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scienzaepolitica

La Costituzione nelle fabbriche*

Appunti su contratto sociale fordista e compromesso costituente

di Bruno Settis**

Il «compromesso costituente» tra cultura liberale, cattolica e socialista-comunista e il «compromesso fordista-keynesiano» tra capitale e lavoro sono due sintesi o formule correnti: vengono spesso incastrate, talvolta sovrapposte o quasi, per via della loro convergenza sulla centralità del lavoro, posto dal primo a fondazione della costituenda repubblica, dall'altro al centro del circolo virtuoso di produzione di massa e consumo di massa. A partire da una rilettura critica di queste sintesi, si proporranno alcune linee di ricerca per la storia repubblicana, non prive di rilievo per il lessico politico contemporaneo

440px 1910Ford T1. Introduzione: oltre l'illuminismo

In un celebre discorso tenuto all’Assemblea Costituente il 6 marzo 1947, rispondendo alle critiche rivolte da Piero Calamandrei al progetto elaborato dalla Commissione dei 75, Lelio Basso spiegò che la Costituzione avrebbe dovuto essere «aperta verso tutte le trasformazioni democratiche future, e Costituzione che sia riflesso delle trasformazioni già avvenute o in atto, ed espressione della coscienza popolare collettiva»1. In questa dimensione, e non in quella della politica politicante, il Partito Socialista di Unità Proletaria era pronto a votare «con perfetta lealtà» articoli come quello in cui si accettava la proprietà privata (per la precisione, la si riconosceva e garantiva, assieme alla sua funzione sociale), vedendo in essi l’«espressione della complessa realtà oggi in atto».

La legge fondamentale dello Stato avrebbe dovuto esprimere perciò non solo il compromesso tra i partiti e le tradizioni politiche del paese, né la giustapposizione di illuminismo e mazzinianismo (una fusione di cui il progetto dei 75 recava ancora l’impronta nei «diritti e doveri del cittadino»), ma anche «il punto di equilibrio delle forze sociali che sono in atto in un determinato momento».

Non solo la «difesa della persona umana che regimi tirannici hanno avvilito e sacrificato», ma anche la coscienza che essa si sarebbe potuta realizzare non rimanendo verbo giuridico ma facendosi carne politica di democrazia sostanziale. E la coscienza, infine, che la libertà era inscindibile dalla giustizia sociale, anzi che esse sono «due momenti inscindibili della stessa aspirazione umana, anche se talvolta ama qualcuno distinguerli e contrapporli». La carta costituzionale, nel linguaggio come negli scopi, avrebbe dovuto superare la «concezione individualistica, per cui lo Stato, come qualche cosa di estraneo, si contrappone ai cittadini considerati ciascuno come individui isolati», una concezione adatta alla lotta politica del Settecento, ma non più all’altezza della realtà sociale. Avrebbe dovuto riconoscere invece che

«di là da quelle vecchie concezioni è nata una nuova coscienza, è nata una nuova esperienza, è nata una nuova concezione della vita del mondo ed è nata dalla esperienza di vita della classe operaia.

L’operaio che vive oggi nella grande fabbrica, l'operaio che vive oggi nella disciplina della divisione del lavoro, l'operaio che fa continuamente la stessa vite, lo stesso dado, la stessa molla, sa che la sua vite, sa che il suo dado, sa che la sua molla non hanno alcun senso, presi in se stessi; ma che fanno parte del lavoro collettivo. L'operaio sa che il suo lavoro, la sua opera, la sua stessa vita, assumono un valore nell'armonia dello sforzo collettivo. L'operaio sa che la macchina che esce dalla sua officina non è una somma di pezzi freddi e uguali, ma è l'armonia dell’opera complessiva, sa che la macchina non è una semplice somma di viti o di dadi, ma che le viti e i dadi hanno un senso in quanto sono parti della macchina.

Ed è da questa esperienza che nasce la nostra esperienza; oggi la società non si può considerare una somma di individui, perché l'individuo vuoto non ha senso se non in quanto membro della società. Nessuno vive isolato, ma ciascun uomo acquista senso e valore dal rapporto con gli altri uomini; l'uomo non è, in definitiva, che un centro di rapporti sociali e dalla pienezza e dalla complessità dei nostri rapporti esso può soltanto trovar senso e valore».

L’appassionato discorso di Lelio Basso non si esauriva in questo passo -toccava anche la natura dei partiti di massa, il nodo della libertà religiosa e dell’inserimento del Concordato in Costituzione, o la redazione di quello che diventerà l’articolo 32 - ma vi disegnava con particolare evidenza la volontà «che il lavoro sia finalmente soggetto e non oggetto della storia; che i lavoratori siano finalmente i veri protagonisti della vita politica; è chiaro che non si tratta di una Repubblica che dall'alto tutela il lavoro, ma piuttosto di un lavoro che ha conquistata la propria maggiorità e che permea di se stesso gli istituti della nuova Repubblica italiana». Era in gioco l’ingresso nello stato democratico dei lavoratori tutti - «fino all'ultima donna di casa nei dispersi casolari della Calabria, della Basilicata» - ma era in particolare la vita della classe operaia che s’imponeva come fulcro e come metafora della visione sociale di Basso: per l’unione di disciplina e «armonia», ovvero cooperazione, incentrata sulla macchina.

L’atto di fondazione della Repubblica sul lavoro metteva le radici dunque nelle immagini della civiltà industriale. Non senza, com’è evidente, una certa carica di idealizzazione, ma allo scopo di superare l’idealismo della cultura giuridica e politica italiana, ancora impegnate in quei problemi, l’ingresso nell’agone politico delle “masse” e delle loro organizzazioni, di fronte ai quali esse avevano dichiarato aperta - con la celebre prolusione pisana di Santi Romano - la «crisi dello Stato moderno»3. La genesi della democrazia repubblicana sembrava dover per un verso adattarsi alla complessità della fabbrica scientificamente organizzata e coordinata, per un altro saper rispondere ad essa. Doveva, insomma, essere all’altezza di tutto ciò che va ormai correntemente sotto la parola d’ordine di fordismo, che come concezione manageriale e produttiva aveva nel ventennio precedente stabilito un rapporto di alleanza -tesa magari, ma senza vere alternative - con il fascismo. In modo opposto e complementare, il discorso politico degli ultimi anni ha non di rado preso di mira l’alleanza tra democrazia e fordismo. Simul stabunt simul cadent, dunque?

All’inizio di questo secolo, definendo il ‘900 come quello in cui «storia delle costituzioni e storia delle lotte di classe tendono a sovrapporsi», Sandro Mezzadra stabiliva un legame tra “crisi del fordismo” e crisi del sistema costituzionale complessivo (ovvero del legame tra costituzione formale e costituzione materiale). D’altra parte, avvertiva che appariva «illegittimo inferire dalla crisi del cosiddetto “fordismo” l’automatica irrilevanza o il carattere di mera retroguardia di qualsiasi battaglia a difesa di punti specifici della Costituzione», pena il rischio di «collocarsi in una posizione di attesa di fronte a processi di presunto “adeguamento” del dettato costituzionale a una mutata realtà produttiva e sociale», di mettersi cioè in una condizione di subalternità politica e culturale alla progressiva, prepotente imposizione di «logiche funzionali e procedurali [...] caratteristiche dell’agire amministrativo» su quelle democratiche4. Su quanto a fondo, dal momento in cui Mezzadra scriveva queste pagine, sia stato percorso un tale rischio non vi è certo bisogno di soffermarsi.

Prenderò le mosse da una revisione critica degli usi e abusi del termine “fordismo” (che metto qui una volta per tutte tra virgolette) per definire il contratto sociale del dopoguerra - e correlativamente di fine del fordismo, postfordismo e così via per dare un'unità, pur negativa, alla sua ben più lunga crisi. Da questa rapida incursione nella storia dei concetti si passerà a proporre alcune questioni riguardanti la saldatura di lavoro e cittadinanza, o più in generale l'incastro politica-economia-diritto, nella storia dell’Italia repubblicana.

 

2. La “fine del fordismo ” - senza fine

La Costituzione del 1948 nacque, secondo una formula tutto sommato efficace, da un «compromesso costituzionale» tra le forze e le tradizioni di pensiero cattolica, liberale, marxista. Questo patto va messo in connessione con un più ampio contesto che va sotto la formula, ormai corrente, del «compromesso tra capitale e lavoro» che avrebbe caratterizzato i primi trent'anni del dopoguerra (“gloriosi”, in un crononimo nostalgico e famoso)5. Tale compromesso che è stato di volta in volta definito fordista, keynesiano, o le due cose insieme, allacciate da un trattino: indicando così nel campione della mass production e nell’autore della General Theory i numi tutelari delle condizioni macroeconomiche e delle soluzioni aziendali e politiche alla base dell’alleanza di crescita e democrazia. Si trattava del «contratto sociale», nei termini di Wolfgang Streeck, nel quale il capitalismo trova legittimazione stabilendo, «in maniera più o meno esplicita nella forma di una costituzione economica formale o informale, le legittime e reciproche aspettative del capitale e del lavoro»: il contratto può essere rotto dalla divergenza di queste aspettative e ciò è accaduto - secondo l’analisi del sociologo di Colonia - dal lato della ricerca del profitto ovvero del capitale, che a partire dal 1968-69 avviò il graduale ritiro della sua fiducia, aprendo la breccia di una crisi di legittimazione6.

“Fordista” è quindi non solo l’assetto organizzativo dell’impresa ma, tracimandone i confini, l’architettura di istituti giuridici sviluppati per regolarne la vita, le relazioni industriali, e via dicendo. In questo senso la discussione politica italiana, specie quella sulle riforme dei diritti e del mercato del lavoro, faceva e fa un ricorso frequente, se non rituale, al leitmotiv della fine del modello fordista; l’attività pubblicistica e politica di Pietro Ichino ne sarebbe solo l'esempio più lampante. Si evoca, d’altra parte, una sorta di complementarità tra il sistema fordista e le organizzazioni del movimento operaio in Europa occidentale e Stati Uniti, nella misura in cui esse erano maturati rappresentando la “classe operaia fordista” e non riuscivano a rispondere ai mutamenti strutturali nel mondo del lavoro e nell'economia globalizzata. Alla “fine del fordismo” ci si è richiamati anche per definire o spiegare - o invocare - la dismissione di forme organizzative della società (il welfare in primo luogo) e della città (è questione ricorrente, forse inaggirabile, nell’eterno esame di coscienza di Torino e nel dibattito sul suo futuro)7, quella delle varie parti sociali (il sindacato, certo, ma anche il «partito fordista» di Marco Revelli)8 o del dialogo tra di esse (e più specificamente dei luoghi e delle regole della contrattazione collettiva), fino all’obsolescenza del diritto e dello stesso ordinamento costituzionale. La formula sintetica «Costituzione fordista» (o laborista) è stata usata da alcuni filoni di culture politiche per convenzione collocate all'estrema sinistra9 (convenzione i tempi per la cui revisione sono forse ormai maturi).

Si tende spesso a concepire il fordismo come una crescita capitalistica basata sulla «convergenza dei mondi interessati: il mondo del lavoro, il mondo dell’impresa, il mondo delle istituzioni», secondo una paradigmatica definizione (di Giuliano Amato, allora, marzo 2001, verso la fine del suo secondo mandato di governo)10 che nella sostanza traduceva la triade del linguaggio politico statunitense Big Labor, Big Business, Big Government. Una rilettura delle concrete vicende della Ford Motor Company e del suo fondatore Henry Ford mostrerebbe, al contrario, che questi era in controtendenza rispetto al mondo del business (in primo luogo per la sua avversione verso la borsa e le banche); che faceva di tutto per tenere lontani i sindacati dalla sua impresa, e che in primo luogo da questa esigenza era nato il Five Dollar Day nel 1913; che quest'ultima si era sviluppata sul terreno del liberismo, ed egli si aspettava che il governo e le istituzioni non interferissero nelle sue decisioni, semmai aiutandolo a mantenere l'ordine. Inoltre una precisa analisi del funzionamento dei mitici alti salari e della loro breve durata permetterebbe forse se non di annullare, certamente di ridimensionare l'idea, diffusa dalle fortunate autobiografie pubblicitarie di Ford, che il loro scopo prioritario e consapevole fosse il mettere gli operai in grado di acquistare le automobili, innescando così il circolo virtuoso del consumo di massa.

Questi scarti saranno sufficienti a dimostrare come una comparazione precisa non sarebbe solo un esercizio di pignoleria storiografica, ma possa rappresentare un passo necessario verso una comprensione reale dei fordismi, alludendo con questo plurale alle affinità ma anche alle divergenze tra i diversi soggetti che dell'orizzonte fordista si sono fatti forti - è un elemento cardine dell'autorappresentazione e della propaganda delle classi dirigenti industriali europee, lungo tutto il secolo, e fino ad oggi, come vediamo negli articoli dei principali quotidiani nazionali riferiti ai rapporti tra Fiat e Chrysler, tra Mar-chionne e Obama - e tra i diversi oggetti che sotto la lente del fordismo sono stati studiati, descritti, misurati. Si tratta di divergenze non solo, va da sé, nei diversi settori produttivi (dalle macchine da scrivere all’edilizia, dalla siderurgia agli elettrodomestici) ma anche, rimanendo al settore dell'auto, in materia di rapporti con i poteri pubblici, ai rapporti con i sindacati, alle scelte di equilibrio tra esportazioni e mercato interno, agli effettivi sistemi di organizzazione del lavoro e via dicendo. La storiografia - economica e politica - non ha ancora tentato fino in fondo tale sforzo, riproducendo di fatto troppo spesso, attorno al concetto di fordismo, luoghi comuni, strumentalizzazioni ed equivoci.

Basti pensare, del resto, che la prima aggiunta di un -ismo (anzi -ism) in margine al nome di Ford, apparve nei cartelli FORDISM IS FASCISM, nelle lotte contro la sua politica autoritaria di sorveglianza ed esclusione dei sindacati. Nei suoi primi passi, il «fordismo» appariva inscindibile non solo da questa natura autoritaria e antisindacale, ma anche da quella antigovernativa (ivi compresa la refrattarietà alla legislazione antinfortunistica).

Questo riepilogo, dunque, servirà a ricordare che tutto quanto viene oggi spesso posto sotto l'etichetta di “diritto del lavoro fordista” era stato discusso, elaborato, “conteso” come un diritto del lavoro per così dire antifordista, mirato cioè in primo luogo a porre dei limiti, a livello di diritto, allo strapotere padronale nelle officine e nelle grandi fabbriche. Si ritorna dunque, per questa via di storia dei concetti, a quella discrasia tra dettato costituzionale e concretezza della vita economica la cui denuncia fu a lungo il tratto unificante delle rivendicazioni delle sinistre politiche e sindacali, fino a condensarsi nella formula di Giuseppe Di Vittorio della “Costituzione nelle fabbriche”, lanciata nella preparazione per il Congresso della Cgil di Napoli del 1952. Ad essa spesso si contrapponeva, sulle colonne dell'Unità, il «fascismo nelle fabbriche», del quale sarebbe superfluo squadernare qui esempi: discriminazioni e licenziamenti per rappresaglia, sistemi di sorveglianza, reparti confino, tribunali di fabbrica11 e via dicendo. L’instaurazione di un tale «assolutismo padronale» era inscindibile, spiegava il segretario della Cgil, dall’aumento dei ritmi di lavoro, che si manifestava nell’incremento di infortuni e morti sul lavoro e delle malattie professionali; la lotta contro il “supersfruttamento” si saldava perciò a quella per i diritti. Nel 1952 Di vittorio disse:

«Esiste la Costituzione della Repubblica, la quale garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi, una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dall’azienda»12.

La rivendicazione della Costituzione nelle fabbriche implicava, in estrema sintesi, da una parte il riconoscimento del lavoratore come cittadino, con i suoi diritti e la sua dignità, anche sul luogo di lavoro, dall'altra, il riconoscimento della organica asimmetria tra la proprietà della fabbrica e la proprietà della forza lavoro, asimmetria che rendeva necessario dei lavoratori organizzarsi in soggetti collettivi, il sindacato appunto. La libertà di coscienza si completava in libertà di organizzazione13.

Il lancio della richiesta di portare la Costituzione nelle fabbriche va inserito, come tutta la campagna per l'attuazione della Costituzione, all'interno una fase di decollo insieme della guerra fredda e della ricostruzione, e dunque di quella che Vittorio Foa, in un saggio memorabile del 1973, ha definito «restaurazione [...] della totale disponibilità padronale sulla forza lavoro». La restaurazione ovviamente passava per la graduale liquidazione di «tutte le esperienze di partecipazione operaia alle scelte politiche e produttive - proseguiva Vittorio Foa - anche quando erano sostanzialmente subalterne e di collaborazione con la classe dominante e avrebbero potuto configurarsi come strumenti preziosi ai fini di una politica riformista»14.

Recuperare questa visuale sul problema diventa rilevante nella misura in cui si tratta di tener presente il protagonismo dei poteri privati in una fase di ricostruzione sia del tessuto economico, sia di una sovranità statale che la nuova Costituzione attribuiva finalmente al popolo ed alle istituzioni rappresentative. Di “potere esecutivo privato” parlò Italo Calvino nel 1955, in un articolo dedicato ai Bravi in borghese del corpo di sorveglianza Fiat15. A proposito delle celebri “schedature Fiat”, Rodotà scrisse più avanti che si trattava da un lato di «un caso di uso privato di risorse pubbliche; ma, da un altro, è un esempio classico del modo in cui un governo privato riesce a prevalere su quello pubblico, obbligando quest'ultimo ad abbandonare i suoi principi fondativi»16. Scoperte solo nel 1970-71, insieme all'entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori, le schedature erano cominciate nel 1949. Il prevalere del governo privato Fiat su quello pubblico si affermava - certo appoggiandosi ad una più duratura, se non strutturale, continuità della «cultura del non diritto» tra Stato liberale, fascista e repubblicano17 - nel contesto di un dopoguerra animato dalla “invenzione” della democrazia. Si trattò di un’invenzione, per natura e struttura, conflittuale, animata cioè dai conflitti politici che si condensavano nello scontro tra la democrazia “progressiva” togliattiana e la democrazia “protetta” dalle leggi eccezionali (tra cui quelle sul sabotaggio in fabbrica). In quest’ultima si disegnava uno “Stato forte” destinato a essere spesso debole con i forti: il potere privato della grande impresa - il caso qui citato della Fiat se ne offre come il caso più celebre, anzi classico, ma non per questo unico né esauriente né, anzi, del tutto rappresentativo - calava così radici sempre più a fondo nell’organizzazione della società e nella politica economica, come fattore costituente di una stabilizzazione eternamente incompiuta18, sullo sfondo del decollo dell’intenso, “miracoloso” sviluppo economico e delle sue tumultuose conseguenze sociali.

Negli stessi Stati Uniti del resto, come ha osservato Ferdinando Fasce, «la storia dell’impresa nel secondo dopoguerra mondiale, età dell’oro del “compromesso keynesiano” e delle relazioni industriali, è lastricata di sforzi sistematici da parte del suo management di sottrarsi alla legislazione e alle procedure del collective bargaining o comunque di darne un’interpretazione il più possibile riduttiva». Il riferimento andava alla General Electric, ed in particolare alle politiche di welfare aziendale e azione antisindacale, corporate social responsibility e propaganda anticomunista di Guerra Fredda, insomma di «bombardamento culturale e materiale», politiche note quindi come boulwarism perché condotte dal direttore del personale Lemuel L. Boulware19.

Viene così in primo piano la dimensione politica dell'impresa e dunque il ruolo integralmente politico, e non di mero lobbying, dei ceti dirigenti economici, non solo del potere privato della grande impresa ma anche dell’associazione sindacale padronale. L’aggressiva riorganizzazione di quest’ultimo nel dopoguerra fu giustificata in base al bisogno di contrapporsi alla Cgil e fu veicolo dell’affermazione di quella che Massimo Legnani ha chiamato un’«utopia grande-borghese».20 Si tratta di ruoli che si fanno più forti e nitidi nelle fasi di crisi e di stabilizzazione, quando cioè la presa sulla società da parte delle mediazioni e degli istituti politici cade o quando deve essere ricostruita. Così ha mostrato Charles Maier nei suoi classici studi sul primo dopoguerra, facendo perno sulla nozione di corporatism: questo viene definito come una crescita del potere privato a scapito della sovranità statale e dell'autorità parlamentare21; altri hanno parlato, nel caso americano, di unitary corporatism, corporatismo della sola grande impresa22.

Conviene, da un lato, ricordare che in questo senso corporatismo è ben distinto dall'italiano corporativismo; da un altro, sottolineare che alcuni protagonisti del pensiero corporativo cattolico nel ventennio fascista furono in prima fila nell’elaborazione del corporatismo in democrazia, nell'impostazione delle relazioni tra Stato e mondo economico (istituti dell’economia mista, imprese, sindacati), nella creazione di organismi tripartiti. Un nome su tutti è quello di Amintore Fanfani, negli anni da costituente e da Ministro del lavoro, con le sue velleità di fare il Roosevelt italiano. La stessa Cisl d’altra parte fu figlia di un progetto di traduzione e adattamento, ovvero dell’idea di far confluire la cultura del solidarismo cattolico con la strategia della stabilizzazione produttivistica (nel senso delle politics of productivity) e di inserirvi una controparte sindacale rivendicativa ma collaborativa - con la collaborazione ovviamente, tecnica e finanziaria, dei sindacalisti americani stessi della Afl e del Cio23.

L’americanismo Cisl nasceva quindi sotto il segno di un paradosso e di uno sfasamento, entrambi caratteristici della guerra fredda: la Big Union nasceva per scissione dalla Cgil e brillava della luce riflessa di un modello che oltre Atlantico si stava spegnendo. Il tentativo di importare lo schema delle relazioni industriali del New Deal avveniva infatti mentre tutta l'impalcatura di quest’ultimo era sostanzialmente sotto attacco in patria: sia da parte governativa, in seguito all'ascesa di Harry S. Truman alla presidenza e alla proposta di un “Fair Deal”; sia da parte parlamentare, con iniziative quali il Taft-Hartley Act che, passando sopra il veto presidenziale, nel giugno 1947 ridisegnava in senso restrittivo i diritti sindacali affermatisi negli anni precedenti ed emendava il Wagner Act del 1935; sia, infine, da parte padronale, con una significativa - anche se certo, a posteriori, imparagonabile a quella degli anni ‘70 -ondata di delocalizzazioni delle produzioni dalla Manufacturing Belt sindacalizzata al Sud24. Il paese dove più si insistette nell’edificazione “guidata” di democrazia su coordinate ideali rooseveltiane fu del resto il Giappone occupato, dove l’orizzonte della produzione di massa fu assunto da aziende quali Nissan e Toyota, forti anche della compressione delle relazioni industriali, e che avrebbero prodotto una rielaborazione del fordismo capace di incalzare e poi mettere in crisi le grandi case di Detroit.

Questa serie di décalages qui sommariamente ricordati possono aiutare a increspare e complicare un concetto di fordismo che viene ancora troppo spesso trattato, anche dalla storiografia, con leggerezza e come un monolito.

Non si vuole certo, nel riannodare il filo del ragionamento seguito sin qui, sostenere che fordismo diventi perciò termine inutilizzabile, ma solo consigliare di essere avvertiti di come una pluralità di storie, teorie e applicazioni, nemmeno tutte riconducibili a declinazioni diverse di un modello unitario, si sia riversata in un termine così altamente e densamente evocativo. Ma, e questo è il punto, esso può essere utilizzato per evocare cose molto diverse. Da una parte parlare di “fine del fordismo” è stato ed è spesso una formula apo-tropaica, e in ciò ha una sua strumentalità politica che può essere consapevole o meno, aggressiva o strisciante: ha spesso avuto, cioè, l’obiettivo di dichiarare archiviato il secolo in cui il lavoro era soggetto politico e l'organizzazione del lavoro era oggetto della politica, facendo discendere da questa osservazione l’urgenza di riformare gli istituti giuridici appunto definiti “fordisti”.

Non mancano d’altra parte casi in cui riferimenti all’esaurimento del fordismo, o al sorgere della nebulosa postfordista, si sono al contrario prestati a far da veicoli a indagini critiche sui mutamenti in corso: farò quattro rapidi esempi, anticipando che però, non a caso, le loro prospettive sulla fine del fordismo - vera o presunta, come sistema simbolico o come realtà produttiva -sono molto differenti, quando non di differente natura.

 

3. Alcune possibili conclusioni

Un caso precoce, ispirato dalla letteratura regolazionista degli anni 197080 ma ben più solido di essa, è The Condition of Postmodernity di David Harvey25, una “indagine sulle origini del cambiamento culturale” - così il sottotitolo originale - e sulla disgregazione dell’immaginario estetico, urbano, culturale e politico della modernità industriale europea e poi statunitense, fordista appunto. Harvey definiva il regime fordista-keynesiano come un sistema istituzionale mirato a governare le spinte alla sovraccumulazione -progresso tecnico e organizzativo e conflitti sul controllo del processo produttivo - contenendone gli effetti distruttivi e incanalandoli in stabilità e crescita: un sistema in cui, dopo la crisi del 1929 e la seconda guerra mondiale, si erano congiunti il modo di produzione fordista con la regolazione macroeconomica keynesiana. Il fordismo si era pertanto affermato sia come dinamica di integrazione degli scambi a livello mondiale, subordinando al centro americano sempre nuove aree (e qui era evidente l’eco di Rosa Luxemburg)26; sia, sulla spinta di tale integrazione, come via di sviluppo dell’industria di singoli paesi, un percorso in cui si era distinta per prima l’Italia, con la Fiat, e infine il Giappone, nella cui rielaborazione del fordismo si era sviluppata la «flessibilità» poi affermatasi come dominante. A questi due livelli, le contraddizioni strutturanti del modo di produzione capitalistico erano state contenute ma nient’affatto superate, anzi più o meno sotterraneamente riprodotte, sino a riversarsi in una nuova crisi. A titolo di esempio, dell’argomentazione di Harvey varrà la pena riportare un passo esteso e intenso:

«Con la maturità dei sistemi di produzione fordisti, i nuovi centri divennero aree di sovraccumulazione estremamente competitive. La competizione spaziale fra sistemi fordisti geograficamente distinti si intensifico: i regimi più efficienti (Giappone) e i regimi a minor costo del lavoro (per esempio i paesi del Terzo mondo dove mancavano o erano applicate in misura parziale forme di contratto sociale con la forza lavoro) spingevano gli altri centri a eccessi di svalutazione attraverso la deindustrializzazione. La competizione spaziale si intensifico, soprattutto dopo il 1973, con l’esaurirsi della capacita di risolvere il problema della sovraccumulazione per mezzo dello spostamento geografico. La crisi del fordismo era perciò tanto una crisi geografica e geopolitica quanto una crisi di indebitamento, lotta di classe o stagnazione aziendale all’interno di ciascuno stato»27.

Crisi, infine, anche nella cultura, tanto profonda da poter contrapporre, in un lungo schema, le caratteristiche della modernità fordista a quella della postmodernità flessibile («or the interpenetration of opposed tendencies in capitalist societies as a whole»): economie di scala contro economie di scopo, omogeneità contro differenziazione, divisione del lavoro all’interno dei luoghi della produzione contro divisione sociale del lavoro, etica contro estetica, politica dei gruppi d’interesse contro politica carismatica, totalità contro decostruzione, e via dicendo28. Il riferimento di Harvey alla fine del fordismo non era perciò in funzione di un’adesione al regime della flessibilità e alla cultura della decostruzione, ma al contrario, per così dire, per metterne in luce il persistere delle rigidissime leggi di movimento del modo di produzione capitalistico e per “decostruire” davvero le mode culturali convinte di averle una volta per tutte superate.

In un altro caso, un simile richiamo aveva proprio la funzione di incalzare a una rinnovata attenzione verso la realtà ineludibile dell'organizzazione del lavoro, la sua politicità intrinseca e la sua influenza sulle culture e le organizzazioni politiche. Così Bruno Trentin quando, in un libro tormentato come La città del lavoro, parlava di «taylorismo senza fordismo» per definire appunto un incremento del controllo sulle concrete modalità e sui tempi di svolgimento del lavoro, ma sullo sfondo di uno smantellamento del precedente tessuto istituzionale e sistema di garanzie29.

Nel solco del “taylorismo senza fordismo” di Trentin, ma venendo ad anni recenti, si possono ricordare gli studi dei sociologi Carlo Formenti e Lelio Demichelis. Il primo, in un libro ampiamente dibattuto (e aspramente attaccato, specie all’interno dell’area politico-culturale, il cosiddetto postoperaismo, da cui l’autore proviene), ha ripreso il problema di un «taylorismo digitale»: la disciplina dei tempi del lavoro è ben lontano dal tramontare insieme alla grande fabbrica integrata; anzi, «le tecnologie digitali - soprattutto il software - incorporano regole, procedure e schemi cognitivi che sono in grado di controllare/disciplinare i movimenti del lavoro “creativo” non meno di quanto la catena di montaggio riuscisse a fare nei confronti del lavoro fordista (con il non trascurabile vantaggio di provocare assai meno resistenza)»30. Al contempo spersonalizzato, interiorizzato e centralizzato, questo sistema di sorveglianza e punizione ben si integra con i processi di delocalizzazione, terziarizzazione apparente (o complementare all’industria), frammentazione del lavoro, crescita del precariato e della subordinazione del lavoro autonomo alle esigenze delle imprese e via dicendo, fungendo quindi da tratto comune e connettivo a reti e sequenze di funzioni produttive. Analizzare isolatamente tali funzioni, rivendica Formenti,

«può avere senso dal punto di vista della sociologia della tecnica, ma non dal punto di vista della critica dell’economia politica, che non dovrebbe lasciarsi depistare dal fatto che le nuove tecnologie consentono al capitale di separarle geograficamente, altrimenti si rischia di scambiare l’articolazione funzionale per discontinuità interna alla catena del valore»31.

Lelio Demichelis, nei suoi scritti sulla sharing economy e sulla sua mitologia32 ha messo a fuoco le coordinate organizzative e ideologiche di una transizione dal «fordismo concentrato» degli operai nelle grandi fabbriche al «fordismo individualizzato» delle miriadi di “imprenditori di sé stessi”, dalla catena di montaggio alla rete come mezzo di connessione produttiva e sociale, ovvero di interdipendenza tra i lavoratori e di controllo su di essi. La rete è perciò, per Demichelis, il

«mezzo di connessione/organizzazione che permette appunto di connettere/legare tutti coloro che sono stati individualizzati ed esternalizzati (facendo però credere loro di essere diventati lavoratori autonomi e imprenditori di se stessi), dentro l’apparato di produzione, sia esso di produzione materiale, immateriale, finanziaria, di consumo, di divertimento, di comunità) del tecno-capitalismo»33.

Concludiamo sul quinto esempio. Si tratta di un saggio di Wolfgang Streeck, Citizens as Customers: Considerations on the New Politics of Consumption, incluso nel suo ultimo libro34. Per il sociologo di Colonia il passaggio da ciò che è stato sommariamente definito fordismo al postfordismo è quello da un mercato dei venditori, un mercato controllato à la Galbraith, tipico del sorgere di una società opulenta, a un mercato dei consumatori, caratterizzato da una moltiplicazione dei consumi e dei desideri ai quali ovviamente solo l'imprenditoria privata sarebbe stata in grado di rispondere; passaggio che avviene attraverso l'ideologia della sovranità del consumatore - qui l'aspetto più vistoso, ma anche il più apparente - e la moltiplicazione dei modelli, la differenziazione della standardizzazione, alla quale corrispondeva un valore aggiunto, tale per cui la produzione di massa ovviamente non scompare, ma diventa più sofisticata (si fa l’esempio degli orologi Swatch, creatura del marketing degli anni ‘80).

In questo nuovo contesto, la socializzazione - Vergesellschaftung, nei termini di Simmel; sociation in inglese - avviene attraverso la scelta del consumatore, e appare perciò più volontaria, sembra che dia luogo a legami e identità sociali meno stretti e costrittivi: la figura cardine è quella del cittadino consumatore di cui nel titolo. La socializzazione via social media rappresenta un prolungamento di questa tendenza, di cui la politica si vorrebbe appropriare per supplire alla crescente atrofia delle tradizionali organizzazioni partitiche. Nonostante vi sia chi vuole renderle elastiche, fluide e intermittenti come le relazioni di mercato, le relazioni politiche sono per natura più rigide e solide (per le comunità politiche Streeck usa un’espressione pesante come «comunità di destino»)35; e «they emphasize, and must emphasize, strong ties of duty rather than weak ties of choice». In tal senso «politics will at its core remain structurally akin to mass production» con il suo mercato dei venditori e le sue tensioni alla programmazione. «As politics is centrally about the crea-tion and regulation of social order, its results cannot be decomposed into dif-ferent individual products catering to individual tastes»36.

Si tratta, com’è evidente, di analisi che si sovrappongono o intrecciano solo in parte, ma accomunate - non senza venature di nostalgia - dal riferimento al fordismo, diversamente declinato, per mettere a fuoco i mutamenti in atto nell’organizzazione del lavoro, in quella della politica e nel legame tra le due. Attraverso questo prisma osserviamo processi convergenti di infragilimento dei cardini della democrazia politica ed economica. Da una parte, la spoliti-cizzazione del lavoro, sempre più sottratto alla discussione e consegnato alle pressioni dei mercati e degli avanzamenti tecnologici; dall’altra, lo spostamento della cittadinanza dalla figura del lavoratore (e del lavoratore subordinato nello specifico) a quella dell’imprenditore di sé stesso e del consumatore sul mercato, dal terreno della partecipazione a quello della clientela. Si tratta di slittamenti che hanno aperto e continuano ad aprire spazi per il prevalere dei poteri privati su quelli pubblici e delle logiche amministrative, o unilateralmente manageriali, su quelle democratiche.


* Si rielabora qui la relazione tenuta, su invito di Nadia Urbinati, all’interno del workshop “Lavoro e cittadinanza: ascesa e declino di un binomio democratico”, presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 13 gennaio 2017: cfr. L. B ALDISSARA – M. B ATTINI (eds) Lavoro e cittadinanza. Dalla Costituente alla flessibilità: ascesa e declino di un binomio, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2017 (disponibile on line all’indirizzo http://fondazionefeltrinelli.it/schede/ebook-lavoro-e-cittadinanza/ultimo accesso 12 settembre 2017).
** Scuola Normale Superiore di Pisa/ Centre d'Histoire de Sciences Po - Parigi bruno. settis @sns.it

Note
1 Lelio Basso all’Assemblea Costituente, seduta plenaria (pomeridiana) di giovedì 6 marzo 1947, pp. 1821-1827, disponibile on line all’indirizzo: http://legislature.camera.it/ dati/costituente/lavori/Assemblea/sed052/sed052nc.pdf, ultima visita il 12 dicembre 2017. Mi permetto di rimandare al mio Fordismi. Storia politica della produzione di massa, Bologna, il Mulino, 2016, per le più articolate riflessioni di carattere storico e per la bibliografia più ampia che, insieme alla ricerca ora in corso, costituiscono la base di questo saggio.
2 Cfr. da ultimo M. Dogliani - C. Giorgi, Costituzione italiana. Articolo 3, Roma, Carocci, 2017.
3 S. Romano, Lo Stato moderno e la sua crisi, discorso inaugurale dell’anno accademico 19091910 nella Regia Università di Pisa, ora in S. Romano, Lo Stato moderno e la sua crisi. Saggi di diritto costituzionale, Milano, Giuffrè, 1969, pp. 3-26, sul cui contesto politico e sociale cfr. S. Cassese, La prolusione romaniana sulla crisi dello Stato moderno e il suo tempo, «Le carte e la storia», 1/2012, pp. 5-8; per prendere con la dovuta prudenza l’uso del termine “massa” cfr. S. Cavazza, Dimensione massa. Individui, folle, consumi 1830-1945, Bologna, il Mulino, 2005.
4 S. Mezzadra, Costituzione e sfera pubblica, in A. Zanini - U. Fadini (eds), Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 80-85, contro queste tendenze proponeva al contrario di «prendere sul serio il monito che proviene dalla componenti più avvertite della stessa dottrina giuspubblicistica, che da diversi anni hanno preso a parlare di una “fine della Costituzione” nel senso a noi familiare».
5 J. Fourastie, Les Trente Glorieuses ou la révolution invisible de 1946 à 1975, Parigi, Fayard, 1979.
6 W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 44-47. L’esito di questa crisi era, spiegava Streeck, «il fallimento della democrazia nei decenni della svolta neoliberista. La democrazia e politica democratica hanno fallito perché non sono riusciti a riconoscere la controrivoluzione che andava dispiegandosi ai danni del capitalismo sociale del dopoguerra, e tantomeno sono riusciti ad opporvisi» (p. 96). Inoltre qui sul fordismo come «esempio storico già notevole» della capacità di «imporre al capitale progetti di riforma che non solo hanno dato benefici alla classe operaia e alle sue organizzazioni, ma hanno aiutato al tempo stesso il capitalismo a risolvere i problemi di produzione e di riproduzione che non era in grado di affrontare con i propri strumenti» (pp. 184-185); capacità secondo Streeck ormai tramontata ed irrecuperabile, lasciando forse solo spazio per un’«opposizione distruttiva».
7 Cfr., per fare un esempio recente, P. Fassino, Così Torino può ripartire senza inventarsi altre vocazioni, «la Repubblica», edizione di Torino, 22 luglio, 2017.
8 M. Revelli, Finale di partito, Torino, Einaudi, 2013.
9 Cfr. i testi raccolti in A. Negri, La forma stato. Per la critica dell'economia politica della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 1977.
10 G. Amato alla conferenza nazionale Il lavoro che sarà, promossa dal Ministero del Lavoro con la collaborazione di Italia lavoro e dell’Isfol, 30 gennaio - 1 febbraio 2001, Palazzo dei Congressi, Roma; trascrivo dalla registrazione di Radio Radicale.
11 A questo noto episodio ho dedicato un saggio in cui sviluppo in modo più articolato alcune delle questioni qui delineate e al quale mi permetto di rimandare: Produttori, sabotatori, sorveglianti. I “tribunali di fabbrica”nella Fiat del 1953, «Italia Contemporanea», 282, dicembre 2016, pp. 114140.
12 G. Di Vittorio, Lo Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori, «Lavoro», 43, 25 ottobre 1952, ora in G. Di Vittorio, «In difesa della Repubblica e della democrazia». Antologia di scritti (19511957), a cura di F. Giasi, Roma, Ediesse, 2007, pp. 164-167; cfr. inoltre la relazione al III Congresso della Cgil, Napoli, 26 novembre - 3 dicembre 1952.
13 Cfr. per es. G. Di Vittorio, Libertà nelle fabbriche italiane, «Lavoro», 26, 26 giugno 1955, ora in G. Di Vittorio, «In difesa della Repubblica e della democrazia»: «L’odierno dispotismo padronale è diretto a porre brutalmente l’operaio nella angosciosa situazione di scegliere tra la rinuncia alla propria libera coscienza, alla libertà di organizzazione, di opinione, di espressione del proprio pensiero - la rinuncia, cioè, a tutti i diritti fondamentali dell’uomo, che sono garantiti dalla Costituzione - e la perdita del proprio posto di lavoro, equivalente ad essere condannato alla disoccupazione permanente, alla miseria e alla fame, con la propria donna e le proprie creature. A questo sono già arrivati oggi molti industriali italiani, non più all’ombra del littorio, ma sotto la stessa bandiera della Repubblica democratica italiana, “fondata sul lavoro”, insultandola!» (pp. 307-310).
14 V. Foa, La ricostruzione capitalistica nel secondo dopoguerra, «Rivista di storia contemporanea», 4, ottobre 1973, ora in V. Foa, Per una storia del movimento operaio, Torino, Einaudi, 1980, pp. 137-162.
15 I. Calvino, Bravi in borghese, «Il Contemporaneo», 2 aprile 1955, ora in M. Barenghi (ed), Saggi 1945- 1985, Milano, Mondadori, 1995, p. 2211.
16 S. Rodotà, Prefazione a B. Guidetti Serra, Le schedature Fiat, Torino, Rosenberg & Sellier, 1984, p. 9.
17 G. Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Roma, Donzelli, 1996, pp. 3-18 e 36-42.
18 Per riprendere C. Spagnolo, La stabilizzazione incompiuta. Il piano Marshall in Italia (19471952), Roma, Carocci, 2001.
19 F. Fasce, Una nuova Gilded Age ? Grande impresa e democrazia negli Stati Uniti contemporanei, in Oltre il secolo americano? Gli Stati Uniti prima e dopo l’il settembre, in R. Baritono - E. Vezzosi, Roma, Carocci, 2011, pp. 171-184; cfr. inoltre K. Phillips-Fein, Invisible Hands. The Businessmen's Crusade Against the New Deal, New York, W.W. Norton & Co., 2010.
20 M. Legnane, Il dibattito sulla ricostruzione e le scelte economiche, «Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli», XVI, 1974-75, e “L’utopia grande-borghese”. L’associazionismo padronale tra ricostruzione e repubblica, in M. Flores (ed), Gli anni della Costituente. Strategie dei governi e delle classi sociali, Milano, Feltrinelli, 1983, ora entrambi in M. Legnane, L’Italia dal fascismo alla Repubblica. Sistema di potere e alleanze sociali, a cura di L. Baldissara - S. Battilos-si - P. Ferrari, Roma, Carocci, 2000, rispettivamente pp. 127-173 e 174-284; cfr. inoltre P. Cra-veri, Sindacato e istituzioni nel dopoguerra, Bologna, il Mulino, 1977.
21 Per il concetto si veda soprattutto C.S. Maier, La rifondazione dell'Europa borghese. Francia, Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale (1975), Bologna, il Mulino, 1999, ma cfr. anche i saggi raccolti in C.S. Maier, Alla ricerca della stabilità, Bologna, il Mulino, 2003.
22 F. Fasce, Una famiglia a stelle e strisce. Grande Guerra e cultura d’impresa in America, Bologna, il Mulino, 1993, pp. 17-18.
23 F. Romero, Gli Stati Uniti e il sindacalismo europeo, 1944-1951, Roma, Edizioni Lavoro, 1989; cfr. inoltre M. Antonioli - M. Bergamaschi - F. Romero (eds), Le scissioni sindacali: Italia e Europa, Pisa, Biblioteca Franco Serantini edizioni, 1999.
24 Cfr. il caso della Radio Corporation of America esaminato in J. Cowie, Capital moves. RCA’s Seventy-Year Quest for Cheap Labor, Ithaca, Cornell University Press, 1999.
25 D. Harvey, La crisi della modernità (1990), Milano Il Saggiatore, 2015.
26 Cfr. anche le incisive critiche rivolte alla teoria della regolazione da S. Amin, per esempio in A propos de la “régulation”, in F. Sebai - C. Vercellone (eds), Ecole de la régulation et critique de la maison économique, Parigi, L’Harmattan, 1994, pp. 273-296, dove si metteva in luce l’insufficienza della categoria di “fordismo periferico” (peraltro adottata anche da Harvey) per parlare del mondo non atlantico. Amin sottolineava la coincidenza temporale tra parabola fordista ed età della decolonizzazione: «Vue de l’intérieur des sociétés capitalistes avancés, la régulation fordiste peut etre qualifiée du terme sympathique de “social-démocrate”; vue d’un point de vue mondial (d’un monde constitué aux trois quarts par le peuple des périphéries) elle mériterait peut-etre davantage le qualificatif moins avantageux de “social-impérialiste”» (pp. 291-292).
27 D. Harvey, La crisi della modernità, p. 231. Di questo ricchissimo saggio cfr. inoltre spec. I capitoli 8, 9, 22.
28 Ivi, pp. 340-341, tabella 4.1.
29 B. Trentin, La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo, Milano, Feltrinelli, 1997.
30 C. Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Roma, DeriveApprodi, 2016, p. 57; dello stesso autore cfr. l’intervento intervento all’iniziativa organizzata dalla campagna Noi Restiamo al Politecnico di Torino il 10 maggio 2016, Automazione e disoccupazione tecnologica. Sharing e gig economy, pubblicato poi su «Contropiano. Giornale comunista online» (http://contropiano.org/documenti/2017/01/22/automazione-disoccupazione-tecnologica-sharing-gig-economy-6-088177. ultimo accesso 12 settembre 2017). Per quanto riguarda il dibattito italiano, sul taylorismo digitale cfr. S. Bellucci, E-Work. Lavoro, rete, innovazione, Roma, DeriveApprodi, 2005; Bellucci era allora responsabile del Dipartimento nazionale Comunicazione e Innovazione Tecnologica del Partito della Rifondazione Comunista e il 3 marzo di quell’anno, nella relazione introduttiva al suo VI congresso nazionale, il termine era stato ripreso dal segretario Fausto Bertinotti, ricordando le analisi di Raniero Panzieri.
31 C. Formenti, La variante populista, p. 155.
32 L. Demichelis, Il fordismo individualizzato e lo storytelling della sharing economy, «Sociologia della tecnica e del capitalismo», uscito su «Micromega» online il 22 dicembre 2015 (all’indirizzo http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-fordismo-individualizzato-e-lo-storytelling-della-sharing-economy/. ultimo accesso 12 settembre 2017); cfr. ora più ampiamente L. Demichelis, Sociologia della tecnica e del capitalismo, Franco Angeli, Milano 2017, spec. pp. 102-106.
33 L. Demichelis, Il fordismo individualizzato e lo storytelling della sharing economy.
34 W. Streeck, Citizens as Customers: Considerations on the New Politics of Consumption, «New Left Review», 76, luglio-agosto 2012, pp. 27-47 (anche online all’indirizzo https://newleftreview■org/II/76/wolfgang-streeck-citizens-as-customers. ultimo accesso 12 settembre 2017), ora in W. Streeck, How Will Capitalism End?, Londra, Verso, 2016, pp. 95-112; su questo volume si veda la recensione di A. Tooze, A General Logic of Crisis, «London Review of Books», 39, 1/2017, pp. 3-8 (anche online all’indirizzo https://www.lrb.co.uk/v39/n01/adam-tooze/a-general-logic-of-crisis■ dove si prosegue con un aspro scambio tra Streeck e Tooze, ultimo accesso 12 settembre 2017).
35 Si noti a margine che anche C. Formenti, La variante populista, p. 174, parla di «comunità di destino», ma in riferimento all 99% di un “popolo” inchiodato ai decili di reddito inferiori e schiacciato dall’1%.
36 W. Streeck, Citizens as Customers, p. 108.
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