un valente esegeta di un grande maestro della commedia all’italiana, quale fu Ugo Tognazzi? Tant’è: per dirla con Niels Bohr, fondatore della meccanica quantistica, “contraria sunt complementaria”). Sennonché il buon Buffagni ama introdursi, lui che in filosofia è uno spiritualista girardiano e in politica un nazionalista cattolico, “in partibus infidelium”, ossia nei siti di sinistra, dovunque trovi interlocutori disposti a praticare in sua compagnia i terreni da lui prediletti: misticismo, sacralità, irrazionalismo, oscurantismo. Così, egli si rivolge ai frequentatori di ‘sinistra in rete’ inondandoli, come è sua consuetudine, con una pioggia a dirotto di riferimenti sitografici (alcuni dei quali, per carità, sono anche interessanti, ma non particolarmente idonei ad incoraggiare la lettura delle sue fluviali esternazioni), nonché identificandoli, in senso derogatorio e sottilmente svalutativo, con la figura ideal-tipica di quell'"hypocrite lecteur" a cui Baudelaire si rivolge nella prefazione alle “Fleurs du mal”. Al che gli rispondo, per quanto mi riguarda: no grazie, caro Roberto, tu non sei, ideologicamente culturalmente e politicamente, né “mon semblable” né “mon frère”! Le tue posizioni spiritualistico-reazionarie sono agli antipodi rispetto alla mia concezione dialettica e storica materialistica (e non ripeto le giuste osservazioni, avanzate da Mario Galati, sul capovolgimento della realtà storica attraverso i mitologemi religiosi, laddove, secondo la nota formulazione marxiana, si realizza quella compresenza dell’“idealismo acritico” e del “positivismo parimenti privo di critica” che ci restituisce l’immagine del “nazista delle Marche” come trasfigurazione eroica e sacrificale di oscure pulsioni ctonie fermentanti ed operanti al di sotto della weberiana “gabbia d’acciaio” eretta dalla razionalizzazione capitalistica). Ma il linguaggio sofisticato non può nascondere la mistificazione e la deformazione, che sono ìnsite in un approccio alla realtà dei fatti di Macerata, i quali hanno la testa dura e non possono essere obliterati da divagazioni storico-letterarie e da disquisizioni antropologiche, in ultima analisi funzionali alla propaganda reazionaria della destra parafascista (Lega, FdI ecc.). Dal canto mio, come marxista e come comunista nutro la ferma e ragionata persuasione che le forze infernali del bellicismo espansionista, del razzismo differenzialista e del comunitarismo etnocentrico potranno essere annientate soltanto se si riuscirà a costruire un vasto fronte popolare capace di colpire, sul piano ideale, politico ed economico, i centri vitali dell’imperialismo che ha generato, alleva e fa prosperare questa prole mostruosa per dividere ciò che è unito (il proletariato autoctono e immigrato) e unire ciò che è diviso (il proletariato e la borghesia). Quindi, “compagni, parliamo dei rapporti di proprietà”, quale base di tutte le altre determinazioni (Bertolt Brecht, Congresso in difesa della cultura, giugno 1935).
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#7 roberto buffagni 2018-02-15 16:24
Quoting ndr60:
Finalmente risolto il mistero del Mostro di Firenze: è un oriundo toscano-nigeriano.


Complimenti per lo stomaco forte.
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#6 ndr60 2018-02-15 11:46
Finalmente risolto il mistero del Mostro di Firenze: è un oriundo toscano-nigeriano.
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#5 roberto buffagni 2018-02-14 12:26
Grazie delle repliche. Per i riferimenti minimi alla pratica degli omicidi rituali in Nigeria e in generale in Africa segnalo, oltre ai link in calce al mio articolo, un rapporto dell'agenzia rifugiati dell'ONU canadese: http://www.refworld.org/docid/50c84a6d2.html e la pagina facebook della Association de Lutte contre les crimes rituels africana: https://www.aedh.org/fr/accueil/nos-actions/soutien-aux-acteurs-locaux/partenaires/94-afrique/gabon/138-alcr-association-de-lutte-contre-les-crimes-rituels Una non difficile ricerca nella letteratura antropologica fornirà molte conferme e approfondimenti. Quanto al resto, nei limiti in cui è possibile replicare qui: il mio articolo non si propone di indicare le politiche da adottare in merito all'immigrazione. Ho affrontato sotto il profilo politico e sociale il problema di lungo periodo dell'immigrazione in una serie di tre articoli, qui: http://italiaeilmondo.com/2017/12/26/ius-soli-di-roberto-buffagni/ . La mia non è una prospettiva marxista, ma non mi sogno di sottovalutare gli aspetti economici, sociali, politici dell'immigrazione. Ho voluto sottolineare quello che mi pare un aspetto fortemente sottovalutato, e cioè quello della alterità reale, non immaginaria, delle culture; e anche il problema, altrettanto reale, delle possibilità di innesco reciproco tra strutture antropologiche primordiali quali la pratica del sacrificio umano e la faida. Una rilettura dei tragici greci mi sembra quanto mai opportuna, perchè proprio nelle "Eumenidi" e nelle "Baccanti" i padri delle civiltà europea ci parlano della domesticazione delle forze ctonie e de ldifficile rapporto con l'alterità, sia che si presenti sotto forma di straniero "esterno", sia che si presenti sotto forma di straniero "interno", o addirittura "interiore".
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#4 Mario Galati 2018-02-14 09:38
Aggiungo che nel caso del nazismo non fu l'irrazionale che si impadroní del capitalismo, ma il capitalismo dell'irrazionale.
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