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Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
I mercati finanziari sembrano impazziti. Era logico che la guerra contro l’Iran determinasse una corsa verso il bene-rifugio per eccellenza, l’oro, e una simmetrica caduta del valore del dollaro. Sta avvenendo esattamente il contrario. Il dollaro sale e l’oro scende. Ciò dovrebbe contraddire la narrativa della dedollarizzazione e del tramonto dell’egemonia finanziaria degli Stati Uniti. Gli investitori globali sembrano talmente convinti della superiorità americana e della forza di Trump da preferire la protezione del dollaro a quella che il...
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura. Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere, cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle. L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo il 60% degli aventi diritto....
I risultati del recente referendum hanno visto la schiacciante prevalenza dei “no”, insieme con un aumento significativo della partecipazione al voto. Un dato che, alla luce dei precedenti, può apparire singolare, ma che si spiega tenendo conto che il baricentro di questo referendum non è stato il problema della riforma della giustizia, ma il giudizio sul governo presieduto da Giorgia Meloni. Quest’ultima pensava di vincere e invece ha perso. Sennonché qui non c’entrano per nulla né le richieste corporative dei magistrati e nemmeno la difesa...
Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto. La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola. Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Tehran era classificata come di breve-medio raggio,...
È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del no al referendum. Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare. Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini. Il primo dato è che specie...
Maurizio Lazzarato (1955) è un sociologo e filosofo italiano, noto soprattutto per le sue ricerche sulle trasformazioni del lavoro, il debito e la relazione tra capitalismo e guerra. Residente a Parigi, è ricercatore presso il laboratorio Matisse/CNRS dell’Università Parigi I Panthéon-Sorbonne e membro del Collège International de Philosophie. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012), Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti (2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e...
C’è una narrazione ufficiale sull’origine dell’Unione Europea che resiste tenacemente a ogni smentita: quella dei tre grandi cattolici – De Gasperi, Schuman, Adenauer – che dalle macerie della seconda guerra mondiale avrebbero tratto un progetto di riconciliazione ispirato alla Dottrina sociale della Chiesa, alla sussidiarietà, alla dignità della persona radicata in comunità organiche. È una narrazione bella, edificante, e largamente falsa. O meglio: vera quanto basta per nascondere ciò che conta davvero, ovvero che l’architettura profonda...
La “strana coppia” Israele-Usa appare ormai compiutamente come una combinazione mortifera tra un mega-“squadrone della morte” guidato da killer seriali psicotici e un’astronave carica di armi in mano a un gruppo di clown. C’era fino a ieri un solo limite nella guerra d’aggressione scatenata contro l’Iran: non si toccano – nei limiti del possibile – gli impianti di estrazione di petrolio e gas di Tehran. Non per bontà d’animo, ma per calcolo economico globale. Era infatti risaputo e dichiarato in tutte le salse che se fossero cominciati...
Siamo molto orgogliosi di proporre per sedimenti un articolo di Pino Arlacchi, sociologo di fama internazionale e per molti anni funzionario delle Nazioni Unite, oltre che collaboratore di lungo corso di Giovanni Falcone nella lotta contro la mafia. In questo articolo Arlacchi prova a delineare il possibile scenario di una ricomposizione – pacifica e progressiva – delle relazioni tra l’Europa e l’Asia, violentemente interrotte dall’insorgere delle recenti guerre (commerciali e reali) scatenate dal centro morente dell’impero americano,...
Negli ultimi decenni una serie di interventi legislativi e amministrativi hanno alterato in profondità i caratteri essenziali della scuola. Queste riforme, frutto delle politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione, hanno avuto come conseguenza la dequalificazione del lavoro del docente e la degradazione culturale e sociale dell’intera categoria dei docenti della scuola italiana. Orbene, i docenti hanno nella sostanza accettato tutto questo, spesso collaborando alla propria degradazione, più spesso lamentandosi, ma senza mai ribellarsi...
Per la terza volta il popolo italiano si è opposto a una manomissione della Costituzione. Nel 2006 venne respinto il tentativo berlusconiano, nel 2016 quello di Renzi e oggi il tentativo di Meloni. Il segno che emerge è quindi quello di un paese con una maggioranza antifascista e costituzionale che si attiva di fronte al rischio della manomissione delle regole democratiche. Una maggioranza che va ben al di là dei confini delle forze politiche. Il referendum ha visto un deciso aumento della partecipazione al voto rispetto alle ultime elezioni...
E’ stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario. E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo. Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile...
La logica in cui l’Occidente a guida israeloamericana si è infilata è una logica perversa e pericolosissima, una logica dell’escalation distruttiva come unico orizzonte percorribile. Se non emergeranno presto contropoteri interni (agli USA, improbabile nell’entità sionista), a premere per un disimpegno, l’orizzonte che si prepara è quello di una catastrofe. Al bombardamento dell’area del sito nucleare di Natanz, l’Iran ha risposto bombardando l’area del sito nucleare di Dimona in Israele; all’attacco ai depositi di gas dell’isola di Kharg,...
Per lo stretto di Hormuz Trump addirittura bussa alla Cina. Intanto vuole rinviare l’incontro con XI sperando che l’Iran esaurisca i missili. Ma si illude Trump non sa più cosa fare e prende tempo. Chiede aiuto al Paese (la Cina) che a livello mondiale contende la leadership agli USA per controllare quello stretto di Hormuz che le sue iniziative insieme agli israeliani hanno messo in pericolo e nello stesso tempo domanda a Pechino più tempo prima che si tenga l’incontro previsto dal 31 marzo al 2 aprile con Xi Jinping. Un summit al quale,...
Gaza è solo l’inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa. La guerra contro l’Iran e la distruzione di Gaza sono solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Ospedali, scuole...
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sui veri protagonisti dell’attacco criminale all’Iran, li ha appena chiariti Joe Kent con le sue dimissioni da direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo (Nctc) degli Stati Uniti. Martedì 17 marzo, Kent ha pubblicato la lettera di dimissioni inviata a Donald Trump. “Non posso in buona coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran. L’Iran non costituiva una minaccia immediata per la nazione ed è chiaro che abbiamo cominciato questa guerra sotto pressione di Israele e della sua potente lobby“....
Il patriarcato è un processo di sovranità, non c’è peggiore mistificazione che considerare il patriarcato capace di autoregolazione. E’ sempre un rapporto tra chi comanda e chi obbedisce. Che cos’è il femminismo? Assumere il rapporto patriarcale non come concluso e definito, ma come rapporto di forza che di volta in volta si modifica sulla base della lotta, dei modi della lotta e pertanto delle figure della progettualità. Più precisamente l’analisi femminista oggi si scontra con il ruolo delle patriarche. Queste nella nostra stagione quando...
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova...
Non è in corso in Medioriente solo una guerra di aerei, missili, bombe e droni dai tempi lunghi e dall’esito confuso. Un’altra guerra, molto più vasta e dall’esito già chiaro, cammina in parallelo. È la guerra contro il petrodollaro, la cui posta è la sopravvivenza dell’ordine finanziario globale basato sulla valuta americana. Questi ayatollah saranno certo sporchi, brutti e cattivi, ma stanno attuando una strategia di formidabile impatto contro il cuore del potere americano sul mondo, accelerando cambiamenti epocali che ribollono da tempo...
Israele ha iniziato la guerra alla produzione energetica globale attaccando l’impianto di produzione di gas più importante del mondo, il South Pars, raid al quale ha fatto seguito la reazione iraniana che, come aveva preannunciato quando tale operazione era stata minacciata, ha colpito gli impianti petroliferi dei Paesi del Golfo collegati alle Compagnie petrolifere Usa. In evidente combinato disposto, Kiev oggi ha attaccato le stazioni di compressione di gas di Gazprom che servono due importanti gasdotti tra Russia e Turchia, il TurkStream e...
Il documento finale del Consiglio Supremo di Difesa dello scorso venerdì 13 è stato oggetto di accuse ingiuste e ingenerose da parte di molti commentatori. In particolare si è rimproverato al documento di non prospettare scelte chiare. In realtà, al di là dei rituali nonsensi della comunicazione ufficiale, il documento delinea una scelta precisa e univoca: l’Italia entra nel conflitto, ma dichiarando di non entrarci, in modo da poter presentare la partecipazione al conflitto stesso come l’effetto inevitabile dell’aggressione russa e iraniana....
Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte. Gente condannata a...
Credere che votando NO si renda omaggio a Falcone e Borsellino è purtroppo tragicamente falso. Nella magistratura, i problemi ci sono. C’erano già allora, quando entrambi furono osteggiati, isolati e infine eliminati, anche con il concorso morale di chi in teoria avrebbe dovuto difenderli. Durante la fallimentare “seconda” Repubblica quei problemi si sono incancreniti, diventando strutturali, un “sistema”. Quello emerso con il caso Palamara (che non era una mela marcia, ma il gestore di un meccanismo che coinvolgeva ampi settori della...
Ma Peter Thiel ci è o ci fa? Entrambe le cose. I cicli di lezioni sull’Anticristo che si compiace di tenere per diffondere il suo verbo hanno fatto tappa anche in Italia, riproponendo l’interrogativo se prendere o no sul serio le dissertazioni di questo magnate dell’industria americana, non fra i più ricchi (26 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Musk è arrivato a 839) ma certamente il più intellettualmente dotato. Fin da studente universitario a Standford, mentre si impegnava ad accumulare montagne di quattrini fondando e poi...
L’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in Iran, ha ribadito ieri il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa. Al di là della condivisione della “grande preoccupazione” per “i gravi effetti destabilizzanti” che la crisi sta producendo in Medio Oriente e nel Mediterraneo dopo la “nuova guerra” – nata a seguito “dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, il Consiglio sottolinea che “la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema...
Forse in un maldestro tentativo di manipolare i prezzi impazziti e incontrollabili del petrolio, il presidente USA Donald Trump ha più volte annunciato l’imminente fine della guerra in Iran, auto-proclamandosi vincitore. In modo analogo il premier israeliano Netanyahu si vanta dei successi militari. Questo il tenore delle litanie che la coppia dei leader del “Mondo Libero” (tragicomica definizione di Mark Rutte), ci propina da giorni: “L’Iran sta per arrendersi”,“La guerra sta per finire”,”La guerra è praticamente finita”, “Abbiamo colpito...
La Cina sta rispondendo ufficialmente su due binari paralleli alla guerra del Cartello Epstein, o israelo-americana, contro l’Iran, tramite un portavoce diplomatico e un portavoce militare. Traduzione: La Cina vede la guerra sia come un’estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare. Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono “dipendenti dalla guerra”, con appena 250 anni di storia e solo 16 anni...
La guerra in Iran la guerra va male per gli Stati Uniti. Siamo a oltre 2 settimane dall’aggressione non provocata e non giustificata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una aggressione avvenuta a tradimento – mentre erano in corso trattative mediate dall’Oman – con immediati atti di terrorismo: dall’assassinio dell’Ayatollah Khamenei a quello di 175 ragazze e ragazzi in una scuola primaria. Una guerra, quella scatenata dalla coalizione Epstein, sanguinosissima: in 15 giorni di aggressione i civili iraniani assassinati sono tra i 2 e i...
Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia. La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di...
Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere. Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza. Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente...
Tutto già visto. Fin dalle sue prime battute, l’attacco all’Iran si è avviato lungo la strada prevista dalla maggioranza degli osservatori più onesti. Abbiamo davanti agli occhi l’ennesimo fiasco militare e politico della potenza americana, la liquidazione quasi definitiva della propria egemonia, nonché la conferma dell’incapacità degli Stati Uniti di imparare dalle lezioni della storia. Dal Vietnam in poi, Washington ha perso tutte le guerre che ha fatto ignorando il verdetto consegnato da ciascuna di esse. Verdetto sempre uguale: è ora di...
Stiamo assistendo a un momento storico. L’Iran, con grande stupore di tutti, sta infliggendo danni così gravi, completi e decisivi alle basi americane che il mondo non è preparato a vederli. In soli quattro giorni, l’Iran è riuscito a espandere il suo dominio militare nella regione. L’Iran ha distrutto le basi militari, i beni e le attrezzature più preziosi e costosi al mondo. Le basi americane negli stati del Golfo sono tra le più grandi installazioni militari al mondo, beni la cui costruzione ha richiesto migliaia di miliardi di dollari nel...
Sta arrivando a Roma (forse è già lì) il suprematista padre padrone di Palantir, la società di controllo sociale che si occupa, attraverso analisi di Big Data, di “predire” statisticamente il comportamento di individui, gruppi e comunità e quindi di controllarli. Pare che debba fare una conferenza “riservata”. Riservata a chi non ho capito ma è facile immaginarlo: ad altri facoltosi e influenti suprematisti come lui convinti che solo la tecnologia, controllata da élite coese ideologicamente, può arginare il famigerato “declino”...
La morte di J. Habermas ha trovato spazio nei media quasi quanto la guerra in Iran. Il “filosofo” è celebrato nel mainstream per le sue virtù liberali e per il suo sostegno appassionato all’Unione europea. La santificazione mediatica è sospetta quanto la demonizzazione, e questo lo abbiamo ampiamente imparato in questi decenni di mefistofelica manipolazione di dati e fatti. La pubblica opinione è spesso il riflesso delle costruzioni ideologiche dei “fedelissimi alle plutocrazie transnazionali” e i giornalisti hanno il “potere” su commissione...
E ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale. È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso...
La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Ospedali, scuole elementari, università e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali,...
I bombardamenti iraniani sui vicini del Golfo li hanno inesorabilmente trascinati in una guerra che speravano disperatamente di evitare. Il potenziale ingresso degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e dell’Arabia Saudita in una guerra diretta al fianco di Israele e Stati Uniti rappresenta la prima manifestazione su vasta scala delle ambizioni americane per l’ordine mediorientale che ha supervisionato per decenni. Washington ha sempre sognato una cooperazione arabo-israeliana contro l’Iran senza risolvere la questione palestinese. Eccolo....
I colloqui in corso tra Cuba e USA non giungono inaspettati. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio l’isola è giunta a una fase così grave da prefigurare un crollo complessivo del sistema con conseguenze molto pericolose per gli stessi che lo stanno provocando, gli Stati Uniti. La destabilizzazione totale di Cuba potrebbe provocare una destabilizzazione complessiva dell’area, con – ad esempio – una migrazione di massa che gli USA non sarebbero in grado di gestire. Un accordo che preveda la salvaguardia del governo cubano in cambio...
La mobilitazione di sabato 14 marzo a Roma, dove sono confluite alcune sigle dell’estremismo di sinistra in piazza, contro il governo Meloni e le misure repressive varate, il No al referendum e un No alla guerra, è stata segnata da un episodio di una certa gravità nei confronti di una delegazione di iraniani presenti in piazza con le loro bandiere e i loro cartelli contro l’attacco che il loro paese sta subendo in questo periodo da tutte le forze occidentali, in modo particolare da USA e Israele. Si è notata una precisa direttiva, da parte di...
Ieri è scomparso Jurgen Habermas, più o meno unanimemente considerato l’ultimo dei grandi filosofi viventi. La premessa, per quanto mi riguarda, è che quando parlo di questi grandi uomini che, a torto o a ragione, hanno fatto la storia del pensiero (o si ritiene che l’abbiano fatta), lo faccio con la stessa umiltà con cui un giocatore di calcio amatoriale, come il sottoscritto, parla di questo o quel giocatore di serie A. Spesso in queste discussioni o chiacchierate (molto divertenti, devo dire) fra amici e appassionati di calcio si bocciano...
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Tra Schumpeter e Keynes: l'ortodossia di Paul Mattick
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici.Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui]
La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick
Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.
Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.
Non seguiremo oltre il percorso della sua vita nel paese di emigrazione, o la sua attività pubblicistica e di ricerca (su di lui sono in uscita due importanti biografie intellettuali di Gary Roth, in inglese, e di Antonio Pagliarone, in italiano) per concentrarci su quello che è forse il cuore della sua riflessione. Ci riferiamo principalmente alle tesi contenute nel suo libro più noto Marx e Keynes (pubblicato nel 1969), che bene sintetizzano la sua riflessione sulla critica dell’economia politica. Politicamente «eretico», Mattick segue le orme di una rilettura «ortodossa» di Marx, filtrata dalle tesi sull’accumulazione e sul crollo di Henryk Grossmann. Abbiamo qui come il negativo del pensiero di Sweezy, che «risponde» alla sfida keynesiana pienamente valorizzandone gli aspetti «rivoluzionari» interni alla teoria economica borghese. Mattick inviò un articolo alla «Monthly Review» intitolato Dynamics of the Mixed Economy (la corrispondenza che cito di seguito è conservata nei Paul Mattick Papers presso l’International Institute for Social History di Amsterdam, e mi è stata messa a disposizione da Gary Roth).
Sweezy scrive a Mattick il 15 novembre del 1963 dopo aver letto il testo con molto interesse, trovandolo stimolante nonostante i dissensi su alcuni argomenti e formulazioni: è troppo lungo e, al tempo stesso, troppo contratto. Una seconda lettera di Sweezy è del 30 novembre, dopo aver ricevuto i commenti su quel testo che aveva chiesto ad un economista marxista «professionale». Le riserve e le critiche si sono rinforzate: «non penso che il vostro argomento fondamentale sulla impossibilità di stimolare continuamente l’economia privata attraverso l’espansione del settore pubblico stia in piedi». Sarebbe certo una tesi di grande rilievo, se fosse possibile provarla. Ma Sweezy ne dubita, anche se non intende rispondere a quella questione in modo opposto alle conclusioni di Mattick: dichiara anzi di dispiacersi che il ragionamento di Mattick non regga. Un contatto successivo tra i due segue alla recensione di Mattick del Capitale monopolistico. Il 30 ottobre 1966 Sweezy scrive a Mattick, stupito che quest’ultimo possa davvero sostenere che dal 1939 in poi il sistema si sia contratto e la profittabilità si sia ridotta in conseguenza della spesa dello Stato: il pil è invece aumentato di 7 volte e mezza, e i profitti al netto delle tasse di ben 9 volte. Ciò è compatibile con le teorie sue e di Baran, non certo con quelle di Mattick. Le contraddizioni del sistema capitalistico, scrive, non sono scomparse: ma hanno preso nuova forma, più violenta e distruttiva.
Vediamo cosa scrive Mattick. Bisogna – sostiene – ritornare alle tesi economiche di Marx saltando la quasi totalità dei suoi interpreti nel movimento operaio della Seconda e della Terza Internazionale. Per questo si vuole «marxiano» e non «marxista»: una distinzione che verrà valorizzata da Maximilien Rubel. Le tesi di Mattick sono a prima vista inseparabili dalla tendenza ad un crollo ineluttabile in conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta all’aumento della composizione organica del capitale. Quando si passa dalla politica all’economia il «luxemburghiano» Mattick scarta senza molti complimenti la teoria della crisi da realizzazione dell’autrice dell’Accumulazione del capitale. L’insufficienza della domanda effettiva esprime una sovraproduzione di merci per cui la crisi deriverebbe dalla circolazione, e in fondo dall’insufficienza dei consumi, e non invece dalla dinamica della produzione e dalla insufficienza del plusvalore estratto dai portatori viventi della forza-lavoro, come nel Capitale.
Tesi del genere vanno innanzi tutto bene interpretate nella loro portata. Per Mattick, Marx non si attendeva affatto un crollo automatico, meramente economico, del capitalismo. La crisi finale del capitalismo si può produrre solo grazie ad azioni rivoluzionarie. Ogni crisi reale va spiegata a partire dalle condizioni concrete. Il modello di capitalismo su cui ragiona Marx è un modello «astratto» da cui, per il suo stesso autore, non è possibile derivare «previsioni» o conferme empiriche. Ciò che in teoria è l’esito ultimo di una ininterrotta accumulazione del capitale si deve presentare nella realtà come un ciclo ricorrente; ogni ciclo è, per così dire, una replica sintetica della tendenza di lungo periodo della espansione capitalistica. È soltanto quando la crisi capitalistica scoppia che la teoria marxiana viene convalidata, poiché è solo in questo caso che l’astratta analisi di valore della produzione capitalistica trova la sua verifica osservabile: quando il capitalismo è nella fase di espansione la caduta del saggio del profitto viene compensata da un aumento della massa dei profitti in rapporto a una massa di capitali più cospicua.
Mentre Keynes attribuiva i problemi dell’accumulazione ad un insufficiente incentivo ad investire, Marx le riconduceva al carattere fondamentale della produzione in quanto produzione di capitale. L’aumento della composizione organica è per Mattick incontestabile. Qualunque sia la massa della forza-lavoro nel capitalismo, la massa del capitale costante aumenta in modo sempre più rapido e la parte di forza-lavoro che produce plusvalore si riduce relativamente sempre di più. In termini logici ciò significa che una accumulazione sempre più rapida del capitale trasformerà prima o poi in diminuzione assoluta la diminuzione relativa del saggio di profitto. È solo quando ciò si verifica che la realtà corrisponde al modello di espansione del capitale descritto da Marx.
La crisi capitalistica è sovraproduzione di capitale esclusivamente con riferimento a un determinato grado di sfruttamento. Mattick sa benissimo che sino a che è possibile innalzare adeguatamente il saggio del plusvalore la caduta tendenziale del saggio del profitto resta allo stato latente. Inoltre, il capitalismo non è un sistema chiuso, e dunque l’aumento della composizione organica può essere rallentato mediante l’espansione all’estero e mediante l’importazionedi profitti dall’estero. Sottolinea pure che i ricorrenti salti tecnologici sono tali che, anche se la composizione organica del capitale può rimanere la stessa in termini materiali, essa può diminuire in termini di valore: un «aggiustamento» che aumenta la profittabilità dei capitali. La stessa crisi capitalistica, scrive, è una «causa antagonistica», così come lo è ogni fenomeno concreto che aumenta il plusvalore dei capitali investiti o ne riduce il valore in rapporto al plusvalore disponibile. Di più, l’incremento della produttività fa crescere i valori d’uso (mezzi di produzione e beni salario) chepermettono la messa in moto di più lavoratori nella produzione. La crescente composizione organica del capitale non ridurrà l’effettivo saggio del profitto finché il capitale si accumula più rapidamente di quanto non diminuisca lo stesso saggio del profitto.
Mattick critica duramente la teoria della crisi da sproporzioni alla Tugan Baranowski, al fondo delle riflessioni di Hilferding prima e di Lenin e di Bukharin poi, secondo cui la crisi rimanderebbe all’anarchia del mercato. Di qui proviene la tesi successiva di Hilferding secondo cui, essendo il capitalismo sempre più «organizzato», le crisi andrebbero smorzandosi nella loro severità. Socialdemocratici e bolscevichi condivono l’idea che il processo di produzione è sempre più socializzato, e che il passaggio al socialismo è nient’altro che la presa di possesso dello Stato – graduale (entrando nella stanza dei bottoni) o rivoluzionaria («rompendone» la forma borghese). La politica verrebbe così «socializzata», come lo è ormai l’economia.
Il difetto di fondo a queste correnti, come della teoria della crisi da realizzazione, è per Mattick comune, e sta nel loro riferimento agli schemi di riproduzione. Quegli schemi non possono essere letti come l’equivalente dell’equilibrio economico generale della teoria borghese. Quando il capitalismo diviene dominante, la «domanda sociale» è sempre più domanda che il capitale fa a se stesso. È la produzione di capitale, in quanto capitale, che determina le dimensioni e la natura della domanda di mercato: finché esiste una sufficiente domanda di beni capitali, non vi è ragione perché le merci che entrano nel mercato non vengano vendute. Quando scoppia la crisi la realtà si presenta capovolta, il problema della produzione di capitale lo si può sempre leggere come problema di realizzazione Sembra che il plusvalore non si possa realizzare per una sovrapproduzione di merci. Ma ad essere scarso è il valore d’uso dei lavoratori (la loro capacità di lavoro, e dunque il lavoro vivo da essi prestato) che va ai capitalisti in cambio del valore di scambio della merce forza-lavoro (salari).
La causa della crisi è la diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro in rapporto alle esigenze di profitto di una progressiva accumulazione di capitale. Il discorso sulla crisi di Marx ha come asse un’altra «sproporzione», quella del pluslavoro nella forma del plusvalore rispetto alle esigenze dell’accumulazione. Quando le forze che agiscono da controtendenza alla caduta del saggio di valorizzazione del capitale si esauriscono, la crisi dovrà scoppiare per insufficienza dello «sfruttamento».
Marx dopo Keynes
In fondo, ciò che fa la teoria di Keynes è di trasferire la sovraproduzione di merci (l’eccesso di offerta sul mercato dei beni) in una sovraproduzione di forza-lavoro (un eccesso di offerta sul mercato del lavoro). Lo sviluppo accelerato del «centro» capitalistico dopo la Seconda guerra mondiale non ha a che vedere che marginalmente con le politiche keynesiane. Ciò che ha giocato è stata innanzi tutto la «svalorizzazione» del capitale: che è venuta per un verso, come sempre, dalla stessa «grande» crisi nel suo decorso; e per l’altro verso dalla guerra planetaria, con la sua distruzione di mezzi di produzione e infrastrutture. La possibilità di rinnovare le attrezzature tecniche impiegando tecnologie e organizzazione più avanzati ha consentito di accoppiare l’aumento del capitale in Giappone e Europa occidentale con una spinta verso l’alto del saggio di plusvalore, mentre i salari rimanevano relativamente bassi, tenendo così in scacco (temporaneamente ma significativamente) il declino della profittabilità. Lo sviluppo europeo forniva alle imprese statunitensi la valvola di sfogo della «multinazionalizzazione» per reagire ai primi cenni di abbassamento della redditività del capitale. Epperò ogni teoria che neghi i limiti «oggettivi» dell’accumulazione capitalistica è, per Mattick, inaccettabile.
L’era del capitalismo misto keynesiano non può che avere i giorni contati. La soluzione dei problemi economici che assillano il mondo capitalistico – scrive – può avere solo valore temporaneo e le condizioni in cui tale soluzione è stata efficace stanno venendo meno. Mattick è il primo a sottolineare che il Capitale è stato scritto cento anni prima, e che Marx ha sottovalutato la capacità di adattamento del capitalismo attraverso una sopravvalutazione delle sue difficoltà. Marx non ha contemplato la possibilità di una «seconda vita» del capitalismo grazie all’intervento dello Stato, né poteva prevedere l’entità della distruzione di capitale tra le due guerre. Ciò non toglie che il keynesismo vada denunciato come una pseudo-soluzione capacedi rimandare ma non impedire l’andamento contraddittorio dell’accumulazione di capitale predetto da Marx. A meno dell’esistenza di governi disposti a distruggere il dominio sociale del capitale privato e di assumere il controllo dell’intera economia, il mondo di Keynes è destinato a crollare esso stesso.
Un punto del discorso di Mattick va sottolineato. La domanda proveniente dallo Stato sollecita una occupazione e una produzione di beni che, certo, consentono l’attivazione di forza-lavoro. Ma questa produzione, che viene finanziata da un plusvalore dato, non sgorga da lavoro «produttivo»: la spesa pubblica è spesa di reddito, non di capitale. L’area del lavoro produttivo di (plus)valore sta restringendosi, mentre l’area del lavoro improduttivo si sta ampliando: il che deve prima o poi creare tensioni, che si esprimono in una inflazione prima strisciante e poi aperta.
È opportuno presentare una lunga citazione per chiarire il pensiero di Mattick:
"La redditività del capitale esistente e relativamente ristagnante si può mantenere mediante un incremento accelerato di produttività del lavoro, vale a dire, mediante innovazioni che espellono lavoro e risparmiano capitale. Quanto più aumenta la produzione indotta dallo stato tanto più diventa urgente il bisogno di aumentare la produttività per mantenere la redditività del capitale. Il continuo aumento di produzione e di produttività genera però il bisogno di altri grandi aumenti di produttività mentre la base della produzione privata di capitale diventa sempre più ristretta. Anche se le innovazioni che risparmiano capitale contengono il crescente divario tra il capitale investito in mezzi di produzione e quello investito in forza-lavoro, e in questo modo frenano la caduta del saggio di profitto, la considerevole espulsione di lavoro attraverso le innovazioni che risparmiano lavoro impone questa caduta tendenziale. Il capitalismo però non può fare a meno di questa continua espulsione di lavoro che costituisce l’unico mezzo efficace per far fronte alla pressione intensificata esercitata sul saggio del profitto dalla crescente massa di produzione non redditizia. L’aumento di produttività ottenuto conl’espulsione di lavoro pur essendo una via d’uscita per il capitalismo, porta in un vicolo cieco." (pp. 248-49)
La piena utilizzazione delle risorse produttive è stata ottenuta attraverso una produzione non rivolta al profitto. Scrive Mattick: il prodotto ultimo della produzione di capitale è un capitale più grande, il prodotto ultimo della produzione indotta dallo stato è solo una produzione più grande. Dal punto di vista della iniziativa privata, qualsiasi produzione che lo stato comanda – lavori pubblici, spesa sociale, armamenti – rientra nella sfera del consumo. La produzione stimolata dallo stato riduce la massa complessiva dei profitti privati in rapporto alla massa complessiva del capitale esistente.
Il keynesismo è la testimonianza che la crisi della produzione privata di capitale che ha caratterizzato il secolo ventesimo non è stata ancora risolta. L’unica differenza è che le condizioni di depressione deflazionistica sono state sostituite da condizioni di depressione inflazionistica.
Si capisce perché Mattick ne possa concludere che il sistema capitalistico in tutte le sue fasi può essere considerato in stato di crisi permanente. Intanto è evidente che quando l’intervento «anti-congiunturale» dello Stato si accentua, la pressione sul lavoro salariato direttamente produttivo non può che accrescersi. Dal riproporsi della tendenza al «crollo» preconizzata da Marx non si può derivare alcuna tendenza automatica ad una politica rivoluzionaria. Per troppo tempo, secondo Mattick, è stata sospesa la tendenza all’impoverimento assoluto. Ma proprio il riattualizzarsi della tendenza alla crisi non può che riaprire la possibilità di una prassi antagonistica, senza che di essa vi sia mai certezza. Nel capitalismo si conferma l’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie».
Crisi permanente
Il ragionameno di Mattick è di estremo rigore. Pure, non convince in alcuni punti essenziali. Innanzi tutto per quel che riguarda la validità della teoria della caduta del saggio del profitto nella sua formulazione classica, in forza di un aumento della composizione organica del capitale. In realtà, ad essere rilevante è la composizione in valore del capitale, cioè l’espressione in valore degli elementi del capitale costante rispetto all’espressione in valore degli elementi del capitale variabile (come indice del lavoro vivo che la forza lavoro acquistata dal salario potrà mettere in moto). La dinamica nel tempo della composizione organica rappresenta la composizione in valore nella misura in cui il suo andamento segue quello della composizione tecnica del capitale (il rapporto «fisico» mezzi di produzione/lavoratori). È evidente che – assumendo, con Marx, la meccanizzazione/automazione come forma prevalente del progresso tecnico – la composizione organica dovrà per forza di cose aumentare. È come valutare mezzi di produzione e beni salario ai prezzi precedenti le innovazioni capitalistiche, senza tenere conto di quella «svalorizzazione» delle merci e della stessa forza-lavoro che è esito della «lotta di concorrenza» tra i molti capitali. Per il saggio del profitto è però significativa la composizione in valore del capitale, quella che tiene conto degli effetti delle innovazioni sul sistema dei prezzi.
Tenendo conto di ciò, è perfettamente concepibile che l’aumento del saggio del plusvalore (con i suoi effetti positivi sul saggio del profitto) sopravanzi sistematicamente l’aumento della composizione in valore (con i suoi effetti negativi sul medesimo). Anche nel caso estremo di una forza-lavoro che vive d’aria e lavora ventiquattro ore, il saggio del profitto – che raggiunge a questo punto il suo livello massimo, pari all’inverso del rapporto capitale costante/espressione monetariadel tempo di lavoro vivo – non ha alcuna tendenza necessaria a decrescere nel tempo. Non è infatti possibile escludere che il denominatore diminuisca per la «svalorizzazione» del capitale costante. Non si capisce come Mattick, pur avendo squadernato tutti gli elementi per una conclusione del genere, possa non trarla.
Un secondo punto riguarda l’erroneità della conclusione di Mattick che le crisi da sproporzione o da domanda effettiva siano sempre espressione di contraddizioni sul piano «superficiale» della circolazione. Le cose stanno altrimenti. Nel Capitale, Marx afferma la tendenza ad una caduta relativa del valore della forza lavoro. Si tratta dell’altra faccia della tendenza sistematica all’estrazione di plusvalore relativo. Il punto è stato riaffermato da Rosa Luxemburg. Le innovazioni capitalistiche aumentano la forza produttiva del lavoro. Si riduce il lavoro contenuto nel valore della forza lavoro, anche con un salario reale crescente. Cresce perciò la quota del neovalore prodotto che va ai capitalisti, o comunque alle classi dominanti: il pluslavoro nella forma del plusvalore. Sono gli stessi investimenti innovativi a determinare, insieme la riduzione relativa della quota del salario e a modificare i rapporti di scambio tra i settori. È insomma la dinamica stessa della produzione di capitale a dare luogo a quelle sproporzioni che possono facilmente diventare sovrapproduzione generale di merci, crisi da realizzazione. Quando l’eccesso di offerta si verifica in settori significativi, le imprese in perdita cesseranno di investire e licenzieranno. Cadrà la domanda che si rivolge alle altre industrie, e l’eccesso di offerta contagerà un settore dopo l’altro, sino a diventare ingorgo generale sul mercato delle merci.
Un terzo punto riguarda Keynes. Mattick trascura che l’aumento della spesa pubblica dà luogo, in conseguenza degli acquisti diretti, e poi del loro effetto moltiplicativo, ad un aumento del tempo di lavoro produttivo (di plusvalore) effettivamente comandato dal capitale, che è produzione di capitale che altrimenti non si darebbe. Quell’aumento della domanda e della produzione darà luogo, di rimbalzo, ad un effetto di accelerazione dell’investimento capitalistico, ad ulteriore produzione di capitale: la ragione è che l’aumento della utilizzazione della capacità produttiva, se prolungato nel tempo, può indurre le imprese a dotarsi di nuova capacità produttiva.
Male si farebbe però a non vedere l’importanza essenziale della riflessione di Mattick, scartandone troppo velocemente le conclusioni. Mattick vede bene un punto chiave. La teoria della crisi di Marx non è separabile dalla tendenza della caduta tendenziale del saggio delprofitto: anche se questo legame si dà in modo più articolato di quanto Mattick stesso non intenda. In realtà, a me pare, la caduta tendenziale del saggio di profitto va letta come una meta-teoria delle crisi, che si prolunga in una lettura diacronica delle «grandi crisi» capitalistiche. La caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua forma classica è all’origine della Lunga Depressione di fine Ottocento. Fu proprio la controtendenza all’aumento della composizione del capitale e alla caduta tendenziale del saggio di profitto – controtendenza che si sostanziò in un «progresso» tecnico e organizzativo che svalorizzò capitale costante e variabile, e spinse verso l’alto il saggio di plusvalore – a determinare le condizioni che portarono al Grande Crollo degli anni Trenta per una insufficienza sistematica di domanda effettiva. Ad una grande crisi per insufficienza di profittabilità seguì dunque una grande crisi per eccesso diprofittabilità.
Qui interviene un altro punto su cui Mattick è del tutto convincente. La risposta keynesiana al Grande Crollo degli anni Trenta determinò il pieno impiego grazie, non soltanto alla banca centrale come prestatrice di ultima istanza, ma anche e soprattutto ad un intervento statale di sostegno di una domanda «generica» di merci (e alla spesa militare). Ciò si incarnò, in modo significativo, in spese «improduttive» – un punto cruciale anche per l’elaborazione di Sweezy e del gruppo della «Monthly Review». Si accentuò in questo modo la dipendenza dello sviluppo capitalistico da una estrazione di plusvalore, secondo un saggio di sfruttamento crescente, nell’area che produce (plus)valore. Di nuovo, dunque, una grande crisi per insufficiente profittabilità: la Grande Stagflazione. Ciò che la determinò fu questa volta non un aumento della composizione in valore del capitale, ma l’antagonismo sulla estrazione di lavoro vivo. La crisi si dava direttamente nel processo immediato di valorizzazione, metteva in questione lo stesso rapporto di capitale.
Di questa vera e propria Crisi sociale i due grandi antagonisti di cui trattiamo in queste pagine, Sweezy e Mattick, non vedono appieno i termini, intrappolati l’uno nel discorso sulla crisi da realizzazione, l’altro nel discorso sulla caduta del saggio del profitto: entrambi discorsi troppo «semplici». Ma l’uno e l’altro vanno integrati in un discorso più ampio sulla crisi capitalistica.
Conclusioni
È soltanto su questo sfondo che si può intendere quello che viene dopo, la nuova grande crisi che stiamo vivendo: a partire da Sweezy e Mattick, ma andando oltre Sweezy e Mattick. La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta si è mossa su due gambe. Da un lato, la frantumazione del lavoro, cioè la precarizzazione nel mercato e nel processo di lavoro, la concorrenza aggressiva dei global player che determina sovra-capacità, la centralizzazione senza concentrazione, il trasformarsi della struttura produttiva verso un capitalismo di imprese modulari articolate in rete. È un mondo di catene transnazionali della produzione, di delocalizzazioni e in-house-outsourcing, di lavoro migrante e sempre più «femminile». Dall’altro lato, abbiamo la finanziarizzazione. Favorita dalla globalizzazione dei capitali e dai cambi flessibili, e dalla conseguente incertezza, il rinnovato primato della finanza ha preso la forma di un money manager capitalism, di un «capitalismo dei fondi», che ha fatto esplodere il debito privato, e in particolare il debito al consumo, grazie ad una inflazione dei prezzi delle attività finanziarie che è fuori dall’orizzonte dei due pensatori qui considerati (ne ha scritto in importanti lavori Jan Toporowski). Questa nuova finanziarizzazione altro non è che una autentica «sussunzione reale del lavoro alla finanza» (ai mercati finanziari e alle banche). Essa non solo ha incluso le «famiglie» in modo subalterno. Essa ha anche, da un lato, accelerato la decostruzione del lavoro per mille vie, incidendo potentemente sui processi capitalistici di lavoro, dall’altro stimolato una domanda effettiva manovrata politicamente. Una sorta di paradossale «keynesismo privatizzato» di natura finanziaria.
Il capitale fittizio ha avuto conseguenze tutto meno che fittizie. Ha approfondito lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, con una simbiosi di estrazione di plusvalore relativo e assoluto; e ha creato le condizioni della sua realizzazione sul mercato. Un mondo che non è compreso dallo stagnazionismo sottoconsumistico, o dalla caduta del saggio del profitto nei suoi termini tradizionali. La crisi possibile è stata a lungo posposta grazie a politiche monetarie di grande attivismo (la banca centrale come prestatrice «di primaistanza»), che hanno innescato a ripetizione bolle speculative nei mercati finanziari o sugli immobili. La crescita del valore delle «attività» ha spinto verso l’alto la domanda interna nell’area del capitalismo anglosassone grazie al consumo indebitato, consentendo ad altre aree di praticare politiche «neo-mercantiliste», cioè di crescere grazie al traino delle esportazioni nette. Il mondo del lavoro è stato ovunque consegnato all’insicurezza, su di lui si sono scaricati rischi e margini di aggiustamento. Un meccanismo dall’instabilità repressa, ed un capitalismo insostenibile, in cui è riemersa in forme nuove e violente la tendenza alla crisi sistemica del capitale.
A ben vedere, prima inclusi dal neoliberismo e poi messi a rischio dalla sua crisi, sono stati, e sono, non soltanto il consumo e il risparmio. Sono stati anche, e sono, in un elenco tutto meno che esaustivo, abitazioni, istruzione, pensioni, sanità, lavoro di cura. Prosegue intanto l’abbattimento del salario e la dilatazione del tempo di lavoro, l’aggressione al corpo e alla vita dei lavoratori e delle lavoratrici, sino alla spoliazione della stessa natura. In una parola, in gioco sono ormai le condizioni di esistenza e riproduzione degli esseri umani nella loro integralità. Per questo la nuova crisi sistemica ci squaderna davanti l’esigenza, ma anche il compito, di una «socializzazione» della banca e della finanza, dell’investimento, dell’occupazione, per provvedere diversamente ai bisogni sociali. Una socializzazione che non può essere scissa da una rimessa in questione del modo della produzione, delle condizioni del lavoro come attività, del «cosa, come e quanto» produrre, in un orizzonte che non può che andare oltre l’orizzonte capitalistico, e contestare l’illusione di un «ritorno a Keynes».
In questo senso, mi pare, il richiamo di Mattick all’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie» rimane più attuale che mai.
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Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina
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