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Regole per chi?

Italia e Germania, le doppie morali dell'euro

Giovanna Cracco intervista Sergio Cesaratto

Screenshot from 2018 10 15 12 59 24Nell’ignoranza drammatica in cui i media mainstream tengono i cittadini italiani in tema di Unione europea, una narrazione si è talmente solidificata da essere divenuta faticosamente scalfibile: l’Italia non rispetta le regole, ed è per questo che fatica economicamente a stare al passo con gli altri Paesi dell’eurozona; ha speso e continua a spendere troppo in welfare, ed è per questo che il suo debito pubblico tocca vette da capogiro in rapporto al Pil. Ad aprile di quest’anno Sergio Cesaratto, professore di Politica monetaria e fiscale dell’Unione economica e monetaria europea all’Università di Siena, esce per i tipi di Imprimatur con un agile saggio che demolisce pezzo per pezzo questa errata narrazione. Unendo chiave di lettura politica e analisi economica, con un linguaggio semplice e comprensibile anche a chi non mastichi di economia, Cesaratto mostra quanto i disequilibri dell’eurozona abbiano ragioni strutturali e sistemiche, e come queste siano aggravate dalle scelte dei governi tedeschi, che da anni portano avanti un modello economico incompatibile con le regole di una unione monetaria. Applicando oltretutto una doppia morale all’interno della Uem: i Pigs devono rispettare le norme, quelle scritte nei Trattati e quelle non scritte di disciplina economica, la Germania no.

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Partiamo dall'inizio: l'Italia è tra i Paesi fondatori dell'Unione europea, e ne ha promosso e seguito l'intero percorso, dalla Ceca alla Cee, dall'entrata nello Sme all'Atto Unico Europeo nel 1986. Approdare a Maastricht nel 1992 e alla moneta unica era quindi in qualche modo già scritto nella strada intrapresa, eppure non c'è dubbio che legarsi ai cosiddetti “vincoli esterni”, in tema di bilancio pubblico e politica monetaria, è stato un 'salto di qualità', se così possiamo definirlo, importante rispetto al far parte solo di un mercato comune, come era l'Unione disegnata fino a quel momento dai Trattati sottoscritti. Perché i governi italiani hanno deciso di farlo? Tu individui nel libro ragioni sociali ed economiche...

In Italia il conflitto sociale esplose nel 1962-63, poi con maggiore virulenza nel 1969, per poi continuare per tutti gli anni Settanta – non entriamo in questa sede nelle cause di tale conflitto, o apriremmo una parentesi troppo estesa. Frutto dell'elevato conflitto salariale e degli shock petroliferi, l'inflazione aumentò; la svalutazione della lira consentiva tuttavia all'Italia di difendere la competitività esterna. Aumentarono la spesa sociale volta ad attenuare il conflitto e il sostegno alle imprese, ma non l'imposizione fiscale. Il debito pubblico italiano ne risultò accresciuto, ma la Banca d'Italia non faceva mancare il suo sostegno stampando moneta (nulla di male, a mio avviso), per cui i conti erano sotto controllo. L'europeismo italiano si spiega in grande misura come la ricerca di qualcosa che ponesse ordine nelle nostre vicende, e in particolare arginasse il conflitto sociale e la tentazione dei governanti di regolare questo conflitto con la spesa pubblica. Gli accordi di cambio – al di là delle chiacchiere degli economisti – hanno infatti il precipuo scopo di portare disciplina sociale: il conflitto sociale genera inflazione e quest'ultima perdita di competitività; la svalutazione del cambio fa recuperare la competitività; se quest'ultima possibilità viene meno, si tagliano le ali al conflitto sociale. A essere benevoli, i padri dello Sme prima e dell’euro dopo (dunque Andreatta e la sua corte di professori bolognesi, e gli uomini di Bankitalia post-Baffi come Ciampi e Padoa-Schioppa) ritenevano che fuori dai vincoli europei l’Italia non si sarebbe disciplinata da sola.

Nei fatti l’autoimposto vincolo esterno, se da un lato ha certamente disciplinato il lavoro (e dagli anni Novanta la spesa pubblica), ha dall’altro condotto il Paese in una 'stagnazione secolare'. Più precisamente, negli anni Ottanta il vincolo estero ha determinato l’aumento del rapporto debito pubblico/Pil. Questo per tre fattori: 1) gli elevati tassi di interesse necessari per 'tenere il cambio', cioè per attirare capitali esteri in presenza di disavanzi delle partite correnti (disavanzi dovuti, appunto, dal cambio sopravvalutato); 2) l’incidenza negativa che la perdita di competitività esterna ebbe sulla domanda aggregata e le entrate fiscali; 3) la reazione dei governi nel periodo 1979-1991 volta a sostenere la domanda interna a fronte, appunto, di questa incidenza negativa. Dal 1992 con Maastricht l’orientamento fiscale si fa molto restrittivo e con lo scemare degli effetti positivi della svalutazione del 1992-3 il debito pubblico esplode di nuovo, anche per il completamento della liberalizzazione dei movimenti di capitale, conclusa nel 1990. L’epoca dell’euro comincia nel 1995, con il vantaggio di tassi di interesse più bassi, certo, ma con una lenta perdita di competitività e una politica fiscale restrittiva. Se il rapporto debito/Pil diminuisce, dal 1995 la produttività stagna. Senza crescita della domanda, infatti, le imprese non investono e non innovano. C’erano alternative? Difficile dirlo. Ma impariamo però la lezione. Come intuì Paolo Baffi, l’idea di raddrizzare il Paese coi tassi fissi non era un’idea feconda. I tassi di cambio fissi sono una gabbia al conflitto sociale, al punto che eminenti economisti 'borghesi' li hanno visti come incompatibili con la democrazia.

 

L'eurozona è in crisi, e su questo non c'è dubbio. È iniziata nel 2007/2008, con l'esplosione della bolla finanziaria dei subprime statunitensi, il fallimento della Lehman Brothers e tutto quello che ne è seguito. È stata una crisi che ha investito l'intero globo, in dinamiche e tempi differenti, vero è però che se esaminiamo i fondamentali di diversi Paesi l'inversione di tendenza e l'uscita dalla crisi si è iniziata a registrare – giusto a livello di dati economici, l'impoverimento della popolazione è altra cosa. Eppure alcuni Stati europei, i cosiddetti Paesi periferici, tra cui l'Italia, arrancano. C'è evidentemente un problema strutturale nell'architettura del sistema della moneta unica. Tu parli di “violazione delle corrette regole del gioco” da parte della Germania, non solo delle regole scritte nei Trattati ma anche di quelle non scritte ma riconosciute dalla disciplina economica come necessarie per il funzionamento di un sistema a cambi fissi quale è l'euro, e affermi che il modello tedesco è incompatibile con queste regole. Che regole ha violato e continua a violare la Germania?

Il termine “regole del gioco” fu coniato per il gold standard (il sistema aureo in cui le valute erano convertibili in oro a un tasso prefissato, e avevano dunque rapporti di cambio fissi fra di loro), un sistema a cui Michael Bordo e altri hanno assimilato l’euro. L’idea era che il Paese in surplus commerciale, accumulando oro (o monete convertibili in oro) avrebbe dovuto lasciar correre l’inflazione perdendo competitività e aggiustando così i conti con l’estero. Questo avrebbe consentito ai Paesi deficitari di incorrere in una minore deflazione. Insomma l’aggiustamento sarebbe dovuto ricadere su entrambe le parti. Questo non accadde, e infatti nel corso degli anni Venti e Trenta il gold standard fu abbandonato in quanto apportava un’impronta deflazionistica in una economia globale già in crisi. Questa descrizione dei meccanismi di aggiustamento è un po’ scolastica. In termini più concreti, l’economia in surplus deve effettuare politiche economiche espansive: esattamente l’opposto di quanto ora accade con la Germania e le sue politiche mercantiliste, che ha un avanzo spropositato e adotta una politica fiscale restrittiva con un surplus di bilancio. Sintetizzando, la Germania viola queste due 'regole' base: ha da anni un avanzo commerciale ben superiore al 6% fissato dal Six Pack, una normativa europea; si rifiuta di interrompere la moderazione salariale per rilanciare la domanda interna, e quindi aumentare le importazioni, e in tal modo viola di fatto anche due regole non scritte: quella della convergenza, nella zona euro, di tassi di inflazione vicini al 2%, e quella di mantenere la crescita dei salari nominali in linea con la produttività.

 

Chiaramente la Germania si muove all'interno dell'unione monetaria proteggendo i propri interessi economici; nel sottotitolo del libro, però, tu parli di “doppia morale”, scomodando quindi un concetto, quello di moralità, che generalmente ha ben poco a che fare con l'economia. A meno che non si parli di ordoliberismo, un pensiero economico nato, non a caso, a Friburgo, e infatti ne parli...

Sì, chiaramente mi riferisco all’ordoliberismo, un'ideologia (stento a chiamare economia questo accrocco di chiacchiere) che permea il modo di pensare delle élite tedesche. Il pensiero ordoliberista si è fatto portatore in economia di un giudizio morale attraverso il 'principio di responsabilità' e il conseguente concetto di 'colpa', e tutto ciò che non è pareggio di bilancio è divenuto immorale, il debito è immorale ecc. Ma come al solito il moralista è il peggior peccatore. Lo Stato tedesco ha aiutato con centinaia di miliardi le banche tedesche, e le grandi banche di quel Paese sono banche speculative ed erano in crisi perché protagoniste del tracollo finanziario americano; alla Germania fu in parte condonato e in parte dilazionato il debito di guerra, ma non altrettanta benevolenza Berlino ha mostrato con la Grecia. E dalla crisi la Germania a stra-guadagnato: dall’euro debole, che ha favorito ancora di più le sue esportazioni, alla fuga dei capitali dai Paesi periferici verso i suoi titoli di Stato, con enormi risparmi di spesa per interessi – è stato calcolato che tra il 2010 e il 2015 lo Stato tedesco si è finanziato risparmiano interessi per 100 miliardi, pari al 3% del Pil! – m ). Il danno e la beffa per noi!

 

Nel libro affermi che “l'unione monetaria è basata su principi antidemocratici che vedono la prevalenza della flessibilità dei mercati sui principi di democrazia sociale”, e che “la fine della sovranità economica è la fine della democrazia”. Non è semplice per un cittadino che non mastichi di economia capire perché la sovranità monetaria e una banca centrale che dialoghi con la politica siano condizioni indispensabili per l'esistenza della democrazia in un Paese. Ce lo spieghi?

La democrazia consiste nel decidere sui diritti civili e sulla politica economica. La politica economica si basa su tre elementi: politica fiscale, politica monetaria e politica del cambio. Tutti e tre ci sono ora sottratti da istituzioni sovranazionali. Ma in Europa non esiste un interesse sovranazionale comune. In ogni caso il nostro voto riguarda ora i soli diritti civili. È una menomazione esiziale della democrazia. La sinistra europeista e cosmopolita non lo capisce, ritiene che l’internazionalismo sia non avere Patria. Può anche averlo detto qualche padre del socialismo, ma è sbagliato, come ben sapevano Togliatti o Lelio Basso. Internazionalismo significa battersi per la libertà dei popoli, per la loro libertà di decidere il proprio destino. Senza uno Stato nazionale scompare la lotta di classe. Tutta questa operazione di smantellamento dell’autonomia democratica è legata al disegno dell’autoimposto vincolo estero di cui abbiamo detto sopra. Questo vale anche per la difesa del senso di cultura e comunità nazionale senza la quale non c’è spirito di appartenenza civile e democratico. La sinistra ha purtroppo lasciato alla destra queste bandiere. E la destra tale rimane, per cui io non mi fido.

 

Non hai certo la sfera di cristallo, ma una domanda sul “che fare?” è d'obbligo. Stanti gli attuali rapporti di forza l'unione monetaria non può cambiare – anzi, la discussione attuale sulla riforma delle regole, il cosiddetto Maastricht 2, va in direzione ancora peggiore in termini di perdita di sovranità economica. Siamo in una situazione di stallo, e il fatto che non esistano regole per l'uscita dall'euro mette tutti i Paesi di fronte a un salto nel vuoto nel caso di eurexit o di rottura del sistema euro, eventualità da non escludere nel caso esploda una nuova crisi finanziaria – che ci sarà prima o poi, perché l'economia insegna che sono cicliche. Cosa è ragionevole ipotizzare che comporterebbe per l'Italia l'uscita dall'euro?

Le prospettive di riforma progressista dell’eurozona sono nere. La logica tedesca è solo quella di darci in pasto ai mercati affinché ci discipliniamo (come se fossimo davvero indisciplinati!). Buone le proposte del documento del prof. Paolo Savona, ma che si limitano a chiedere una commissione di studio e, si sa, una commissione di studio non la si nega a nessuno.

Nel caso di una crisi finanziaria e di attacco dei mercati al debito pubblico italiano le ipotesi sono: a) Troika (ops! Ci scusi signor Tsipras, istituzioni) più un nuovo Monti (è già pronto da tempo: Enrico Letta con magari Draghi presidente della Repubblica); b) uscita.

L’uscita implica problemi formidabili sia nel breve che nel lungo periodo. Molto dipende se ci sono o meno ritorsioni europee. In sintesi, nel breve periodo gli 'amici' europei ci possono staccare la spina di Target 2, il sistema elettronico dei pagamenti su cui viaggiano le nostre operazioni bancarie. Sarebbe la paralisi, ma anche un atto di guerra nei nostri confronti. Nel medio periodo c’è il problema del debito estero non ridenominabile in nuove-lire (incluso parte del debito pubblico e i saldi Target 2). Si tratta di aprire negoziati. Meno preoccupante è il fronte svalutazione/inflazione, sui cui si esercitano i catastrofisti più sciocchi. La svalutazione di cui ha bisogno la lira sarebbe limitata. L’inflazione deve essere tenuta sotto controllo da una rigida politica dei redditi (il caro amico Giorgio Cremaschi se ne faccia una ragione). I salari aumenteranno con la ripresa della produttività. Importante è che con gli spazi dateci dalla svalutazione, si possa fare una espansione fiscale tale da far riprendere subito occupazione e produttività. Ma, ripeto, il punto chiave è l’atteggiamento di Francia e Germania.


Immagine in apertura: Copertina del n. 59 di Paginauno, opera grafica di Roberto Cracco, 2018.

Sergio Cesaratto è fra i più noti economisti critici internazionali. Ha studiato alla Sapienza, dove ha conseguito il dottorato, e all’Università di Manchester. È professore ordinario di Politica monetaria e fiscale dell’Unione Economica e Monetaria europea, Economia internazionale e Post-Keynesian Economics all’Università di Siena. Ha pubblicato sulle principali riviste eterodosse internazionali e si è occupato, fra l’altro, di crisi europea, moneta, crescita, pensioni e innovazione tecnologica.
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