L’immigrato, il razzismo e la Palestina
Un giorno qualunque nella vita di Seif Bensouibat
di Alessio Galluppi
La vicenda di Seif Bensouibat, prelevato da casa dalla Polizia per una formalità, una notifica da ritirare in commissariato e poi da lì rinchiuso nel CPR di Ponte Galeria, è la sintesi del rapporto dell’Occidente e dell’Italia verso i paesi e i popoli dell’Africa e del Medio Oriente, ovvero l’altra faccia nascosta della Luna, la dinamica sociale interna determinata dal colonialismo e dalla rapina imperialista.
Seif, immigrato algerino, da dieci anni in Italia con regolare permesso di soggiorno per rifugiati, “integrato” e occupato come insegnante in un liceo privato francese di Roma, il Chateaubriand, in sostanza lo stereotipo dell’immigrato “buono”, “onesto” e “laborioso”, vede distrutta di un colpo la sua vita, perché colpevole di avere esternato il suo sdegno di essere umano verso il genocidio del popolo palestinese. Così, a febbraio, l’istituto scolastico prima lo ha denunciato per l’oltraggio verso Israele e gli Stati Occidentali all’Ambasciata francese, che ha notificato alla Digos e agli organi di polizia italiana il suo caso: “ecco qui il pericoloso terrorista”. La vicenda apparirebbe assurda se non si inquadra in che consiste l’ambivalenza del rapporto dei paesi imperialisti verso i paesi dominati e sfruttati e il momento storico che stiamo attraversando e vivendo in diretta.
Mentre nel cosiddetto Sud del Mondo si saccheggia, si depredano risorse e si bombardano e massacrano le popolazioni se si rivoltano all’ordine imperialista – come sta accadendo in Palestina, si favorisce una immigrazione coatta – una nuova tratta degli schiavi – perché serve proprio qui a “casa nostra” forza lavoro immigrata da spremere in condizioni di semischiavitù o nuova schiavitù. Basti pensare alle condizioni di lavoro nell’agricoltura, nell’edilizia, nella logistica e nella riproduzione sociale imposte agli immigrati e alle immigrate. Ma essi servono anche per far crescere la popolazione in una Europa e in una Italia in crisi demografica e di natalità, fattore materiale non secondario ma tra i fondamentali per le leggi di un modo di produzione impersonale che deve accumulare valore. Ma allora perché tanto accanimento contro Seif fino al punto di revocargli il permesso di soggiorno e lo status di rifugiato, rinchiuderlo nel lager di Ponte Galeria per la sua espulsione? La sua sola predisposizione pubblica verso la causa palestinese e contro il genocidio compiuto da Israele e le complicità dei governi Occidentali non basta a spiegare una vicenda apparentemente assurda. Pensiamo davvero che Digos e Giudici non abbiano chiaro che un post su una chat, per quanto rancoroso, non costituisca “pericolosità sociale”? La storia di Seif parla da sola. Gli serve un caso qualsiasi da brandire. Il punto è che la sollevazione della resistenza palestinese culminata il 7 ottobre e la tenace resistenza del suo popolo a Gaza, a West Bank, nei territori occupati e nella diaspora palestinese, che si diffonde e generalizza in Occidente, America Latina, in Africa e fintanto in paesi dell’estremo Oriente (tra cui in Giappone e in Corea del Sud), ha aperto una sfida all’intero Occidente e al risultato storico di 500 anni di dominio, dove gli europei e gli occidentali hanno dato violenza, schiavitù e genocidio in cambio delle ricchezze dei continenti depredati, mentre l’Occidente stesso è attanagliato dalla crisi storica di un modo di produzione e in decrescita demografica. Mai come in questi ultimi 4 anni e poi il 7 ottobre abbiamo udito più volte inedito e improvviso il rumore dell’infrangersi delle cristallerie negli Stati Uniti che non riesce più a svilupparsi e quindi a proporsi come faro dello “sviluppo” e della “civiltà”. Prima del 7 ottobre risuonò Minneapolis, poi Nanterre e il Sahel, lo stridere della ritirata Afghana, i vetri infranti del Capitol Hill, il fallimento delle banche, la reazione della natura stuprata dal profitto e il tramonto del mito dell’umana civiltà della democrazia occidentale.
La Palestina sta diventando il magnete potenziale che somma tutte le cause degli oppressi e della natura, che chiama in causa l’intero Occidente di fronte al conto della storia, isolato nei confronti del resto del mondo e anche agli occhi di larghi strati sociali delle nuove generazioni, proletarie e non, dell’Europa e del Nord America, verso le quali inizia a mancare lo smalto necessario per corromperle di pura bianchezza.
La reclusione nei confronti di Seif è un monito rivolto a tutti gli immigrati determinata dalla necessità di compattare larghi strati sociali al carro imperialista, inclusi i lavoratori e le lavoratrici immigrate: vuoi che siano semi integrati, integrabili o sottoposti al più bieco ricatto e sfruttamento razzista, essi servono all’economia per stare a galla; se essi aspirano a una condizione di minor ricatto, sfruttamento o precaria integrazione, questo è concedibile a patto di sostenere l’Occidente in tutto e per tutto, in sostanza schierandosi dalla parte di Israele e della pulizia etnica della Palestina. Altrimenti, il razzismo sistemico del colonialismo e le sue regole formali vengono usate con il massimo del terrore e della violenza concentrata formalizzata dalle sue leggi che regolano l’immigrazione. Il permesso di soggiorno già pesava come un macigno per delineare il recinto del consentito circa i diritti di cittadinanza e per ricattare una massa di forza lavoro da super sfruttare. Con il caso di Seif appare chiaro, che essa serve anche per estorcere agli immigrati passività, rassegnazione se non sostegno di fronte alla barbarie che Israele e l’Occidente stanno portando avanti in terra di Palestina. In sostanza il razzismo sistemico disegna il recinto del consentito della democrazia della bianchezza, mentre si restringono i margini per plasmare parte degli oppressi in quello che Malcom X definiva i “negri da cortile”. Il 7 ottobre, in un atto rivoluzionario, parte di quel generale recinto è schiantato per l’insopprimibile necessità del popolo palestinese di rompere il muro del lager a cielo aperto della Striscia di Gaza. Una azione di massa che richiama a una sollevazione contro l’intera storia del colonialismo, della schiavitù e del razzismo, così come il necessario abbattimento del recinto del consentito della democrazia razzista che anche le mura dei CPR ben rappresentano. La nostra solidarietà militante a Seif, ai prigionieri politici palestinesi, ai dannati de-umanizzati reclusi nei CPR per gli immigrati, alla resistenza palestinese in tutte le sue forme contro l’Occidente razzista e lo Stato di Israele.












































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