Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 4704
Intervista a John Bellamy Foster
di C.J.Polychroniou
CJP: Quella che è iniziata come una crisi finanziaria nel 2007 è diventata una delle maggiori crisi di disoccupazione del mondo capitalista avanzato. Questo può forse voler dire che la crisi del 2007-08 non è stata in realtà causata dalla finanza in sé, ma ha avuto piuttosto le proprie cause sottostanti nell’economia reale?
JBF: Non c’è alcun dubbio che sia stato lo scoppio della bolla finanziaria a condurre alla crisi economica. Dunque, in questo senso, la causa prossima della crisi è stata finanziaria. Ma le risposte più profonde vanno ricercate nella cosiddetta “economia reale”, cioè nel regno della produzione. Una grave crisi economica come la Grande Crisi Finanziaria è invariabilmente il prodotto di fattori strutturali che sono andati sommandosi nel corso di molti anni e ha sempre radici nella produzione. I tassi di crescita dell’economia reale delle economie mature, di capitalismo monopolistico della Triade – Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – hanno cominciato a rallentare negli anni ’70 e sono scesi fondamentalmente di decennio in decennio da allora. Il principale fattore di bilanciamento di tale rallentamento dell’economia è stato la finanziarizzazione, che si può definire come consistente in: (1) crescita della dimensione della finanza (struttura del credito-debito) rispetto alla produzione; (2) una quota accresciuta di profitti finanziari in seno ai profitti complessivi delle imprese e (3) la crescita dei ritorni finanziari come elemento sempre più dominante anche nelle operazioni delle imprese non finanziarie.
Questo processo di finanziarizzazione ha avuto inizio alla fine degli anni ’60 e si è ampliato in misura massiccia negli anni ’80.
- Details
- Hits: 5466
I Tedeschi cattivi
di Ars Longa
Quando qualcuno ha diffuso la notizia che la Finlandia avrebbe l’intenzione di uscire dall’euro mi sono ricordato di un money game che Thomas Friedman pubblicò sul New York Times alla fine del 1996. Immaginate – diceva Friedman – una Finlandia che ha i conti in ordine ma li ha perché si basa su due soli settori: telefonia e carta. Immaginate che uno dei due settori vada in crisi. Che vada in crisi la Nokia o che i russi dopo anni di difficoltà tornino sul mercato della carta e spazzi via come birilli svedesi, norvegesi e – appunto – finlandesi. La Finlandia dentro l’euro non può battere moneta e quindi non può svalutare il cambio. Se vuole sopravvivere deve fare esattamente due cose: o esce dall’euro o comincia ad abbassare i salari.Non essendoci una politica fiscale europea i finlandesi dovrebbero andarsi a cercare lavoro altrove. Money game. Come vedete vi cito un giornalista e non un articolo di qualche convegno o di qualche economista. Il problema c’era e bastava capire l’abc.
Il problema non è l’intuibilità dei problemi di un cambio fisso. Il problema non è neppure la sovranità nazionale sulla moneta. I Tedeschi non ne avevano bisogno. A loro interessava il sistema del Mercato Unico che funzionava benissimo anche senza moneta unica. I tedeschi sapevano benissimo che bisognava andare cauti. Due dirigenti politici della CDU: Wolfgang Schäube e Karl Lammers lanciarono l’idea della Kerneuropa. Un euro nel quale per almeno due anni dovessero stare fuori Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. E di questa idea era Chirac, l’allora ministro delle finanze Wagel, gli olandesi.
- Details
- Hits: 5661

Il caldo fa male
Mario Tronti e l’enciclica Lumen fidei
di Maria Turchetto
Che dire dell’entusiastica accoglienza che Mario Tronti riserva all’enciclica Lumen fidei (L’Enciclica e la critica dell’individualismo)?
Da un certo punto di vista lo capisco. A noi anziani il caldo fa male, tanto male. Ci frigge quei pochi neuroni che restano e qualche volta non ce la facciamo proprio più a pensare come si deve. Quando capita a me, mi ficco sotto il ventilatore con la Settimana enigmistica – che richiede solo una parvenza di pensiero. Tronti si è ficcato sotto il ventilatore a fare il giochino “quale pezzo dell’enciclica è stato scritto da papa Ratzinger e quale da papa Bergoglio?”.
Il quiz è suggerito da Rino Fisichella nell’introduzione all’edizione paolina di Lumen fidei. Suggerito in modo per l’appunto enigmistico, imbrogliando le carte in perfetto stile pretesco: “Papa Francesco con Lumen fidei si pone in continuità con il magistero di Benedetto XVI”, anzi riconosce esplicitamente “che ha ricevuto dal suo predecessore del materiale che ha voluto poi rielaborare”, insomma il grosso l’ha scritto Ratzinger, eppure “è pienamente un testo di Papa Francesco”, “può essere ritenuta l’ultima enciclica di Benedetto e la prima di Francesco”. Ragazzi! Sembra il mistero della trinità, Dio è uno, ma anche trino, è trino, ma anche uno, ecc. finché il cervello va in pappa. Tronti però a questo punto della lettura era ancora abbastanza lucido e ha tagliato corto: è un testo scritto a quattro mani e il giochino per l’estate è indovinare l’attribuzione delle varie parti all’uno o all’altro papa. Divertente!
- Details
- Hits: 4025

Un'alternativa europeista al crollo dell'euro
di Andrea Ricci *
Le maggiori perplessità suscitate dalla prospettiva di una fine dell’euro sono principalmente dovute all’incertezza su ciò che avverrà dopo, al timore storicamente fondato del ritorno di un’Europa divisa e conflittuale al suo interno.
Infatti, che l’euro sia stato un brutto affare per l’Italia e per gli altri Paesi mediterranei sono ormai in molti a pensarlo. Brutto affare perché, in assenza di una politica fiscale e di bilancio comune, la moneta unica rende socialmente drammatico il problema dei divari strutturali di competitività tra i Paesi membri.
Meno diffusa è invece l’opinione che l’euro sia stato un brutto affare anche per l’Europa. E invece così è stato. Il fallimento dell’euro e l’ostinazione con cui le classi dirigenti continuano a negarlo hanno messo in profonda crisi l’idea stessa d’integrazione, rinfocolando odi e pregiudizi che in un recente passato furono la culla dei peggiori sciovinismi reazionari. Oggi a dividere i popoli europei, a far riemergere atavici sentimenti di rivalità nazionale è paradossalmente proprio l’unica cosa che essi hanno in comune sul piano politico ed economico, ovvero la moneta unica.
L’idea che la fine dell’euro porti con sé la fine dell’Europa come entità politica e culturale è forse il principale ostacolo che s’incontra, soprattutto a sinistra, nell’affrontare con lucidità e realismo la più grande crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra.
- Details
- Hits: 3027

Le città industriali nella crisi dello sviluppo
di Silvano Belligni
1. Secondo l’opinione prevalente, la crisi delle città industriali nasce dal declino della sovranità politica ad opera della globalizzazione: è un effetto dello svuotamento dello Stato nazionale e della tendenziale emancipazione delle città dalla dipendenza dal centro. Nel “nuovo intermezzo” che si apre le città vengono investite di nuove responsabilità, sia economiche che politiche: rischiano la deindustrializzazione e il declino, ma tendono anche ad assumere una centralità inedita nell’economia politica del capitalismo globalizzato. Si aprono nuove opportunità per l’iniziativa strategica delle élite locali su cui ricade la scelta del modello di sviluppo urbano da realizzare. Le città diventano artefici del proprio destino, responsabili della propria fortuna. L’agency non è ostaggio della struttura.
Secondo altre interpretazioni, la crisi muove invece dall’economia e dal modo di produzione: essa affonda le sue radici nella dissoluzione del modello di regolazione fordista-keynesiano (a sua volta da mettere in relazione con la crisi di profittabilità del capitalismo e la contrazione del surplus dei primi anni Settanta). A partire dagli anni 1973-75 il sistema di produzione fordista, e l’insieme connesso di pratiche, di norme, di istituzioni che ha dominato il mondo capitalistico nel lungo ciclo postbellico e che ha modellato la città industriale lascia progressivamente il campo a un regime di produzione flessibile.
- Details
- Hits: 3136

Americanità o Europa
Scritto da Diego Fusaro
Dopo la polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989), il programma di Novalis, Cristianità o Europa, si è sempre più perversamente riconfigurato in una nuova e macabra forma: Americanità o Europa.
La potenza vincitrice della Guerra Fredda ha rinsaldato quel processo esiziale di americanizzazione integrale del vecchio continente avviato fin dal 1945. Ciò si determina evidentemente nella cultura, non solo quella di massa delle canzonette in inglese della radio, ma anche nella ristrutturazione capitalistica della scuola, sempre più simile a un’azienda, con debiti e crediti, presidi managers e studenti ridotti a consumatori di formazione; ma emerge poi anche nelle politiche sociali, id est nella demolizione del nobile sistema europeo dell’assistenza sociale e dell’attenzione per gli ultimi.
Infatti, la storia delle vicende europee successive alla caduta del Muro e alla tragicomica implosione dell’Unione Sovietica (la più grande tragedia geopolitica del Novecento) si inscrive a pieno titolo nel processo di imposizione del modello americano di capitalismo senza eticità residua contro il paradigma europeo del capitale ancora mitigato dal welfare state e da robusti elementi di eticità (tutti guadagnati sul campo tramite le lotte, e non certo donati generosamente dal capitale). L’Europa sta sempre più diventando una colonia americana: i singoli Stati europei stanno agli Stati Uniti come i satelliti dell’Unione Sovietica stavano al paese che aveva monopolizzato il materialismo storico.
- Details
- Hits: 2768

“Guerra preventiva” al conflitto
Un’analisi dell’accordo sulla rappresentanza del 31 maggio
L’accordo sulla rappresentanza sindacale, firmato lo scorso 31 maggio da Confindustria e CGIL-CISL-UIL, è stato definito un accordo “storico”1, una “svolta”2, un “avvenimento di prima grandezza per il Paese”3. Può essere l’inizio di “una nuova era”, si è affrettato a dire Bonanni, segretario generale della CISL4, facendo eco alla “stagione nuova” auspicata dalla pari grado della CGIL.
Ma perché tutta quest’enfasi? La solita retorica ed i soliti titoli ad effetto dei quotidiani, oppure c’è qualcosa di più? Vai mai a vedere che ci dobbiamo accodare al “Bravi, bravi, davvero bravi” del presidente del Consiglio, Enrico Letta?5
Cerchiamo innanzitutto di capire perché a questo protocollo venga accordata tutta quest’importanza. Confindustria non le manda certo a dire; per bocca del suo vicepresidente per le relazioni industriali, Stefano Dolcetta, si esprime con chiarezza cristallina: “l’obiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto”6.
Sta qui il punto fondamentale di tutto l’accordo, quello intorno al quale si sono stretti in un incesto neocorporativo associazione degli industriali, associazioni dei lavoratori e governo.
- Details
- Hits: 5499

Quello che i marxisti non dicono
di Marino Badiale
1. La migliore proposta politica possibile.
Uno degli aspetti più sorprendenti delle discussioni sull'euro è il ritardo o la reticenza nell'assumere la proposta politica dell'uscita da euro e UE da parte del variegato mondo della sinistra radicale, dei marxisti e dei comunisti. Su tratta di un tema sul quale io credo valga la pena di spendere qualche pensiero. Si potrebbe obiettare che occuparsi di un tale mondo, stante la sua residualità e ininfluenza, non serve davvero a nulla. Nonostante la verità di questa osservazione, ritengo lo stesso che le riflessioni che seguono possano essere utili. E' evidente infatti che in Italia e in Occidente stenta moltissimo a coagularsi un movimento di opposizione e contestazione nei confronti della deriva distruttiva e barbarica dell'attuale “capitalismo assoluto”. D'altra parte l'esperienza prova che un tale movimento, che sappia dar vita ad autentiche forze politiche di opposizione, è condizione necessaria per poter contrastare la barbarie incipiente. Ma visto che da anni o decenni ci sono stati, in Italia e probabilmente un po' dappertutto, i più vari tentativi in questo senso, e tutti sono falliti, è probabile che occorra una riflessione non banale sulla natura di questi fallimenti, per sperare di costruire qualcosa che possa sottrarsi a questo destino.
Un esempio eclatante di un tale fallimento è proprio quello del variegato mondo della sinistra radicale, comunista, marxista, che pure aveva ed ha il vantaggio di una tradizione culturale di grande spessore.
- Details
- Hits: 2527
Marx a lezione da Goldmann (e viceversa)
Guido Grassadonio
Per iniziare, provo a riassumere i termini del discorso già fatto da Petrucciani e Screpanti, per poi introdurre i miei argomenti. Sia comunque chiaro che l’atto di riassumere è sempre interpretazione e riqualificazione dei concetti usati in funzione diversa. Non si rimanga allora stupiti se in qualche punto il mio linguaggio divergerà da quello di Screpanti e Petrucciani.
Il problema posto nel botta e risposta è semplice da spiegare: posta un’innegabile tendenza morale nelle opere di Marx, qual è il fondamento filosofico su cui potere articolare tale tendenza, senza tradire la loro coerenza. Marx voleva essere un pensatore “scientifico”, le cui proposizioni erano meramente descrittive, eppure ha anche fondato un dover essere preciso e fatto ricorso a giudizi morali sul presente abbastanza netti. Come, infatti, può una teoria sullo sfruttamento essere solo descrittiva? Chiaramente è anche un giudizio di valore. Ma questo valore come lo fondiamo, mantenendo un rapporto forte col momento descrittivo?
Occorre, allora, indagare il pensiero marxiano come un pensiero anche morale, forzando i limiti voluti dallo stesso Marx. Ora, il tentativo di trovare un fondamento etico possibile in una teoria della giustizia appare quantomeno arduo. Soprattutto perché, a mio parere, tradisce totalmente l’impianto teorico del Moro, che come nota bene Screpanti – ma anche Petrucciani ne è cosciente – è più orientato verso una teoria della libertà di stampo hegeliano. Screpanti ritiene che tale teoria sia limitata al pensiero del giovane Marx e che vi sia una cesura con tutto ciò nelle opere mature.
- Details
- Hits: 2754

Brasile, la corsa contro il tempo
Alessandro Mantovani

Pubblichiamo, all’indomani della giornata di mobilitazione nazionale indetta dal principale sindacato brasiliano, la CUT, un contributo inviatoci un paio di giorni fa da un compagno internazionalista che da qualche anno vive in Brasile e ha quindi la possibilità di osservare ciò che sta accadendo da una posizione privilegiata.
Ciononostante, ciò che ci ha spinto a dare spazio al testo che segue è principalmente il metodo adoperato. Lontano dagli aspetti puramente cronachistici e dalle facili contrapposizioni, esasperate invece dai principali media carioca (ma anche, e forse ancor più, da quelli occidentali), l’articolo focalizza l’attenzione sul processo di gestazione delle manifestazioni di protesta delle ultime settimane.
Ancora una volta, come già verificatosi nei casi dell’Egitto e della Turchia – giusto per rimanere alla più stretta attualità – non siamo in presenza di esplosioni improvvise, ma di salti di qualità che affondano però le loro radici in movimenti che a volte sono addirittura pluridecennali. Per di più, solo se si getta un po’ di luce sul modello di sviluppo che Brasilia ha fatto proprio negli ultimi anni (almeno in quelli dei governi del PT), andandone a scandagliare gli aspetti strutturali, si può comprendere come l’aumento di 20 centesimi di real del prezzo del biglietto trasporto pubblico, abbia potuto costituire il detonatore di un malcontento ben più generalizzato.
Riappropriarsi di un metodo di analisi della realtà che sappia rifuggire ricostruzioni approssimative e che mistificano gli attori in campo, rimuovendo del tutto il portato di classe delle proteste, ci pare un compito di primaria importanza. Al punto da pubblicare questo contributo pur non condividendolo del tutto nel merito. In particolare, laddove si corre il rischio di rappresentare il gigante brasiliano come un campione del neoliberismo, con qualche mera spruzzatina di vernice socialdemocratica, crediamo che ci sia bisogno di un’ulteriore problematizzazione che ci possa portare ad analizzare il ruolo che lo stato ha svolto nella promozione di aspetti che più tipicamente si legano all’esperienza ‘desarrollista’, di cui il presidente brasiliano Juscelino Kubishek fu uno dei maggiori rappresentanti.
- Details
- Hits: 2586
Il Datagate, l’Europa e il rimosso della sinistra
di Raffaele Sciortino
L’affare Snowden sta facendo da rilevatore di dinamiche geopolitiche cruciali che la crisi globale catalizza e rende sempre meno gestibili. Dunque gli States, cuore della finanza transnazionale, sono il centro di una rete globale di controllo. (Del resto la finanza non è fatta solo di click nello spazio virtuale, ha bisogno di complessi apparati territorializzati, economici politici militari, di consenso ecc.). Ma controllo, attenzione, non solo su nemici e avversari bensì su gran parte degli stessi alleati.
La questione va ben oltre la libertà della rete, questa macchina delle macchine che con tutte le sue ambivalenze appalesa un dispositivo di comando, tutt’altro che piatto come si vede, che sembra sfidare le più fosche distopie. Né è liquidabile - secondo la linea di difesa prontamente assunta sulla scorta di Obama dai filoatlantici europei - con l’argomento “così fan tutti” (i governi: pur vero, tralaltro molte delle “vittime”, o suoi apparati, sono al tempo stesso consapevoli collaboratori del big boss) o “tanto si sapeva” (vedi già il caso Echelon). Perché è cambiato il contesto complessivo - segnato oggi, nella crisi, dagli effetti destrutturanti per il sistema di questo concentrato di potenza - e con esso il grado dei contrasti tra gli attori, a tutti i livelli, e non da ultimo è mutata l’attenzione e la percezione da parte delle “plebi” su quanto sta accadendo.
Tre le questioni geo/politiche più rilevanti dell’affaire che qui è possibile solo sfiorare.
Innanzitutto, il colpo subito dal soft power statunitense: spiare le vite degli altri prima o poi ha un costo.
- Details
- Hits: 2435
Il lavoro-merce a saldi di fine stagione
di Sebastiano Isaia
La mia attività diventa merce, io sono in tutto e per tutto venale
(K. Marx)
Teoria
Nell’accezione marxiana del concetto l’ideologia rimanda a un pensiero che capovolge il rapporto fra la realtà delle cose e le cose come le vorrebbe il filosofico soggetto della conoscenza sulla scorta di certe idee, di determinati principi etici, politici e via di seguito. La realtà “nuda e cruda” delle cose viene sostituita, attraverso un procedimento “astrattivo” che possiamo definire appunto ideologico, da una realtà fittizia che esiste solo nella testa di chi la pensa e la proietta all’esterno, creando un mondo puramente ideale, assolutamente soggettivo – sempre in un’accezione filosofica del termine. Inutile precisare che il soggetto in questione è lungi dall’essere cosciente di un simile procedimento, e anche questo è un aspetto centrale nel concetto marxiano di ideologia.
Quando ho fatto riferimento a una «realtà “nuda e cruda”» non ho inteso affatto postulare un approccio passivo, puramente ricettivo, da parte del soggetto della conoscenza al mondo oggettivo, che il primo si limiterebbe a riflettere (o rispecchiare) più o meno fedelmente; infatti «la concezione materialistica del mondo non è priva di presupposti ma osserva i presupposti materiali come tali ed è perciò, essa sola, la concezione del mondo realmente critica» (Marx-Engels, L’ideologia tedesca).
- Details
- Hits: 14461

La rivoluzione da Mosca a Cambridge*
di Emiliano Brancaccio
Pareva destinato a diventare una reliquia, un polveroso cimelio del periodo tra le due guerre. Ed invece, dopo il fallimento di Lehman Brothers dell’ottobre 2008 e l’inizio della cosiddetta Grande Recessione, il nome di Keynes è tornato improvvisamente a risuonare nei dibattiti di politica economica. Si tratta, beninteso, di una evocazione ancora spettrale, che per adesso incide solo in termini marginali e confusi sulle azioni pratiche delle autorità monetarie e di bilancio. Ma già il solo fatto che Keynes venga nuovamente menzionato nell’agorà politica appare a molti un segnale minaccioso, un potenziale incentivo all’eversione del precario ordine finanziario costituito.
Il rinnovato interesse per l’eresia keynesiana costituisce un segno del terremoto che dall’inizio della crisi ha iniziato ad agitare il campo di battaglia delle teorie e delle politiche economiche. Come però tipicamente capita alle visioni per lungo tempo sommerse e dimenticate, il pensiero di Keynes risulta oggi appannato da una vulgata approssimativa, per molti versi fuorviante. Si consideri ad esempio una delle sue più celebri affermazioni: «Nel lungo periodo saremo tutti morti». Questa frase viene spesso affiancata ad un’altra sua enunciazione, scritta diversi anni dopo: «Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata [..] di scavar fuori di nuovo i biglietti [..], non dovrebbe più esistere disoccupazione». Basandosi su queste due frasi giustapposte, svariati commentatori hanno preteso di descrivere Keynes come un intellettuale frivolo, irresponsabile, incurante del futuro, fautore dello sperpero e della dissipazione di risorse produttive.
Con buona pace dei veri esegeti di Keynes, questa chiave di lettura risulta oggi diffusa e influente.
- Details
- Hits: 4960
Tra Schumpeter e Keynes: l'ortodossia di Paul Mattick
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici. Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui]
La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick
Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.
Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.
- Details
- Hits: 2946

La sentenza della Corte e la lezione della Fiom
Paolo Ciofi
Non si tratta solo del soldato Brunetta, sempre sull'attenti di fronte al Supermanager soddisfatto di sentirsi dire che gli interessi della Casa torinese sono quelli dell'Italia. Sulla sentenza della Corte costituzionale, che ha dato ragione alla Fiom e torto alla Fiat, è necessario fare chiarezza respingendo ogni interpretazione riduttiva. E smontando la sperimentata tecnica del «sopire troncare, troncare sopire» in vista di nuovi misfatti farisaicamente onesti, che il manzoniano Conte zio oggi impersonato dai poteri dominanti si appresta ad apparecchiare con la copertura della "libera stampa" e dei camerieri di turno. Come dimostra il trattamento a dir poco scomposto cui è stata sottoposta la presidente della Camera Laura Boldrini per aver declinato l'invito di Marchionne. E per aver detto con parole di verità che «non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa», bensì percorrendo la via «della ricerca, della cultura, dell'innovazione».
La sentenza della Corte non è affatto equivoca su una questione di fondo, che ci riguarda direttamente come cittadini di questa Repubblica fondata sul lavoro. Semplicemente, ha dichiarato incostituzionale, né più né meno, quel comma dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori strumentalmente usato da Marchionne per cacciare dagli stabilimenti Fiat i rappresentanti della Fiom perché il sindacato di Landini, respingendone i contenuti, non aveva sottoscritto il contratto: instaurando così il principio che nelle fabbriche e negli uffici dei rispettosissimi e ben educati eredi Agnelli possono operare solo i sindacati che condividono il punto di vista dei padroni. Gli altri sono out, non esistono.
- Details
- Hits: 3037

Autodeterminazione dei popoli e indipendenza di classe per la prospettiva del Socialismo nel XXI secolo*
LAB e Fondazione Ipar Hegor (Paesi Baschi) intervistano Rita Martufi e Luciano Vasapollo
Come definirebbe l'imperialismo del XXI secolo? Come si è evoluto?
Luciano Vasapollo (L.V.): La questione inerente l'imperialismo è complessa e relazionata al metodo di produzione capitalista. Il XXI secolo è caratterizzato da una forte competizione globale inter-imperialista nella quale gioca un ruolo centrale quello degli USA, ma va rafforzandosi anche l'imperialismo europeo che oggi come oggi, per noi, ha un forte impatto economico, commerciale e sociale. Secondo la nostra analisi, la costruzione della moneta unica europea, ha coinciso con la costruzione di un polo imperialista concorrenziale a livello globale dal punto di vista economico, commerciale e monetario all'interno del quale, l'euro, rappresenta la moneta forte dell’area valutaria europea che coincide con la forza economica e finanziaria tedesca.
Attualmente la Germania sta imponendo a tutta l'Europa, e non solo, il suo modello d'esportazione e l'euro può essere considerato come un super marco, proprio come l'Unione Europea può considerarsi una super Germania.
Una forma di imperialismo e neo colonialismo perciò nati dall'interno, che hanno canalizzato verso la disindustrializzazione i Paesi dell'area mediterranea denominati PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), obbligandoli a divenire Paesi importatori colpiti in seguito da debiti interni, esterni, pubblici e privati.
- Details
- Hits: 3287

Come uscire dall'euro?
(tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio)
Leonardo Mazzei
Il ragionamento di fondo svolto ormai da tempo da Emiliano Brancaccio, e riproposto in ultimo nel suo articolo Uscire dall'euro? C'è modo e modo, ci trova assolutamente concordi. In sostanza Brancaccio evidenzia tre cose: l'elevata probabilità della fine dell'eurozona, i problemi che essa comporterebbe in considerazione delle diverse modalità di uscita dall'euro, la totale impreparazione della sinistra di fronte a questo scenario.
Sul primo punto - la fine dell'eurozona - Brancaccio è più prudente di noi, ma la centralità che egli assegna ai due punti successivi si giustifica solo con la convinzione che, pur non potendone prevedere i tempi, sarà questo lo scenario più probabile che determinerà il nuovo assetto economico, sociale e politico del Paese.
La sua insistenza sulle diverse modalità di fuoriuscita dalla moneta unica pone il problema dei problemi, cioè quello del programma. Un nodo che a sinistra viene allegramente sfuggito, scambiando per «programma» la solita lista della spesa, fatta di obiettivi giusti ma sganciati dal percorso concreto per raggiungerli. E' il classico vizio massimalista, che gioca al più uno, senza mai porre concretamente la questione del potere.
Nel nostro piccolo, come Mpl, abbiamo più volte indicato i punti essenziali sui quali dovrebbe nascere un governo popolare d'emergenza in grado di gestire, nell'interesse del popolo lavoratore, l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea.
- Details
- Hits: 10910

Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti?
di Giorgio Gattei
Nell'era della "disoccupazione tecnologica", il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci
Piuttosto che intervenire sulle condizioni di fattibilità pratica del reddito di cittadinanza, su cui non ho competenza, vorrei interrogarmi sul significato storico che può assumere il dibatterne oggi. Infatti io lo giudico un argomento economico cruciale posto dalla mutazione radicale che sta subendola “maniera capitalistica del produrre”.
Finalmente, dopo un anno di passione sulla tenuta dei conti pubblici, si è arrivati a discutere della disoccupazione, di cui però si possono dare due tipi. C’è la disoccupazione provocata dalla “insufficienza di domanda effettiva” (ossia dalla domanda assistita da moneta): essendo necessaria manodopera per produrre le merci, se queste non trovano domanda adeguata, l’occupazione necessariamente calerà. Da qui il rimedio a simile disoccupazione - che è detta “keynesiana” perchè riconosciuta magistralmente da J. M. Keynes - che consiste nel rilancio della domanda tramite aumento dei consumi delle famiglie e/o dello Stato.
C’è però anche un altro tipo di disoccupazione, di cui poco si parla e di cui aveva ben detto Giorgio Lunghini oltre un decennio fa quando ha osservato che «la relazione biunivoca e stabile tra produzione di merci e occupazione di lavoro vivo è mutata: è ancora vero che, se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende» (1).
- Details
- Hits: 2729

Imperialismo e antiamericanismo
di Elisabetta Teghil
Lenin, L’imperialismo come fase suprema del capitalismo
Per Lenin , l’imperialismo non è altro che la fase monopolistica del capitalismo. Non è la dimensione dell’impresa e la sua collocazione, ma le sue capacità di essere monopolio che fa l’imperialismo.
L’attuale stagione è caratterizzata dalla supremazia degli Stati Uniti che si propongono e, per molti versi, ci sono riusciti, di assumere il ruolo di Stato del capitale assoggettando con ogni mezzo a disposizione tutte le potenze rivali.
Dice Istvan Meszaros in Socialismo o barbarie:
”Così data l’inesorabilità della logica del capitale, era solo questione di tempo prima che il dinamismo del sistema si dispiegasse fino a raggiungere anche a livello dei rapporti interstatali lo stadio in cui una super potenza egemone arrivasse a dominare su tutte quelle meno potenti, per quanto grandi, ed affermare la sua pretesa esclusiva di essere lo Stato del sistema del capitale in quanto tale, pretesa infine insostenibile e la più pericolosa per l’umanità nel suo insieme.”
E’ falso che, in questo momento, la politica e lo Stato si sarebbero ritirati. Il sistema del capitale, in questa stagione che si manifesta con il neoliberismo, non potrebbe sopravvivere una settimana senza l’appoggio massiccio che riceve dallo Stato.
Gli Stati Uniti hanno 300 basi militari fuori dai confini nazionali e più di 200 Agenzie e possono contare su una miriade di Ong, Onlus e società di Think Tank.
- Details
- Hits: 4134

Tra Schumpeter e Keynes: l’eterodossia di Paul Marlor Sweezy
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici. Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. A questa prima parte, dedicata a Sweezy, seguirà, nei prossimi giorni, la seconda parte, dedicata a Mattick. rb]
Il dibattito di Sweezy con Schumpeter
Paul Sweezy è stato assistente di Schumpeter. Il rapporto di amicizia e la distanza intellettuale sono tali per cui la parola discepolo suona stonata. Come scrisse al fratello Al, benché interessato dalle teorie dell’economista austriaco, non se ne sentì granché influenzato. La relazione personale fu però molto forte, quasi fosse il sostituto del figlio mai avuto. Tra i due si svolse un memorabile dibattito, di cui è rimasta memoria grazie al «ricordo» di Paul Samuelson su «Newsweek»il 13 aprile1970, e ai materiali resi disponibili da John Bellamy Foster sulla «Monthly Review»nel maggio 2011. Era l’inverno del 1946-47. IlSocialist Party di Boston aveva chiesto al dipartimento di economia di Harvard di ospitare un dibattito su capitalismo e socialismo. Schumpeter ritenne poco appropriato che la discussione si svolgesse all’interno delle lezioni, e suggerì senza successo che il Graduate Student Club se ne facesse promotore. Il dibattito ebbe luogo senza sponsor, protagonisti appunto Schumpeter e Sweezy. Dal racconto di Samuelson, più di vent’anni dopo, traspare ancora l’eccitazione per l’evento:
"Schumpeter era il rampollo dell’aristocrazia austriaca all’epoca di Francesco Giuseppe. Aveva confessato di avere tre desideri: di essere il più grande amatore a Vienna, il miglior cavallerizzo in Europa, il più grande economista del mondo. «Sfortunatamente», aggiungeva con modestia, «il posto che mi è stato dato [ad Harvard] non era di primo livello».…
- Details
- Hits: 3825

Cosa è un atomo (ammesso che sia qualcosa)?
Mladen Dolar
Mladen Dolar, benché ancora poco noto in Italia, è uno degli esponenti più lucidi e significativi di quella che correntemente viene chiamata “Scuola di Lubiana” (con Slavoy Žižek, Alenka Zupančič etc.). In questo saggio, Dolar sviluppa alcune delle vedute che distinguono questa scuola in rapporto alla questione della costituzione “ontologica” dell’atomo e del den
L’atomismo, così dice la storia, è stata la prima apparizione del materialismo nella storia della filosofia, nonostante la parola “materialismo” abbia fatto la sua comparsa soltanto nel diciottesimo secolo. Le battaglie filosofiche che infuriavano in precedenza, e non sono state di certo poche, sono state combattute sotto bandiere di diverso tipo e l’imposizione retroattiva della grande contrapposizione antagonistica tra materialismo e idealismo potrebbe presentare problemi, come vedremo, nonostante chiami in causa delle poste in gioco molto alte. Hegel, l’arci-idealista, o almeno così si dice, sembrerebbe quindi essere un sostenitore dell’atomismo piuttosto improbabile: eppure ogni qualvolta abbia toccato la questione, cosa che ha fatto in poche occasioni, ha trattato la posizione atomistica con entusiasmo, considerandolo come il presagio di un’idea speculativa profonda e di ampia portata emergente all’alba della filosofia, un’intuizione da tenersi stretta anche se insufficiente, una visione del mondo che ci riportasse indietro alle basi, al minimo, alle condizioni preliminari del pensiero.
La rivendicazione dell’atomismo al materialismo non dipende dalla celebrazione della materia come sostanza ultima, con la pretesa che lo spirito e l’anima siano materiali allo stesso modo della natura: piuttosto implica un’operazione che va molto oltre. Per metterla nei termini più semplici e scusandomi per questa considerazione breve ed estremamente semplificata, la filosofia prende le mosse da una tesi fondamentale: tutta la diversità dell’essere può essere spiegata da un solo principio.
- Details
- Hits: 3110

Non moriremo per l'euro
di Andrea Ricci
Dietro gli inni di "vittoria" lanciati da Letta per la fine della procedura di infrazione Ue, si avvicina il precipizio della manovra finanziaria d’autunno.
Dopo l’ultima riunione del Consiglio Europeo, il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha cantato vittoria e lanciato messaggi di grande ottimismo sul futuro dell’economia e delle finanze pubbliche italiane. Purtroppo, si tratta soltanto di una pura operazione propagandistica tesa a guadagnare qualche settimana di relativa tranquillità prima della bufera.
Alla vigilia delle ferie estive il clima politico è dominato dall’incertezza. La maggioranza delle “larghe intese” sembra turbata dalle vicissitudini giudiziarie di Berlusconi. In realtà, le questioni vere sono ben altre. La mina che sta per esplodere sotto le poltrone del Governo è la manovra finanziaria del prossimo autunno, che allo stato attuale si annuncia imponente e difficilmente realizzabile senza un massacro sociale senza precedenti. Si sta facendo di tutto per nascondere il problema ma basta fare un po’ di conti, avendo in mente il quadro complessivo della situazione macroeconomica, per capire la situazione. Il deterioramento tendenziale del bilancio pubblico, che dovrà essere corretto a settembre con la prossima legge di stabilità, deriva da due fattori, il primo legato all’andamento macroeconomico e il secondo ai vincoli programmatici sulla cui base il Governo Letta si è costituito.
- Details
- Hits: 2427

La fragile società del non lavoro
di Benedetto Vecchi
La parabola intellettuale di Robert Castel non è comprensibile senza il suo coinvolgimento nel Maggio parigino. È a partire dalle barricate del quartiere latino che la sua produzione subisce una svolta inaspettata. Sociologo di formazione in debito con la tradizione delle scienze sociali francesi, condivideva le riflessioni sulla modernità di Emile Durkheim, laddove sottolineava la fragilità del legame sociale rispetto il carattere tellurico, «rivoluzionario» dello sviluppo capitalistico. Ma a differenza di Durkheim, era interessato anche alle istituzioni sorte dalle ceneri dell'ancien régime che mostravano una grande capacità di tenuta e performatività dell'ordine sociale rispetto a quelle tendenza del capitalismo di rendere voltatile ciò che prima era solido, per parafrasare una famosa frase di Karl Marx. Così il primo, importante saggio Robert Castel lo ha dedicato all'istituzione psichiatrica, che aveva e ha la funzione di garantire la riproduzione sociale, in una prospettiva «pastorale» tesa a prevenire, rendendola inefficace, la devianza dalla norma.
In quel saggio Castel non nasconde la sua sua fonte di ispirazione - La storia della follia di Michel Foucault -, ma prova ad alimentarla con una inchiesta sul campo. È con quel libro che avviene la svolta teorica, che lo ha fatto diventare, anno dopo anno, un intellettuale eterodosso. Vicino al partito socialista, si è confrontato con le posizioni teoriche più radicali de marxismo post-Sessantotto, accogliendone la pretesa di una politicizzazione integrale dei rapporti sociali. Così, dopo la critica dell'ospedale psichiatrico, e in sordina anche della psicoanalisi, intesa come una forma di un diffuso controllo sociale, ha concentrato la sua attenzione sull'altra grande «istituzione» del capitalismo, la fabbrica.
- Details
- Hits: 2126

L’imbroglio europeo di Letta
di Alfonso Gianni
Nell’ultimo sondaggio conosciuto, risalente al 1 luglio e realizzato dall’istituto Piepoli, le quotazioni del governo sembrano tornare ad essere in salita presso la pubblica opinione. In particolare è elevato l’apprezzamento verso gli ultimi provvedimenti economici emanati dal governo, quelli che dovrebbero favorire in particolare l’occupazione giovanile – obiettivo che in sé non può non essere popolare – e soprattutto la fiducia nel premier Letta riguarda il 51% degli intervistati con un incremento di ben otto punti in un solo mese. Quindi la luna di miele fra il “giovane” Letta e la nostra vecchia Italia procede senza screzi né problemi? Non sembrerebbe del tutto vero, se si distoglie un attimo l’attenzione dai sondaggi e si guarda alle reazioni dell’intelligentsia del paese, se così la vogliamo chiamare.
Ed è il caso di farlo, dal momento che sono assai in pochi coloro che conoscono il merito specifico dei provvedimenti economici del governo al di là delle copertine televisive. Del resto gli apprezzamenti nei sondaggi scendono se la domanda è se l’intervistato si aspetta reali miglioramenti nella situazione occupazionale e economica da questi provvedimenti.
- Details
- Hits: 2376

Che fare con l'euro?
di Mimmo Porcaro
Il compito che oggi sta di fronte a quel che resta della sinistra italiana è dei più difficili. La situazione è chiara, per chi sappia guardarla: ma per affrontarla è necessaria, dopo tante piccole innovazioni più predicate che praticate, una netta e dolorosa rottura con l’europeismo dogmatico che da troppo tempo ci accompagna.
E’ chiaro infatti che ogni libera espressione elettorale della volontà degli elettori sudeuropei rende inattuabile il patto che ha consentito finora la sopravvivenza dell’euro, perché impedisce di fatto la tranquilla attuazione delle restrizioni previste dal Fiscal Compact, anche in eventuale versione light. E’ chiaro quindi che l’euro, come moneta che unisce nord e sud Europa, è ormai irreversibilmente finito, perché anche se restasse in vita ciò avverrebbe contro il volere di una massa crescente di cittadini europei. Ma è altrettanto chiaro che la sinistra italiana e continentale non è capace di un pensiero che sia all’altezza della situazione, perché non è capace di prendere atto della fine della globalizzazione e del riemergere degli stati nazionali (o meglio degli stati nazionali più forti) come attori principali della politica. Non è capace di capire che l’Europa è ancora fatta di nazioni, che le nazioni più forti dettano la direzione di marcia e che, anche a causa della persistente crisi economica, questa marcia conduce ad un gioco in cui il nord vince ed il sud perde. E che quindi una coerente difesa dei lavoratori italiani si identifica, oggi, con la costruzione di un discorso che sappia legare in maniera inedita questione di classe e questione nazionale.
Page 540 of 651







































