La Terza via fuori tempo massimo
di Nicola Melloni
Il Labour si appresta a vincere le elezioni inglesi. ll paese è stanco dei conservatori ma il programma di Starmer è iper-moderato, figlio di un'epoca che non c'è più
Le elezioni inglesi del 4 luglio porteranno a una sicura vittoria del Labour guidato da Kier Starmer. Dopo quattordici lunghi anni di governo Tory, questa è una buona notizia: i Conservatori, saliti al potere dopo lo scoppio della crisi finanziaria hanno prima imposto una austerity brutale, che ha portato a 190 mila morti in eccesso, un aumento del 3% del tasso di mortalità tra il 2010 e il 2019; i figli dell’austerity, i bambini nati dopo il 2010, hanno conosciuto livelli di povertà inimmaginabili in un paese sviluppato: più di 3 milioni vivono in povertà, con un accesso instabile a una dieta sana, più piccoli in statura dei loro coetanei nel resto d’Europa; la fase finale del governo conservatore ha portato alla Brexit, i continui scandali del Covid e una gestione farsesca dell’economia, punita dagli stessi mercati.
Il paese è stanco ed è pronto per un cambiamento. Ma che tipo di cambiamento potrà portare il Labour? Non un granchè sembra. In questi quasi tre lustri i laburisti hanno cambiato quattro leader: Gordon Brown, Milliband, Corbyn e ora Starmer. Si è passati dalla sconfitta della «Terza Via» di Tony Blair a una svolta a sinistra, prima parziale e poi radicale, fino a un ritorno al centro.
I laburisti paiono aver passato più tempo a combattere lotte intestine che a cercare di sconfiggere i Conservatori. La leadership di Jeremy Corbyn aveva riportato entusiasmo tra i giovani e tra i militanti, ma aveva spaccato il partito, con la destra intenzionata a non permettere un cambio di direzione – prima una mozione di sfiducia nonostante uno spettacolare incremento elettorale nel 2017, e poi una campagna di delegittimazione sfociata nella debacle del 2019. Starmer sembra aver chiuso il ciclo: eletto con un programma fortemente progressista, un corbynismo senza Corbyn, si è poi progressivamente rimangiato tutte le promesse fatte in campagna elettorale, fatto purghe a tutti i livelli del partito, incluso la rimozione dal gruppo parlamentare prima, e l’espulsione dal partito poi, dello stesso Corbyn. Il processo di selezione dei candidati per le elezioni è stato opaco e con tratti apertamente razzisti.
Il programma di Starmer è iper-moderato, promette una gestione oculata dei conti pubblici, un po’ di tecnocrazia che rischia di trasformarsi in un altro round di austerity; si richiama agli anni d’oro del New Labour promettendo crescita economica che, ipso facto, garantirà condizioni di vita migliori anche per i meno abbienti: il trickle down di neoliberista memoria. Per quel che riguarda il welfare, c’è poco o nulla, la promessa di mantenere in mani solamente pubbliche il Sistema Sanitario Nazionale è stata tolta dal Manifesto del partito, né si ha intenzione di riformare la controversa two-child cap policy, che nega aiuti pubblici alle famiglie povere dal terzo figlio in avanti. Una politica che colpisce duramente famiglie e bambini, una delle ragioni del vertiginoso aumento di povertà infantile. Non ci sono soldi, si dice, dopo il disastro dei governi precedenti: forse, ma allo stesso tempo la futura Cancelliere dello Scacchiere, Rachel Reeves, ha anche promesso di non alzare le tasse sui più ricchi e sulle corporations. Scelte, si sarebbe detto una volta, di classe.
Starmer ha pensato che dopo il fiasco della svolta a sinistra fosse giunto il momento di presentare il Labour come partito della competenza, della responsabilità, con la testa sulle spalle, affidabile. Con un chiaro occhio di riguardo verso la business community, vista come alleato indispensabile per iniziare un nuovo ciclo laburista: in effetti il Labour non era mai riuscito a governare per più di sei anni prima della svolta centrista di Blair.
Il problema delle politiche centriste e del guardarsi indietro per ripetere gli exploit di trent’anni fa è che il mondo, nel frattempo, è cambiato. La Terza via era figlia di un mondo diverso: crescita economica, leva finanziaria che sopperiva a redditi non sempre in linea con la suddetta crescita, prezzi bassi figli della globalizzazione, una crescita smodata del settore finanziario e di quello delle costruzioni. In qualche maniera, la Terza via aveva un senso, in quel contesto: puntare al voto moderato, sfondare al centro, e garantire qualche cosa anche alla sinistra: non la redistribuzione, ma almeno gli investimenti nei servizi pubblici, per esempio. Certo, c’era una parte del paese che se la passava tutt’altro che bene, dopo i durissimi anni di Margaret Thatcher, ma era accuratamente nascosta dietro il successo della Cool Britannia. Senza nulla togliere all’acume politico di Blair, l’implosione del partito Conservatore aveva aiutato il successo del New Labour: dopo la grande vittoria del 1997, le elezioni successive furono caratterizzate da un crollo dell’affluenza: nel 2001 ci fu la più bassa affluenza dal 1918, nel 2005 il Labour vinse con circa il 21% dei voti degli aventi diritto, un risultato in linea con la debacle di Corbyn nel 2019. Come detto da Robert Saunders, nessuno votava Labour nella parte finale dell’epoca Blair.
Starmer può forse contare su un simile collasso dei Conservatori – di sicuro il disastro degli ultimi anni porterà a una fortissima maggioranza laburista. Ma la politica, e l’economia, sono cambiate. Crisi, povertà e polarizzazione di reddito e ricchezza hanno portato a una speculare polarizzazione dell’elettorato. I Tories, nelle passate elezioni, hanno vinto sfondando in zone tradizionalmente rosse (il Red Wall) e prendendo i voti della working class, dei poveri e degli emarginati. È un trend generalizzato in Occidente: la stessa cosa aveva fatto Trump nella Rust Belt, ed è proprio tra il disagio post-industriale che Biden, invertendo la rotta di Hillary Clinton, era andato a prendere i voti per garantirsi l’elezione nel 2020. I risultati della Francia sono sotto gli occhi di tutti – il Centro sta implodendo, anche perché la middle class che lo sostiene è ridotta numericamente, e spesso per nulla moderata, ma anzi incazzata per l’andamento dell’economia. La lezione degli ultimi dieci anni dovrebbe essere che non si vince al centro ma intercettando il voto dei delusi, degli arrabbiati, di coloro che chiedono, in una maniera o nell’altra, un cambiamento. Ma che cambiamento potrà portare il Labour di Starmer a parte limitare gli eccessi dei Conservatori? La povertà è dilagante, ai suoi massimi da trent’anni: il 18% della popolazione britannica vive in povertà assoluta. La Gran Bretagna non si è ancora ripresa dalla crisi finanziaria: la crescita è asfittica, la produttività in declino, i salari stagnanti, gli investimenti bassi. Non è più una questione, come negli anni di Blair, di amministrare bene l’economia, di sfruttare i frutti della crescita per migliorare le condizioni di vita, aumentare i redditi dei più ricchi ma anche finanziare i servizi pubblici. L’economia politica cui si trovava davanti il New Labour era molto diversa, permetteva maglie larghe e soddisfazione dell’elettorato. Quella cui si trova davanti Starmer impone scelte dure, di campo, deve rispondere a una crisi secolare – ma non ha nessuna ambizione di farlo, lasciando la porta aperta a un inasprimento della crisi sociale, e quindi potenzialmente di quella politica.
La parabola di Macron dovrebbe insegnare qualcosa. Per ora Starmer ha fatto suo un linguaggio nazionalista, con continui riferimenti al patriottismo, lisciando il pelo a quella parte di popolazione bianca e povera e xenofoba che ha contribuito alla vittoria della Brexit. Non sembra però interessato a dare una risposta politica ai problemi economici e sociali di quegli elettori. Vincerà, ma rischia di essere, per la popolazione britannica, una vittoria di Pirro. Non indica una nuova strada da seguire, ma solo la mancanza di coraggio e di idee di un centrismo ormai appassito.










































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