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sinistra

Tra il dire e i fare non c'è di mezzo il mare

di Raffaele Tuzio

ChatGPT Image 2 mar 2026 09 39 25.jpgPrendo spunto dall’articolo sul Rovescio “Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano” dell’”Assemblea contro la guerra” perché tocca alcuni elementi della discussione sull’aggressione all’Iran da un punto di vista “più schierato” sull’importanza della resistenza (anche statale) all’imperialismo e sul nesso di quest’ultima con la necessità/possibilità che si creino le condizioni per la ripresa di un resistenza generale e di classe internazionale al sistema di sfruttamento capitalistico.

Intendo più schierato, come mi suggerisce il titolo, dal punto di vista dell’orbo nel paese dei ciechi antagonisti che invece semplicemente la demonizzano (la resistenza iraniana) pur declamando la propria opposizione alle nefandezze del tecno-imperialismo, rimandando semplicemente “il dire e il fare” a una vera opposizione di classe tout-court. Il classico né con gli uni né con gli altri. Poi c’è anche di peggio in giro. Va dato atto a loro e altri compagni che si mobilitano contro l’aggressione all’Iran e al Libano di operare in un ambiente ostile e refrattario e di cercare di promuovere controcorrente uno schieramento contro il nostro imperialismo. Pertanto le osservazioni che seguono, pur partendo dal loro documento, valgono come riflessioni su interrogativi e problemi che si parano di fronte a tutti coloro che generosamente stanno in questi giorni contrastando quest’infame aggressione.

Evidenziando un tema di discussione mi chiedo e chiedo se si possa scindere il dire e il fare, ovvero come suggerisce l’articolo: “… non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere…”. In altre parole se sia possibile scindere la battaglia per il sostegno alla resistenza (quella che i compagni giustamente vedono come un tutt’uno con quella palestinese etc.), i suoi esiti, le sue “Stalingrado” (il che implica il “dire”, l’espressione pubblica di un sostegno, che è un atto politico concreto) dal nostro “fare” qui. “Solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.”

Purtroppo, o per fortuna (dato che la loro resistenza rimanda qui la domanda su come noi, dormienti, ci rapportiamo a essa e alla lotta antimperialista) il cosa faranno e fanno loro è strettamente intrecciato con quello che accade qui e facciamo noi. Né, a mio parere, in nome del nostro desiderio di risolvere il gap tra una resistenza statale e di massa finalizzata al non farsi depredare dall’imperialismo e una opposizione di classe internazionale al sistema capitalistico, il busillis si può risolvere attraverso una separazione dei compiti: “a ognuno quello di combattere il capitalismo in casa propria”. Prima ancora che per definizioni strategiche “per i fatti che accadono concretamente”:

  1. Perché i palestinesi, gli iraniani, e tutte le masse schiacciate dall’ordine imperialista mondiale, quando si ribellano a questo ordine lo fanno già contro il capitalismo “in casa nostra” (ovvero l’imperialismo). Né tanto meno, nei fatti prima ancora che nelle interpretazioni, è indifferente che lo facciano oppure no. Quindi ce ne frega altamente se lo contrastano e in questo senso sono pure fatti nostri appoggiarli incondizionatamente (“il dire”) nella resistenza all’imperialismo. Nel far questo “ingeriscono” sacrosantamente nella nostra sfera e noi ce ne curiamo. Mi pare evidente, ed i compagni dell’ Assemblea ne converranno, che chiederci cosa faranno e fanno loro, se siano “poveri o ricchi”, “fedeli o infedeli” al disciplinamento imperialista non è affatto un aspetto secondario o separabile dalla lotta contro il capitalismo “in casa nostra”.
  1. Combattere il capitalismo in casa propria secondo la logica che i compagni esprimono con la frase seguente è sicuramente suggestivo ed ha elementi di verità, ma forse necessita di un approfondimento: Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà”. Innanzitutto perché solo per la Palestina visto che gli stessi compagni dell’Assemblea delineano un nesso inscindibile tra la rivolta del popolo palestinese e quella dell’intera area contro il nuovo ordine mondiale in Asia occidentale e non solo? Un movimento “contundente” contro l’aggressione all’Iran non potrebbe fare un tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale incluso quello della resistenza palestinese? E perché? Se non si parte sempre dalla logica della “nostra”(occidentale) battaglia che immagina il movimento reale contro l’imperialismo secondo i nostri desiderata conformi alla nostra idea della lotta “in casa nostra”. Chiedete ai palestinesi, appunto, e a tutte “le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan” cosa pensano del protagonismo della Repubblica Islamica e dell’”Asse della resistenza” e se lo considerino o no un tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo. Certo se vi fosse una mobilitazione occidentale estesa e determinata contro le aggressioni imperialiste il terreno per una lotta generale sarebbe diverso. Ma perché non c’è? Per il “soft power” dei media occidentali? O invece perché è più indigeribile una resistenza militare supportata dalle aspirazioni di milioni di sfruttati dell’area che rischia di scuotere più a fondo la “stabilità mondiale”, i prezzi alla pompa, ed il corollario dei nostri liberali principi di “progresso democratico ed emancipazione” che è il vero substrato su cui opera il soft power. Cosa ben diversa dal “sostenere” un popolo “inerme” sottoposto a genocidio ed a cui si riconosce a fatica lo stesso diritto a difendersi. Dovremmo quindi chiederci se le resistenze a schierarsi a favore della resistenza in Iran siano prodotte da una indotta e “falsa” alternativa “o con l’occidente o con gli Ayatollah” o se invece si percepisca quanto l’ appoggio all’Iran possa minare il “tranquillo” ed “ordinario” sopravvivere del nostro sistema di forniture di greggio, delle “regole” giuste internazionali e relativi privilegi. E di converso quanto sia oggettivamente dirimente, anche per le possibilità che si apra realmente una spaccatura “degli sfruttati e degli uomini di buona volontà” occidentali contro il “nemico in casa propria”, il prendersi in carico il sostegno a questa resistenza e non solo “auspicarne” la vittoria e sostenerla indirettamente. Un passo avanti necessario perché l’opposizione di massa che si è espressa contro il genocidio palestinese diventi effettivamente lotta contro il proprio imperialismo.
  1. E se questo è vero, quando mai la più ammirevole delle intenzioni di lotta contro il nostro imperialismo potrebbe prescindere dal sostenere “direttamente” la resistenza della Repubblica Islamica e dell’“asse della resistenza” e la battaglia che essa richiama in Asia occidentale così come realmente si svolge. In realtà quello che sta accadendo è che questa resistenza in casa loro sta rimandando qui la contraddizione e non il contrario. Prendiamone atto nei nostri “compiti” di denuncia, schieramento, boicottaggio del nostro imperialismo. “Il nemico è in casa nostra”, ma opera in “casa loro”. La casa brucia ed è in comune. La scissione che intendiamo favorire qui contro l’imperialismo nostrano non è un atto separato e separabile dall’appoggio esplicito alla lotta antimperialista in corso in Asia occidentale. Non potrà mai esistere un movimento anticapitalista occidentale se non è in grado di raccogliere i sommovimenti delle masse e dei paesi sfruttati senza precondizioni e pregiudizi sulla nostra superiorità (fosse pure quella di integri anticapitalisti). Tantomeno potrà arrogarsi il presunto compito di “guidarli” ed “aiutarli” su una “giusta” via rivoluzionaria.

I compagni dell’”Assemblea contro la guerra” in realtà si pongono il problema di separarsi dai luoghi comuni più beceri secondo i quali l’imperialismo occidentale e le sue azioni siano equivalenti all’operato del capitalismo iraniano:

protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio“…non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale!”. “…se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente o a una qualche giunta al servizio del FMI come quella installata a Kiev."

In questo si distinguono da chi, per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi del loro governo in tempi di “pace” ha già supportato sotto le ambasciate iraniane le rivolte dello scorso inverno proprio mentre arrivavano le portaerei e non vede l’ora che finisca l’aggressione militare per ricominciare a sostenere il “suprematismo occidentale” ordinario, “pacifico”(si fa per dire) e “colorato” scambiandolo per sostegno alla lotta degli sfruttati iraniani. E’ sicuramente decisivo non farsi arruolare nella guerra imperialista ma quest’ultima è la prosecuzione di rapporti di sfruttamento e di dominio che agiscono in maniera permanente e con strumenti diversi. L’operato imperialista si sta volgendo verso l’aggressione violenta e militare proprio per l’indisponibilità di chi lo subisce a sopportare il dominio “per vie diverse”. Il disfattismo, quindi non è opzione valida solo “in caso di guerra”. Il nostro “non farsi arruolare nelle fila dei nostri padroni” dovrebbe essere necessario e permanente. Questo ci riporta a un altro lato della medesima questione.

Le rivoluzioni colorate esistono, al contrario di quanto pensano i compagni dell’Assemblea, e agiscono, ovviamente, sempre sfruttando contraddizioni reali (nel caso dell’Iran molto più che amplificate da un embargo decennale e dallo strozzamento imperialista). Non sfuggirà nemmeno che le libertà dall’ordinamento teocratico rivendicate dal liberale occidente intendono dichiaratamente fare piazza pulita delle libertà reali, in primis delle donne, di accedere ai benefici di emancipazione sociale che si sono garantite. Non è un caso che insistano sull’oppressione del velo e rivendichino la libertà dei tempi di Pahlavi dove le arretrate donne velate venivano massacrate e l’accesso all’istruzione e all’inclusione sociale era riservato a una ristretta casta di borghesia compradora. Anche le rivendicazioni sociali degli sfruttati contro i privilegi e il capitalismo incentrato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere (con una diversificazione resa ardua dall’embargo delle tecnologie) hanno avuto sempre eco nell’apparato statale in una forma di compromesso o dialettica socialdemocratica (al contrario di quanto accade nella declinante democrazia occidentale), e un riflesso politico nella battaglia politica e alternanza tra “conservatori” e “riformisti”. Laddove le qualifiche di conservatore e riformista non corrispondono ai nostri pregiudizi di “arretrato” e “progressista”, “repressore” e “democratico” quanto piuttosto su quanto si possa o no concedere all’apertura ulteriore del “libero mercato” e allo smantellamento di quanto rimane delle conquiste sociali ottenute con la Rivoluzione del ’79, compresa la gestione in proprio delle risorse petrolifere. Questo tanto per essere onesti e un minimo sensati sulla natura del capitalismo iraniano del suo sistema sociale e politico, che qui in occidente si dipinge come puro terrore della casta “feudale”(?!) dei mullah e dei pasdaran. Le stesse manifestazioni pre intervento militare sponsorizzati dal Mossad e dalla Cia (e per sponsorizzati si intende non solo idealmente sostenuti con la propaganda ma con un dichiarata azione militare ed economica con tanto di provocazioni in puro stile Maidan , con massacri in piazza non solo degli “odiati” pasdaran ma dei manifestanti stessi) si sono innestate sulle proteste dei commercianti del suk che invocavano provvedimenti del Governo per i prezzi elevati (soprattutto delle attrezzature tecnologiche) derivanti dalla svalutazione improvvisa del rial, artatamente provocata dalla finanza occidentale. Ciò detto solo per sottolineare alcune cose:

  1. La lotta di classe in Iran, come in tutti i paesi sottoposti all’aggressione imperialista (in “pace” e in guerra) si interseca inevitabilmente con l’oppressione imperialista, al suo operato, ai suoi tentativi di utilizzare ciò che esso stesso provoca a fini destabilizzanti.
  2. E’ del tutto falso ed artificioso pensare che il conflitto sociale , che esiste, sia confinabile ad un ideale scontro tra oppressi e capitalisti locali a prescindere dal resto. Quando esso si esprime oltre a contrastare i privilegi sociali si confronta con il problema di aprire o no la porta alle pressioni imperialiste. Di questo gli sfruttati sono ben consapevoli e la loro adesione alla resistenza dello Stato non è pura sottomissione o paura della repressione, né rinuncia alla lotta, ma comprensione di cosa significherebbe aprire tale porta. Almeno fino a quando regge la resistenza.
  3. Sicuramente esiste una parte della popolazione (e della classe dirigente) che propenderebbe per la dismissione di ogni forma di resistenza (economica, politica e militare) pur di ottenere la fine dell’embargo e beneficiare di nuove opportunità d’affari, di consumo, e “libertà” identitarie, anche a scapito di un impoverimento complessivo del Paese e la sua riduzione a colonia. Ma mi pare anche evidente che questa aspirazione conduca la popolazione iraniana al disastro.
  4. La lotta per i diritti, per i miglioramenti economici è anche quindi necessariamente politica. Gli iraniani che scendono in piazza sotto le bombe per “sostenere il regime”, compresi probabilmente i commercianti del suk, lo fanno perché riconoscono ancora un nesso tra le istituzioni statali e la difesa delle proprie condizioni di vita e della propria dignità (che non è una categoria morale ma una condizione di resistenza e coesione sociale).

In sintesi il “disvelamento” del contenuto capitalistico del proprio “regime” passa attraverso le modalità e la determinazione con cui si conduce la battaglia anti-imperialista, su quanto sia o no coerente nel respingere le tentazioni del proprio capitalismo di adeguarsi ai bisogni degli affari ed ai compromessi ad esso connessi. E soprattutto sul rimanere ancora legati alla difesa dell’intera area, in primis alla lotta dei palestinesi. Non è un caso che uno dei contenuti sbandierati nelle “rivolte” recenti era quello di porre fine al sostegno ad Hamas, Hezbollah ed Houti per garantire lo sviluppo interno ed i bisogni degli iraniani. Un chiaro esempio di dove conduce questo tipo di lotta economica e per le “libertà”.

In conclusione. Condivido l’auspicio dei compagni dell’Assemblea contro la guerra: non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale!

Così come la necessità di boicottare l’aggressione imperialista in casa nostra. Ma occorrerebbe in pari tempo prendere atto che non esiste una scorciatoia “rivoluzionaria” che possa garantire la separazione del grano dall’oglio (lo Stato iraniano e la sua popolazione) senza prendersi in carico completamente la resistenza in corso, compresa quella di “dire” che la sosteniamo. Così come non è possibile scindere le masse occidentali dal proprio imperialismo senza che queste solidarizzino con quelle iraniane per quanto si possa “fare” per boicottare il nostro imperialismo. Tra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare.

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Michele Castaldo
Wednesday, 15 April 2026 21:43
Parlo a Raffaele (Lello) come parlare a tanti altri compagni e militanti di una generazione che si prepara a consegnare definitivamente le sue "memorie" alla "storia" (o storiella).
Noi tutti, dunque nessuno si scansi fra le tante frattaglie di gruppi, gruppetti, sindacatini, partitini e cosi via, siamo legati a un EQUIVOCO TEORICO, POLITICO e STORICO mai sciolto e avvolgiamo continuamente la corda intorno SENZA SCIOGLIERLO, perché non abbiamo la forza e la capacità di affrontarlo.
L'equivoco consiste nel non comprendere che LE CLASSI SOCIALI DI UN MOTO-MODO DI PRODUZIONE, come quello CAPITALISTICO SONO TUTTE COMPLEMENTARI.
Il pensare che una classe in una nazione possa separarsi dalle altre e da quella al "potere" E' FANTASIA IDEALE (dunque ideologica) allo stato puro. Che l'abbia detto, scritto o teorizzato Marx non cambia di una virgola che si tratti di una fesseria, anche se l'avesse detta il padreterno, a proposito del quale ne ha raccontato proprio tante.
Dunque facciamo due esempi, uno passato, per l'Italia, e uno al presente tanto per l'italia quanto per l'ran.
In Italia la famosa "resistenza" si sviluppò solo a seguito della sconfitta ad opera degli anglo americani. Non si sviluppò prima. E la classe operaia non si erse MAI contro il fascismo prima della sconfitta ad opera yankee.
Successivamente il suo partito, il Pci, fu inondato di dollari dagli Usa e da rubli dalla "madre" patria politica Urss.
Dalla fine della guerra ci furono si lotte, ma non operaie, ma contadine per la terra, e la vera, prima lotta operaia si sviluppò nel luglio 1962 a Torino, per un accordo capestro, ad opera della Uilm che discriminava la parte più giovane della classe operaia proveniente dal sud alla Fiat.
Sui "favolosi anni '60, '70 e '80, a meno di non volerci raccontare balle, ci fu un risveglio democratico dove la classe operaia chiedeva - a giusta ragione - una maggiore quota parte per il suo contributo dato alla ricostruzione e alla ripresa economica, all'accumulazione, allo sviluppo e cosi via.
Quelle mobilitazioni ci illusero sulla possibilità di assalti al cielo, rivoluzioni e così via.
Quando cominciò la crisi, Fiat 80, comincia il declino IRREVERSIBILE di cui non abbiamo saputo cogliere il significato TEORICO, STORICO, POLITICO e PRATICO. E oggi siamo in braghe di tela e ci arrotoliamo su noi stessi senza venirne a capo.
Veniamo all'Iran e alla sua resistenza di oggi.
A differenza di quella in Italia, essa si sviluppa in modo COMPLEMENTARE TRA POPOLAZIONE E APPARATI DELLO STATO, ma - ecco il punto - la SUA NATURA E' ANTIMPERIALISTA, NON PER COSCIENZA IDEOLOGICA MA PER NECESSITA', dunque niente a che vedere con quella italiana, non soltanto da un punto di vista TEMPORALE, ma anche STORICO, POLITICO, PRATICO E IN ULTIMA ANALISI ANCHE TEORICO:
La classe operaia si dovrebbe rivoltare contro il potere "teocratico"? Sogni di una notte di mezza estate. La classe operaia era complementare in Italia, era ed è complementare negli Usa, era ed è complementare in Cina, era ed è complementare in Iran.
Questo vuol dire, per non farla troppo lunga, che la COMPLEMENTARIETA' per poter saltare DEVE AGGRAVARSI LA CRISI GENERALE DEL MOTO E RENDERE FLUIDO UN CAOS DAL QUALE SI SVILUPPINO NUOVE TENDENZE DELLA STORIA m(cosa peraltro già presente in questi anni).
Questo ragionamento è molto ostico, è un masso di granito difficile da sgranocchiare da denti cariati come quelli della nostra generazione.
E' chiaro.
Chi si interroga oggi sul "che fare" senza domandarsi chi lo deve fare, pesta l'acqua nel mortaio, in modo particolare in Occidente, perché qui da noi la complementarietà vuol dire ESSERE CORREI, in modo consapevole o meno, mentre in Iran la COMPLEMENTARIETA' VUOL DIRE ESSERE CORRESI; MA CON LA NECESSITA' DI RESISTERE, CONSAPEVOLMENTE o meno.
Tutto il resto è un bla bla, bla vuoto, insignificante e a giusta Ragione Flavia Manetti ha posto in un certo modo il problema tra l'appoggio peloso alla resistenza palestinese, che salvaguarda comunque la nostra condizione complementare di privilegiati, e la diffidenza CORREA, comunque mascherata nei confronti di quella iraniana, che detto in modo brutale ci impensierisce. Anche come classe operaia? Anche come classe operaia proprio perché gli operai nella crisi, ancora di più, divengono GIRASOLI.
Conclusione: prima sciogliamo il NODO TEORICO, STORICO, POLITICO e PRATICO posto in apertura, e meglio riusciremo a capire in che modo ruota il mondo in questa fase.
Michele Castaldo
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Lorenzo
Wednesday, 15 April 2026 19:00
l’importanza della resistenza all’imperialismo

Vorrei sommessamente farvi notare che l'Iran o "terra degli ari" è ciò che resta dell'antichissimo impero persiano, in cui Persia e persiani sono una minoranza frammezzo alle varie etnie conquistate.

Un popolo perseguitato è semplicemente un popolo più debole del suo persecutore.
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