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sinistra

Aporie della ‘dipendenza’ e ‘sviluppo ineguale’ tra Inghilterra, Irlanda e Russia

La ricerca/azione di Marx ed Engels

di Eros Barone

flint castle.jpgLargeDopo lunghi anni trascorsi a studiare la questione irlandese, sono giunto alla conclusione che il colpo decisivo contro le classi dirigenti inglesi (e sarà decisivo per il mondo intero) non può essere sferrato in Inghilterra ma soltanto in Irlanda.[Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, 9 aprile 1870]

La rivoluzione comincia in Oriente, là dove finora si trovava l’intatto baluardo e l’armata di riserva della controrivoluzione.[Lettera di Marx ad Albert Sorge, 27 settembre 1877]

  1. 1. La questione irlandese

Per situare correttamente la ricerca/azione sulla possibilità della rivoluzione socialista in Inghilterra, ricerca/azione che vide fortemente impegnati Marx ed Engels nel periodo intercorrente fra gli anni ’60 e gli anni ’80 del XIX secolo, è necessario delineare una periodizzazione della storia politico-sociale dell’Irlanda, in quanto proprio in questa isola, come prima Engels e poi Marx arriveranno a concludere, si trovava la chiave di quella possibilità.1

In tal senso, si possono individuare tre fasi principali della lotta di classe in Irlanda, fermo restando che il comun denominatore di questa lotta è il legame inscindibile tra l’istanza della liberazione nazionale e la questione agraria. Che questo sia il comun denominatore risulta infatti con estrema evidenza dal fatto che oppressore nazionale e oppressore di classe si identificano in una stessa figura, quella del grande proprietario terriero inglese, talché la chiave della “questione irlandese” va ricercata proprio nella questione agraria.

Orbene, la prima fase, caratterizzata dalla rivendicazione dell’autonomia, va dal 1825 al 1843 ed è dominata dalla personalità dell’avvocato Daniel O’Connell, leader di un’alleanza che comprendeva la borghesia cattolica irlandese e il partito ‘whig’ inglese.

Sennonché la netta chiusura del governo britannico, esemplificata dall’atteggiamento del ministro Robert Peel, poneva fine a questa fase e dava inizio alla seconda fase (1844-1879), contraddistinta non solo dall’imperversare della “grande fame” del 1846 e dal milione di vittime che ne furono la tragica conseguenza, ma anche e soprattutto dall’esplosione del nazionalismo irlandese, che rivendicherà da quel momento in poi non più l’autonomia ma l’indipendenza e, al fine di conseguire questo obiettivo, si organizzerà nelle società segrete e repubblicane. La terza fase (1879-1882) vedrà sollevarsi nelle campagne la “guerra agraria”, i cui protagonisti saranno le masse contadine che, con una dura lotta di classe, annienteranno politicamente ed economicamente i grandi proprietari terrieri. Marx seguirà l’intero processo della espropriazione, dell’impoverimento e della rivolta delle masse contadine, riassunto in questa periodizzazione. La “grande fame” del periodo 1847-’50, che farà oltre un milione di morti, non sarà infatti l’ultima, ma sarà sufficiente a dimostrare a Marx quali fossero gli effetti della dominazione inglese in Irlanda.

Ancora una volta, Engels, svolgendo l’analisi dell’accumulazione primitiva in Irlanda, aveva assolto il consueto ruolo di apripista, sicché, quando Marx riprenderà lo studio di questo processo, dovrà soltanto “approfondire” lo schema interpretativo elaborato dal suo amico, sostanziandolo con l’esame dei dibattiti al parlamento inglese sui diritti dei fittavoli irlandesi. Lo “studio più approfondito” condotto da Marx lo porterà così a rivedere la sua posizione, per così dire ‘prequarantottesca’, sull’Irlanda (posizione legata alla centralità della metropoli e, in essa, della funzione ‘ipso facto’ rivoluzionaria della classe operaia). A questo punto, sarà giunto a maturazione il momento per compiere una scoperta teorica di grande portata: la scoperta dello sviluppo ineguale.

 

  1. Il caso irlandese nel Capitale

Sul piano storico e teorico, il ‘terminus a quo’ dello studio dedicato da Marx a questo processo è il potente affresco tracciato nel quinto paragrafo del celebre capitolo ventitreesimo del primo libro del Capitale, intitolato “Illustrazione della legge generale dell’accumulazione capitalistica”, a sua volta articolato nei seguenti sottoparagrafi: a) L’Inghilterra dal 1846 al 1866 - b) Gli strati mal pagati della classe operaia industriale britannica - c) La popolazione nomade – d) Effetti delle crisi sulla parte meglio pagata della classe operaia – e) Il proletariato agricolo della Gran Bretagna – f) Irlanda.2

Scrive Marx: «Alla fine di questa sezione [dedicata, per l’appunto, al proletariato agricolo della Gran Bretagna e ricchissima di esemplificazioni specifiche sulle concrete condizioni di vita e di lavoro di esso proletariato nei diversi distretti agricoli inglesi] dobbiamo trasferirci ancora per un momento in Irlanda. Anzitutto i dati di fatto che qui importano.» Dopodiché l’autore del Capitale adduce con la consueta acribia e precisione le statistiche, tratte dai Bluebooks,3 inerenti alla struttura demografica della popolazione con particolare attenzione ai flussi migratori,4 al numero delle case abitate e al numero dei fondi affittati, suddivisi per estensione.5 Vengono quindi presi in considerazione, ai fini dell’analisi che l’autore si propone di svolgere, «i 5 anni 1861-1865, durante i quali è emigrato più di mezzo milione e il numero assoluto della popolazione è diminuito di più di un terzo di milione (v. tabella A)». In primo luogo, Marx riporta, traendoli dalle statistiche ufficiali,6 i dati relativi al patrimonio zootecnico e alla produzione cerealicola, indicandone le variazioni, quasi sempre ‘in minus’, in cui si materializzano le dimensioni del sottosviluppo irlandese determinato dal dominio coloniale britannico. Viene quindi preso in esame il «movimento nella borsa dei suoi [dell’Irlanda] landlords, grossi fittavoli e capitalisti industriali.» «Esso – precisa Marx, illustrandolo con tre dense tabelle, fitte di cifre – si rispecchia negli alti e bassi dell’imposta sul reddito». La conclusione che Marx trae da questa analisi è secca e inequivocabile: «L’Inghilterra, paese a produzione capitalistica sviluppata e a carattere prevalentemente industriale, sarebbe morta dissanguata se avesse avuto una diminuzione della popolazione eguale a quella irlandese. Ma l’Irlanda attualmente non è che un distretto recinto da un largo fossato d’acqua, e le fornisce grano, lana, bestiame, reclute industriali e militari».7 Ma vediamo i corollari che Marx ricava dai dati che supportano la sua ricostruzione del processo di espropriazione ed espulsione dei produttori diretti dalle campagne, posto in atto sul suolo irlandese dal capitale agrario sia inglese che irlandese.

Lo spopolamento ha sottratto alla coltivazione molta terra, facendo diminuire fortemente i prodotti del suolo, e malgrado l’estensione della superficie per l’allevamento del bestiame, ha provocato in alcuni rami della coltivazione una diminuzione assoluta, in altri un progresso quasi insignificante, interrotto da costanti regressi. Ciò nonostante, con la caduta della massa della popolazione le rendite fondiarie e i profitti dei fittavoli sono costantemente saliti, benché questi ultimi non siano saliti con altrettanta costanza delle prime. La ragione è facilmente comprensibile. Da un lato, per la fusione delle affittanze e per la trasformazione delle terre coltivate in pascoli, una parte considerevole del prodotto complessivo si è trasformata in plusprodotto. Il plusprodotto è cresciuto, benché il plusprodotto complessivo di cui costituisce una frazione sia diminuito. Dall’altro lato il valore in denaro di questo plusprodotto è cresciuto con rapidità anche maggior della massa del plusprodotto in seguito all’aumento dei prezzi di mercato inglesi della carne, lana ecc. verificatosi negli ultimi venti anni e particolarmente negli ultimi dieci anni.

I mezzi di produzione dispersi che servono come mezzi di occupazione e sussistenza direttamente ai produttori, senza valorizzarsi mediante l’incorporamento di lavoro altrui, non sono affatto capitale, come il prodotto consumato non è merce. Se insieme colla massa della popolazione è diminuita anche la massa dei mezzi di produzione impiegati nell’agricoltura, la massa del capitale impiegato nell’agricoltura è aumentata perché una parte dei mezzi di produzione prima dispersi è stata trasformata in capitale.

Il capitale complessivo dell’Irlanda investito al di fuori dell’agricoltura, nell’industria e nel commercio si è accumulato lentamente durante gli ultimi due decenni… Infine, per quanto esiguo il suo aumento assoluto, esso aveva avuto relativamente in proporzione del numero della popolazione molto ridotto, un forte aumento.8

Sarebbe non priva di interesse una ricerca dei passi del Capitale (ma anche delle Teorie sul plusvalore) in cui Marx sferza con la frusta del sarcasmo più feroce la teoria malthusiana per il suo carattere padronale e intrinsecamente reazionario.9 Eccone un saggio in questo passo, immediatamente successivo a quello testé riportato.

Qui dunque si svolge, su larga scala e sotto i nostri occhi, un processo come l’economia ortodossa non poteva augurarselo più bello a conferma del suo dogma secondo cui la miseria nasce dalla sovrappopolazione assoluta e l’equilibrio va ristabilito mediante lo spopolamento. È questo un esperimento molto più importante della peste alla metà del secolo XIV tanto glorificata dai malthusiani. Un’osservazione di sfuggita: se era ingenuo e pedantesco applicare ai rapporti di produzione e al corrispondente movimento della popolazione del secolo XIX la misura del secolo XIV, quell’ingenuità per giunta non s’era accorta che, certo, quella peste e la decimazione che le succedette furono seguite di pari passo, di qua dalla Manica in Inghilterra, dall’emancipazione e dall’arricchimento della popolazione rurale, invece al di là della Manica, in Francia, peste e decimazione furon seguite da un maggior asservimento e da una miseria maggiore.10

La carestia abbatté nel 1846 in Irlanda più di un milione di uomini, ma soltanto poveri diavoli. Non pregiudicò minimamente la ricchezza del paese. L’esodo ventennale che le seguì e che ancora aumenta non decimò affatto, come ad esempio al guerra dei Trent’anni, i mezzi di produzione assieme agli uomini. Il genio irlandese escogitò un metodo novissimo per far volar via d’incanto una popolazione povera a mille miglia dalla scena della sua miseria. Gli emigrati che si sono trasferiti negli Stati Uniti mandano a casa ogni anno delle somme di denaro che sono le spese di viaggio per coloro che son rimasti. Ogni scaglione che emigra quest’anno, se ne tira dietro un altro l’anno prossimo. In tal modo, invece di causare spese all’Irlanda, l’emigrazione costituisce uno dei rami più proficui dei suoi affari d’esportazione. [Non è forse questo lo stesso procedimento posto in atto dagli immigrati ai giorni nostri? E per fermare un processo le cui molle incoercibili stanno nel “meccanismo unico” potranno mai bastare le minacce e gli stratagemmi di un ministro “all testosterone”?]. Essa è infine un processo sistematico che non si limita a crear vuoti transitori nella massa della popolazione, ma ne pompa annualmente un numero di uomini maggiore di quello che è reintegrato dalle generazioni nuove, cosicché il livello assoluto della popolazione scende di anno in anno.11

 

  1. Rivoluzione agricola e proletariato in un paese dipendente

La domanda che si pone Marx è allora la seguente: «Quali sono state le conseguenze per i rimasti, per gli operai d’Irlanda liberati dalla sovrappolazione?». La risposta riguardante le conseguenze pone in luce un aspetto fondamentale del ‘modus operandi’ del rapporto di dipendenza tra la metropoli e la periferia,12 aspetto che rappresenta una classica aporia generata da tale rapporto: «Eccole: la sovrappopolazione relativa è eguale oggi a quella che si aveva prima del 1846, cosicché i salari sono bassi come prima e la durezza del lavoro è aumentata; la miseria nelle campagne spinge di nuovo a una nuova crisi. Le cause sono semplici. La rivoluzione nell’agricoltura è proceduta di pari passo con l’emigrazione. La produzione della sovrappopolazione relativa è stata anche più rapida dello spopolamento assoluto».13 E – fenomeno, questo, quanto mai significativo – ha innescato il processo di proletarizzazione dei fittavoli piccoli e medi.

Marx conclude la sua ricognizione genetico-strutturale delineando, nel contesto della particolare “geometria della dipendenza” che caratterizza il rapporto tra la metropoli inglese e la periferia irlandese, il confronto fra le sovrappopolazioni relative delle rispettive classi operaie.

La precarietà e l’irregolarità dell’occupazione, il ritorno frequente e la lunga durata delle interruzioni del lavoro, tutti questi sintomi di una sovrappopolazione relativa figurano quindi nelle relazioni degli ispettori per l’assistenza ai poveri come altrettante lamentele del proletariato agricolo irlandese. Si ricorderà che fenomeni analoghi sono stati riscontrati parlando del proletariato rurale inglese. Ma la differenza è questa: in Inghilterra, paese industriale, la riserva industriale si recluta in campagna, mentre in Irlanda, paese agricolo, la riserva agricola si recluta nelle città che son rifugio dei lavoratori rurali scacciati dalla campagna. In Inghilterra, coloro che sono in soprannumero nell’agricoltura si trasformano in operai di fabbrica; in Irlanda, coloro che sono cacciati nelle città rimangono lavoratori rurali premendo allo stesso tempo sui salari delle città e vengono costantemente rimandati in campagna in cerca di lavoro.

I relatori ufficiali riassumono la situazione materiale dei giornalieri agricoli nella maniera seguente: «Benché vivano con estrema frugalità, tuttavia il loro salario è a mala pena sufficiente a procurare nutrimento ed alloggio per loro e per le loro famiglie; per il vestiario hanno bisogno di altre entrate… L’atmosfera delle loro abitazioni, in aggiunta alle altre privazioni, espone questa classe al tifo e alla tisi in maniera del tutto particolare». Di conseguenza non fa meraviglia che, a testimonianza unanime dei relatori, un cupo scontento penetri le schiere di questa classe, che essa desideri il ritorno del passato, aborra il presente e disperi del futuro, «si abbandoni alle riprovevoli influenze di demagoghi» e abbia quell’unica idea fissa di emigrare in America. Ecco la terra di Bengodi nella quale la grande panacea malthusiana, lo spopolamento, ha trasformato la verde Erin!14

La chiusa del sottoparagrafo dedicato alla situazione dell’Irlanda è anche la chiusa del ventitreesimo capitolo. Essa unisce al rigore dialettico dell’analisi dei rapporti di produzione , il “sarcasmo appassionato” della denuncia e un respiro veramente epico nella prospettiva che viene ricavata da quell’analisi e da quella denuncia.

E, comme l’appetit vient en mangeant, gli occhi del ruolo delle rendite scopriranno ben presto che l’Irlanda, con tre milioni e mezzo di abitanti, è ancor sempre miserabile, e miserabile perché sovrappopolata, che quindi il suo spopolamento deve spingersi ben oltre, affinché l’Irlanda compia la sua vera missione che è quella di pascolo ovino e bovino per gli inglesi.

Questo metodo redditizio ha, come ogni cosa buona di questo mondo, il suo inconveniente. Con l’accumulazione della rendita fondiaria procede di pari passo l’accumulazione degli irlandesi in America. L’irlandese eliminato dalle pecore e dai buoi risorge al di là dell’Oceano, come feniano.15 E di fronte alla vecchia regina dei mari si erge sempre più minacciosa la giovane repubblica gigantesca.

Acerba fata Romanos agunt
Scelusque fraternae necis.16

 

  1. La ‘dipendenza’ irlandese: dagli effetti alle cause

Nel Capitale, come questo ‘aperçu’ del ventitreesimo capitolo ha consentito di appurare, vengono quindi illustrati, attraverso il confronto tra il modello inglese e il caso irlandese, gli effetti del dominio inglese sull’Irlanda, in modo da farne emergere quella mutua opposizione in cui si sostanzia la “geometria della dipendenza”. In altri scritti di Marx e di Engels, a cui sarà opportuno riferirci per precisare la ‘ricerca/azione’ che, nel corso dei decenni, li vide impegnati nello studio approfondito di tale “geometria”, vengono indagate e indicate le ragioni per cui uno stesso processo creava ricchezza in un paese e miseria in un altro.17

La tesi di Marx afferma che lo sviluppo ineguale dell’economia di un paese nei confronti di un altro paese determina il sottosviluppo. Sennonché il sottosviluppo del paese periferico non rimane sempre lo stesso, ma modifica le sue forme al variare delle esigenze del paese metropolitano, nel mentre ciò che resta costante è la posizione subordinata del paese periferico. Questa tesi viene chiaramente formulata nella Traccia di un rapporto sulla questione irlandese tenuto al Deutscher Bildungsverein für Arbeiter di Londra, il 16 dicembre 1867.18 Sotto Elisabetta I, Giacomo I, Carlo I e soprattutto con Cromwell, osserva Marx, l’Irlanda serve come sbocco della fame di terra che colpiva la classe media nelle campagne inglesi per effetto delle ‘enclosure’. Da ciò consegue che le azioni di colonizzazione dell’Irlanda mireranno semplicemente a sterminare la popolazione per sostituirla con coloni britannici e potersi impossessare della sua terra. Fra queste azioni la più distruttiva fu quella condotta da Cromwell; sennonché, «battendosi per la conquista dell’Irlanda, Cromwell distrusse la repubblica inglese».19 Con la sconfitta dei sovrani cattolici, l’Irlanda fu «ingannata e umiliata all’estremo (1692-1776)». Subito dopo, nel 1698, «il parlamento inglese poneva una forte imposta sull’importazione dei prodotti irlandesi in Inghilterra e nel Galles e vietava completamente la loro esportazione verso altri paesi. L’Inghilterra distrusse le manifatture irlandesi, spopolò le città e ricacciò la popolazione verso la terra».20 Non per nulla, in Inghilterra cominciavano a svilupparsi le prime manifatture che temevano la concorrenza irlandese. Sotto la regina Anna e fino al 1776, la repressione colpisce i contadini irlandesi, tentando di instaurare un regime di terrore: viene sancita l’incapacità giuridica, da parte dei cattolici, di comprare e vendere la terra, talché l’anglicanesimo diventa un titolo di proprietà. Alla fine del secolo vengono tolte, in nome del libero scambio, le restrizioni che limitano i commerci con l’Inghilterra e nel 1801 l’Irlanda viene unita all’Inghilterra: «La conseguenza naturale fu che le manifatture irlandesi scomparvero gradualmente con l’entrata in vigore della legge sull’Unione».21 Come è noto, l’Inghilterra nella seconda metà del Settecento aveva consolidato le sue manifatture e aveva dato inizio alla “rivoluzione industriale”, passando dalla manifattura alla fabbrica: il mercato inglese aveva bisogno di nuovi sbocchi e l’Irlanda si prestava alla bisogna. I risultati furono che «ogni qualvolta l’Irlanda si è trovata sulla soglia dello sviluppo industriale, essa è stata schiacciata e riconvertita nuovamente a semplice paese agricolo».22

Dalla ricostruzione storica di Marx, tanto sintetica quanto incisiva, risulta perciò che il sottosviluppo irlandese – come d’altronde qualsiasi altra forma di sottosviluppo – non ha nulla di “naturale”, essendo esso il prodotto della politica e delle necessità di accumulazione del paese metropolitano.23 Così, Marx illustra in modo efficace come, nel XIX secolo, ad ogni fase dello sviluppo della metropoli (Inghilterra) corrisponda una fase di sottosviluppo della periferia (Irlanda). Se l’Irlanda è un paese agricolo, ossia se gli inglesi l’hanno trasformata per le loro convenienze in un paese agricolo, i meccanismi dello sfruttamento, che determinano le condizioni del sottosviluppo, vanno individuati nell’agricoltura. Le “Corn Law”, promulgate nel primo decennio dell’Ottocento, dal governo dei ‘tory’, rappresentanti degli interessi dei proprietari fondiari, proteggono la produzione di grano in Inghilterra e stabiliscono un monopolio per l’esportazione di grano irlandese in Inghilterra.

Gli affittuari intermedi accumulavano fortune che non volevano investire nel miglioramento della terra e non potevano, sotto un sistema che rovinava l’industria, investire in macchinari, ecc. Essi inviavano quindi in Inghilterra tutte le ricchezze accumulate. Un documento ufficiale pubblicato dal governo britannico indica che i trasferimenti di titoli britannici, dall’Inghilterra in Irlanda, e cioè l’investimento di capitale irlandese in Inghilterra, nei tredici anni successivi all’introduzione del libero scambio del 1821, ammontarono a diversi milioni di sterline; in tal modo l’Irlanda era costretta a contribuire alla creazione delle “grandi opere della Bretagna” fornendo forza-lavoro a buon mercato e capitale a basso costo.24

Abbiamo qui la rappresentazione dello sfruttamento di un paese a danno di un altro, dovuto alla medesima causa che determina, da un lato, la miseria irlandese e, dall’altro, la prosperità britannica. Si tratta, in altri termini, della prima analisi di quel fenomeno che verrà definito come imperialismo.25 Nel paese dipendente l’accumulazione del capitale è funzionale a quella del paese metropolitano, laddove il primo non solo è ridotto ad un’appendice agricola del secondo, ma è costretto ad inviare i suoi capitali per contribuire ad alimentare l’industrializzazione del paese dominante, mentre le sue industrie vengono distrutte dal libero scambio. A differenza dell’Inghilterra, il processo di proletarizzazione dei ceti agricoli in Irlanda non trovava sbocco nella formazione di un proletariato operaio, talché la sovrappopolazione relativa, prodotto di quel tipo di accumulazione, non veniva adeguatamente compensata dalla pur intensa emigrazione (valutabile intorno alle 400.000 persone all’anno). Queste erano le condizioni dell’Irlanda quando, fra il 1846 e il 1850, si verificò la “grande fame”, che farà più di un milione di morti: la popolazione passò da 8.222.664 persone nel 1841 a 6.515.794 nel 1851 e continuò, per altri vent’anni, a rimanere costante. Le cause della “grande fame” non vanno ricercate nella malattia della patata (la cosiddetta ‘ruggine’), che colpì contemporaneamente anche l’Inghilterra, ma nel rapporto di dipendenza dell’economia irlandese e nella deliberata politica del governo inglese, che scelse di far morire il maggior numero possibile di irlandesi. L’abolizione delle “Corn Law” aveva tolto al grano irlandese il mercato inglese, prima garantito dal protezionismo, e quindi aggravò la crisi, favorendo inoltre la speculazione sulle importazioni, ovviamente controllate dagli inglesi. L’eliminazione di un milione di irlandesi e l’emigrazione, tra il 1846 e il 1850, di un altro milione fu ritenuta il naturale riequilibrio di una condizione di sovrappopolazione eccedente, dimostrazione esemplare della perfetta razionalità delle leggi dell’economia capitalistica nello stadio libero-scambista. Tra il 1851 e il 1865 dall’Irlanda emigrano circa 1.600.000 persone. La carestia accelera anche una svolta di politica economica dell’Inghilterra, che si ripercuoterà sull’Irlanda sommando allo sconvolgimento provocato dalla carestia quello provocato da una rivoluzione agraria.

Il “partito del libero scambio” può così, sotto la spinta del bisogno di grano, imporre l’abolizione dei dazi: l’aristocrazia fondiaria deve rinunciare a uno dei suoi monopoli, mentre la rivoluzione agraria si estende all’Irlanda: pecore e bovini si moltiplicano sui terreni prima coltivati a cereali e patate; cereali e altri prodotti agricoli vengono importati; mentre tra il 1815 e il 1846 agronomi, politici, economisti avevano sostenuto che il suolo irlandese era particolarmente adatto alla coltivazione del grano, ora si scopre che esso è adatto a produrre foraggio.

Sui campi lasciati incolti dai morti e dagli emigrati o abbandonati da coloro che ora possono meno di prima pagare gli alti fitti, ha inizio la rivoluzione del vecchio sistema agricolo: «tra il 1855 e il 1866 1.032.694 irlandesi sono stati sostituiti da 996.877 capi di bestiame (bovini, ovini e suini)».26 Lana e carne: è la nuova parola d’ordine.

Allo spezzettamento si sostituisce un processo di concentrazione, alle terre coltivate si sostituisce il pascolo. Tra il 1851 e il 1861 scompaiono 120.000 fondi, soprattutto, come si è visto prima, quelli più piccoli (da 1 a 5 acri); aumentano invece quelli più estesi.

L’espulsione dei contadini dai loro fondi e dalle terre comuni, attuata in Inghilterra nel XVI, XVII e XVIII secolo e in Scozia all’inizio del XIX, in Irlanda ebbe la sua fase culminante a partire dalla metà del secolo XIX. Dal 1860 più di mezzo milione di acri non vengono arati; il grano viene importato; solo l’avena viene coltivata per il mercato inglese. Mentre le pecore e i bovini si sostituiscono alle persone, le persone che restano sono sempre più povere e affamate e costrette all’emigrazione: o in Inghilterra, dove l’industria si sviluppa, o negli Stati Uniti.

Un tentativo d’insurrezione fallisce nel 1848, poi, come scrive icasticamente Marx, «l’irlandese eliminato dalle pecore e dai buoi risorge al di là dell’Oceano, come feniano».27

 

  1. L’azione di Marx ed Engels all’interno della Prima Internazionale

Fino al 1867 Marx ed Engels avevano pensato che la rivoluzione socialista in Inghilterra avrebbe risolto la questione irlandese, ponendo fine alla sottomissione e all’impoverimento dell’‘isola verde’. In quel torno di tempo, essi erano giunti a riconoscere che le immense ricchezze, che l’Inghilterra spremeva dall’Irlanda e, in generale, dalle sue colonie, le permettevano di corrompere una parte del proletariato, la cosiddetta aristocrazia operaia. Questa, condizionata da una mentalità social-imperialista, aveva infatti sposato le posizioni della propria borghesia e diffondeva nei ranghi del proletariato un’ideologia piccolo-borghese.28 Inoltre, l’immensa rendita che l’aristocrazia terriera inglese – i ‘landlord’ – ricavava dall’Irlanda forniva alla borghesia inglese una considerevole forza materiale, politica e morale su tutta la società. In Inghilterra si era venuta a formare questa gerarchia: alcuni delegati operai in parlamento facevano i valletti dei liberali, che rappresentavano gli interessi degli industriali, e i liberali facevano i valletti dei proprietari fondiari. A ciò si aggiunga che, siccome buona parte del proletariato in Inghilterra era irlandese, la borghesia si adoperava per fomentare l’odio inter-etnico entro le frazioni inglese ed irlandese della classe operaia, impedendo così ogni unità fra di esse.29 Perciò, Marx ed Engels intrapresero una lotta tenace, affinché, in particolare, i capi delle ‘Trade Unions’ inglesi, che erano stati i fondatori dell’Internazionale, si occupassero del problema irlandese, giacché la possibilità della rivoluzione in Inghilterra ed in Europa dipendeva dalla soluzione di tale problema.

In effetti, l’Internazionale si impegnerà nella lotta contro i processi ai feniani e per l’amnistia ai condannati, così come nelle denunce al regime carcerario inglese e alla pratica della tortura dei prigionieri (attività, questa, nella quale si distinse particolarmente, con una serie di brillanti articoli giornalistici, la figlia di Marx, Jenny). Sennonché, a causa dei numerosi errori commessi dai feniani, la lotta diverrà presto aspra nelle file della stessa Internazionale, dove i capi degli operai inglesi si schieravano a sostegno del governo inglese.

Nel 1870 il pensiero politico di Marx sulla questione giunge alla piena maturazione. Questa è preceduta ed accompagnata, in un serrato contrappunto dialettico, da una lotta contro le tendenze ultrasinistre in seno all’Internazionale (blanquisti e bakunisti) che, in ordine alla questione nazionale, manifestavano una concezione assai affine a quella dei capi delle ‘Trade Unions’. Peraltro, già nel ’65 e nel ’66 Marx aveva dovuto combattere, sempre in seno all’Internazionale, le teorie proudhoniane che negavano all’insurrezione polacca del ’63 qualsiasi carattere progressista. I blanquisti e gli anarchici, dal canto loro, avevano mutuato la teoria lassalliana, secondo cui tutte le classi dominanti erano “un’unica massa reazionaria”, e si dovevano quindi appoggiare solo rivoluzioni espressamente socialiste. Engels risponderà a tutte queste critiche in una serie di articoli pubblicati sulla rivista dell’Internazionale, «The Commonwealth»; Marx, dal canto suo, aveva già risposto implicitamente, elaborando una strategia delle alleanze verso la piccola borghesia e verso i contadini: strategia che troverà, in parte, attuazione con la Comune di Parigi del 1871.

Discutendo su questi temi nel Consiglio Generale dell’Internazionale, Marx noterà che, dal punto di vista rivoluzionario, gli irlandesi erano molto più avanzati rispetto agli inglesi, fedeli al re e alla Chiesa.30 Infine, di fronte agli attacchi mossi dai bakunisti, i quali accusavano il Consiglio Generale di aver trasgredito la sua funzione di coordinamento, prendendo decisioni esecutive a favore dei feniani imprigionati, Marx nella famosa Comunicazione Confidenziale a tutte le sezioni dell’Internazionale, scritta nel marzo del 1870, espone con chiarezza la linea politica del Consiglio Generale a proposito dell’Irlanda.31

In questa Circolare e nella lettera di accompagnamento del 9 aprile 1870 a Sigfried Meyer e August Vogt, corrispondenti dell’Internazionale per gli Stati Uniti d’America,32 è enunciato quel ‘rovesciamento’ della concezione politica di Marx, che questi aveva anticipato l’anno precedente a Kugelmann e ad Engels:

Se l’Inghilterra è il baluardo della proprietà fondiaria e del capitalismo europeo, l’unico punto sul quale si può colpire duramente l’Inghilterra ufficiale è l’Irlanda.

In primo luogo, l’Irlanda è il baluardo della proprietà fondiaria inglese. Se cadesse in Irlanda, cadrebbe anche in Inghilterra. In Irlanda ciò è cento volte più facile, perché la lotta economica là è concentrata esclusivamente sulla proprietà fondiaria, perché questa lotta è allo stesso tempo una lotta nazionale, e perché il popolo là è più rivoluzionario ed esasperato che in Inghilterra. La proprietà fondiaria in Irlanda è mantenuta unicamente dall’esercito inglese. Nel momento in cui l’Unione forzata tra i due paesi finisce, una rivoluzione sociale esploderà immediatamente in Irlanda, anche se in forme arcaiche. La proprietà fondiaria inglese perderebbe non solo una grande fonte di ricchezza, ma anche la più grande forza morale, e cioè quella di rappresentare il dominio dell’Inghilterra sull’Irlanda. D’altra parte, mantenendo al potere i proprietari fondiari in Irlanda, il proletariato inglese li rende invulnerabili nella stessa Inghilterra.

In secondo luogo, ha non solo sfruttato la povertà irlandese per mantenere sottomessa la classe operaia in Inghilterra con l’immigrazione forzata di irlandesi poveri, ma ha anche diviso il proletariato in due campi ostili. Il fuoco rivoluzionario del lavoratore celtico non va d’accordo con la natura del lavoratore anglo-sassone, solido ma lento. Al contrario, in tutti i grandi centri industriali dell’Inghilterra c’è un profondo antagonismo tra il proletariato irlandese e il proletariato inglese. Il lavoratore medio inglese odia il lavoratore irlandese come un competitore che abbassa i salari e il livello di vita. Egli sente una antipatia di nazionalità e religiosa contro di lui. Lo considera come i poveri bianchi degli Stati Uniti del Sud considerano gli schiavi negri. Questo antagonismo tra i proletari dell’Inghilterra è alimentato artificialmente e favorito dalla borghesia. Essa sa che questa divisione è il vero segreto per mantenere il potere.

Questo antagonismo viene riprodotto dall’altra parte dell’Atlantico. Gli irlandesi, cacciati dal loro suolo nativo dai ‘Tory’ e dalle pecore, si riuniscono nell’America del Nord dove costituiscono una enorme, e sempre crescente parte della popolazione. Il loro unico pensiero, la loro unica passione è l’odio per l’Inghilterra. […]

Inoltre, l’Irlanda è l’unico pretesto che il governo inglese ha per conservare un esercito attivo così numeroso, che, se necessario, può essere usato contro i lavoratori inglesi, come già è accaduto in passato, dopo avergli fatto completare l’addestramento militare in Irlanda.

Infine, l’Inghilterra oggi vede una ripetizione di quello che è accaduto su scala mostruosa nell’antica Roma. Qualsiasi nazione che ne opprime un’altra forgia le proprie catene.

Perciò l’atteggiamento dell’Associazione Internazionale sulla questione irlandese è molto chiaro. Il suo primo obiettivo è di incoraggiare la rivoluzione sociale in Inghilterra. A tale scopo un grande colpo deve essere inferto in Irlanda.33

Nella lettera del 9 aprile 1870 a Sigfried Meyer e August Vogt, Marx riassumerà le linee portanti della nuova concezione, che aveva già esposto in una riunione precedente del Consiglio Generale dell’Internazionale. La concezione può essere riassunta in questa formula: considerare la soluzione della questione irlandese come soluzione di quella inglese e quella inglese come soluzione della questione europea. Nella suddetta riunione, Marx, parlando a nome del Consiglio Generale, notava come

«l’Inghilterra non possa essere considerata come un paese qualsiasi», giacché «essa deve essere considerata la metropoli del capitale». In essa la maggioranza della popolazione è composta da lavoratori salariati, giacché è l’unico paese in cui il modo di produzione capitalistico abbraccia ogni settore economico. In corrispondenza con tale livello la classe operaia, organizzata nelle ‘Trade Unions’, aveva acquisito un certo grado di maturità. Inoltre, aspetto questo fondamentale, l’Inghilterra era l’unico paese in cui l’interdipendenza col mercato mondiale era talmente stretta che una rivoluzione economica, la quale si fosse prodotta al suo interno, si sarebbe propagata immediatamente a tutto il mondo: essa rappresentava la leva economica per la rivoluzione mondiale. In altri termini, l’Inghilterra era la metropoli del capitale, perché in essa erano concentrate le basi materiali per la distruzione del capitalismo. Sennonché, prosegue Marx, le basi materiali per la rivoluzione in Inghilterra si trovano in Irlanda: quindi, non nella metropoli ma nella colonia.

Gli stessi concetti saranno ripresi nella lettera a Meyer e Vogt in questi termini:

L’Inghilterra, metropoli del capitale, la potenza che fino ad ora è stata padrona del mercato mondiale, è, per il momento, il paese più importante per la rivoluzione operaia e, più ancora, il solo paese in cui le condizioni materiali di questa rivoluzione hanno raggiunto un certo grado di maturità. Ecco perché forzare l’avvento della rivoluzione in Inghilterra è la principale ragione d’essere dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Il solo modo per accelerare l’avvento è quello di rendere l’Irlanda indipendente. Il compito dell’Internazionale è dunque di mettere ovunque al primo posto il conflitto tra l’Inghilterra e l’Irlanda e di parteggiare ovunque apertamente per l’Irlanda. E in particolare è compito del Consiglio Centrale di Londra di far prendere coscienza agli operai inglesi del fatto che per loro la emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione astratta di giustizia o di sentimenti umanitari ma la condizione fondamentale della propria emancipazione sociale.34

Infatti, la classe operaia inglese è impotente, poiché è legata agli interessi delle classi dirigenti da precisi interessi materiali, il primo dei quali è la dominazione dell’Irlanda, talché la classe operaia è «scissa in due campi nemici: i proletari inglesi e quelli irlandesi».35 L’aspetto politicamente rilevante è che l’operaio inglese «si sente, nei confronti di quello irlandese, membro di una nazione dominante».36 Questo sentimento, fondato però su basi materiali quanto mai solide, è il principale strumento di dominio, in Inghilterra ed in Irlanda, delle classi al potere, e costituisce, nonostante la forza della sua organizzazione, il segreto dell’impotenza della classe operaia in Inghilterra.37

Marx rileva, poi, come il razzismo si diffondesse fra gli operai inglesi in stretta correlazione con le diverse condizioni di vita: «essi si comportano circa come i ‘bianchi poveri’ del Sud degli Stati Uniti verso i negri».38 L’irlandese, dal canto suo, reagisce vedendo nell’operaio inglese lo strumento cieco ed il complice del dominio sull’Irlanda.39

La conclusione di Marx e dell’Internazionale è quella già più volte evocata: per aprire la via ad un’azione incisiva in Inghilterra è necessario che il proletariato inglese cessi di appoggiare il governo in Irlanda, ma per ottenere ciò è necessario che la rivoluzione espella gli inglesi dall’Irlanda: l’arma dell’emancipazione inglese non sta nelle mani del proletariato inglese, ma nella rivoluzione dei contadini irlandesi.

Marx rivolge, perciò, agli operai inglesi un ammonimento inequivocabile: «Qualsiasi nazione che ne opprime un’altra forgia le proprie catene»40 e rammenta come già una volta la repressione in Irlanda fosse costata la libertà all’Inghilterra sotto Cromwell: “non bis in idem”, avverte Marx.

Riassumendo la complessa ed articolata evoluzione del pensiero di Marx ed Engels sulla questione della ‘dipendenza’, si può definire la svolta osservando che, mentre nel 1847 essi ritenevano che la liberazione della Polonia dal dominio russo partisse dall’Inghilterra, nel 1870, al contrario, la liberazione della metropoli trovava la sua necessaria premessa nella rottura del vincolo di dipendenza da parte della periferia coloniale. Così, Marx ed Engels compresero che l’indipendenza dell’Irlanda, o almeno una larga autonomia di essa e quindi l’uscita dall’Unione, era il prerequisito della rivoluzione socialista in Inghilterra. In un’Irlanda indipendente, infatti, sarebbe presto scoppiata una rivoluzione sociale per la espropriazione dei ‘landlord’, rivoluzione che era diventata ormai una questione di vita o di morte per la grande massa dei contadini. L’espropriazione dei ‘landlord’ in Irlanda avrebbe portato un colpo mortale al ‘landlordismo’ anche in Inghilterra, indebolendo in tal modo un pilastro della controrivoluzione. La rivoluzione contadina avrebbe provocato un’ondata rivoluzionaria su tutta l’Inghilterra, scatenandovi la lotta di classe e facendo dell’indipendenza dell’Irlanda la leva archimedica della liberazione del proletariato inglese dalla soggezione alla borghesia inglese.

La ‘ricerca-azione’ aveva dato i suoi frutti, anche se le aporie della ‘dipendenza’ non avevano consentito una piena traduzione della svolta nella pratica politica e sociale. Marx ed Engels non si discosteranno più da questa posizione, che è la logica conseguenza della teoria secondo cui l’ineguale sviluppo della rivoluzione è il risultato dell’ineguale sviluppo del capitalismo.41

 

  1. La rivoluzione socialista in Russia, premessa della rivoluzione in Occidente

Marx non abbandonò più la tesi testé enunciata e, lungo tutti gli anni ’70, studiò i processi di proletarizzazione indotti dal rapporto tra metropoli e colonie, che si sviluppavano nell’Europa Orientale, in Russia, in Turchia e in India. Egli dedicò, in particolare, una specifica attenzione, analoga a quella che aveva riservato all’Irlanda, alle condizioni dell’accumulazione capitalistica in Russia. Le ragioni di questo interesse scientifico di Marx ed Engels nascevano, come sempre, da motivi politici, cioè dallo straordinario sviluppo, che ebbe il suo inizio proprio negli anni ’70, di un movimento rivoluzionario russo che presentava tratti e contenuti molto simili a quelli del movimento socialista in Europa. Ma che cosa era accaduto di così rilevante da trasformare la sacra Russia da riserva della controrivoluzione in avanguardia della rivoluzione socialista?

E invero, fin dagli anni ’60, Marx ed Engels non avevano tralasciato di seguire con crescente interesse il movimento sociale seguìto all’emancipazione dei servi della gleba (1861),42 mentre nel 1870 Marx affermerà che «dal suo libro [si tratta del libro di N. Flerovski, La situazione della classe lavoratrice in Russia, S. Pietroburgo 1869] risulta in maniera irrefutabile che le attuali condizioni russe non sono più sostenibili, che l’emancipazione dei servi della gleba, ‘of course’, non ha fatto che accelerare il processo di dissoluzione, e che sta per sopraggiungere una terribile rivoluzione sociale».43

Così, Marx, nelle sue lettere a Vera Zasulič e a Nikolaj Daniel’son, affronta il problema della rivoluzione russa, dando spicco al quadro mondiale in cui si situa l’accumulazione capitalistica in Russia. Le costruzioni ferroviarie, come era avvenuto anche in India, avevano impresso uno slancio decisivo alla trasformazione della proprietà borghese individuale in “società per azioni”, che stava investendo i paesi capitalistici metropolitani: «esse diedero – scrive a Daniel’son – un impulso mai prima sospettato alla concentrazione del capitale»,44 sviluppando in modo esponenziale il credito (ossia l’esportazione di capitali), che oggi, come pochi anni prima il commercio, costituisce la base dell’interdipendenza fra i vari segmenti della produzione capitalistica.

Un altro importante quesito, che nasce da questi impetuosi processi di trasformazione dei rapporti economici internazionali, si può così formulare: quali sono gli effetti della concentrazione del capitale e della nuova divisione internazionale del lavoro, prodotte dal dominio mondiale del capitale finanziario delle metropoli in un paese come la Russia?

A tale quesito Marx risponderà con due lettere: una alla redazione della rivista «Otečestvennye Zapiski», alla fine del ’77, e l’altra a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881. Nella prima lettera Marx rileva che i critici liberali russi del Capitale sentivano l’esigenza «di trasformare il (suo) schizzo storico della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli indipendentemente dalle circostanze storiche nelle quali essi sono posti, per giungere infine alla forma economica che garantisce, con il maggiore slancio del potere produttivo del lavoro sociale, lo sviluppo integrale dell’uomo». Contro questa generalizzazione della sua teoria, Marx si richiama al suo metodo dell’astrazione determinata: «Dunque, eventi di una analogia sorprendente, ma verificatisi in ambienti storici affatto diversi, condussero a risultati diversi. Studiando ognuna di queste evoluzioni separatamente e poi confrontandole in seguito si troverà facilmente la chiave di questi fenomeni, ma non ci si arriverà mai col passe-partout di una teoria storico-filosofica generale, la cui virtù suprema consiste nell’essere soprastorica».45 Del resto, egli stesso, come si è visto in precedenza, aveva creativamente applicato questo metodo quando aveva dimostrato che le ‘bronzee leggi’ dell’accumulazione davano risultati esattamente opposti a seconda che il paese in cui operavano fosse una metropoli o una colonia.

La lettera alla rivoluzionaria russa Vera Zasulič ebbe invece una gestazione laboriosa, essendo stata preceduta da ben quattro bozze, tre delle quali piuttosto estese rispetto alla versione definitiva; 46 sicché può essere opportuno riportare quest’ultima integralmente, omettendo soltanto le espressioni di cortesia.

Cara cittadina, […] Spero che qualche riga sia sufficiente a toglierLe ogni dubbio circa il malinteso riguardante la mia cosiddetta teoria. Analizzando la genesi della produzione capitalistica affermo: «Alla base del sistema capitalistico si trova quindi la separazione radicale del produttore dai mezzi di produzione… La base di tutta questa evoluzione è l’espropriazione dei coltivatori. Essa si è compiuta in modo radicale solo in Inghilterra… Ma tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale percorrono lo stesso movimento» ( Le Capital, ed. franc., p. 315).

La “fatalità storica” di questo movimento è quindi espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. Il motivo di questa limitazione è indicato nel seguente passaggio del XXXII capitolo:

«La proprietà privata, fondata sul lavoro personale…viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, fondata sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato» ( l.c., p. 345).

In questo movimento in Occidente si tratta dunque della trasformazione di una forma di proprietà privata in un’altra forma di proprietà privata. Per i contadini russi si tratterebbe invece di trasformare la loro proprietà comune in proprietà privata.

L’analisi esposta nel Capitale non fornisce ragioni né a favore né contro la vitalità della comune rurale, ma lo studio speciale che ne ho fatto, e per il quale ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il fulcro della rigenerazione sociale in Russia, ma affinché essa possa funzionare come tale occorrerebbe prima eliminare tutte le influenze deleterie che l’assalgono da ogni lato e poi assicurarle le condizioni normali per uno sviluppo naturale. 47

Così Marx, il quale argomentava nel ’77 che, «se la Russia continua a battere il sentiero sul quale dal 1861 ha camminato, perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerto a un popolo e subirà tutte le inevitabili peripezie del regime capitalistico», 48 nell’’81, dopo «un apposito studio», esprimerà la convinzione secondo cui « in Russia, grazie a una combinazione di circostanze uniche, la comune rurale, ancora presente in tutto il paese, può gradatamente spogliarsi dei suoi caratteri primitivi e svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva su scala nazionale».49

In altri termini, Marx si rende conto, con grande acume dialettico, che la crisi mondiale del sistema capitalistico nasce dallo sviluppo ineguale e combinato di tale sistema, e ne trae la necessaria conseguenza.

È appunto grazie alla contemporaneità della produzione capitalistica, che essa [la comune] può appropriarsene tutte le conquiste positive senza passare attraverso le sue peripezie terribili; 50 [inoltre] essa […] non soltanto è contemporanea della produzione capitalistica (nei paesi occidentali), ma è sopravvissuta all’epoca in cui il sistema sociale odierno si presentava ancora intatto, mentre lo trova oggi […] in una crisi che finirà soltanto con la sua eliminazione […]. 51

Solo lo sviluppo di una rivoluzione socialista che faccia assolvere alla Russia una funzione di avanguardia e sia, nel contempo, la premessa indispensabile della rivoluzione in Occidente (laddove Marx ed Engels, più che all’Inghilterra, guardano alla Germania), 52 può salvare la comune russa da «una cospirazione di potenti interessi»53 imbastita contro di essa dallo Stato zarista, dai mercanti, dai capitalisti e dagli usurai. La crisi dell’agricoltura russa, conclude Marx, non deriva affatto dalle sue “sopravvivenze” precapitalistiche. È lo sviluppo ineguale, operante anche all’interno di ogni paese capitalistico, che, sfruttando l’agricoltura, ne determina il sottosviluppo. Pertanto, afferma Marx, «non si tratta più di risolvere un problema, si tratta di abbattere un nemico […]. Se la rivoluzione sopraggiungerà al momento opportuno e se concentrerà tutte le sue forze per garantire il libero sviluppo della comune rurale, quest’ultima presto si svilupperà come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalistico».54

Quella che abbiamo definito la ricerca/azione di Marx ed Engels sulle condizioni di spazio e di tempo della rivoluzione socialista, tra Inghilterra, Irlanda e Russia, dimostra quindi non solo le capacità analitiche ed autocritiche di cui essi erano dotati, 55 ma anche la capacità di comprendere e di assecondare lo sviluppo del movimento rivoluzionario, senza mai staccarsi da esso. Essi, proprio in quanto profondamente materialisti e profondamente rivoluzionari, seppero individuare correttamente, senza farsi condizionare da una qualche ideologia operaista, il progressivo spostamento del baricentro del movimento rivoluzionario socialista dal centro verso la periferia del mondo capitalistico e indicarono a tale movimento le cause profonde – sviluppo ineguale e crisi del capitalismo - che determinavano quella evoluzione storica.


Note
1 Uso questo termine in senso estensivo, traendolo dal campo educativo e applicandolo al campo della ricostruzione storica, per descrivere le molteplici pratiche (teoriche, politiche, sociali ed organizzative) poste in atto da Marx ed Engels al fine di verificare la possibilità della rivoluzione socialista in Inghilterra e in Europa. La ricerca/azione, propriamente detta, nacque negli anni Quaranta del secolo scorso e trovò la sua prima formulazione nel lavoro dello psicologo tedesco Kurt Lewin, che coniò tale termine. Va da sé che, sia sul piano storico che su quello teorico, la ricerca/azione intrapresa da Marx ed Engels sulla questione irlandese e sulla questione russa permette di comprendere meglio molti problemi attuali.
2 K. Marx, Il Capitale, trad. di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1967, vol. I, pp. 671-776. Ma per una sinossi dell’intera problematica in oggetto converrà integrare la lettura del capitolo ventitreesimo con quella del ventiquattresimo, che reca il seguente titolo: “La cosiddetta accumulazione originaria”. Titolo, questo, quanto mai significativo, perché Marx, a differenza dell’economia volgare e dell’apologetica borghese, non solo concepisce l’accumulazione come un processo che si riproduce costantemente, ma anche (e soprattutto) perché gli effetti dell’accumulazione e dello sviluppo sono disomogenei e ineguali, a seconda che il paese preso in considerazione sia dominante o dominato. In questo senso, l’analisi marxiana dello sviluppo ineguale costituisce una parte essenziale del contributo che Marx ha dato alla critica dell’economia politica.
3 Le citazioni di Marx e di Engels dai Blue Books, i rapporti e le pubblicazioni degli uffici governativi inglesi, sono assai importanti e istruttive. Le fonti documentarie delle loro opere sono largamente alimentate da questo tipo di materiale, la cui utilizzazione rappresenta per i ricercatori storici e sociali un’importante lezione di metodo.
4 Capitale cit., p. 761: «La diminuzione iniziò nell’anno della fame 1846, cosicché l’Irlanda in meno di 20 anni perdette più di cinque sedicesimi della sua popolazione».
5 Riporto ancora, per il suo valore metodologico e concettuale, questo passo: «Dal 1851 al 1861 il numero dei fondi affittati da 15-30 acri è aumentato di 61.000, quello dei fondi affittati da più di 30 acri di 109.000, mentre il numero complessivo di tutte le affittanze è diminuito di 120.000, diminuzione dovuta dunque esclusivamente all’eliminazione delle affittanze al di sotto dei 15 acri, ossia alla centralizzazione delle affittanze» (Ibidem).
6 I dati sono ricavati dal materiale degli Agricultural Statistics, Ireland. General Abstracts, e degli Agricultural Statistics, Ireland. Tables Showing the estimaded Average Produce ecc., Dublino anni 1860 e ss. Si tratta di statistiche ufficiali che venivano sottoposte al parlamento ogni anno.
7 Ibidem, p. 766.
8 Ibidem, p. 766-767.
9 Un’antologia dei giudizi formulati da Marx sulla teoria malthusiana, oggi particolarmente in auge nei paesi imperialisti, è offerta nel volume Malthus , curato da Cosimo Perrotta, Editori Riuniti, Roma 1979. Un esempio particolarmente sferzante di tali giudizi è quello fornito dal seguente passo di Marx: «Ciò che caratterizza Malthus è la fondamentale volgarità dei sentimenti, volgarità che può permettersi soltanto un prete che riconosce nella miseria umana la punizione del peccato originale che in generale ha bisogno di “questa valle di lacrime”, ma che nello stesso tempo, per riguardo alle prebende di cui gode e con l’aiuto del dogma della predestinazione, trova assolutamente vantaggioso “addolcire” alle classi dominanti il soggiorno in questa valle di lacrime».
10 Nella nota 186a posta in fondo alla pagina da cui sto citando, Marx richiama uno studio importante della letteratura scientifica di quel periodo storico, in cui viene confutata la tesi malthusiana: «Siccome l’Irlanda è considerata la terra promessa del “principio di popolazione”, Th. Sadler fece uscire, prima della pubblicazione della sua opera sulla popolazione, il suo celebre libro, Ireland, its Evils and their Remedies, 2. Ed., Londra, 1829, in cui, paragonando le statistiche delle singole province, e per ogni provincia quelle delle singole contee, dimostra che la miseria vi regna non, come pretende il Malthus, in proporzione del numero della popolazione, ma in proporzione inversa di questa ultima».
11 Il Capitale cit., p. 767.
12 Nelle discussioni che si svolgono tra i teorici della “dipendenza” e i teorici dell’“imperialismo” spesso i due termini – ‘dipendenza’ e ‘imperialismo’ – vengono separati e contrapposti. La questione, però, consiste non nello stabilire chi dipenda da chi, ma nella  relazione  stessa di “dipendenza”, la quale, ‘ut talis’, implica l’“imperialismo”. Così, se alcuni paesi dipendono da un “centro”, ciò avviene perché questo “centro” è imperialista e rende quei paesi “dipendenti” da esso. Nelle teorie della dipendenza, e nei movimenti politici radicali che da esse derivano, la questione dei paesi del Terzo Mondo è vista nel fatto immediato della dipendenza dal “centro”, senza risalire alle origi­ni e alle cause di tale dipendenza. Pertanto, la battaglia si sposta sul terreno del­la ricerca di uno sviluppo “indipendente”, “autonomo”, “autocentrato”, e il nemi­co diventa genericamente l’‘imperialismo’. I soggetti antagonisti, dal canto loro, vengono rappresentati altrettanto genericamente come i ‘popoli’ che combattono contro l’‘imperialismo’ lotte di liberazione nazio­nale.
13 Ibidem, p. 768.
14 Ibidem, p. 772.
15 Dopo che nel 1848 un tentativo d’insurrezione era fallito, «l’irlandese eliminato dalle pecore e dai buoi e risorto al di là dell’Oceano, come feniano» esprime la sua esasperazione attraverso la prima organizzazione politica che emerge dalla catastrofe: i Feniani, dal nome del mitico guerriero irlandese Finn (o Fionn), ma più precisamente l’“Irish Republican Brotherhood” (Fratellanza repubblicana irlandese), che aveva un suo braccio armato e che si prefiggeva di lottare contro l’oppressione politica e religiosa esercitata dall’Inghilterra in Irlanda. La Fratellanza, fondata intorno al 1857 negli Stati Uniti da emigrati irlandesi, derivava dal “Phoenix Club”, un’associazione segreta creata da alcuni gruppi rivoluzionari dispersi dopo la fallita insurrezione del 1848. Dagli Stati Uniti tornò ad essere operante anche in Irlanda tra gli anni ’60 e ’80 del XIX secolo: la sua finalità era l’emancipazione integrale, che rimetteva in discussione quella parziale dei cattolici ottenuta nel 1829. Si trattava di un’associazione segreta che si proponeva come obiettivo immediato l’insurrezione armata e, a questo scopo, organizzava attentati e rivolte. Particolarmente intensa fu la sua attività nella seconda metà degli anni sessanta. Nel 1865 promosse una ribellione che fu soffocata dal governo inglese.
16 “Aspro destino incalza i romani / E il delitto del fratricidio” (Orazio).
17 Fondamentale è il volume Sull’Irlanda, raccolta completa degli scritti di Marx ed Engels sulla questione irlandese, dai cui testi sono tratti i riferimenti indispensabili al prosieguo della presente indagine.
18 K. Marx - F. Engels, Sull’Irlanda, Napoleone, Roma 1973, pp. 145-163.
19 Ibidem, p. 148. In una lettera scritta a Jenny Longuet (in origine Jenny Marx) il 24 febbraio 1881, Engels svolgerà due osservazioni quanto mai incisive, che meritano di essere qui riportate: «L’Irlanda è la Vandea dell’Inghilterra. L’Irlanda era cattolica, L’Inghilterra protestante, repubblicana; perciò l’Irlanda è la Vandea inglese. C’è comunque questa piccola differenza: che la rivoluzione francese intendeva dare la terra al popolo, mentre il Commonwealth inglese intendeva, in Irlanda, prendere la terra dal popolo. […] Gli inglesi» dice Prendergast [Engels cita qui un passo del libro di James Prendergast, Cromwellian Settlement of Ireland, 1865] «sembra che abbiano pensato che Dio abbia commesso un errore nel dare un paese così bello agli irlandesi, e per quasi 700 anni hanno cercato di porvi rimedio». È appena il caso di sottolineare che Jenny Marx, come si è ricordato più sopra, dette un contributo importante alla campagna di solidarietà con la lotta del popolo irlandese; dal canto suo, Engels stabilì un legame profondo con Mary Burns, una combattiva proletaria irlandese che egli aveva conosciuto partecipando alle iniziative politiche promosse dal movimento cartista. Per quanto concerne gli errori di Dio, sarebbe interessante trasporre, su un arco di tempo ovviamente molto più lungo, la considerazione citata da Engels circa il rapporto tra irlandesi e inglesi al rapporto tra italiani e dominatori stranieri del Bel Paese…
20 Ibid., p. 149.
21 Ibid., pp. 152-153.
22 Ibid., p. 154.
23 Tutta l’opera di Marx è volta a smascherare la falsa “naturalità” e “fatalità” dei processi economici e sociali propri del capitalismo. Già nel suo Discorso sul libero scambio (1848), meritamente famoso per la demistificazione antifeticistica dell’idea di libertà («Signori, non fatevi sedurre dall’idea astratta di libertà. Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo rispetto ad un altro. È la libertà per il capitale di schiacciare il lavoratore» ), Marx denunciava la spoliazione delle Antille: «Ci dicono che il libero scambio farebbe nascere una divisione internazionale del lavoro che compartimenterebbe la produzione secondo i vantaggi naturali di ogni Paese. Credete forse che la produzione del caffè e dello zucchero sia il destino naturale delle Indie Occidentali? Ebbene, due secoli fa la natura, ignara di faccende commerciali, non ci aveva messo né piante di caffè, né canna da zucchero». Un anno prima, nel saggio anti-proudhoniano Miseria della filosofia Marx aveva demistificato anche la “seconda natura” creata dal capitalismo, domandandosi come mai « milioni di operai abbiano dovuto morire nelle Indie Orientali, per procurare al milione e mezzo di operai, occupati in Inghilterra nella medesima industria, tre anni di prosperità su dieci».
24 Ibid., p. 155.
25 È sempre utile, per fugare tutta una serie di equivoci, sottolineare che l’imperialismo è il capitale monopolistico che va oltre i suoi precedenti confini (così l’imperialismo riguarda l’Italia quanto Singapore, nella misura in cui vi è un capitale monopolistico che opera oltre le frontiere). Parimenti, è altrettanto opportuno ribadire che l’imperialismo, in quanto formazione economico-sociale ove le classi dominanti, esattamente come accadeva negli antichi imperi, si appropriano con lo sfruttamento e il saccheggio la ricchezza delle popolazioni assoggettate, non è, ‘ut talis’, oggetto di alcun giudizio morale. L’imperialismo moderno, infatti, è semplicemente il modo di operare del ca­pitale monopolistico con l’investimento estero, il commercio e la finanza inter­nazionale. Quanto maggiore è il volume degli affari oltre frontiera, tanto mag­giore è la necessità dell’azione politica per mantenere l’ordine stabilito; e l’a­zione politica può richiedere il sostegno dell’intervento militare, ivi compresa l’invasione del territorio di un paese ‘dipendente’ per restaurarvi il potere politico subordinato alla metropoli imperialista, qualora esso venga posto in crisi (o rovesciarne il potere politico, qualora questo non sia ritenuto sufficientemente affidabile rispetto agli interessi della metropoli imperialista).
26 Ibid., p. 162.
27 Il Capitale cit., p. 776.
28 Con il termine di socialimperialismo viene qui designata non tanto una posizione politica quanto una struttura sociale quale quella che si è andata formando, negli ultimi centocinquant’anni, in tutti i paesi imperialisti.
29 «La classe operaia inglese era stata progressivamente e sempre più profondamente demoralizzata dal periodo di corruzione che iniziò nel 1848 e infine era giunta tanto oltre da non rappresentare più altro che la coda del grande Partito liberale, cioè dei propri oppressori, i capitalisti». Così si esprime Marx in una lettera indirizzata a Liebknecht dell’11 febbraio 1878, in Marx-Engels, Lettere 1874-1879, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2006, p. 251.
30 Essendo consapevole dei molteplici condizionamenti politico-ideologici posti in essere dalla borghesia nei confronti della classe operaia, Marx non ha mai idealizzato tale classe e in una lettera ad Engels si esprime in termini tali da prefigurare la teoria leniniana delle aristocrazie operaie: «Purtroppo sembra essere una legge del movimento proletario che ovunque parte dei capi operai inevitabilmente si guasti, benché questo fatto non si verifichi da nessuna parte con quella generalità con cui lo ha sviluppato Lassalle in Germania» (lettera del 12 febbraio 1870, in Marx-Engels, Opere complete, vol. XLIII, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 479).
31 K. Marx – F. Engels, Op. cit., pp. 194-197.
32 Ibidem, pp. 356-360 (ma vedi anche, nella Rete, al seguente indirizzo: http://www.bibliotecamarxista.org/marx/Lettera%20%20a%20%20Meyer%20e%20Vogt.htm.
33 K. Marx-F. Engels, Op. cit., pp. 195-197.
34 Ibid., p. 359.
35 Ibid., p. 358.
36 Ibidem.
37La questione nazionale non poteva e non può essere impunemente cancellata. I contrasti nazionali turbano, oggi più che mai, i rapporti tra i proletari dei diversi paesi e l’unico modo di superarli è l’azione cosciente del proletariato metropolitano per combattere lo sfruttamento delle nazioni più deboli della periferia. Solo così i lavoratori provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina vedranno nel lavoratore metropolitano un alleato e non un nemico.
38 Ibidem.
39 Le multinazionali, avvalendosi della complicità di governi asserviti, continuano a espropriare gli africani costringendoli ad emigrare in Europa. Da questo punto di vista, è evidente che la presenza di truppe francesi e italiane in Africa non serve a bloccare il flusso migratorio, ma a proteggere gli interessi delle multinazionali. La prima azione da compiere è quindi lottare per il ritiro delle truppe europee o americane (ora anche cinesi) dall’Africa e per la cessazione di quelle che gli specialisti della mistificazione definiscono come operazioni di pace. Liberate dai governi-fantoccio, che l’imperialismo euro-americano impone ‘manu militari’, le popolazioni locali potrebbero acquisire un certo grado di autonomia, aprendo la strada ad un’organizzazione sindacale e politica dei lavoratori che ponga fine all’enorme tributo di sangue che ogni lotta, anche solo sindacale, comporta nei paesi della periferia, dove l’uccisione di sindacalisti o di esponenti di minoranze etniche è prassi corrente.
40 Comunicazione confidenziale cit., p. 197.
41 Oggi accade che non solo con le guerre, ma anche con l’acquisto, da parte delle multinazionali americane, europee e cinesi, di ampie estensioni di terra, la popolazione africana che vi risiedeva venga cacciata e convogliata verso l’Europa, dove crea le condizioni per un peggioramento delle condizioni di vita del proletariato e scatena reazioni razziste, come quelle a cui ci è dato di assistere nel periodo attuale. D’altra parte, è del tutto inutile fantasticare su cospirazioni segrete dell’alta borghesia tendenti a sostituire la popolazione europea con quella africana. È lo stesso sviluppo del capitalismo, nell’Ottocento così come oggi, che determina le migrazioni e le rende inarrestabili, e le condizioni in cui tutto ciò si svolge non sono migliori rispetto al periodo storico in cui partivano dal porto di Liverpool verso le Americhe le navi cariche di schiavi, molti dei quali, esattamente come avviene oggi, non arrivavano vivi.
42 «Secondo me, il fatto più grosso che sta accadendo ora nel mondo è, da una parte, il movimento degli schiavi d’America, apertosi con la morte di Brown, dall’altra, il movimento degli schiavi in Russia…Così il movimento “sociale” è cominciato nell’occidente e nell’oriente» (lettera di Marx ad Engels dell’11 gennaio 1860 in Iidem, op. cit., vol. XLI, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 6).
43 Lettera di Marx ad Engels del 12 febbraio 1870, in Iidem, op. cit., vol. XLIII, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 479.
44 Lettera di Marx a Nikolaj Daniel’son del 19 febbraio 1881, in Marx-Engels, Lettere 1880-1883, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2008, pp. 49-52. Daniel’son, teorico del movimento ‘narodniki’, fu il primo traduttore del Capitale in una lingua straniera, nella fattispecie il russo (1872). Questa circostanza, tutt’altro che casuale, rappresenta un punto di intersezione straordinariamente significativo in cui si incontrano la nascita e lo sviluppo del capitalismo in Russia, il movimento rivoluzionario russo nella sua organica connessione con il movimento socialista europeo e la diffusione del marxismo su scala europea e mondiale. Nella stessa lettera Marx svolge alcune osservazioni di notevole rilievo sia sulla situazione dell’India sia sul comportamento ideologico-istituzionale della classe dirigente britannica, che meritano di essere riportate: «In India, serie complicazioni, se non addirittura una sollevazione generale, attendono il governo britannico. Ciò che gli inglesi prelevano annualmente sotto forma di rendite, di dividendi per ferrovie […], ciò che prelevano senza alcuna contropartita direttamente ogni anno all’interno dell’India (considerando solo il valore delle merci che gli indiani devono inviare gratuitamente ogni anno in Inghilterra), ciò supera l’ammontare dei redditi complessivi dei 60 milioni di lavoratori agricoli e industriali indiani. È un salasso che chiede vendetta! […] È in atto una vera e propria cospirazione alla quale partecipano indù e musulmani; il governo britannico sa che qualcosa “bolle in pentola”, ma queste teste vuote (mi riferisco a quelli del governo), istupidite dal loro modo parlamentare di parlare e di pensare, si rifiutano di vederci chiaro e di prendere atto dell’entità del pericolo incombente! Ingannare gli altri e, ingannando gli altri, ingannare se stessi: questo è il nocciolo della sapienza parlamentare. “Tant mieux”!».
45 Marx Engels Lenin Sulle società precapitalistiche , Feltrinelli, Milano 1970, pp. 286-287.  
46 Marx-Engels, Lettere 1880-1883 cit., pp. 381-400.
47 Ibidem, pp. 57-58.
48 Marx Engels Lenin, Sulle società precapitalistiche cit., p. 285.
49 Ibidem, p. 256.
50 Nella terza bozza Marx scrive: «Essa [la comune rurale] occupa una situazione unica e senza precedenti nella storia. In Europa è rimasta unica forma organica ancora vivente, predominante la vita rurale di un immenso impero. La proprietà comune del suolo le offre la base naturale dell’appropriazione collettiva, mentre il suo ambiente storico, la contemporaneità della produzione capitalistica, mette a sua disposizione le condizioni materiali per il lavoro cooperativo organizzato su vasta scala. Essa si trova dunque in grado di incorporare tutte le acquisizioni positive elaborate dal sistema capitalistico senza passare sotto le sue forche caudine» (Ibid., p. 276).
51 Ibid., p. 257.
52 Nella Prefazione alla seconda edizione russa del Manifesto (1882), stesa materialmente con tutta probabilità dal solo Engels, ma sicuramente ispirata e firmata anche da Marx, gli autori esordiscono sottolineando la differenza tra gli anni ’60, quando apparve il Manifesto tradotto in lingua russa, e l’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento, periodo nel quale essi scrivono: «La prima edizione russa del “Manifesto del partito comunista”, tradotto da Bakunin, uscì dopo il 1860 dalla tipografia del “Kolokol”. In quell’epoca un’edizione russa del “Manifesto” aveva per l’Occidente tutt’al più l’importanza di una curiosità letteraria. Oggi non più». È importante richiamare la chiusa dello scritto, poiché contiene la confutazione prepostera di quegli autori che, in chiave più o meno populistica, hanno addotto interpretazioni tendenti ad obliterare il legame inscindibile posto da Marx ed Engels tra la rivoluzione russa e la rivoluzione europea (in particolare, tedesca): «Il compito del “Manifesto del partito comunista” fu la proclamazione dell’inevitabile e imminente crollo dell’odierna proprietà borghese. Ma in Russia accanto all’ordinamento capitalistico, che febbrilmente si va sviluppando, e accanto alla proprietà fondiaria borghese, che si sta formando solo ora, noi troviamo oltre la metà del suolo in proprietà comune dei contadini. Si affaccia quindi il problema: la comunità rurale russa, questa forma in gran parte già dissolta, è vero, della originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera, o dovrà attraversare prima lo stesso processo di dissoluzione che costituisce lo sviluppo storico dell’Occidente? La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in Occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire come punto di partenza per una evoluzione comunista» (cfr. Karl Marx, Russia, Editori Riuniti, Roma 1993, pp. 96-97).
53 Marx Engels Lenin, Sulle società precapitalistiche cit., p. 264.
54 Marx-Engels, Lettere 1880-188 cit., p. 391.
55 Per avere un saggio di tali capacità basti pensare che Marx, nello schema tracciato per una conferenza, condensò in poche pagine la storia della dominazione inglese in Irlanda partendo dal 1172 e cogliendone lo sviluppo dialettico, senza mai perdere il filo nel passaggio dall’epoca feudale a quella borghese. La retorica sulla rivoluzione borghese ne uscì malconcia: la repubblica di Cromwell devastò l’Irlanda, spopolò intere contee, deportò gli irlandesi e li vendette come schiavi nella Americhe: «Impegnandosi nella conquista dell’Irlanda, Cromwell gettò la repubblica dalla finestra» (cfr. il volume citato nella nota 18 alle pp. 145-163). Infatti, per sottomettere l’Irlanda, fu necessario l’appoggio di finanzieri, militari e avventurieri, i quali finirono col restaurare la monarchia. Sempre sulla Storia dell’Irlanda si veda anche, nello stesso volume, la corposa bozza redatta da Engels (pp. 209-261).
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