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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi. Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di...
Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi. Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”. E’...
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di...
L’industria della disinformazione digitale e della manipolazione elettorale è relativamente nuova: un settore giovane e innovativo… dedito a distorcere la realtà e spargere propaganda on line. Una florida industria clandestina capace di interferire nelle elezioni e manipolare il dibattito pubblico, che ha trovato in America Latina un terreno particolarmente fertile. I suoi clienti sono, in generale, direttamente Stati, mercenari al soldo di governi, o clienti privati che preferiscono operare nell’ombra, dove la morale non conta e i pagamenti...
Si è appreso nei giorni scorsi che i Curdi siriani, rinunciando a costruire la tanto decantata entità democratica, femminista, indipendente del Rojava, hanno deciso di aderire al nuovo stato siriano governato dall’ex terrorista dell’ISIS e di Al-Qaida Al-Jolani, di sciogliere le proprie milizie nel nuovo esercito siriano e di riconsegnare al governo siriano i pozzi di petrolio siriano che avevano gestito insieme alle truppe USA. Chi scrive è stato in anni passati un sostenitore della causa curda. Sono stato varie volte nel Kurdistan...
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013. Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla Ue di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa. Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha...
La questione, posta nei termini più brutali, sembra semplice: quando un articolo viene scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, chi ne è davvero l’autore? L’uomo che ha fornito le idee, oppure la macchina che le ha distese sulla pagina? La domanda è legittima, ma rischia di essere mal formulata. Presuppone infatti che la scrittura sia un atto unitario, compatto, indivisibile, mentre chiunque abbia scritto qualcosa di appena più complesso di una lista della spesa sa bene che essa è, al contrario, un processo stratificato: intuizione,...
C'è un momento, in ogni impero terminale, in cui la classe dirigente smette di governare la realtà e comincia a gestirne la percezione. L'Occidente collettivo — quella entità geopoliticamente confusa che si estende da Washington a Tokyo passando per Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv — ha superato quel momento da un pezzo. Oggi, alla fine dell'agosto 2026, non gestisce più nemmeno la percezione. Suona. Suona come l'orchestra del Titanic, ma con i cachet più alti della storia e nessun iceberg all'orizzonte, perché l'iceberg è stato...
Analizzare la situazione venezuelana richiede di mantenere uno sguardo critico sulla complessità dei processi reali: le rinegoziazioni con i colossi energetici, le sanzioni internazionali, i nodi dell'economia rentier e le contraddizioni di una gestione statale condizionata dal ricatto USA. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra la critica politica basata sui fatti e l'assimilazione passiva delle favole di intelligence. Accettare, così, la favola dei "87 ufficiali venduti" o dei "miliardi ombra" inviati da Washington alla presidenta...
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie. È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre...
Il povero Massimo Giannini è stato subissato di sghignazzi e sberleffi per la sua frase sullo scontro con la Russia, da lui indicato come una occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. Lo svolazzo retorico del “forgiare nel fuoco della battaglia”, ha catturato quasi tutta l’attenzione, mentre invece la questione è un po’ più insidiosa. In realtà la tesi dell’articolo pubblicato il 15 agosto scorso da Giannini sul quotidiano “la Repubblica”, è che la guerra in Ucraina avrebbe potuto rappresentare...
Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli...
C’è una scena che si ripete attualmente con regolarità nei piani strategici delle aziende. Un dirigente, con lo sguardo perso nel vuoto digitale, dichiara: “Dobbiamo investire nell’IA”. Seguono, come un rituale pagano, stanziamenti per software, automazioni, corsi di formazione tecnica. Tutto sacrosanto, tutto doveroso. E mentre l’intelligenza artificiale corre, sollevando polvere di dati e promesse, un silenzio imbarazzato cala sulla domanda successiva. Quella che nessuno osa formulare ad alta voce, per timore di apparire retrogrado: “E noi,...
La segretaria del Partito democratico ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al direttore del "Corriere della sera" in cui ha esortato il governo Meloni ad adottare, subito, un'imposta sugli extraprofitti energetici. Si tratta di una proposta molto interessante che, però, a mio parere, dovrebbe essere integrata da due ulteriori considerazioni. La prima riguarda la necessità, per avere un gettito davvero in grado di fare la differenza, di non limitare l'imposizione al settore energetico. L'adozione di una sovrimposta temporanea...
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale». A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta....
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la...
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché. Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema: «Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia,...
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero. L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di...
Il libro di Alessandra Ciattini è un importante contributo al dibattito sulle grandi questioni che, dal 1989, hanno trasformato il mondo, non soltanto dal punto di vista geopolitico, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi e l’affermazione di una fase dominata dagli Stati Uniti, ma anche sotto l’aspetto culturale e filosofico. È cambiato infatti il modo stesso di interpretare gli avvenimenti e le trasformazioni della società contemporanea. Per affrontare queste complesse questioni, l’autrice ha raccolto nel volume una serie di...
Il modo di produzione capitalista nella sua fase imperialista non solo esporta merci e capitali, ma impone e propaga sofisticati dispositivi di controllo sociale, occupazione territoriale e guerra ideologica. Nello scenario contemporaneo, subordinato alle direttive geopolitiche di Washington e alla dottrina dell'atlantismo militarista, assistiamo al consolidamento di una trama in cui il regime sionista di Tel Aviv opera non come un mero attore esterno, ma come un ingranaggio organicamente integrato nell'architettura di dominazione e...
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle...
Ho letto con molto interesse l’articolo di Lucio Baccaro uscito giorni fa sulle pagine del Fatto quotidiano. Vi sono riassunte brillantemente le tesi di coloro che, nell’area del dissenso, si schierano contro il progetto europeo, privilegiando il ritorno allo Stato nazionale. Naturalmente, la sinistra (che oggi non è rappresentata dai socialisti europei o dal PD in Italia) si distingue dalle destre in quanto considera possibile il ritorno allo Stato nazionale senza dover necessariamente sfociare nel nazionalismo sovranista caldeggiato dalle...
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi. Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha dovuto trasformare la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento...
Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifarsi i conti. La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentava di portare...
Uno dei problemi, se non il problema principale, della sinistra italiana degli ultimi quarant’anni – per lo meno da quando il Partito Comunista, perso il faro dell’Unione Sovietica, individuò nell’Europa il nuovo sol dell’avvenire – è stata l’esaltazione fideistica dell'”Europa”. In nome dell’Europa, la sinistra italiana ha ingollato di tutto: l’impronta ordoliberale del trattato di Maastricht, la rinuncia alle partecipazioni statali e alla politica industriale, la deflazione interna, l’austerita come risposta (fallimentare) alla crisi dei...
Negli ultimi giorni diverse testate internazionali hanno dato spazio al lancio di “Gaza GenoLIE”, una campagna promossa da 40 organizzazioni per smontare le accuse di genocidio rivolte a Israele. L’iniziativa viene presentata ai lettori come una “analisi indipendente“, ma basta esaminare la composizione e i finanziatori del cartello per capire che non ci si trova di fronte a osservatori terzi. Dietro questa operazione si muove infatti una fitta rete di lobby politiche, gruppi di pressione finanziari e organizzazioni direttamente collegate...
C'è una contraddizione intrinseca in quanto scrivo. Cerco una forma leggera, colloquiale pur sapendo che i potenziali destinatari sono abituati ad altro linguaggio. Quello quasi gergale dell'area in cui pur mi riconosco. Che comunque esiste, e meno male... Se non altro a tener viva una fiammella. A volte, leggendo meravigliosi articoli, mi sembra che, tramite essi, si faccia un passettino verso la comprensione(la parola verità mi sembra un po' grossa..). Ma se la disquisizione, pur lucida, pur colta, ci stacca ulteriormente dagli altri, dalla...
Per un paese come l’Italia, la domanda su come si combatte l’inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L’episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell’energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l’unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le...
Con il termine ”cleptocrazia” non si intende la semplice corruzione, bensì un sistema di corruzione legalizzata, un apparato di potere specificamente finalizzato alla predazione delle risorse pubbliche. Tutti i regimi manifestano aspetti e componenti di carattere cleptocratico, ma qui si tratta di capire quale tipo di regime possa essere considerato una cleptocrazia compiuta e integrale, cioè un sistema chiuso e automatico che non lasci spazio ad altre opzioni. Il termine “cleptocrazia” è stato applicato a regimi post-coloniali, come le...
Quando esce un nuovo libro di Luciano Canfora, sono uno di quelli che corre a leggere il suo lavoro e parto pregiudizialmente ben predisposto verso l’ultimo grande esponente di una prestigiosa scuola storica e filologica che ha avuto nel secolo scorso una lunga tradizione. In questo caso la sua ultima fatica, “Comunismo, un’altra storia”, edito da Feltrinelli qualche mese fa, è di particolare interesse per il taglio che l’autore dà a un tema così aperto, controverso e necessario, come quando si discute del socialismo-comunismo...
Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice. Attaccando, uccidendo e devastando un...
L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata l’ex deputata Marjorie Taylor Greene che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato. Ne aveva parlato la NBC spiegando che Elbridge Colby, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una...
La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump. La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video. Andiamo con ordine perché è bene cogliere...
Caro Carlo, non lo facevo così disattrezzato il nostro amico Moreno. Come tutti i marxisti dovrebbero sapere, Lenin scriveva: «Non si può comprendere a pieno Il Capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita tutta la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!». Ora, o si pensa che Lenin non fosse marxista o bisogna prenderlo sul serio, perché le riflessioni di Lenin avevano sempre un fondo e un intendimento politico. Concetti fondamentali di Hegel...
E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla...
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Tra Schumpeter e Keynes: l'ortodossia di Paul Mattick
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici.Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui]
La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick
Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.
Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.
Non seguiremo oltre il percorso della sua vita nel paese di emigrazione, o la sua attività pubblicistica e di ricerca (su di lui sono in uscita due importanti biografie intellettuali di Gary Roth, in inglese, e di Antonio Pagliarone, in italiano) per concentrarci su quello che è forse il cuore della sua riflessione. Ci riferiamo principalmente alle tesi contenute nel suo libro più noto Marx e Keynes (pubblicato nel 1969), che bene sintetizzano la sua riflessione sulla critica dell’economia politica. Politicamente «eretico», Mattick segue le orme di una rilettura «ortodossa» di Marx, filtrata dalle tesi sull’accumulazione e sul crollo di Henryk Grossmann. Abbiamo qui come il negativo del pensiero di Sweezy, che «risponde» alla sfida keynesiana pienamente valorizzandone gli aspetti «rivoluzionari» interni alla teoria economica borghese. Mattick inviò un articolo alla «Monthly Review» intitolato Dynamics of the Mixed Economy (la corrispondenza che cito di seguito è conservata nei Paul Mattick Papers presso l’International Institute for Social History di Amsterdam, e mi è stata messa a disposizione da Gary Roth).
Sweezy scrive a Mattick il 15 novembre del 1963 dopo aver letto il testo con molto interesse, trovandolo stimolante nonostante i dissensi su alcuni argomenti e formulazioni: è troppo lungo e, al tempo stesso, troppo contratto. Una seconda lettera di Sweezy è del 30 novembre, dopo aver ricevuto i commenti su quel testo che aveva chiesto ad un economista marxista «professionale». Le riserve e le critiche si sono rinforzate: «non penso che il vostro argomento fondamentale sulla impossibilità di stimolare continuamente l’economia privata attraverso l’espansione del settore pubblico stia in piedi». Sarebbe certo una tesi di grande rilievo, se fosse possibile provarla. Ma Sweezy ne dubita, anche se non intende rispondere a quella questione in modo opposto alle conclusioni di Mattick: dichiara anzi di dispiacersi che il ragionamento di Mattick non regga. Un contatto successivo tra i due segue alla recensione di Mattick del Capitale monopolistico. Il 30 ottobre 1966 Sweezy scrive a Mattick, stupito che quest’ultimo possa davvero sostenere che dal 1939 in poi il sistema si sia contratto e la profittabilità si sia ridotta in conseguenza della spesa dello Stato: il pil è invece aumentato di 7 volte e mezza, e i profitti al netto delle tasse di ben 9 volte. Ciò è compatibile con le teorie sue e di Baran, non certo con quelle di Mattick. Le contraddizioni del sistema capitalistico, scrive, non sono scomparse: ma hanno preso nuova forma, più violenta e distruttiva.
Vediamo cosa scrive Mattick. Bisogna – sostiene – ritornare alle tesi economiche di Marx saltando la quasi totalità dei suoi interpreti nel movimento operaio della Seconda e della Terza Internazionale. Per questo si vuole «marxiano» e non «marxista»: una distinzione che verrà valorizzata da Maximilien Rubel. Le tesi di Mattick sono a prima vista inseparabili dalla tendenza ad un crollo ineluttabile in conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta all’aumento della composizione organica del capitale. Quando si passa dalla politica all’economia il «luxemburghiano» Mattick scarta senza molti complimenti la teoria della crisi da realizzazione dell’autrice dell’Accumulazione del capitale. L’insufficienza della domanda effettiva esprime una sovraproduzione di merci per cui la crisi deriverebbe dalla circolazione, e in fondo dall’insufficienza dei consumi, e non invece dalla dinamica della produzione e dalla insufficienza del plusvalore estratto dai portatori viventi della forza-lavoro, come nel Capitale.
Tesi del genere vanno innanzi tutto bene interpretate nella loro portata. Per Mattick, Marx non si attendeva affatto un crollo automatico, meramente economico, del capitalismo. La crisi finale del capitalismo si può produrre solo grazie ad azioni rivoluzionarie. Ogni crisi reale va spiegata a partire dalle condizioni concrete. Il modello di capitalismo su cui ragiona Marx è un modello «astratto» da cui, per il suo stesso autore, non è possibile derivare «previsioni» o conferme empiriche. Ciò che in teoria è l’esito ultimo di una ininterrotta accumulazione del capitale si deve presentare nella realtà come un ciclo ricorrente; ogni ciclo è, per così dire, una replica sintetica della tendenza di lungo periodo della espansione capitalistica. È soltanto quando la crisi capitalistica scoppia che la teoria marxiana viene convalidata, poiché è solo in questo caso che l’astratta analisi di valore della produzione capitalistica trova la sua verifica osservabile: quando il capitalismo è nella fase di espansione la caduta del saggio del profitto viene compensata da un aumento della massa dei profitti in rapporto a una massa di capitali più cospicua.
Mentre Keynes attribuiva i problemi dell’accumulazione ad un insufficiente incentivo ad investire, Marx le riconduceva al carattere fondamentale della produzione in quanto produzione di capitale. L’aumento della composizione organica è per Mattick incontestabile. Qualunque sia la massa della forza-lavoro nel capitalismo, la massa del capitale costante aumenta in modo sempre più rapido e la parte di forza-lavoro che produce plusvalore si riduce relativamente sempre di più. In termini logici ciò significa che una accumulazione sempre più rapida del capitale trasformerà prima o poi in diminuzione assoluta la diminuzione relativa del saggio di profitto. È solo quando ciò si verifica che la realtà corrisponde al modello di espansione del capitale descritto da Marx.
La crisi capitalistica è sovraproduzione di capitale esclusivamente con riferimento a un determinato grado di sfruttamento. Mattick sa benissimo che sino a che è possibile innalzare adeguatamente il saggio del plusvalore la caduta tendenziale del saggio del profitto resta allo stato latente. Inoltre, il capitalismo non è un sistema chiuso, e dunque l’aumento della composizione organica può essere rallentato mediante l’espansione all’estero e mediante l’importazionedi profitti dall’estero. Sottolinea pure che i ricorrenti salti tecnologici sono tali che, anche se la composizione organica del capitale può rimanere la stessa in termini materiali, essa può diminuire in termini di valore: un «aggiustamento» che aumenta la profittabilità dei capitali. La stessa crisi capitalistica, scrive, è una «causa antagonistica», così come lo è ogni fenomeno concreto che aumenta il plusvalore dei capitali investiti o ne riduce il valore in rapporto al plusvalore disponibile. Di più, l’incremento della produttività fa crescere i valori d’uso (mezzi di produzione e beni salario) chepermettono la messa in moto di più lavoratori nella produzione. La crescente composizione organica del capitale non ridurrà l’effettivo saggio del profitto finché il capitale si accumula più rapidamente di quanto non diminuisca lo stesso saggio del profitto.
Mattick critica duramente la teoria della crisi da sproporzioni alla Tugan Baranowski, al fondo delle riflessioni di Hilferding prima e di Lenin e di Bukharin poi, secondo cui la crisi rimanderebbe all’anarchia del mercato. Di qui proviene la tesi successiva di Hilferding secondo cui, essendo il capitalismo sempre più «organizzato», le crisi andrebbero smorzandosi nella loro severità. Socialdemocratici e bolscevichi condivono l’idea che il processo di produzione è sempre più socializzato, e che il passaggio al socialismo è nient’altro che la presa di possesso dello Stato – graduale (entrando nella stanza dei bottoni) o rivoluzionaria («rompendone» la forma borghese). La politica verrebbe così «socializzata», come lo è ormai l’economia.
Il difetto di fondo a queste correnti, come della teoria della crisi da realizzazione, è per Mattick comune, e sta nel loro riferimento agli schemi di riproduzione. Quegli schemi non possono essere letti come l’equivalente dell’equilibrio economico generale della teoria borghese. Quando il capitalismo diviene dominante, la «domanda sociale» è sempre più domanda che il capitale fa a se stesso. È la produzione di capitale, in quanto capitale, che determina le dimensioni e la natura della domanda di mercato: finché esiste una sufficiente domanda di beni capitali, non vi è ragione perché le merci che entrano nel mercato non vengano vendute. Quando scoppia la crisi la realtà si presenta capovolta, il problema della produzione di capitale lo si può sempre leggere come problema di realizzazione Sembra che il plusvalore non si possa realizzare per una sovrapproduzione di merci. Ma ad essere scarso è il valore d’uso dei lavoratori (la loro capacità di lavoro, e dunque il lavoro vivo da essi prestato) che va ai capitalisti in cambio del valore di scambio della merce forza-lavoro (salari).
La causa della crisi è la diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro in rapporto alle esigenze di profitto di una progressiva accumulazione di capitale. Il discorso sulla crisi di Marx ha come asse un’altra «sproporzione», quella del pluslavoro nella forma del plusvalore rispetto alle esigenze dell’accumulazione. Quando le forze che agiscono da controtendenza alla caduta del saggio di valorizzazione del capitale si esauriscono, la crisi dovrà scoppiare per insufficienza dello «sfruttamento».
Marx dopo Keynes
In fondo, ciò che fa la teoria di Keynes è di trasferire la sovraproduzione di merci (l’eccesso di offerta sul mercato dei beni) in una sovraproduzione di forza-lavoro (un eccesso di offerta sul mercato del lavoro). Lo sviluppo accelerato del «centro» capitalistico dopo la Seconda guerra mondiale non ha a che vedere che marginalmente con le politiche keynesiane. Ciò che ha giocato è stata innanzi tutto la «svalorizzazione» del capitale: che è venuta per un verso, come sempre, dalla stessa «grande» crisi nel suo decorso; e per l’altro verso dalla guerra planetaria, con la sua distruzione di mezzi di produzione e infrastrutture. La possibilità di rinnovare le attrezzature tecniche impiegando tecnologie e organizzazione più avanzati ha consentito di accoppiare l’aumento del capitale in Giappone e Europa occidentale con una spinta verso l’alto del saggio di plusvalore, mentre i salari rimanevano relativamente bassi, tenendo così in scacco (temporaneamente ma significativamente) il declino della profittabilità. Lo sviluppo europeo forniva alle imprese statunitensi la valvola di sfogo della «multinazionalizzazione» per reagire ai primi cenni di abbassamento della redditività del capitale. Epperò ogni teoria che neghi i limiti «oggettivi» dell’accumulazione capitalistica è, per Mattick, inaccettabile.
L’era del capitalismo misto keynesiano non può che avere i giorni contati. La soluzione dei problemi economici che assillano il mondo capitalistico – scrive – può avere solo valore temporaneo e le condizioni in cui tale soluzione è stata efficace stanno venendo meno. Mattick è il primo a sottolineare che il Capitale è stato scritto cento anni prima, e che Marx ha sottovalutato la capacità di adattamento del capitalismo attraverso una sopravvalutazione delle sue difficoltà. Marx non ha contemplato la possibilità di una «seconda vita» del capitalismo grazie all’intervento dello Stato, né poteva prevedere l’entità della distruzione di capitale tra le due guerre. Ciò non toglie che il keynesismo vada denunciato come una pseudo-soluzione capacedi rimandare ma non impedire l’andamento contraddittorio dell’accumulazione di capitale predetto da Marx. A meno dell’esistenza di governi disposti a distruggere il dominio sociale del capitale privato e di assumere il controllo dell’intera economia, il mondo di Keynes è destinato a crollare esso stesso.
Un punto del discorso di Mattick va sottolineato. La domanda proveniente dallo Stato sollecita una occupazione e una produzione di beni che, certo, consentono l’attivazione di forza-lavoro. Ma questa produzione, che viene finanziata da un plusvalore dato, non sgorga da lavoro «produttivo»: la spesa pubblica è spesa di reddito, non di capitale. L’area del lavoro produttivo di (plus)valore sta restringendosi, mentre l’area del lavoro improduttivo si sta ampliando: il che deve prima o poi creare tensioni, che si esprimono in una inflazione prima strisciante e poi aperta.
È opportuno presentare una lunga citazione per chiarire il pensiero di Mattick:
"La redditività del capitale esistente e relativamente ristagnante si può mantenere mediante un incremento accelerato di produttività del lavoro, vale a dire, mediante innovazioni che espellono lavoro e risparmiano capitale. Quanto più aumenta la produzione indotta dallo stato tanto più diventa urgente il bisogno di aumentare la produttività per mantenere la redditività del capitale. Il continuo aumento di produzione e di produttività genera però il bisogno di altri grandi aumenti di produttività mentre la base della produzione privata di capitale diventa sempre più ristretta. Anche se le innovazioni che risparmiano capitale contengono il crescente divario tra il capitale investito in mezzi di produzione e quello investito in forza-lavoro, e in questo modo frenano la caduta del saggio di profitto, la considerevole espulsione di lavoro attraverso le innovazioni che risparmiano lavoro impone questa caduta tendenziale. Il capitalismo però non può fare a meno di questa continua espulsione di lavoro che costituisce l’unico mezzo efficace per far fronte alla pressione intensificata esercitata sul saggio del profitto dalla crescente massa di produzione non redditizia. L’aumento di produttività ottenuto conl’espulsione di lavoro pur essendo una via d’uscita per il capitalismo, porta in un vicolo cieco." (pp. 248-49)
La piena utilizzazione delle risorse produttive è stata ottenuta attraverso una produzione non rivolta al profitto. Scrive Mattick: il prodotto ultimo della produzione di capitale è un capitale più grande, il prodotto ultimo della produzione indotta dallo stato è solo una produzione più grande. Dal punto di vista della iniziativa privata, qualsiasi produzione che lo stato comanda – lavori pubblici, spesa sociale, armamenti – rientra nella sfera del consumo. La produzione stimolata dallo stato riduce la massa complessiva dei profitti privati in rapporto alla massa complessiva del capitale esistente.
Il keynesismo è la testimonianza che la crisi della produzione privata di capitale che ha caratterizzato il secolo ventesimo non è stata ancora risolta. L’unica differenza è che le condizioni di depressione deflazionistica sono state sostituite da condizioni di depressione inflazionistica.
Si capisce perché Mattick ne possa concludere che il sistema capitalistico in tutte le sue fasi può essere considerato in stato di crisi permanente. Intanto è evidente che quando l’intervento «anti-congiunturale» dello Stato si accentua, la pressione sul lavoro salariato direttamente produttivo non può che accrescersi. Dal riproporsi della tendenza al «crollo» preconizzata da Marx non si può derivare alcuna tendenza automatica ad una politica rivoluzionaria. Per troppo tempo, secondo Mattick, è stata sospesa la tendenza all’impoverimento assoluto. Ma proprio il riattualizzarsi della tendenza alla crisi non può che riaprire la possibilità di una prassi antagonistica, senza che di essa vi sia mai certezza. Nel capitalismo si conferma l’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie».
Crisi permanente
Il ragionameno di Mattick è di estremo rigore. Pure, non convince in alcuni punti essenziali. Innanzi tutto per quel che riguarda la validità della teoria della caduta del saggio del profitto nella sua formulazione classica, in forza di un aumento della composizione organica del capitale. In realtà, ad essere rilevante è la composizione in valore del capitale, cioè l’espressione in valore degli elementi del capitale costante rispetto all’espressione in valore degli elementi del capitale variabile (come indice del lavoro vivo che la forza lavoro acquistata dal salario potrà mettere in moto). La dinamica nel tempo della composizione organica rappresenta la composizione in valore nella misura in cui il suo andamento segue quello della composizione tecnica del capitale (il rapporto «fisico» mezzi di produzione/lavoratori). È evidente che – assumendo, con Marx, la meccanizzazione/automazione come forma prevalente del progresso tecnico – la composizione organica dovrà per forza di cose aumentare. È come valutare mezzi di produzione e beni salario ai prezzi precedenti le innovazioni capitalistiche, senza tenere conto di quella «svalorizzazione» delle merci e della stessa forza-lavoro che è esito della «lotta di concorrenza» tra i molti capitali. Per il saggio del profitto è però significativa la composizione in valore del capitale, quella che tiene conto degli effetti delle innovazioni sul sistema dei prezzi.
Tenendo conto di ciò, è perfettamente concepibile che l’aumento del saggio del plusvalore (con i suoi effetti positivi sul saggio del profitto) sopravanzi sistematicamente l’aumento della composizione in valore (con i suoi effetti negativi sul medesimo). Anche nel caso estremo di una forza-lavoro che vive d’aria e lavora ventiquattro ore, il saggio del profitto – che raggiunge a questo punto il suo livello massimo, pari all’inverso del rapporto capitale costante/espressione monetariadel tempo di lavoro vivo – non ha alcuna tendenza necessaria a decrescere nel tempo. Non è infatti possibile escludere che il denominatore diminuisca per la «svalorizzazione» del capitale costante. Non si capisce come Mattick, pur avendo squadernato tutti gli elementi per una conclusione del genere, possa non trarla.
Un secondo punto riguarda l’erroneità della conclusione di Mattick che le crisi da sproporzione o da domanda effettiva siano sempre espressione di contraddizioni sul piano «superficiale» della circolazione. Le cose stanno altrimenti. Nel Capitale, Marx afferma la tendenza ad una caduta relativa del valore della forza lavoro. Si tratta dell’altra faccia della tendenza sistematica all’estrazione di plusvalore relativo. Il punto è stato riaffermato da Rosa Luxemburg. Le innovazioni capitalistiche aumentano la forza produttiva del lavoro. Si riduce il lavoro contenuto nel valore della forza lavoro, anche con un salario reale crescente. Cresce perciò la quota del neovalore prodotto che va ai capitalisti, o comunque alle classi dominanti: il pluslavoro nella forma del plusvalore. Sono gli stessi investimenti innovativi a determinare, insieme la riduzione relativa della quota del salario e a modificare i rapporti di scambio tra i settori. È insomma la dinamica stessa della produzione di capitale a dare luogo a quelle sproporzioni che possono facilmente diventare sovrapproduzione generale di merci, crisi da realizzazione. Quando l’eccesso di offerta si verifica in settori significativi, le imprese in perdita cesseranno di investire e licenzieranno. Cadrà la domanda che si rivolge alle altre industrie, e l’eccesso di offerta contagerà un settore dopo l’altro, sino a diventare ingorgo generale sul mercato delle merci.
Un terzo punto riguarda Keynes. Mattick trascura che l’aumento della spesa pubblica dà luogo, in conseguenza degli acquisti diretti, e poi del loro effetto moltiplicativo, ad un aumento del tempo di lavoro produttivo (di plusvalore) effettivamente comandato dal capitale, che è produzione di capitale che altrimenti non si darebbe. Quell’aumento della domanda e della produzione darà luogo, di rimbalzo, ad un effetto di accelerazione dell’investimento capitalistico, ad ulteriore produzione di capitale: la ragione è che l’aumento della utilizzazione della capacità produttiva, se prolungato nel tempo, può indurre le imprese a dotarsi di nuova capacità produttiva.
Male si farebbe però a non vedere l’importanza essenziale della riflessione di Mattick, scartandone troppo velocemente le conclusioni. Mattick vede bene un punto chiave. La teoria della crisi di Marx non è separabile dalla tendenza della caduta tendenziale del saggio delprofitto: anche se questo legame si dà in modo più articolato di quanto Mattick stesso non intenda. In realtà, a me pare, la caduta tendenziale del saggio di profitto va letta come una meta-teoria delle crisi, che si prolunga in una lettura diacronica delle «grandi crisi» capitalistiche. La caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua forma classica è all’origine della Lunga Depressione di fine Ottocento. Fu proprio la controtendenza all’aumento della composizione del capitale e alla caduta tendenziale del saggio di profitto – controtendenza che si sostanziò in un «progresso» tecnico e organizzativo che svalorizzò capitale costante e variabile, e spinse verso l’alto il saggio di plusvalore – a determinare le condizioni che portarono al Grande Crollo degli anni Trenta per una insufficienza sistematica di domanda effettiva. Ad una grande crisi per insufficienza di profittabilità seguì dunque una grande crisi per eccesso diprofittabilità.
Qui interviene un altro punto su cui Mattick è del tutto convincente. La risposta keynesiana al Grande Crollo degli anni Trenta determinò il pieno impiego grazie, non soltanto alla banca centrale come prestatrice di ultima istanza, ma anche e soprattutto ad un intervento statale di sostegno di una domanda «generica» di merci (e alla spesa militare). Ciò si incarnò, in modo significativo, in spese «improduttive» – un punto cruciale anche per l’elaborazione di Sweezy e del gruppo della «Monthly Review». Si accentuò in questo modo la dipendenza dello sviluppo capitalistico da una estrazione di plusvalore, secondo un saggio di sfruttamento crescente, nell’area che produce (plus)valore. Di nuovo, dunque, una grande crisi per insufficiente profittabilità: la Grande Stagflazione. Ciò che la determinò fu questa volta non un aumento della composizione in valore del capitale, ma l’antagonismo sulla estrazione di lavoro vivo. La crisi si dava direttamente nel processo immediato di valorizzazione, metteva in questione lo stesso rapporto di capitale.
Di questa vera e propria Crisi sociale i due grandi antagonisti di cui trattiamo in queste pagine, Sweezy e Mattick, non vedono appieno i termini, intrappolati l’uno nel discorso sulla crisi da realizzazione, l’altro nel discorso sulla caduta del saggio del profitto: entrambi discorsi troppo «semplici». Ma l’uno e l’altro vanno integrati in un discorso più ampio sulla crisi capitalistica.
Conclusioni
È soltanto su questo sfondo che si può intendere quello che viene dopo, la nuova grande crisi che stiamo vivendo: a partire da Sweezy e Mattick, ma andando oltre Sweezy e Mattick. La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta si è mossa su due gambe. Da un lato, la frantumazione del lavoro, cioè la precarizzazione nel mercato e nel processo di lavoro, la concorrenza aggressiva dei global player che determina sovra-capacità, la centralizzazione senza concentrazione, il trasformarsi della struttura produttiva verso un capitalismo di imprese modulari articolate in rete. È un mondo di catene transnazionali della produzione, di delocalizzazioni e in-house-outsourcing, di lavoro migrante e sempre più «femminile». Dall’altro lato, abbiamo la finanziarizzazione. Favorita dalla globalizzazione dei capitali e dai cambi flessibili, e dalla conseguente incertezza, il rinnovato primato della finanza ha preso la forma di un money manager capitalism, di un «capitalismo dei fondi», che ha fatto esplodere il debito privato, e in particolare il debito al consumo, grazie ad una inflazione dei prezzi delle attività finanziarie che è fuori dall’orizzonte dei due pensatori qui considerati (ne ha scritto in importanti lavori Jan Toporowski). Questa nuova finanziarizzazione altro non è che una autentica «sussunzione reale del lavoro alla finanza» (ai mercati finanziari e alle banche). Essa non solo ha incluso le «famiglie» in modo subalterno. Essa ha anche, da un lato, accelerato la decostruzione del lavoro per mille vie, incidendo potentemente sui processi capitalistici di lavoro, dall’altro stimolato una domanda effettiva manovrata politicamente. Una sorta di paradossale «keynesismo privatizzato» di natura finanziaria.
Il capitale fittizio ha avuto conseguenze tutto meno che fittizie. Ha approfondito lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, con una simbiosi di estrazione di plusvalore relativo e assoluto; e ha creato le condizioni della sua realizzazione sul mercato. Un mondo che non è compreso dallo stagnazionismo sottoconsumistico, o dalla caduta del saggio del profitto nei suoi termini tradizionali. La crisi possibile è stata a lungo posposta grazie a politiche monetarie di grande attivismo (la banca centrale come prestatrice «di primaistanza»), che hanno innescato a ripetizione bolle speculative nei mercati finanziari o sugli immobili. La crescita del valore delle «attività» ha spinto verso l’alto la domanda interna nell’area del capitalismo anglosassone grazie al consumo indebitato, consentendo ad altre aree di praticare politiche «neo-mercantiliste», cioè di crescere grazie al traino delle esportazioni nette. Il mondo del lavoro è stato ovunque consegnato all’insicurezza, su di lui si sono scaricati rischi e margini di aggiustamento. Un meccanismo dall’instabilità repressa, ed un capitalismo insostenibile, in cui è riemersa in forme nuove e violente la tendenza alla crisi sistemica del capitale.
A ben vedere, prima inclusi dal neoliberismo e poi messi a rischio dalla sua crisi, sono stati, e sono, non soltanto il consumo e il risparmio. Sono stati anche, e sono, in un elenco tutto meno che esaustivo, abitazioni, istruzione, pensioni, sanità, lavoro di cura. Prosegue intanto l’abbattimento del salario e la dilatazione del tempo di lavoro, l’aggressione al corpo e alla vita dei lavoratori e delle lavoratrici, sino alla spoliazione della stessa natura. In una parola, in gioco sono ormai le condizioni di esistenza e riproduzione degli esseri umani nella loro integralità. Per questo la nuova crisi sistemica ci squaderna davanti l’esigenza, ma anche il compito, di una «socializzazione» della banca e della finanza, dell’investimento, dell’occupazione, per provvedere diversamente ai bisogni sociali. Una socializzazione che non può essere scissa da una rimessa in questione del modo della produzione, delle condizioni del lavoro come attività, del «cosa, come e quanto» produrre, in un orizzonte che non può che andare oltre l’orizzonte capitalistico, e contestare l’illusione di un «ritorno a Keynes».
In questo senso, mi pare, il richiamo di Mattick all’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie» rimane più attuale che mai.
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Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina
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