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sinistra

Strategia e tattica di un’efficace politica antimperialista

di Eros Barone

92b2a8a968cc015b515094d1838167dc XL.jpgNel presente articolo mi propongo di rispondere ad una questione basilare: in quale direzione va orientata la lotta contro l’imperialismo? Come è noto, il marxismo è stato un tenace sostenitore dei movimenti di liberazione nazionale sparsi nel mondo. Non per nulla, durante la prima metà del ventesimo secolo, ha costituito per molti di questi movimenti la principale ispirazione. In questo senso, i marxisti sono stati all’avanguardia di due tra le più importanti lotte politiche dell’epoca moderna: la resistenza al colonialismo e la lotta contro il fascismo. La maggior parte del nazionalismo africano sorto dopo la seconda guerra mondiale, da Nkrumah e Fanon in poi, si è orientata su una qualche versione del marxismo o del socialismo. Parimenti, la maggioranza dei partiti comunisti in Asia ha integrato il nazionalismo nelle proprie piattaforme programmatiche. Mentre le classi operaie dei paesi capitalistici avanzati, durante gli anni Sessanta del secolo scorso, sembravano essere relativamente passive (ma bisogna tenere conto del ruolo divisivo e frenante delle aristocrazie operaie), le masse contadine, insieme con le avanguardie intellettuali, di Asia, Africa e America Latina hanno portato avanti, in nome del socialismo, processi rivoluzionari o dato vita a società relativamente indipendenti. Dall’Asia, come tu ben sai, vennero sia l’ispirazione della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria di Mao Zedong in Cina nel 1966 sia la resistenza dei Vietcong di Ho Chi Minh contro gli USA in Vietnam, per tacere dei progetti e degli ideali socialisti africani di Nyerere in Tanzania, di Nkrumah in Ghana, di Cabral in Guinea-Bissau e di Franz Fanon in Algeria. Infine, dall’America Latina si sprigionò la rivoluzione cubana di Fidel Castro e di Ernesto Che Guevara.

Così, il nazionalismo rivoluzionario ha arricchito il marxismo e lo ha reso più aderente alle diverse situazioni concrete, nel mentre il marxismo ha cercato di offrire ai movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo qualcosa di più costruttivo e innovativo che non il semplice avvicendamento del dominio di una classe capitalistica, la cui sede era all’estero, con un altro dominio similare da parte di una classe capitalistica autoctona.

Nel contempo, il marxismo ha tentato di andare oltre l’orizzonte ristretto della nazione, promuovendo una visione più internazionalista. In effetti, se il marxismo, seguendo le orme di Lenin e di Stalin, ha appoggiato i movimenti di liberazione nazionale dei paesi dipendenti – colonie e semicolonie -, lo ha fatto chiedendo che le loro prospettive fossero fondate sull’internazionalismo socialista piuttosto che sul nazionalismo borghese. È pur vero che nella maggior parte dei casi questa richiesta non ha prodotto i risultati sperati. La storia però insegna che, quando giunsero a conquistare il potere, i bolscevichi proclamarono il diritto all’autodeterminazione delle nazioni colonizzate e si adoperarono per tradurre questo principio in pratica. Tale diritto fu poi riconosciuto dal II Congresso dell’Internazionale Comunista (1920). Dal canto suo, Lenin, nonostante il suo atteggiamento critico verso il nazionalismo, è stato il primo grande teorico politico in grado di cogliere il significato dei movimenti di liberazione nazionale. Egli, criticando la tesi del nazionalismo romantico, ha precisato che la liberazione nazionale è una questione di democrazia radicale, non di tendenza meramente nazionalista e, quindi, sciovinista.

Come ha rilevato lo studioso Domenico Losurdo, il marxismo, realizzando una combinazione singolarmente potente, è diventato sia un sostenitore della lotta anticoloniale che un critico dell’ideologia nazionalista. In realtà, Lenin, tre decenni prima che l’India conquistasse la sua indipendenza e quarant’anni prima che i movimenti di liberazione africani salissero alla ribalta nei primi anni Sessanta, aveva già riconosciuto nei movimenti nazionali antimperialisti un fattore di importanza strategica nella politica mondiale. Per quanto riguarda le posizioni di Marx e di Engels, basti pensare agli indirizzi inaugurali che accompagnarono il Congresso di fondazione della Prima Internazionale (Londra, 1864) con il sostegno alla causa nazionale dell’indipendenza polacca. Nell’atto fondativo della prima organizzazione internazionale dei lavoratori compare quindi, assieme al riconoscimento della necessità della lotta di classe, il riconoscimento esplicito della necessità della lotta per l’indipendenza nazionale dei popoli oppressi. Quello irlandese era uno di questi, e uno dei motivi della rottura fra Marx e i dirigenti inglesi del movimento cartista fu connesso proprio alla questione dell’indipendenza irlandese, che questi osteggiavano. Quegli esponenti della sinistra radicale italiana che negano oggi ai popoli oppressi dall’imperialismo americano ed europeo il diritto di resistere con le armi per la propria indipendenza nazionale sono perciò lontani anni luce dalle concezioni che furono di Marx ed Engels.

Marx, in particolare, essendo convinto del ruolo nefasto svolto nella politica internazionale dalla Russia zarista, non esitò, in nome della comune avversione alla Russia zarista, né a pubblicare articoli antirussi nei giornali conservatori né a collaborare con David Urquhart, un eccentrico esponente scozzese del Parlamento britannico, che ammirava l’Islàm e simpatizzava per la Turchia. Sennonché il pericolo che è rappresentato oggi dall’imperialismo americano e dal sionismo israeliano per la libertà e la vita stessa dei popoli di tutto il mondo è di gran lunga superiore al pericolo che l’impero russo rappresentava al tempo di Marx. Rammentando la lezione tattica di Marx, dobbiamo allora, come comunisti e antimperialisti, trarne i debiti insegnamenti e imparare il corretto metodo per sviluppare efficacemente una politica antimperialista. In assenza di un “moderno Principe”, quale è stato per decenni il campo socialista gravitante sull’Unione Sovietica, ci si deve quindi rivolgere, per dirla con Machiavelli, al “men tristo”, il che significa necessariamente stabilire possibili alleanze tattiche e convergenze momentanee anche con forze che si ispirano a culture politiche, borghesi o religiose, assai lontane o addirittura estranee alla concezione marxista e comunista, ma che avvertono il pericolo e la minaccia globale dell’imperialismo americano (Russia e Cina, quali capofila della relativa alleanza internazionale rappresentata dai Brics; Cuba e Venezuela, quali capofila dell’organizzazione regionale Alba, quando questa nella prima fase, ben diversa da quella attuale, era in grado di esprimere un orientamento progressista).

Il “caso Urquhart” dimostra come Marx cercasse di dar corpo a una politica estera per la classe operaia britannica e per il partito rivoluzionario del proletariato europeo. Naturalmente, deve essere chiaro che le possibili alleanze tattiche e le convergenze momentanee, cui è necessario ricorrere nell’àmbito della lotta antimperialista, escludono a priori ogni rapporto con forze politiche e culturali che, in qualche modo, si rifanno al fascismo. Queste forze sono state infatti, dopo la seconda guerra mondiale, strumenti al servizio dell’imperialismo americano che le ha utilizzate nella sua lotta all’ultimo sangue, oggi rilanciata di bel nuovo anche in Europa, contro il movimento comunista.

Dopo il crollo dell’Urss nel 1991, gli americani “hanno cambiato spalla al loro fucile” e si sono rivolti ad altri alleati di destra, di centro e di sinistra. E questo sta avvenendo, nonostante la svolta neo-nazionalista e protezionista, anche con Donald Trump, perché non basta una personalità, sia pure di rilievo, a modificare la potente macchina imperialistica di quella che resta, pur nel contesto di una crisi economico-finanziaria ingravescente, la maggiore potenza mondiale. Può anzi accadere che settori fascisti accentuino una loro identità “antiamericana” (ed “antiebraica”), ma ciò non ha niente a che vedere con la lotta dei comunisti, che è antimperialista ed antisionista, ma che non si rivolge mai contro il popolo americano nel suo insieme o contro gli appartenenti alla religione ebraica in quanto tali. Infine, ciò non può e non deve infirmare il nostro appoggio alla causa palestinese e alla resistenza dell’Iran, anche quando alla testa di quei paesi si trovano forze integraliste come Hamas, Hetzbollah o il clero sciita con la famiglia Khamenei.

Accade, peraltro, che nella politica estera al criterio marxista di individuare la potenza o le potenze più pericolose viene talvolta sostituito quello proudhoniano di metterle tutte sullo stesso piano. Eppure ha un’evidenza spettacolare l’estrema aggressività degli Stati Uniti, che stanno portando avanti “rivoluzione colorate” nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale per accerchiare la Federazione russa, per estendere il più lungo ‘limes’ del mondo fino al confine con la Cina e per riconquistare il controllo dell’America Latina, non esitando a porre in atto imprese banditesche come il rapimento di un presidente del governo e della sua compagna avvenuto in Venezuela e l’assassinio di capi di Stato e dirigenti di primo piano come avvenuto in Iran. Nel contempo, il subimperialismo europeo utilizza in Ucraina, oltre al fantoccio Zelensky, servi sciocchi come Merz, Starmer, Macron e Meloni, quali ascari in funzione antirussa.

Del resto, che la questione dell’indirizzo da imprimere alla lotta contro l’imperialismo sia una questione tattico-strategica che costituisce un serio fattore di divisione politico-ideologica del movimento comunista mondiale è confermato dal fatto che il KKE (Partito comunista di Grecia) teorizza, attraverso la categoria concettuale della "piramide imperialista", il carattere capitalistico, sia pure articolato a differenti livelli, di tutti i paesi del mondo e, in questa ottica, sostiene la necessità di una lotta generalizzata contro l'imperialismo, quale che esso sia (tanto per fare un esempio, quello ucraino, quello russo, quello cinese ecc. ecc.), mentre i restanti partiti comunisti (definiti perciò del KKE "campisti", "opportunisti" e "socialimperialisti") teorizzano l'esistenza di due "campi", quello imperialista rappresentato dagli USA e quello antimperialista rappresentato dai Brics (Cina, Russia ecc. ecc.), sostenendo la necessità di schierarsi con il secondo contro il primo. Lo scrivente, a tale proposito, sostiene una posizione intermedia fra i due schieramenti, qualificabile (o, a seconda dei punti di vista, squalificabile) come "centrista". In realtà, come cerca di argomentare dal punto di vista storico, ideologico e tattico-strategico nel presente articolo, egli ritiene che la posizione corretta sia quella che tiene conto, cercando di mediarli, dei due livelli - economico e geopolitico - in cui si articola oggi la contraddizione tra l'imperialismo egemonizzato dagli USA, i paesi imperialisti egemonizzati (UE 'in primis'), i paesi dipendenti/emergenti e i movimenti di liberazione nazionale (soggettivamente ma, molto spesso, oggettivamente) antimperialisti. 1

Sennonché gli Stati Uniti d’America, Israele e l’Unione Europea ci stanno portando in guerra, e la maggioranza dei lavoratori, dei giovani, dei disoccupati e dei pensionati non riesce ad esprimere, al di là di mobilitazioni effimere e ripetitive che incidono scarsamente sui rapporti di forza, una resistenza adeguata alla drammaticità della congiuntura bellica che stiamo vivendo. Ci sono, è vero, altre potenze imperialiste che potrebbero guadagnare terreno, e vanno smascherate, ma il pericolo immediato, il nemico che si trova in casa nostra, che colloca atomiche nel nostro territorio senza neppure informare il nostro governo dell’ubicazione effettiva, che controlla i nostri servizi segreti, che ha trasformato certe zone del nostro paese in proprie riserve, dove agisce incurante dei pericoli per la popolazione, questo nemico è presente e operante nel nostro territorio da ottant’anni. Certo, l’egemonia mondiale degli Stati Uniti non è più incontrastata, ma la tigre è più feroce quando teme l’accerchiamento. Nel 1864 il maggior nemico era lo zarismo, oggi è la classe dominante americana, con tutta la sua coorte di satelliti. Ecco perché in questa lotta un peso particolare dovrà averlo il proletariato statunitense, senza il cui intervento la lotta è disperata.

In realtà, Marx ci spiega che il processo di liberazione non è unilaterale, e che la liberazione delle colonie e semicolonie ha un effetto liberatorio anche sulle metropoli. Si pensi agli anni Sessanta del Novecento, quando le lotte di liberazione in Asia, Africa e America Latina si sviluppavano in misura crescente e in forma dirompente, e contemporaneamente nell'Europa e in America si verificavano profondi cambiamenti sociali e di mentalità. Con la sconfitta di molti di questi movimenti e soprattutto con la politica neocolonialista (guerre di Afghanistan, Iraq, Somalia, Libia, Yemen, Siria e Iran) la xenofobia, il razzismo e il suprematismo si diffondono. Dopodiché, quando il proletariato delle metropoli diventa indifferente alla liberazione delle colonie e semicolonie, le sconfitte e l’arretramento diventano inevitabili. Il proletariato dei paesi avanzati sarà sempre sconfitto dalla propria borghesia, finché non deciderà di aiutare i popoli colonizzati a liberarsi dall’imperialismo, colpendo così l’imperialismo nelle sue riserve di caccia. Eppure, ci sono comunisti e democratici, convinti in buona fede che la questione nazionale non abbia più nessuna importanza.

E dobbiamo imparare dalla lezione di Lenin, il quale formula una categoria del capitale che implica una concezione del capitale più complessa rispetto a quella di Marx. Nell’ottica di Lenin, infatti, questa sfera della lotta tra i capitali viene ad avere un più vasto sviluppo analitico, soprattutto riguardo alla dimensione verticale. Non si può dire che questo aspetto sia assente nell’opera di Marx, il quale nota, ad esempio, che il capitale di ciascun settore è ripartito su molti capitalisti i quali si contrappongono tra di loro come produttori di merci indipendenti e in concorrenza tra di loro. Ma il cambiamento della grandezza e del numero dei capitali non svolge una funzione attiva nell’analisi, se si esclude la questione della centralizzazione del capitale. Ciò nondimeno, esistono in Marx alcune pagine importanti sul mercato mondiale, sia come premessa dell’analisi (che si concentra poi sul rapporto di produzione), sia come generalizzazione e sviluppo dei suoi risultati. Ma in questa costruzione rimane in ombra la dimensione del rapporto tra i capitali: un limite significativo, che diviene particolarmente palese sul piano dell’analisi internazionale. Risulta allora evidente la necessità di tenere conto, ai fini di una politica efficace di lotta all'imperialismo, di quella che è la gerarchia dei paesi imperialisti, poiché questo elemento è decisivo nella impostazione e nel successo di tale lotta, che non può non fondarsi sia sulla utilizzazione, a fini rivoluzionari, delle contraddizioni interimperialistiche (si ricordi il vagone piombato con cui, nell'aprile del 1917, Lenin e i suoi più stretti collaboratori, sotto la protezione dello Stato Maggiore tedesco, tornarono dalla Svizzera in Russia) sia sulla individuazione dell’obiettivo principale contro cui occorre lottare: l’imperialismo americano, definito giustamente da Che Guevara come “il nemico del genere umano” (icastica definizione che si trova nel celebre messaggio del 1967 inviato dal Che alla Tricontinental, l’Organizzazione di solidarietà con i popoli dell’Asia, Africa e America Latina).

Una volta evocate sia la complessità sia l’originalità del contributo che il pensiero marxista ha portato, a partire da Marx e da Engels 2 e durante l’età leniniana e post-leniniana, al dibattito sulla questione nazionale, vanno, comunque, individuati alcuni temi unificanti che permettono di porre in rilievo una certa organicità sistematica nello svolgimento del dibattito, dell’indagine e delle esperienze che hanno caratterizzato tale contributo. Il concetto di nazione è uno di questi temi. I marxisti lo hanno elaborato in base al punto di vista del materialismo dialettico, attingendo alla formulazione della cultura anglo-francese della prima metà dell’Ottocento (cui aveva attinto, nel corso della sua formazione intellettuale, lo stesso Marx). Il risultato che derivò da questa elaborazione fu quello di riproporre l’idea dello Stato nazionale come “formazione storica contingente”, totalità non omogenea, ma divisa tra gli interessi antagonistici delle classi sociali. Eccezion fatta per l’offuscamento di questa visione classista nella ‘forma mentis’ dei riformisti e, a maggior ragione, dei socialsciovinisti, questo concetto restò saldo anche quando l’influsso del positivismo alimentò una visione evoluzionistica della vita e della storia.

Il nesso tra questione nazionale e rivoluzione socialista è un secondo importante tema unificante, benché quanto mai esposto ai ripensamenti sollecitati dalle tesi revisionistiche. Sennonché, per quel tanto che le teorie marxiste perseverarono nel finalizzare le lotte nazionali agli obiettivi della rivoluzione socialista, è innegabile che esse introdussero una delle innovazioni più significative nel criterio di valutazione del relativo fenomeno, in completa rottura con i canoni dell’ideologia del nazionalismo borghese. 3 La portata di questa rottura diventò ancor più evidente quando si trattò di affrontare la questione nazionale all’interno stesso dell’analisi dell’imperialismo. Ciò avvenne in una congiuntura ideologicamente critica che vide il passaggio dalla crisi del razionalismo positivistico ad una cultura irrazionalista ed attivistica basata sui miti eroici della potenza, sull’etica del superuomo, sul primato razziale e sul diritto delle nazioni “civilizzate” a dominare l’intero universo “selvaggio”. Combinata con questi elementi, l’idea nazionalitaria fu deformata in un nazionalismo egoistico, aggressivo e prevaricatore, che non conservava più nulla di quello spirito di fratellanza tra i popoli che pure aveva animato i moti liberali ottocenteschi. 4

Il terzo tema unificante è rappresentato dalla ricerca di una sintesi tra il sentimento nazionale e l’internazionalismo, ricerca che è stata sicuramente non solo una delle prove più ardue di coerenza ideologica, ma anche quella in cui meglio si è espressa la inedita peculiarità culturale del marxismo in questo campo di analisi. Qui è l’originalità stessa della nozione di internazionalismo proletario a rendere inconfondibile il modo di definire l’impegno delle grandi masse lavoratrici nelle lotte di liberazione nazionale, ovvero come necessario presupposto della loro reale, e non utopistica, solidarietà internazionale. L’internazionalismo proletario reca in sé un valore nuovo – la fratellanza del proletariato delle varie nazioni – che lo distingue da ogni modello precedente o contemporaneo. Esso è distante dall’internazionalismo europeista di derivazione medievale, basato sulle idee conservatrici della “res publica christiana” e della “Santa Alleanza degli Stati”, così come dalla generica e astratta ispirazione cosmopolitico-umanitaria dell’internazionalismo ottocentesco, di stampo radical-borghese; ma soprattutto è frontalmente antitetico all’internazionalismo capitalistico, fondato sulla solidarietà degli interessi imperialistici del capitale monopolistico transnazionale. Nell’internazionalismo proletario la questione nazionale trova, invece, una soluzione corrispondente alla visione di un mondo nuovo fondato sulla solidarietà tra i lavoratori e sulla collaborazione tra i popoli: il mondo del socialismo/comunismo.

Naturalmente, resta da chiedersi in che misura questo insieme di messaggi, insieme ideali e prescrittivi, sia stato recepito e sia divenuto operante nel comportamento delle classi lavoratrici. Purtroppo, il riscontro dei fatti non è dei più esaltanti, se non ci si ferma alla cronaca quotidiana 5 e si fanno i conti con i momenti delle scelte decisive, quando il margine di tolleranza delle classi dominanti si restringe o si chiude e diviene ben visibile il tallone di ferro della dittatura borghese. Come la storia insegna, ciò vale in particolare per il periodo della Seconda Internazionale, ossia quando i partiti operai, diventati partiti di massa, furono oggettivamente investiti di una corresponsabilità nel corso degli avvenimenti. Giudicando in questa materia, è bene però non dimenticare (per comprendere meglio, certo, e non per giustificare) che se il sentimento nazionale ha radici più o meno spontanee nelle masse, e come coefficiente della subcultura popolare è un combustibile facilmente infiammabile da chi detiene l’uso e il controllo degli strumenti di formazione dell’opinione pubblica, tutto il contrario avviene per la coscienza internazionalista, che è il prodotto di una operazione di lungo periodo, che procede controcorrente tra ostacoli, resistenze e regressioni, scontando, specialmente in Italia, il grave ritardo storico della formazione di un partito rivoluzionario del proletariato.

Detto questo, non si deve comunque sottovalutare la gravità del cedimento che vi fu nei partiti e nelle masse operaie davanti all’ondata di isteria nazionalistica che si levò in Europa nel primo quindicennio del secolo XX, a cominciare proprio da quegli imperi multinazionali al cui proletariato si era rivolto il discorso dei teorici marxisti. Certo, sul comportamento delle masse e dei partiti influì la scelta opportunista del movimento operaio organizzato di anteporre l’opportunità tattica delle conquiste graduali della lotta quotidiana ai grandi disegni strategici del socialismo: assorbiti dai problemi della politica interna, nel cui ambito si svolgeva la battaglia riformistica, e condizionati dagli interessi economici delle aristocrazie operaie che aspiravano a dividersi una parte dei sovrapprofitti ad esse garantiti dall’imperialismo, i partiti operai smarrirono la dimensione internazionale della causa proletaria e fu più facile che gli antagonismi nazionali finissero col prevalere su quelli di classe. 6

A scanso di equivoci, va precisato che lo sbaglio non fu di non distogliere le masse lavoratrici dalle lotte nazionali, nel nome di un’estraneità o di un’indifferenza che Marx per primo si preoccupò di smentire: 7 lo sbaglio fu quello, piuttosto, di non premunirsi contro il pericolo che la direzione delle lotte nazionali restasse fuori o sfuggisse dalle mani delle forze operaie. Lo scoppio della guerra mondiale colse queste forze in coda e non alla testa dei movimenti nazionali, che così precipitarono verso le soluzioni imposte dalla guida politica, ideologica e morale di una borghesia più o meno pervasa di mentalità bellicista e di spirito nazionalista. Accadde così che ogni movimento nazionale rincorse il suo obiettivo indipendentistico, supponendo di poterlo ritagliare dal più generale contesto della dissoluzione dei grandi imperi: ne derivò una incontenibile proliferazione di Stati nazionali, senza che nessuno avanzasse un programma concreto di riorganizzazione dei loro rapporti, capace di impedire un’assurda “balcanizzazione” dell’Europa.

In questa vicenda la Russia costituì un caso a sé: qui la questione nazionale fu sciolta nel corso di un processo rivoluzionario storicamente inedito che, sfociando in una Federazione di Stati nazionali socialisti con ampie prerogative autonomistiche, si mantenne in linea con i postulati della teoria leniniana. Ma, per quanto riguarda gli Stati che si costituirono sulle macerie degli imperi austro-ungarico e ottomano, la debolezza delle strutture politiche ed economiche è stata giustamente riconosciuta come la causa originaria della loro incapacità di sopravvivere nelle condizioni di isolata sovranità. Di qui, le convulsioni del dopoguerra e tra le due guerre mondiali, su cui continuarono a proiettarsi gli effetti dei precedenti errori, coinvolgendo anche il movimento operaio nel periodo dell’Internazionale comunista. Il fermento di tanti nazionalismi insoddisfatti lavorò a favore dell’involuzione autoritaria di quasi tutti gli Stati di nuova costituzione: in altre parole la soluzione distorta dei nodi nazionali in Europa ebbe una parte importante nell’accelerare la crisi della democrazia borghese occidentale, che tra gli anni Venti e Trenta generò il fascismo e il nazismo.

Ma il destino dell’Europa, indebolita o neutralizzata nel potenziale rivoluzionario del suo proletariato, spiazzò la visuale teorica dei marxisti anche nei confronti delle lotte di liberazione delle colonie e semicolonie, a loro volta sbilanciate in senso nazionalistico quanto più la prospettiva della rivoluzione socialista mondiale sembrava chiudersi assieme a quella della solidarietà internazionale. 8 Sennonché resta pur vero, alla luce del marxismo, che l’internazionalismo non è un principio astratto, bensì il riflesso politico e teorico del carattere mondiale dell’economia, dello sviluppo mondiale delle forze produttive e dell’estensione mondiale della lotta di classe. Orbene, dal punto di vista del movimento operaio, la storia della “questione nazionale”, qui sommariamente e parzialmente accennata, sembra indicare che la mancanza o l’offuscamento della coscienza internazionalista comporta una tendenziale disidentificazione culturale e di classe che porta il proletariato a rinserrarsi in modo subalterno entro i confini delle frontiere nazionali: ma da qui gli è più difficile, se non impossibile, combattere nei momenti cruciali della storia per l’affermazione dei propri obiettivi e dei propri valori.


Note
1 Cfr. https://inter.kke.gr/it/m-article/69fe5a82-bb2b-11f0-b1e1-be037ce642f9/ e https://www.marx21.it/comunisti-oggi/la-moderna-teoria-dellimperialismo-e-la-scissione-del-movimento-comunista/. Il primo articolo illustra la posizione del KKE, il secondo articolo la posizione dei “campisti”.
2 Sulle linee portanti dell’impostazione data dai due fondatori del socialismo scientifico alla questione nazionale (ma anche, usando a ragion veduta il plurale, alle diverse questioni nazionali) è da vedere l’articolo di G. Haupt e C. Weill, L’eredità di Marx e di Engels e la questione nazionale, in «Studi storici», 1974, n. 2. In una visione articolata e storicamente specifica di questa problematica trovano, peraltro, la loro collocazione e la loro spiegazione aspetti che, commisurati alla sensibilità odierna, possono risultare sconcertanti, come il concetto di “popoli senza storia”, la russofobia e il caso Urquhart.
3 Per molte ragioni si è detto giustamente che la questione irlandese rappresentò per Marx ed Engels non una, ma la questione nazionale per eccellenza. Tuttavia, accanto ad essa ce ne sono almeno altre quattro (quella polacca, quella italiana, quella tedesca e quella slava) su cui essi concentrarono particolarmente la loro attenzione. Resta vero però che le vicende della lotta di liberazione dell’Irlanda dal dominio inglese furono quelle che più influirono sulla formulazione, ma anche sulla variabilità dei loro giudizi intorno ai conflitti nazionali. Circa la questione irlandese e il plesso di problemi a cui tale questione afferiva, mi sia consentito di rinviare al seguente contributo: https://sinistrainrete.info/estero/12948-eros-barone-aporie-della-dipendenza-e-sviluppo-ineguale-tra-inghilterra-irlanda-e-russia.html.
4 La visione della nazione come processo “storico” e non “naturale” non solo è ciò che garantisce la fondamentale coerenza delle analisi marxiste e leniniste con i princìpi generali del materialismo storico e con l’ideologia proletaria dell’internazionalismo, ma è anche ciò che distingue nettamente lo “Stato nazionale” caratterizzato da confini politici che coincidono con quelli naturali e linguistici, e quindi il correlativo concetto di “nazione”, dal concetto di “nazionalità”, formazione quest’ultima non ancora costituitasi statualmente, che precede e può dare origine alla nazione. Da questo assunto Marx ed Engels traggono alcune importanti deduzioni. Se la nazione è prodotto e strumento della borghesia, essa non è un blocco omogeneo, ma è la sede e la fonte di interessi conflittuali di classe, e ha natura classista la stessa lotta nazionale che punta alla creazione dello Stato nazionale borghese, in quanto si tratta di una questione del tutto inerente all’interesse della borghesia, consistente, cioè, nell’eliminare i residui feudali dei piccoli Stati arretrati e nel fornire, attraverso la formazione dei grandi Stati nazionali, l’ampiezza di mercati interni indispensabile per soddisfare le esigenze dell’accumulazione capitalistica e di assorbimento della produzione industriale. Nell’ottica della teoria marxista della storia, il ragionamento porta a questa conclusione: la questione nazionale, organicamente connessa al sistema capitalistico, è un fenomeno transitorio superabile con il superamento stesso di tale sistema. Questo è il presupposto teorico che indusse Marx ed Engels a considerare il problema nazionale come secondario rispetto a quello della rivoluzione socialista, o meglio a recuperarlo nella prospettiva di un processo rivoluzionario, in cui la soluzione dei conflitti nazionali diventa la necessaria premessa per la concreta attuazione dell’unità internazionale del proletariato.
5 Cronaca quotidiana in cui, comunque, spiccano perlomeno due manifestazioni pratiche importanti e recenti di coscienza internazionalista dei lavoratori: il blocco, posto in atto dai portuali genovesi, del trasporto di armi inviate dall’Arabia Saudita al proprio esercito che conduce una guerra sanguinosa contro lo Yemen e la protesta dei lavoratori aeroportuali di Pisa contro l’invio di armi italiane in Ucraina. A ciò si aggiunge il vigoroso contributo dei lavoratori portuali al movimento internazionale di solidarietà con la lotta del popolo palestinese e contro la politica genocida del sionismo israeliano.
6 Su questo tema nevralgico mi permetto di segnalare il seguente contributo: https://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/16859-eros-barone-la-questione-dell-aristocrazia-operaia-in-lenin-e-nella-congiuntura-attuale.html.
7 Cfr. K. Marx, L'indifferenza in materia politica, in K. Marx, F. Engels, Critica dell'anarchismo, Torino, Einaudi, 1972, pp. 300-306.
8 Sui limiti teorici e politici del VII Congresso dell’Internazionale comunista si veda R. Gallissot, L’imperialismo e la questione coloniale e nazionale, in Storia del marxismo, vol. terzo, Il marxismo nell’età della Terza Internazionale, II, Dalla crisi del ’29 al XX Congresso, Einaudi, Torino 1981, pp. 892-894. In particolare, riguardo alle indicazioni scaturite dal VI Congresso dell’Internazionale comunista, cfr. le pp. 881-883.
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