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politicaecon

Fiato sprecato

di Sergio Cesaratto

Intervento al Seminario internazionale, Europe…What’s Left? organizzato da: transform! europe, transform! italia, Rosa Luxemburg Stiftung e Alternative per il Socialismo, sulle “22 tesi per l’Europa”, 20 gennaio 2017, Casa Internazionale delle Donne, Roma

EuropeWhats LeftFarò un discorso molto franco. Non c’è molto nelle 22 tesi qui discusse (e in calce riprodotte) con cui mi senta d’accordo. Andando subito al punto, si paga un lip service allo Stato nazionale mentre nei fatti si afferma che nulla di decisivo può essere effettuato a quel livello. Si cita a tal riguardo il caso di Syriza che lo dimostrerebbe. Ma è esattamente l’opposto! Quella tragica vicenda proprio dimostra che nulla è possibile a livello europeo e che ci si deve attrezzare a livello nazionale. Al riguardo ho ascoltato Paolo Ferrero affermare cose piuttosto confuse: disubbidire ai Trattati sino alla rottura, dunque ritorno alla dimensione nazionale, però no perché si rompe per cambiare le regole europee. Un po’ di concretezza per favore.

Nel documento c’è scarsa consapevolezza su tre questioni:

(a) Lo Stato nazionale è il terreno in cui storicamente si è sviluppato negli ultimi secoli i conflitto sociale, e dunque la democrazia. I disegni sovranazionali e la globalizzazione sono disegni liberisti volti proprio a smantellare quel terreno di conflitto spostando altrove i centri di potere, liberalizzando i movimenti del capitale e del lavoro. Robert Gilpin – uno dei fondatori della International Political Economy – scrisse chiaramente come due siano le correnti internazionaliste: i liberisti e i marxisti, cui si oppone la tradizione che nasce col mercantilismo, prosegue con List ecc. del Developmental State, del nazionalismo economico volto al riscatto economico e dunque sociale del proprio paese.

Nei fatti anche la sinistra fin tanto che è stata progressista, cioè ha curato il riscatto dei propri popoli, è stata anche nazionalista. I cosmopolitismo della sinistra è dunque un abbaglio storico, ad essere generosi.

(b) Non è vero che l’errore dell’Europa sia stato quello di anteporre l’Europa economico/monetaria a quella politico/sociale. Un’Europa federale progressista è un’utopia, l’unica Europa possible è quella che si sta realizzando, ordoliberista. Abbiamo al riguardo più volte citato Hayek che denunciò l’impossibilità di un’Europa redistributiva, perequativa. Ragione per cui ritenne l’unica Europa possibile quella liberista, dello Stato minimo e al massimo regolatore (del mercato non dei diritti). L’Europa federale è la Mecca dei liberisti, come ben sanno i radicali italiani, non dei socialisti.

Ho udito qui Mario Candeias della Luxemburg Stiftung affermare che gli europei capirebbero la proposta di un accesso universale ai servizi sociali in tutti in Paesi europei: siamo, scusate, alle fantasie pure. Così come l’idea di Ferrero che le risorse ci sono per affrontare tutti i problemi europei: sì, potenzialmente ci sono, ciò che manca e mancherà è la volontà dei popoli di condividerle!

Oggi la battaglia è dunque quella opposta: costruire una solidarietà europea attorno all’idea della restituzione a ciascun popolo della propria sovranità democratica sul proprio destino. E la nostra riflessione deve essere indirizzata a quest’obiettivo, oltre a quello di capire come si possa attuare politiche progressiste in un Paese solo (tenuto naturalmente che politiche estere progressiste e spregiudicate possono allargare le alleanze fuori dell’UE). Purtroppo come si comprende ascoltando oggi i costituzionalisti, poco si è capito nella battaglia referendaria che essa costituiva una difesa della sovranità nazionale. Non si può difendere la Costituzione e poi volerla svendere a entità sovranazionali di dubbia democraticità (condite o meno di slogan di sinistra).

(c) Trovo al limite dell’infantile ritenere plausibile una congiunzione astrale per cui governi di sinistra si trovino al governo allo stesso momento in un numero congruo di Paesi con l’intenzione di allearsi per cambiare l’Europa. A parte che il potere contrattuale sarebbe infimo (i documento è ingenuo nell’attribuire questo potere a un’alleanza di sinistra Spagna, Portogallo e Grecia, peraltro non verificatasi). Certo utopismo è nemico di una sinistra concreta. Come avvertì Bob Rowthorn molti anni fa - passi ripresi da Cremaschi nella recensione al mio libro:

"..La crisi che colpisce milioni di cittadini britannici è ora su di noi. Se la sinistra intende sfruttare questa situazione, essa deve adottare un programma che offra alla gente qualche speranza, e deve dunque ragionare in termini di qualcosa di più pratico della rivoluzione europea o mondiale. Coloro che attaccano una strategia nazionale per il socialismo in Gran Bretagna come destinata al fallimento e si appellano a una rivoluzione europea o mondiale possono sembrare molto rivoluzionari. Ma nei fatti la loro è la dottrina della disperazione, e per quanto molte delle loro opinioni possano ispirare una piccola avanguardia di simpatizzanti, essi non possono che ispirare demoralizzazione fra le masse di lavoratori a cui non offrono niente.."

Nella sua recensione Cremaschi ben coglie il senso delle Sei lezioni in questa direzione:

Le vie nazionali di rottura con il liberismo sono l'unica via credibile per mettere in discussione il sistema di disoccupazione di massa e ingiustizia sociale affermatosi con la globalizzazione finanziaria. E questo vale soprattutto in Europa, dove la costruzione reale della Unione ha fatto delle politiche di austerità un fondamento costituente della unione stessa.

Con grande franchezza, trovo anche molto di sapore real-liberista, per così dire, il discorso che ci si rivolge: ah, ma voi che volete tornare alla sovranità monetaria (il che vuol dire democratica) trascurate i problemi della rottura dell’euro, gli sconquassi, i costi, la catastrofe a cui si giungerebbe... implicitamente si dice, in fondo si sta meglio al calduccio dell’euro tanto a noi élite cosmopolita nessuno ci nega di coltivare la speranza che le cose cambino. Questa è una posizione oggettivamente (quando non soggettivamente) reazionaria. E, comunque, che sia la paura della rottura dell’euro a sostenere l’europeismo mi sembra una posizione politicamente assai sorprendente. [Non vale neppure menzionare l’altro argomento, assurdo, per cui abbandonare l’euro e perseguire la sovranità nazionale non ha senso in un mondo “globalizzato”. Sì, perché essersi messi nelle mani dei tedeschi (Caffè diceva “mai coi tedeschi!”) ci sta salvando! Ma ché la Corea del sud, un Paese simile all’Italia, vuole fare un’unione con il Giappone o altri Stati? O la Polonia pensa di entrare nell’euro? L’argomento per cui per combattere la globalizzazione la si dovrebbe assecondare, svendendo le istituzioni sovrane, è, di nuovo, oggettivamente neo-liberista.[1]

Naturalmente siamo ben consci dei costi e delle difficoltà di una rottura. Siamo d’altronde consapevoli che la rottura avverrà se e quando le circostanze storiche lo detteranno. E poiché tali circostanze saranno sia oggettive che soggettive, possiamo decidere se contribuire ad accelerare o rallentare questo processo. Chi lo rallenta - o getta confusioni e slogan scopiazzati come certi pseudo-affabulatori e quaquaraquà - fa il gioco dell’unica Europa possibile, che è quella attuale (che se cambia, sarà in peggio).

Tutti i costi di una rottura sono gestibili, se politicamente lo si vuole. Le ritorsioni internazionali (europee naturalmente!) sono la vera minaccia: ma allora dobbiamo essere europeisti sotto minaccia? Bell’ideale!

Siamo per un movimento Pan-europeo, ma che abbia all’ordine del giorno il diritto dei popoli all’autodeterminazione – come sarebbe dovuto accadere nel caso del referendum greco. Poi c’è tanto da capire e studiare, e in particolare come ricostruire questo Paese. Su questo concentrerei gli sforzi – come sulla trasmissione di conoscenze al riguardo fra movimenti nazionali alternativi – e non su mal posti sogni europeisti. Credo che avere il proprio Paese, i propri ceti popolari, i propri figli al centro del discorso politico sia l’unica prospettiva credibile per una sinistra responsabile e veramente internazionalista.


Riferimenti
Cesaratto, S. Alternative Interpretations of a Stateless Currency crisis, Working paper DEPS 735/2016, forthcoming in the Cambridge Journal of Economics
Hayek, F. A. 1939. The economic conditions of interstate federalism, in ID, Individualism and Economic Order, Chicago: University of Chicago Press.
Luxemburg Stiftung, Europe … what’s left? 22 theses for discussion, http://www.euronomade.info/?p=7318

 

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Le 22 tesi per l’Europa presentate dalla Fondazione ROSA LUXEMBURG* nell’incontro di Berlino tenutosi nel giugno 2016. (NB i grassetti sono nell’originale)

In milioni guardano all'«Europa» con speranza. Nonostante la realtà sia distante da tale speranza, queste persone pensano all'«Europa» come a un rifugio contro la guerra e la persecuzione. Ogni giorno, coloro che attraversano le nostre frontiere militarizzate fanno sì che resti di attualità la questione di un altro futuro per l'Europa. Sono «Europa» anche i milioni di persone che accolgono chi arriva in questo continente in cerca di un rifugio. Nell'accogliere i rifugiati, gli europei chiedono a gran voce uno stile di vita amorevole e democratico e si schierano politicamente contro una società individualista e competitiva, nonché contro la «post-democrazia». Inoltre, sono «Europa» anche coloro che si oppongono all'idea che non esista un'alternativa all'austerità e al relativo regime dal sapore autoritario e coloro che si battono per le politiche di alloggio, la sanità e l'istruzione, la tutela dell'ambiente e la garanzia, per tutti, di diritti sociali e dei lavoratori. Questa Europa, tuttavia, non viene presa in considerazione a causa della polarizzazione tra i movimenti autoritari al potere e il crescente populismo radicale di destra. Dobbiamo far sì che, in Europa, questo «terzo blocco» sia più visibile e politicamente efficace.

L'Europa non è un qualcosa di indefinito all'orizzonte, né una mera possibilità. Sono in molti, ormai, a vivere la realtà cruenta dell'Europa reale. Le istituzioni e gli esponenti politici dell'UE hanno impoverito in maniera sistematica intere società, hanno indebolito la democrazia parlamentare e hanno predisposto e ristabilito l'isolamento dell'Europa rispetto al resto del mondo. Inoltre, anche laddove fossero risolti i conflitti interni e la geografia variabile del processo europeo, l'Europa non sembrerebbe ancora godere di buona salute. Per molti, «Europa» è sinonimo di impoverimento e limiti ai diritti sociali e democratici. È chiaro, dunque, che l'Europa non rappresenta una speranza per tutti: Europa significa anche meno democrazia, meno diritti sociali è più neoliberismo. Questa immagine svanirà solo se «Europa» diventerà sinonimo di crescente benessere, ma tale possibilità, con la crisi, è diventata remota.

L'Europa, oggi, rappresenta un problema comune, non da ultimo per la sinistra. Questa situazione sta accentuando le divisioni della sinistra e sta minando i fattori che ci tengono uniti: malgrado tutte le loro differenze e le peculiarità a livello nazionale e locale, i conflitti sociali stanno diventando sempre più simili e stanno portando a una situazione analoga, legata a doppio filo con lo sviluppo politico del continente. Ciò ha portata alla nascita di problematiche comuni, come il nuovo populismo di destra, l'immigrazione, l'austerity neoliberale, le alternative democratiche, il rinnovo della democrazia sociale, i nuovi partiti di sinistra e la nascita di nuovi movimenti sociali. Nonostante tali fattori non si siano presentati allo stesso tempo, sono comunque emersi in uno stesso contesto e all'interno di un preciso periodo di tempo. Lo ha capito anche la «sinistra antieuropeista» e, indipendentemente dalle proposte che avanza, formula attacchi contro l'UE di respiro europeo, come del resto la sinistra europeista dà sempre la precedenza a attacchi contro le «istituzioni non democratiche» dell'UE. Le contraddizioni della sinistra europea, quindi, non possono essere risolte solo tramite il dibattito.

Ma di quale Europa e di quale Unione Europea stiamo parlando? L'estate di migrazioni ha accentuato le crepe politiche dei gruppi al potere in Europa e il referendum del Regno Unito ha peggiorato il clima di sfiducia. Stanno nascendo alleanze nuove e variabili: i paesi europei formano schieramenti diversi a seconda della questione da affrontare e continuano ad esistere vari accordi istituzionali (Schengen, l'Eurogruppo, l'UE, ecc.). Essi, inoltre, stanno diventando sempre più fragili. Al contempo, è venuta a crearsi una situazione in cui le fazioni politiche si dividono, in tutto il continente, intorno a una domanda di cruciale importanza per tutta l'Europa: «Cosa pensate dell'UE e delle persone che cercano rifugio?». Non sono queste le uniche domande all'origine di una frattura in vari schieramenti politici; inoltre, tali interrogativi stanno anche portando a legami inediti. Ma cosa significa, realmente, tutto ciò?

È noto che lo sviluppo politico dell'Europa è caratterizzato da una stessa tendenza: la scelta tra l'isolazionismo del populismo di destra e il neoliberismo autoritario. Per fronteggiare tale tendenza è necessario un approccio transnazionale: la sinistra dovrà fare affidamento sull'internazionalismo per essere in grado di rispondere alla nuova Internazionale populista di destra. Ma ciò sta davvero avvenendo?

In generale, dobbiamo essere aperti a cambiamenti rapidi nella società. La crisi europea non è lontanamente risolta e assistiamo a capovolgimenti continui: il golpe contro il governo greco dell'estate scorsa, la reazione all'estate di migrazioni e la costituzione in Germania di un partito che, nella migliore delle ipotesi, possiamo dire che rappresenti il populismo di destra. Eppure, stiamo assistendo anche a risvolti inaspettati, come i venti di socialdemocrazia che soffiano in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, il governo anti austerity del Portogallo, alcune iniziative positive e la Nuit Debout in Francia. Questi sviluppi sono altre espressioni dei movimenti a favore della democrazia del 2011. Pare che il «terzo polo» sia ancora in vita!

Non ha senso illudersi; non è ancora chiaro cosa succederà in futuro. Giusto per dare un esempio: la situazione che devono affrontare coloro che, fuggiti dal proprio paese, sono arrivati in Grecia e la gestione di tale situazione da parte del governo della Turchia sono, chiaramente, indifendibili. Nonostante la chiusura, disumana, della rotta balcanica abbia ridotto la pressione interna sul governo tedesco, l'accordo con la Turchia può avere - e probabilmente avrà - conseguenze enormi. Inoltre, il dibattito sulla Brexit sta dando forza a posizioni in favore della disgregazione dell'UE. Infine, dovrebbero tenersi nuove elezioni in Spagna a giugno. Tutti questi fattori dimostrano che abbiamo bisogno di una strategia utile non solo per reagire agli eventi politici, ma anche per sviluppare un programma autonomo.

 

La situazione della sinistra

La sinistra europea deve confrontarsi a una situazione divergente. In molte aree dell'est, la sinistra riveste una posizione molto precaria. In Scandinavia, Germania, Francia e altri paesi del nord manca la spinta per una svolta a sinistra; la destra radicale, al contrario, sta diventando sempre più forte. Inoltre, il contesto politico ha subito una scossa e i partiti tradizionali sono stati indeboliti nei paesi ancora colpiti dalla crisi. Tra questi: Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Tuttavia, è in questi paesi che i movimenti sociali e i partiti di sinistra si stanno rilanciando. Ciononostante, i gruppi al potere e i governi sono restati impassibili di fronte a tali sviluppi e continuano ad attuare politiche di austerity, senza speranza, ma facendo affidamento al loro potere strutturale e transnazionale. Ad oggi, non hanno raggiunto le «istituzioni forti» del potere, né le istanze della società civile, estese e vivaci, né i nuovi governi di Grecia e Portogallo.

Nonostante si siano ripresentate lotte in Europa, non è ancora stato creato un movimento europeo, per quanto esistano segnali che fanno pensare allo sviluppo di tale movimento. Al momento, tendono a comparire lotte a livello nazionale, mentre le lotte transnazionali sembrano avere uno sviluppo lento e selettivo. La ragione è che la situazione attuale è caratterizzata dalla mancanza di sincronia: le dinamiche sono troppo variegate e la forze coinvolte non sono forti abbastanza. Inoltre, è importante sottolineare che i percorsi di apprendimento che hanno gettato le basi per forme di solidarietà concreta sono impegnativi, certo, ma non privi di margini di successo. In innumerevoli incontri - più o meno grandi - continuano a essere intavolati dibattiti sulle contraddizioni, i problemi, le strategie e le modalità con cui affrontare questioni precise. Tuttavia, non è ancora chiaro quali aspetti possano fungere da punti di contatto per le organizzazioni transnazionali.

I paesi caratterizzati da una dinamica meno forte, come Germania e Italia, tendono ad essere orientati in maniera più decisa verso l'Europa. Al contrario, nei paesi con una forte spinta a sinistra o in cui l'impatto delle politiche della Troika porta con sé un'immagine negativa dell'UE, la prospettiva europea diventa secondaria.

Ciò vale certamente per paesi come Grecia e Portogallo. In questo senso, i tentativi per «aumentare i numeri» hanno avuto esiti più soddisfacenti nei casi in cui sono stati organizzati a livello nazionale o locale. Resta chiaro, tuttavia, che una prospettiva di respiro europeo è sempre più necessaria, perlomeno se abbiamo realmente intenzione di raggiungere il livello delle solide istituzioni transnazionali.

La solidarietà tra sindacati, in Europa, è un tasto dolente. Inoltre, la Confederazione Europea dei Sindacati non è particolarmente adatta a svolgere un ruolo di coordinamento di portata europea, a causa dei forti interessi delle associazioni e dei sindacati che ne fanno parte, nonché a causa delle differenze considerevoli che sussistono tra la situazione dei relativi paesi. Tuttavia, il 14 novembre 2012 ha rappresentato un punto di svolta nella storia della Confederazione: ha organizzato uno sciopero generale congiunto e ha garantito il proprio sostegno a eventi che si sono svolti in vari paesi europei. I sindacati tedeschi, come IG Metall, sono assorbiti dalla gestione della crisi tedesca e sono combattuti tra la loro critica all'austerity neoliberale e i benefici di cui godono a discapito di altri gruppi di lavoratori subordinati. La conseguenza è che la partecipazione pratica dei sindacati tedeschi nelle proteste contro la crisi è stata scarsa. Analogamente i sindacati tedeschi hanno iniziato a criticare seriamente l'operato della Troika e manifestare la loro solidarietà alla Grecia con un certo ritardo. La situazione, effettivamente,è cambiata solo con l'appello a «rifondare l'Europa» e con la proposta, avanzata dalla DGB, di un «Piano Marshall per l'Europa». Tuttavia, queste richieste non hanno portato a fatti concreti.

 

Per uno schieramento dell'OXI: processo costitutivo e re-istituzione dell'Europa

1 È chiaro da sempre e Tsipras lo ha ripetuto più volte: nessun paese può farcela da solo. Syriza ha raggiunto l'impossibile, ma ha guadagnato tempo e ha politicizzato la questione della crisi (del debito) e della democrazia in Europa. Al contempo, ha agito da «grande catalizzatore» (Strohschneider) e ha smascherato l'orientamento autoritario-neoliberale dell'attuale configurazione dell'UE; inoltre ha acceso la speranza per un'altra Europa. Analogamente, adesso, noi dobbiamo pronunciarci diversamente per varie questioni rilevanti per l'UE.

2 La sinistra nei «Paesi cardine dell'UE», ha contribuito troppo poco al mutamento dei rapporti di forza. La sinistra, che non è poi così ristretta, e che comprende partiti, movimenti, intellettuali e sindacati, sia in Germania che in tutta l'UE, non è riuscita a lanciare un'iniziativa condivisa che andasse oltre i conflitti interni per trovare un punto di unione e accelerare la fine del progetto europeo di stampo autoritario-neoliberale.

3 Quindi, dobbiamo chiederci quale posizione strategica assumere - e non quale posizione prendere caso per caso - per avere una chance di modificare l'attuale rapporto di forze. Ciò ci riporta alla questione dell'organizzazione: dobbiamo aumentare i nostri numeri! Possiamo imparare molto, in questo senso, dalle esperienze susseguitesi in Grecia e Spagna dal 2001. Questi due paesi hanno dimostrato che è possibile coinvolgere parti della società civile attraverso una strategia che tocchi le sfere civile e sociale, intervenendo con forza nelle relazioni sociali quotidiane e collegare tali relazioni a prassi che, nel panorama della sinistra, sono cambiate. Tale strategia potrebbe dare alla sinistra un'influenza maggiore rispetto agli ambienti di sinistra e attivisti tradizionali. Le istanze di solidarietà basate sul sostegno reciproco e l'organizzazione politica, che collegano nuove tipologie di «partiti interconnessi» (Porcaro) possono svolgere un ruolo fondamentale in questo frangente. Syriza, le piattaforme locali interconnesse (in altri modi) e Podemos (almeno in parte) agiscono da catalizzatori per spostare la prospettiva di auto-organizzazioni e proteste della società civile verso il potere di governo. Tuttavia, prima di poter «fallire» al pari di Syriza, sarà necessario replicare i suoi successi in altri paesi. O forse dovremmo intraprendere un percorso del tutto diverso?

4 Nel parlare di mutamento nei rapporti di forze in Europa è fondamentale riconoscere la rilevanza dell'organizzazione transnazionale dei sindacati. Nel 2015, le vicissitudini di Syriza hanno dimostrato chiaramente quanto possa essere debole, se non assente, la risposta dei sindacati. Tuttavia, senza il coinvolgimento dei sindacati, qualsiasi tentativo di mutare i rapporti di forze è votato al fallimento. Sono molti i lavoratori che entrano a far parte di sindacati, il che non può che far piacere. Ma come possiamo superare la concorrenza e i conflitti tra sindacati di paesi diversi? Quali sono le richieste condivise in grado di garantire che i lavoratori, in Europa, non combattano tra loro ma combattano sullo stesso fronte, anche se l'austerity li colpisce in maniera diversa? Il fatto che fossero presenti rappresentanti della FIOM alle proteste di Blockupy in occasione dell'inaugurazione della BCE a marzo del 2015 è un passo nella giusta direzione, ma non è abbastanza per affrontare le sfide attuali.

5 I movimenti democratici resistono, dal 2011, alla gestione autoritaria della crisi generata dal regime di austerity. Inoltre, l'esperienza greca ha fatto sì che varie iniziative provassero a costruire un movimento democratico di portata europea. Stanno cercando di raggiungere tale obiettivo prima che sia troppo tardi e che il declino dell'UE riporti l'Europa a una situazione analoga a quella degli anni Trenta del Novecento. Tra le iniziative più note figurano DiEM25, le varianti di Piano B, l'Alter Summit e Blockupy. Ma quali sono i limiti con cui devono confrontarsi tali iniziative? Come possono essere collegate? E a cosa devono a loro volta legarsi per «aumentare i loro numeri»?

6 La necessità, per i gruppi interni all'UE e all'Europa, di riunire le forze è ben nota e, ad oggi, viene affermata con forza. Ma questi sforzi saranno vani se porteranno solo a una serie di iniziative in competizione che restano al di sotto della massa critica necessaria e se non porteranno ad alcun risultato a causa della loro inefficacia. Spesso, viene posta la domanda «Cosa è necessario fare?» e ci si interroga su cosa debba cambiare, ma raramente a tali interrogativi fa seguito la domanda: «Chi diamine lo farà, e come?». Il dibattito sulla forma politica che dovrebbero adottare le organizzazioni e sul processo di creazione di forme di collegamento, oggi, è più importante che mai. Tuttavia, tale dibattito non va quasi mai oltre il livello delle singole questioni e oltre l'idea che, in presenza di alternativa migliori, tutto il resto andrebbe a posto. Ciò porta all'evidente mancanza di fondatezza di molte iniziative. Come possiamo assicurarci che queste iniziative così diverse non portino solo a un jet set di attivisti europei che si limita a scatenare accesi dibattiti ben poco concreti, riuscendo ad avere solo un impatto marginale sui veri equilibri di potere nell'UE?

7 Le forze che potrebbero essere identificate come nuovo movimento di municipalismo hanno un'enfasi strategica diversa: partono dal presupposto che i tentativi per promuovere un'organizzazione di respiro europeo saranno vani finché non esistono le condizioni per inserirsi nella vita quotidiana delle persone: nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle comunità locali. In Spagna, le piattaforme interconnesse hanno ottenuto il controllo delle città principali del paese. A Barcellona, Madrid e non solo, i sindaci provengono da rinnovati enti locali di sinistra. In maniera analoga, non è un caso che i nuovi movimenti siano emersi a livello cittadino e di quartiere. A causa della scarsa quantità di risorse a disposizione per la sinistra, è questo il livello necessario - seppure inadeguato - per organizzare un movimento popolare che miri a «aumentare i nostri numeri». Questa strategia consente alle forme partecipative di organizzazione di unirsi a assemblee che forniscono una rappresentanza degli interessi credibile e a prassi istituzionali che portano all'apertura del sistema «alle masse», restituendo la concertazione e il potere decisionale alla società civile. Tuttavia, dobbiamo anche chiederci quali siano i livelli più appropriati, per le organizzazioni di sinistra, il che dipende sempre dalla situazione specifica.

8 Le vicissitudini di Syriza mostrano i limiti posti all'operato dei singoli governi all'interno di un'Europa autoritaria. Lo stesso avverrà - in maniera diversa - per il nuovo municipalismo. Quindi, è necessario un «salto di scala» che trasformi queste forme organizzative e politiche in un'entità di respiro europeo. Ciò potrebbe essere possibile attraverso network di città e regioni o, in maniera più categorica, con la prospettiva di una comunità europea e del processo costitutivo di un'altra Europa dal basso. Ad esempio, le piattaforme locali in via di collegamento si sono impegnate principalmente nella fondazione di DiEM25. Ciudades rebeldes, il network delle principali città spagnole che, da maggio, sono governate dalla sinistra è un esempio della forma che potrebbe prendere un tale movimento democratico.

9 Illivello dello stato (nazionale) continua ad essere quello prediletto per i processi democratici, per quanto sia inadeguato. Anche le operazioni organizzative, a sinistra, vengono svolte principalmente a questo livello, attraverso movimenti e partiti politici. Di conseguenza, non dovrebbe sorprendere che lo stato resti un punto di riferimento importante; lo stesso è avvenuto per la riorganizzazione della sinistra in Italia. Tuttavia, l'organizzazione a livello di stato non deve essere necessariamente bollata come incompatibile con i tentativi di organizzazione e partecipazione a livello europeo. L'idea stessa di «Europa» non ha forse un doppio livello di focalizzazione - il livello dello stato membro e il livello europeo? Non si tratta dunque di un aut-aut, ma della volontà di delineare priorità e connessioni specifiche per la situazione.

10 Il livello statale rimane inoltre un campo di battaglia fondamentale per i governi di sinistra. Nel mese di ottobre 2015, il Partito Comunista Portoghese, il Blocco di Sinistra e il PS hanno garantito il proprio appoggio a un governo di minoranza socialista. Se il governo spagnolo diventasse, presto, di centrosinistra, potrebbe diventare possibile, almeno, scambiare la quantità per la qualità e Grecia, Portogallo e Spagna sarebbero tre governi anti austerity in grado di mettere parzialmente in discussione i rapporti di forza all'interno delle istituzioni europee.

11 In molti credono che ritrovare la sovranità sia una questione importante a livello europeo. Tuttavia, difendere i risultati raggiunti a livello di Stati Membri può portare, facilmente, a ridurre tali questione a richieste di «sovranità nazionale». È importante che ciò non avvenga. È altamente improbabile che uno stato nazionale riconquisti tutta la sovranità attraverso lotte a livello nazionale, in particolare in periodi di network produttivi e mercati finanziari transnazionali. Inoltre, dobbiamo continuare a chiederci «Per chi è questa sovranità? » - certamente non per lo stato! I cittadini si lamentano del fatto che non hanno influenza sulla propria vita quotidiana e affermano di voler prendere decisioni in maniera autonoma. Dunque, tale questione non si riduce al ritorno a una prospettiva nazionalista, ma concerne piuttosto la sovranità dei ceti popolari. È una questione che riguarda tutti i livelli della politica, da quella locale a quella regionale, statale e sovranazionale. Il dibattito sulla sovranità lanciato da iniziative, da Piano B a DiEM25, potrebbe diventare un'opportunità di collegamento? E ciò consentirebbe di trasformare la spinta verso la rinazionalizzazione in una spinta verso il decentramento e l'Europeizzazione?

12 Infine, quali sarebbero le sembianze di un tale contesto? Dovrebbe essere incentrato sull'estensione dei diritti concreti democratici, sociali, ambientali e individuali. Sono molte le idee in materia di istituzione di idonei standard minimi a livello europeo, attraverso la creazione di dispositivi sociali che possano funzionare come meccanismi istituzionali per ottenere un'attenta armonizzazione al rialzo delle condizioni di vita in Europa; vi sono inoltre molti spunti sull'equità fiscale e sui limiti ai poteri dei «mercati finanziari», delle multinazionali, ecc. Di nuovo, il ruolo dei sindacati e il loro potenziale di organizzazione transnazionale è molto significativo.

Qualche proposta specifica

13 Potenziare la partecipazione dal livello locale a quello europeo sarebbe un ulteriore passo verso una democrazia «reale» e non solo formale e rappresentativa. Mezzi di potenziamento potrebbero essere referendum dal livello locale a quello europeo e une partecipazione istituzionalizzata costante nel processo decisionale, ad esempio attraverso consigli rappresentativi locali o regionali. I Parlamenti, a tutti i livelli, devono avere relazioni più strette con gli esecutivi; le piattaforme civili e i consigli devono essere coinvolti nel processo decisionale e il potere di prendere alcune decisioni deve essere restituito alla società civile. Infine, il Parlamento Europeo deve godere dei poteri di un vero organo legislativo.

14 Ha senso tenere in considerazione l'idea di «restituire»alcune competenze, che attualmente appartengono all'UE, ad altri livelli. Ciò presuppone lo sviluppo di nuove dinamiche tra il decentramento e gli scambi transnazionali: le questioni di rilevanza locale devono essere discusse a livello locale. Gli aspetti che hanno un impatto su altre persone, oltre il livello locale o regionale, devono essere discussi oltre il livello regionale o dagli stati stessi, con la partecipazione delle parti coinvolte. Alcune questioni, tuttavia, richiedono una risposta europea, come le infrastrutture europee, la politica relativa al clima, la regolamentazione dei mercati finanziari, la compensazione finanziaria, ecc. Il processo costitutivo voleva dotare il progetto europeo di una costituzione e fare sì che gli stati decidessero quali questioni dovessero essere trattate da ogni livello. Ciò riguarda anche, ma non solo, il ripristino delle istituzioni esistenti. Visto l'andamento non uniforme dei processi politici in Europa, potrebbe essere strategicamente necessario garantire che aspetti come l'acquisizione autodeterminata di competenze, la creazione di denaro, la tassazione e la rigenerazione degli apparati di stato siano affrontati a un livello più basso all'interno del sistema europeo «a più livelli». Ciò acquisirebbe grande importanza laddove le istituzioni comunitarie o nazionali decidessero, intenzionalmente, di bloccare processi e decisioni democratici, come nel caso del voto greco per l'OXI o come è avvenuto e avviene per la situazione della Catalogna. L'acquisizione autodeterminata di competenze in settori più ristretti, dunque, potrebbe essere necessaria per conferire stabilità al processo democratico o, persino, per agevolarlo; nondimeno, tale situazione potrebbe essere temporanea e potrebbe cambiare non appena si presenti una soluzione migliore in un settore più ampio.

15 Le iniziative che non mettono in discussione in maniera sostanziale le vecchie istituzioni e mirano a crearne di nuove non hanno possibilità di successo. Dobbiamo modificare le basi e costruire istituzioni democratiche alternative. Un processo costitutivo di consultazione coordinato a livello locale e sovraregionale organizzato in assemblee simili a consigli presenti dal livello locale a quello comunitario dovrebbe confrontarsi con il compito arduo di riunire varie posizioni di sinistra in un'alternativa comune. Ovviamente, non c'è bisogno di aspettare il permesso delle istituzioni per iniziare un tale processo: potremmo, semplicemente, «andare avanti» e organizzarlo!

16 Sarebbe importante, inoltre, «organizzare processi politici di intesa, che, per esempio, prevedano un impiego attivo del Parlamento Europeo e dell'idea di una Convenzione Europea, ma che lo facciano senza limitarsi a tali istituzioni e idee» (Wolf 2016). Ciò non deve avvenire solo a livello della società civile, ma anche a livello comunitario. Tale processo potrebbe portare alla creazione di un'assemblea costituente per l'Europa, che dovrebbe quanto meno essere eletta tramite elezioni universali e uguali. All'inizio del 20° secolo, questa strategia ha consentito alle masse di svolgere un ruolo attivo nella sfera politica e viene attualmente ripresa da iniziative come DiEM. Che tipo di Europa vogliamo? Come vogliamo viverci?

17 Un'alternativa alla situazione attuale non può essere né astratta né idealistica: al contrario deve prendere spunto dalle necessità quotidiane delle persone e dai veri equilibri di potere. Il processo costitutivo, inizialmente, non sarà un processo costituzionale, ma si concentrerà principalmente sulla costruzione di un soggetto politico tra tanti. Ciò consentirà di far sì che il dibattito non diventi astratto e tecnocratico poiché, altrimenti, risulterebbe difficile metterlo in pratica.

18 Un processo costitutivo di questo tipo può e deve iniziare a tutti i livelli: dal livello locale a quello europeo, all'interno e in rapporto con le istituzioni esistenti. Le città ribelli spagnole che stanno lottando per ridefinire le loro competenze o, per esempio, per rinegoziare e cancellare il debito sono un buon esempio. Il processo di indipendenza della Catalogna costituisce un altro esempio, al pari del dibattito creato dalla iniziativa Piano B di Madrid su un governo di centrosinistra (e su un blocco costituito dai governi di centrosinistra dell'Europa meridionale), attraverso la ridefinizione « unilaterale» della relazione con l'UE, in modo da portare a un nuovo processo di costituzionalizzazione comunitaria: un nuovo inizio dell'UE che ne preservi e accentui gli elementi positivi. Ciò dovrebbe essere integrato da un processo europeo di intesa, come già avviato da varie piattaforme europee.

19 Tutto ciò è troppo complicato? Forse aiuta pensare al processo costitutivo come all'immagine di un tetto il cui punto di fuga è la democrazia reale. Sarebbero vari i gruppi e le iniziative in grado di riporre il proprio interesse e i propri progetti in questo «indicatore fluttuante», continuare ad applicare il proprio modus operandi e a lavorare sulle questioni che più stanno loro a cuore (dal TTIP al debito, alle politiche anti austerity o per i rifugiati, fino all'indipendenza della Catalogna o di altre regioni o al dibattito relativo al sistema monetario). Tuttavia, farebbero tutto ciò all'interno di un processo dal basso che prende a riferimento il processo costitutivo e fornisce una prospettiva. Ognuna di queste questioni e ognuno di questi movimenti riguardano problematiche di democrazia fondamentali nonché la nascita di un'Europa alternativa.

20 Un elemento dell'intesa europea dal basso potrebbe essere una campagna per organizzare un'iniziativa dei cittadini europei che si prefigga un numero ristretto di obiettivi fondamentali. Tali obiettivi dovrebbero essere selezionati con anticipo e comprendere a) la fine dei tagli e delle privatizzazioni; il sostegno agli investimenti in infrastrutture sociali comunitarie (sanità, istruzione, alloggio, energia, mobilità); e b) solidarietà con le persone costrette ad abbandonare il proprio paese di origine. Tali punti possono certamente essere formulati con maggiore chiarezza, ma sarebbe importante evitare di selezionarne più di due o tre. La campagna anti TTIP ha mostrato, recentemente, che campagne a livello europeo sono possibili. Questa volta, tuttavia, la campagna dovrà essere più ambiziosa.

21 L'egemonia anti democratica e la sottomissione e l'impoverimento della Grecia sono stati giudicati in maniera critica da una minoranza significativa del 20-30% della popolazione tedesca. Questa visione critica si è inserita con forza negli ambienti di sinistra, verdi e di centro, coinvolgendo Jürgen Habermas, Gesine Schwan, Reinhard Bütikofer e molti altri. Il dramma dei rifugiati ha accentuato tale disagio: «Abbiamo bisogno più che mai di superare i limiti esistenti per le proteste e formare uno schieramento sociale di coloro che dicono 'No' alle politiche di austerità e alla distruzione della democrazia, il che va oltre gli ambienti di sinistra tradizionali» (Bernd Riexinger, Neues Deutschland, 08/11/2015). Nel resto d'Europa, il malcontento verso il governo tedesco, in particolare, è aumentato in maniera davvero consistente. Non sarebbe una cattiva idea se i partiti di sinistra, i movimenti sociali e i sindacalisti critici di tutta Europa concordassero su una serie di richieste minime in base alle quali organizzare una campagna.

22 Sono questa e altre le strategie che verranno discusse durante la conferenza sulla strategia europea «Europe – what’s left?» della Rosa-Luxemburg-Stiftung, che comprenderà varie iniziative sociali, vari gruppi, varie correnti e organizzazioni. Oltre alle tematiche politiche, avremo anche bisogno di trovare le forme politiche più adatte e di connetterle tra loro. Inoltre, abbiamo bisogno di sviluppare una strategia con la quale collegare i vari livelli - locale/comunale, nazionale, comunitario e europeo, malgrado le risorse non ingenti a disposizione della sinistra. Qual è il livello giusto per interventi e organizzazione politici? L'obiettivo - nonostante le posizioni e gli obiettivi diversi - è trovare prospettive e prassi di collegamento che non siano un approccio unificato, ma che consentano il coordinamento di politiche di ribellione che puntano a rendere un'altra Europa possibile. Questa volta, lo faremo insieme. Il primo passo, per ogni processo costitutivo, è la creazione di un soggetto politico.

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Comments   

#5 Georgejefferson 2017-02-02 19:03
Sono le sovranità del popolo, con le sue differenze culturali tra un paese e l' altro... nel difendere le classi meno abbienti e culturalmente mantenute nell' ignoranza, da proteggere dagli organismi internazionali che assomigliano sempre più alla costruzione di imperi guerrafondai e gerarchici, piuttosto che repubbliche democratiche...non il "nazionale" purchessia dimenticando dei conflitti interni ai paesi, e riducendo il tutto alla buona "sacra" famiglia, solo quando serve per difendere interessi particolari.

Trump "Aborrisce l'idea di un Governo mondiale"...ma davvero? Trump aborrisce l' idea di una repubblica mondiale da costruire nel lungo termine, che garantisce per tutti il diritto di base, senza necessariamente intromettersi nelle differenze culturali innocue... non aborra invece l' impero, perchè il paese più forte che impone un protezionismo egoista coopterà altri paesi meno forti, e ne farà dei vasalli costruendo sfere di influenza.
Ed e' il modello di impero pluri millenario che non viene mai messo in discussione dalle destre.(per quello conservatrici)

Se Trump (il giusto, di sinistra) non approva le :

"aziende che non esitano a depauperare il tessuto economico nazionale per conseguire esclusivamente il profitto"

Bisognerebbe valutarlo dalla sua storia personale, consiglio un documentario uscito per Report tempo fa, che ognuno valuti da sè, quale concezione si abbia della parola "depauperare" magari chiedendo ai lavavetri "latinos" dei suoi palazzi, anche.

"famiglia, divieto di aborto, identità" non sono valori in sè, se non si distingue si fa demagogia. Quale famiglia? Autoritaria e violenta, o affettiva e civile? Famiglia purchessia? Quale identità? Nella libertà di giudizio e di coscenza, che distingue liberamente tra le tradizioni bellissime e innoque da quelle barbare e violente? Identità purchessia?

Quale sarebbe il Trump

Cit."sensibile agli interessi della classe lavoratrice a cui vuole ridare prospettiva e benessere" ?

Classi meno abbienti o "classe lavoratrice" purchessia? Patriotà per chi?
interessi strategici ed economici del proprio Paese significa sposare in toto la logica del profitto e competizione selvaggia, senza alcun orizzonte storico di ricerca, nel tempo, di sana cooperazione internazionale il più possibile paritaria, a meno che per "interessi strategici" ci si riferisca a quello.

Ma non e' Trump. Questo non significa elogiare la cerchia della Clinton.
Ma non e' una "risposta originale", tranne nelle demagogie interessate di un certo giornalismo contemporaneo.
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#4 Georgejefferson 2017-02-02 19:02
Trump non esce per nulla dagli schemi politici tradizionali della destra, al più denuncia tante situazioni più morbide appunto perchè :"non abbastanza di destra". Paragonare questo fatto alla liquidità metaforica di Bauman, che riflette un discorso sociologico molto diverso, non ha senso.

Le conseguenze catastrofiche di questa malata globalizzazione che tanto devasta...non devasta solo le classi meno abbienti in occidente, devasta anche molto le classi medio alte, in favore di quelle altissime, ed e' in favore di quelle, le medio alte, che molta retorica si ammanta del pietismo con parole altisonanti quali "sacche di povertà", perchè le "sacche di povertà" ci sono sempre state, le stesse mantenute tali come grimaldello per tenere sotto ricatto il mondo del lavoro, e a quello servono le riforme antisociali che tolgono fondi alle cure sanitarie, ai salari minimi decenti, alle tutele in stile articolo 18 ecc.. che necessariamente, quelle risorse, andrebbero presi appunto dalle classi medio alte ed altissime. Cosa che il retore di destra non si sogna minimamente di prendere in considerazione, se non a parole. Si chiama progressività fiscale, in funzione difensiva delle classi meno abbienti. Principio messo in fortissima discussione dalla recente visione mondo alla thatcher e reagan.

"Creare" posti di lavoro non significa nulla senza distinguere. Agevolare gli imprenditori locali con forti detassazioni senza distinguerne il merito storico conta poco ai fini della giustizia, non ha senso il "creare lavoro" purchessia, appunto se insieme poni la libertà assoluta di licenziare con annesse forme di ricatto. Senza contare l' impegno sui vincoli ambientali che ogni stato dovrebbe farsi carico con severe sanzioni e sensibilizzazioni dell' opinione pubblica in quel senso.
In un regime di altissima competizione lo scontro e' inevitabile, o a perire sono le aziende più deboli (i lavoratori licenziati) o le aziende di altri paesi con cui si continua allegramente a commerciare, ponendo a priori un protezionismo che un paese forte si puo permettere, ma non altrettanto il paese terzo.
Il sindacato che fa finta di nulla su queste questioni e si limita a boccheggiare sperando di salvare il suo orticello, e' la degenazione del movimento storico sindacale, non "un discorso di sinistra", fermo restando le lodevoli, piccole conquiste, che un sindacato odierno, obbligato a racimolare le briciole, può ottenere in funzione di difesa dei lavoratori e classi interne meno abbienti.

Inutile ricordare che la denigrazione di tutto ciò, spesso viene ammantata dall' aggettivo "stato assistenzialista".
La "prosperità dell'economia nazionale" non garantisce per nulla la crescita "sociale", almeno bisognerebbe definire meglio cosa si intenda per "crescita sociale".
I posti di lavoro li possono creare sia i privati che l'autorità pubblica, ma se proponi "posti di lavoro" purchessia, con il ricatto istituzionalizzato verso le classi meno abbienti (per esempio la libertà assoluta di licenziare), deturpando l'ambiente e costruendo una rete di piccoli capetti locali, che rivolgono i disagi sui più deboli non e' "creare lavoro" in senso nobile.

Gli sgravi fiscali e deregulation purchessia e' il discorso di destra. La destra che non critica le multinazionali in favore di sgravi fiscali e deregulation anche locali, non lo fa "perchè di sinistra"...ma perchè e' cooptata da quei grandi gruppi, che, in ugual modo, non tiene conto della giustizia e difesa dei ceti meno abbienti.
Sono conflitti tra destre, che divergono nelle azioni, ma con la stessa stella polare che non distingue i rapporti di forza e disagio dei più deboli.

Per quello Destra.
Lo sbraitare contro le "esportazioni di democrazia", non e' finalizzato al porre in luce le barbarie commesse dagli americani verso mezzo mondo, ai fini di controllo e profitto, ma a quel conflitto interno tra destre di cui sopra.
Inutile dire che le miriadi di rapporti commerciali americani nel mondo, non si annullano dall'oggi al domani, e che Trump non lo farà, per scupoli etici, come sembrerebbe dalle sue sparate contro i guerrafondai "internazionali". Non fosse altro perche con i guerrafondai ci sguazza in affari.
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#3 Georgejefferson 2017-02-02 19:01
I media generalisti ci hanno abituato alla visione macchiettistica e caricaturale dei concetti e filosofie di vita inerenti la destra, e la sinistra, non stupisce che tanti soggetti, su quelle basi semplicistiche basino le loro piccole considerazioni.

Non e' assolutamente vero che Trump non sia collocabile a destra, anche quando esalta il popolo a sua presunta difesa, fermo restando, come ovvio, che dei filoni di pensiero di destra, e di sinistra, ne esistono tantissimi e differenti. Vediamo di districare meglio la questione.

Le "barriere" tariffarie possono riflettere finalità di destra, o di sinistra.

Di destra quando fingono che il mondo oggi sia fatto di isole autonome, e non tengono conto delle diversità, venutesi a determinare nel corso storico, tra le dimensioni economiche dei paesi e conseguenti rapporti di forza.
La narrazione della destra sulle "difese", da per naturale e senza importanza il fatto che tanti paesi non hanno la forza di "difendersi" in pari modo, e non e' per nulla una innoqua gara concorrenziale che parte da situazioni di pari opportunità. Ma la negazione intrinseca di qualsivoglia sussulto umano alla collaborazione, per lo meno parziale.
Allora abbiamo le "barriere" tariffarie che non tengono conto delle dimensioni disumane di sfruttamento del lavoro nei paesi più poveri, non le denuncia per sensibilizzare l'opinione pubblica in quel senso, ma solo per l' eventuale svantaggio economico derivante da questa concorrenza.
Inutile la retorica del "sono fatti loro", perchè i rapporti commerciali con i loro rapporti di forza, hanno concorso molto a determinare e mantenere queste barbarie, e le classi dominanti dei paesi più forti e ricchi, hanno partecipato attivamente al clima di corruzione negli altri, a loro vantaggio (delle classi dominanti), nonostante sia ovvio che anche "il corrotto" che schivizza le persone del suo paese abbia palesi responsabilità.

Diversamente a sinistra si dovrebbe porre in luce queste questioni, e applicare le barriere tariffarie in ragione etica, con la prospettiva di un divenire storico che cambi e migliori certe situazioni di barbarie con più collaborazione. Certo da solo un paese puo' poco, ma quel poco, insieme ad altri, puo' contribuire a portarne l'esempio virtuoso, specie se il paese in questione fa parte della cerchia dei paesi più forti.
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#2 Georgejefferson 2017-02-02 18:41
L' Europa federale progressista è un’utopia, e' la reclamazione piccola e arrabbiata del piccolo borghesume pronto a concedersi armi e bagagli al presunto uomo forte di turno, che ha naturalizzato nella sua coscienza le tesi (ancelle del potere) elitiste come unico orizzonte possibile che...al massimo, gli si può chiedere trattamento di migliore condizione, un "padrone" dato come naturale, ontologico a cui chiedere l'osso...ovviamente chiudendo gli occhi sul fatto che le barbarie e oppressioni del resto del mondo più debole, sia la sola condizione per permetterlo, quell'ossicino.

Hayek che diventa "un saggio" nel mostrarci che un' altro mondo non e' possibile, sai che scoperte dai saggi borghesi e cosidetti nobiliari.

Ecco arrivare l'antico strumento retorico..."i popoli cattivi che non vogliono condividere". Ma sai scoperte "nuove" gli econometrici, come se i popoli non fossere perennemente abituati, dalla culla alla tomba, all'egoismo edonista, col bombardamento quotidiano massmediatico atto a "vendere" e comprare le coscienze, che la prassi storica dominante non sia appunto il clima di paura esasperato, di perdere il proprio orticello, e bisogno annesso della comunità di proteggerlo. Vecchi paternalismi di ritorno. Come se tutti fossero ingenui.

Costruire la solidarietà europea, con la reclamazione del sacro egoismo, si infatti, ha sempre funzionato come no, come se non fosse proprio il sacro egoismo una delle cause principali delle disfatte storiche.
Ma meno male che abbiamo "una sinistra concreta", proprio quella giusta, quella "vera" che starnazza per Trump il paladino degli oppressi, come se non si veda che gli sciacalli di destra, con la bava alla bocca, siano sempre li nelle fogne, pronti ad uscire appena "le condizioni materiali" ne stimolino la riscossa. Come se prima non c'erano, e solo oggi, colpa dell' euro, si costituiscano. Sono i migliori a "offrire alla gente qualche speranza".

Le vie nazionali di rottura con il liberismo vanno bene, ma quale orizzonte storico? Non si e' capito in queste "nuovissime" narrazioni, tutte incentrate nei : "non e' possibile"...."utopie irrealizzabili"..."implicitamente siamo tutti ingenui o farabutti".
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#1 Georgejefferson 2017-02-02 18:41
L' economista in quanto tale solitamente ha il terrore di sporcarsi le mani con "la questione umana". A fronte di chiari intenti mistificatori dei retori della destra, che illude le persone con i colori delle comunità immaginate, e attizzano i bassi istinti in stile machismo e "celabbiamodurismo", li legittima con la considerazione e balbetta di numeri e tabelle. Non ci vuole un corso specializzato di ermeneutica per capire che i numeri sono sempre selezionati, e sempre creano l'effetto di una narrazione, e quindi ogni altra narrazione del nemico e' di stessa prassi e valevole uguale, teoricamente.

No, l'economista econometrico dei "dati"...e "fatti" non lo capisce, "non e' suo compito". Ma beata luna...e' dai tempi di Pangloss che si formalizza finalmente "la resistenza" ultra millenaria, con la sua forma moderna (la sinistra), che pone in luce la mistificazione di usare l'esperienza storica (presunta tale) come luce in fondo al tunnel, che il potere delle classi dominanti si basa proprio sulla narrazione del passato (riassunto nello slogan:" e' sempre stato cosi "). Poco importa che le narrazioni storiche retoriche nascondano anche ragioni di buona fede, derivanti dal principio di precauzione. Ma quei nobili principi di precauzione sono tali quando rivolti ai più deboli, alle classi oppresse. Inutile stupirsi dei rivolgimenti confusi e violenti, della ribellione all' antico principio di precauzione, perche tali principi, sono quasi sempre stati traditi e grimaldello delle classi dominanti per annichilire le speranze sul possibile, e gli scopi ultimi a indicar la strada.

Povero il nostro economista che se ne vorrebbe star fuori, che solo di "dati" e "numeri" sa balbettare. Parliamo di sinistra cosi da capirci:

Una cosa che "dimostra" che "nulla e' possibile" e' la narrazione più ingenua, se in buona fede, o più interessata se no, del discorso reazionario. Sinistra significa mettere in discussione il discorso incentrato solo sul presente, perchè nega il futuro possibile, a meno che, il piccolo aspirante "de sinistra" si senta tale con l'orizzonte storico piccolino dell'arco di una vita umana, e non può quindi immaginare il futuro come lungo termine chiarificandosi gli scopi.

La concretezza in una rottura, sta nell' orizzonte storico di unificazione del genere umano, cosa inimmaginabile per il reazionario, che per condizionare alla sua narrazione, ha bisogno di enfatizzare i discorsi complottisti e distopici sulle "omologazioni" dall'alto e al ribasso. Unità del genere umano significa potere pubblico di garantire un minimo di diritto di base per tutti, di abitare, di vestire, di mangiare, di istruzione cultura e sanità... un minimo di ragione comune che capisce la barbarie delle diseguaglianze estremizzate, un minimo di ragione comune sulla necessità di porre tra i rifiuti della storia la naturalizzazione millenaria dello sfruttamento dell' uomo sull' uomo come stato di natura immodificabile. Stato di natura violento e machista che la destra da per scontato e come unico orizzonte naturale. L'economista ingenuo no, lui da la democrazia come "compiuta"..che si e' "data" nello spazio ristretto della "comunità", illudendosi dell' isola felice, riparata dalle valanghe di ribellioni sconclusionate che si abbattono nel mondo da parte di chi mai ne ha intravisto neppure il palliativo.

La globalizzazione e' un disegno liberistà? Che scoperta ovvia, come se "prima" le classi dominanti non avessero il coltello dalla parte del manico, come se i conflitti di oggi non riflettano appunto quello, una guerra tra borghesi reazionari e loro egoismi all'imperialismo universale a loro modello prescelto. Come se il mercantilismo, che prosegue con List ecc... sia mai stata una soluzione. Come se le esigenze di allargamento del profitto da concentrare tenga conto di List.
E' però questo List ha ragione, siamo stati ingenui. Loro, le classi dominanti ingenue? Suvvia, quanto infantilismo utopico. Il nazionalismo e' progressista nelle contingenze storiche solo se non rinnega le sue ragion d' essere, appunto in progressione, verso uno scopo ultimo, la pacificazione seria mondiale nell'aiuto e supporto dei più deboli, altrimenti non e' progressista. A proposito di "abbagli storici"
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