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orizzonte48

60 anni dal Trattato di Roma: l'€uropa è stata un pieno successo

di Quarantotto

bolli compiuti missione 256515811. Mentre sale la tensione per i problemi di ordine pubblico che potrebbero verificarsi in una Roma super-blindata mentre va in scena la paradossale commemorazione dei 60 anni del Trattato CEE, è un esercizio diffuso sui media italiani quello di  interrogarsi su cosa potrà venire fuori dall'incontro tra capi di Stato e capi di governo europei che si radunano in una città che, almeno nelle intenzioni, (ri)diverrebbe un "simbolo" dell'€uropa unita.

 

2. In fondo, pur nella sua versione allargata, la situazione è la medesima che si prospettava per il vertice di Ventotene dello scorso agosto

La imminente formalizzazione del recesso del Regno Unito ai sensi dell'art.50 del Trattato e la crisi di governo italiana conseguente all'esito del referendum, non hanno mutato sostanzialmente il quadro e né potevano farlo: ognuna delle dinamiche in atto non molti mesi fa si è confermata e, semmai, rafforzata

La stessa novità dell'atteggiamento degli Stati Uniti, legata all'elezione di Trump, non pare decisiva in un senso o nell'altro, dato che non si è manifestata in decisioni formali dell'Amministrazione USA, e né, comunque, ha innescato atteggiamenti nuovi da parte delle potenze €uropee che guidano l'eurozona (il cuore di tutta la vicenda, com'è del tutto evidente).

E se ne ha sostanziale conferma nell'esito trapelato del summit Trump-Merkel (che ha al più vagamente aperto il fronte dell'equilibrio interno al trattato NATO, secondo un'evidente applicazione del principio rebus sic stantibus - non solo nei confronti della Germania, peraltro- da parte del contraente più importante dell'accordo multilaterale).

 

3. Riassumiamo in estrema sintesi la situazione storica, politica ed ideologico-economica che ha caratterizzato il processo della "costruzione europea", appunto in coerenza con quanto era già stato segnalato nello scorso agosto (p.1):

 "La costruzione €uropea, - contrariamente a quanto ritengono gli z€loti che vivono di luoghi comuni, facitori e vittime della propaganda neo-ordo-liberista -, è stata guidata dalla volontà USA di governare l'intero Occidente (qui p.2 e qui, per la traduzione della fonte ufficiale), assicurandosi, per la sua parte più importante (cioè il "vecchio" continente), due certezze considerate imprescindibili: 

a) ancorare il continente "madre" (o "padre") all'economia di mercato, in contrapposizione a ogni cedimento "socialista" al bolscevismo sovietico, e trascinarlo in tutte le successive evoluzioni economico-ideologiche del "mercatismo", preparatorie e posteriori alla "caduta del muro" (in particolare il Washington Consensus);

b) agevolare il conseguente perseguimento delle strategie geo-politiche ritenute opportune dagli USA stessi  - o meglio dal suo establishment sentitosi trionfatore della guerra fredda e emblema della "fine della Storia"-, in quanto naturali leaders di questo blocco omogeneo di paesi trasformati in sinergici ausiliari "liberal-liberisti": l'agevolazione consentita dall'€uropa è quella di avere un interlocutore unico allorquando occorra garantire un coordinamento politico, ossequioso della linea stabilita al centro dell'Impero, verso le aree diverse da questo blocco (come insegna la vicenda dell'Ucraina e, in misura più incerta, quella dei Balcani, della Libia e del Medioriente...)."

3.1. Ancor più importante, è la precisazione della posizione cui la Germania, e i paesi che economicamente, (ma anche in proiezione militare, ormai), sono da considerare come suoi "satelliti" (p.3):

"...la Germania non sente di essere in crisi e, comunque, segue le politiche che le sono congeniali nel proprio irrinunciabile interesse nazionale (qui pp. 2-3). 

L'UE, e ovviamente più ancora l'euro, sono solo strumenti di potenziamento di questo interesse nazionale che possono essere accettabili, a norma della sua stessa Costituzione, solo a condizione che tale convenienza rafforzata sia effettivamente raggiunta. 

Gli altri paesi, su tutti l'Italia, - che rappresenta(va) allo stadio più avanzato il modello costituzional-keynesiano e che quindi andava normalizzata, a colpi di "riforme", più e prima di ogni altro Stato "nazionale" europeo, rivestendo ciò un prioritario valore simbolico per gli stessi USA- versano invece in una sempre più grave crisi strutturale, posta in relazione di dipendenza inversa con la "prosperità" perseguita dalla Germania."

Perciò l'esito del summit di Ventotene era già scritto.

...

Leaders disabituati a decidere perchè parte di classi politiche guidate da decenni di strategia behind the scene degli USA, che restringe ogni possibile azione di governo alle riforme neo-liberiste-supply side (sperimentate per prime dal FMI sui paesi in via di sviluppo); leaders ormai persino nati e cresciuti dentro la "addiction" dei parametri rigidi e degli automatismi di cui l'ordoliberismo strumentale ha infarcito trattati immodificabili (prima ancora che inaccettabili per qualsiasi democrazia sostanziale), non hanno alcuna attitudine a risolvere i problemi derivanti dall'eurozona: per essere in grado di farlo, se non altro, dovrebbero rinnegare se stessi apertamente e, implicitamente, le politiche seguite ottusamente per oltre 30 anni dai ranghi partitici da cui provengono

Dovrebbero perciò sopportare un costo altissimo in termini politici e personali: quello di guidare una sostanziale rivoluzione - perché a questo corrisponderebbe una modifica dei trattati in senso veramente risolutivo della crisi di crescita e di identità sociale che hanno provocato con la loro applicazione.

Insomma, dovrebbero realizzare nella sostanza un vero e proprio cambiamento di classi dirigenti, mettendo in discussione, prima di tutto, la propria stessa esistenza politica

Perché in ciò e solo in ciò consiste una "rivoluzione" e non una messa in scena cosmetica da dare in pasto ai media addomesticati o, nella migliore delle ipotesi, ormai deprivati delle risorse culturali per interpretare il presente (che essi stessi hanno decisivamente contribuito ad alterare sul piano della percezione culturale)".

 

4. Una ricostruzione storica la potete trovare nella serie di post di Arturo (a partire da questo) che riassumono sia gli impulsi genetici al federalismo europeo provenienti dagli Stati Uniti (fatto storico documentato con una tale ampiezza di fonti dirette e di studi che non pare seriamente dubitabile), sia la strategia della gradualità "stealthy", cioè "nascosta", "inavvertita", con cui l'intero processo è stato costantemente concepito.

Al post "Maastricht: era già tutto previsto" ho aggiunto un'ulteriore conferma tratta da un articolo di Evans-Pritchard, fondato sempre su fonti documentali, e che, in questa sede, vi traduco:

"E' stata Washington a guidare l'integrazione europea nei tardi anni '40, finanziandola in modo "coperto" tramite le Amministrazioni Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson e Nixon.

Sebbene talvolta irritati, gli USA hanno fatto affidamento sull'unione europea da allora per dare ancoraggio agli interessi regionali americani accoppiati nella NATO...

La dichiarazione Schuman che segnò la riconciliazione franco-tedesca - e che avrebbe condotto alla Comunità europea nei suoi vari stadi- fu preparata dall'allora Segretario di Stato Dean Acheson nel summit di Foggy Bottom (ndr; un nome in sé già presago dei contorni indefiniti, per le opinioni pubbliche, dei disegni perseguiti). "E' cominciato tutto a Washington" dichiarò il capo dello staff di Schuman.

...Fu l'amministrazione Truman che "forzò" i francesi a cercare un modus vivendi con la Germania nel primo dopoguerra, arrivando persino a minacciare di tagliarle i fondi del Piano Marshall in un acceso meeting coi leader francesi che recalcitravano nel 1950.

...Negli anni che seguirono vi furono gravi errori di valutazione, naturalmente. Un "memo" datato 11 giugno 1965, impartisce al vicepresidente della Commissione europea l'istruzione di perseguire l'unione monetaria in modo "innavvertito" (dalle opinioni pubbliche: "by stealth"), sopprimendo il dibattito fino a quando "l'adozione di tale proposta non fosse divenuta praticamente ineludibile"...

 

5. E in effetti è andata proprio così. Abbiamo la documentazione circa l'origine (da oltreoceano) del "metodo" che viene variamente attribuito:

- a Monnet

jean monnet

(la cui fonte più prossima, in ordine all'attribuibilità, che peraltro non v'è ragione obiettiva di ritenere inverosimile, la potete rinvenire qui)

- ad Amato (tratto da una notissima intervista del 2000 rilasciata a Barbara Spinelli):

"Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia mentre vengono privati del potere- con grandi balzi istituzionali...Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...".

- al collimante "metodo Juncker

 "prendiamo una decisione e la mettiamo sul tavolo, aspettando di vedere quali reazioni susciterà; se non vi sono resistenze perchè nessuno ci ha capito nulla, andiamo avanti fino al punto di non ritorno...".

- fino alla complementare affermazione di Prodi, che si collega al già visto sistema "stealthy" di imposizione della moneta unica e che, come abbiamo visto ne "La Costituzione nella palude", era stato grosso modo già programmato nelle stesse proiezioni del primo progetto ufficiale di moneta unica, contenuto nel Rapporto Werner del 1971 (qui, p.2):

romano prodi

 

5.1. Mentre, sempre Prodi, ci fornisce la descrizione pratica delle linee di politica socio-economica che comunque hanno caratterizzato lo "stato di attuazione", rebus sic stantibus, della moneta unica e i suoi limiti di applicabilità:

romano prodi2

 

6. Ma, chiarita questa serie di premesse storico-politiche indispensabili, torniamo alle prospettive del super-vertice di Roma. Ancora una volta, è lo stesso Prodi a fornirci una chiave di lettura che va comunque decifrata

I punti salienti ci paiono questi: 

"Un progetto che, dalla bocciatura francese e olandese del referendum costituzionale nel 2005, si è interrotto e, con esso, si è interrotto il processo di creazione di una federazione fra Stati uguali. L’entusiasmo genuino e popolare che aveva accompagnato ogni traguardo raggiunto, si è spento e si è trasformato in diffidenza e paura. La solidarietà che era il fondamento della casa comune europea, che ci ha consentito di vivere in pace per tre generazioni, che ha fatto dell’Europa la «casa delle minoranze», oggi arretra e abdica di fronte agli egoismi nazionali e alla paura che mina le fondamenta stesse della nostra Unione.

Forti e isolati  

Siamo sempre più deboli e divisi: di fronte all’arretramento francese, alla recente uscita della Gran Bretagna, l’unica nazione alla quale tutti fanno oggi riferimento è la Germania. Forte per le sue virtù e per i suoi meriti, la Germania sta tuttavia esercitando la sua leadership senza quello sforzo di condivisione con gli altri Paesi membri che è necessario perché la leadership sia accettata in modo coesivo.

Si pensi alle tensioni che si sono accumulate intorno al problema greco per il fatto che esso è stato affrontato non in un dialogo tra Bruxelles e Atene ma, sostanzialmente, tra Berlino e Atene.

In conseguenza di questa nazionalizzazione dell’Unione, la Commissione Europea ha perduto progressivamente di potere. Ne è prova il fatto che, nel recente Libro bianco che prepara l’incontro di Roma, il presidente Juncker avanza ben 5 proposte di possibili scenari futuri ma non ne sceglie nemmeno una, manifestando così la grande difficoltà politica nella quale oggi si trova la Commissione. (Le cinque opzioni, "vanno da un'unione sempre più stretta fino ad un'alleanza puramente commerciale")."

 

7. Noi sappiamo, invece, che la "solidarietà" tra Stati-membri è prevista nei trattati in modo che, - se posta sul piano finanziario e fiscale, l'unico proprio di un'unione che voglia caratterizzarsi come politica e, in concreto, anche democratica-,  essa sia esplicitamente vietata, non solo "non contemplata", come risultava coscientemente nel rapporto Werner: e abbiamo visto come tale divieto di solidarietà corrisponda a una precisa e coessenziale visione, politica prima ancora che economica, affermata dalle istituzioni UE-M senza mezzi termini:

Con la Risoluzione sull'Unione Economica e Monetaria (doc. A 3-99/90) il Parlamento Europeo:

“A) considerando che l'Unione economica e monetaria costituisce un obiettivo della Comunità dichiarato reiterato dal 1969 fino al suo inserimento nel Trattato CEE mediante l'Atto Unico ed esplicitamente ribadito dai Consigli europei di Hannover, Madrid e Strasburgo,

B) considerando che un'armonica realizzazione di tale obiettivo è strettamente legata a un'accelerazione dell'Unione politica della Comunità, con una revisione dei trattati che determini un rafforzamento del ruolo del PE; considerando che l'Unione politica s'impone tanto più in considerazione della riunificazione della Germania e degli sviluppi in corso nei paesi dell'Europa orientale…

C) considerando che il completamento del grande mercato interno non potrà produrre in maniera costante e permanente tutti i vantaggi che si aspettano i cittadini se non verrà rapidamente consolidato da un'Unione economica e monetaria in cui l'uso progressivo di una moneta comune (l'ECU) finirà per portare a una moneta unica…

G) considerando che l'Unione monetaria deve garantire la stabilità monetaria e favorire il progresso economico e sociale, e che tali finalità potranno essere garantite attraverso un SISTEMA EUROPEO DI BANCHE CENTRALI, la cui autonomia dovrà fondarsi su basi giuridiche chiare,

H) considerando che il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) DEVE GODERE DEL PRIVILEGIO ESCLUSIVO DELLA CREAZIONE MONETARIA e quindi della capacità di utilizzare, senza alcuna autorizzazione preventiva, tutti gli strumenti di cui le grandi banche centrali moderne dispongono oggi par influenzare i mercati monetari…”

E soprattutto:

“M) considerando che, PER EVITARE CHE LE AUTORITÀ NAZIONALI NUOCCIANO ALL'OBIETTIVO DELLA STABILITÀ MONETARIA e alla convergenza delle politiche macroeconomiche degli Stati membri, DEVONO ESSERE ADOTTATE NORME SEVERE CHE LIMITINO RIGOROSAMENTE il finanziamento monetario dei disavanzi pubblici E PROIBISCANO IL SALVATAGGIO AUTOMATICO, da parte della Comunità, DEGLI STATI MEMBRI IN DIFFICOLTÀ FINANZIARIA 

5. PLAUDE alla decisione delle autorità degli Stati membri DI PROIBIRE IL FINANZIAMENTO MONETARIO DEL DISAVANZO PUBBLICO E L'INTERVENTO AUTOMATICO DELLA COMUNITÀ IN SOCCORSO DEGLI STATI MEMBRI CHE VERSANO IN DIFFICOLTÀ DI BILANCIO…

...9. considera necessario creare un sistema europeo di banche centrali che decida autonomamente come attuare gli obiettivi della politica monetaria definiti dal Consiglio e approvati dal Parlamento…; onde evitare che le autorità nazionali nuocciano all'obiettivo della stabilità monetaria e della convergenza delle politiche macroeconomiche degli Stati membri, DOVRANNO ESSERE ADOTTATE SEVERE NORME CHE LIMITINO RIGOROSAMENTE IL FINANZIAMENTO MONETARIO DEI DISAVANZI PUBBLICI E PROIBISCANO IL SALVATAGGIO AUTOMATICO DELLA COMUNITÀ, DEGLI STATI MEMBRI IN DIFFICOLTÀ…”.  

Queste cose, queste "risoluzioni" ufficiali e pienamente esplicative delle concrete previsioni vincolanti dei trattati, Prodi dovrebbe conoscerle: e infatti, la sua affermazione sullo smantellamento progressivo del welfare all'interno della moneta unica, che è una versione solo un po' meno meno drastica della "durezza del vivere" auspicata dal ministro del suo governo Padoa-Schioppa, è più coerente con tale consapevolezza.

 

8. D'altra parte, se cade la premessa solidaristica, cade tutto il resto del discorso sulle prospettive di riavvio del processo in forme solidali (ma come? Volute e esplicitate da chi?) che, nella realtà giuridico-istituzionale dell'eurozona non si sono mai presentate e neppure sono mai state contemplate. Non è la "nazionalizzazione" il problema che porta alla crisi dei rapporti tra paesi aderenti alla moneta unica e, in realtà, a maggior ragione, con quelli che non vi aderiscono. E' proprio l'ordinario agire applicativo dei trattati.

La verità che trapela prepotente da tutto questo quadro pare oggettivamente essere un'altra.

La Germania, abbiamo visto potenza vincitrice della competizione commercial-industriale cui ha portato l'assetto esplicitamente antisolidaristico dei trattati, non si considera "in crisi"

E, con essa, al netto del problema cultural-sociologico dell'immigrazione, neppure l'Olanda, come conferma il senso ultimo delle contestate dichiarazioni di Djisselbloem, appunto endorsed da Schauble senza alcuna riserva.

E dunque, i vincitori, all'interno del processo europeista che, data l'importanza decisiva dei rapporti di forza che i trattati internazionali tendono inevitabilmente ad amplificare, tenderanno ad affermare ulteriori evoluzioni in senso ancora più stringente verso l'affermazione del "loro" modello di "integrazione"

La stessa "europa a due velocità" non è altro che un modo di affermare che i paesi "irrevocabilmente" (come lo stesso Draghi ha tenuto a ri-precisare) dentro l'eurozona sono il vero e unico bersaglio pratico delle prospettive di accelerazione del modello attuale. Senza alcun compromesso possibile. 

 

9. E non è che questa sia una mera speculazione deduttiva: al di là delle probabilmente inconcludenti discussioni che si svolgeranno a Roma il 25 marzo, infatti, la precisa formalizzazione di quel che le istituzioni europee, e non certo i "rapporti nazionalizzati", sono capaci di esprimere in termini di revisione dei trattati, assume una caratteristica ben precisa (certo, le istituzioni europee, nei loro processi decisionali, sono soggette alla prassi ed ai rapporti di forza affermatisi e amplificatisi in base ai trattati stessi: ma questo è un fenomeno, per l'appunto, inevitabile e inscindibile proprio da questa natura istituzionale di un'organizzazione internazionale essenzialmente liberoscambista).

Ed infatti, l'unica prospettiva ufficialmente formalizzata, in quanto passata già per una deliberazione del parlamento europeo e, appunto, motivata dalla presa d'atto della Brexit in connessione con l'esigenza di "completare l'unione politica e monetaria", in raccordo con la "relazione dei cinque presidenti" e in vista di un "accordo interistituzionale con Comissione e Consiglio UE", è quella che si trova nei tre reports positivamente votati dallo stesso parlamento. Eccovi i relativi links:

1) Report sulla Capacità fiscale dell'Eurozona
 
2) Possibile evoluzione e adeguamento dell'attuale struttura istituzionale dell'Unione europea
 
3) Miglioramento del funzionamento dell'Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona: 
 

 

10. Un commento di sintesi della pletorica (come di consueto) serie di misure e di considerando che nascondono, appunto "stealthy", una precisa volontà negoziale e dispositiva del destino di centinaia di milioni di cittadini degli Stati coinvolti:

"Si parla nel "complesso dei tre report" di istituire un bilancio dedicato per la zona Euro, da finanziare non si sa bene con quali modalità e risorse, ma di sicuro non con trasferimenti di risorse dalle economie forti in surplus (che godono di una moneta tagliata su misura per la loro economia, leggasi Germania e Olanda) a sostegno delle aree depresse. Questa proposta è quindi il cavallo di Troia per ricattare sistematicamente i Paesi in difficoltà imponendo - in cambio di "aiuti" (id est: restituzione di ciò che gli stessi Stati hanno dovuto versare in forma di maggiorato contributo al bilancio "federale")- condizionalità asfissianti con riforme strutturali e vari programmi di aggiustamento economico. 

Si insiste sul "normare" il trattamento riservato alla Grecia in termini di distruzione del welfare, precarizzazione del lavoro, impoverimento generale del popolo e privatizzazioni selvagge. Naturalmente sotto ricatto.

Si parla d'istituzionalizzare il MES - il mostruoso fondo salva-Stati di cui vi abbiamo già parlato - in varie forme: inserendolo direttamente nei trattati e quindi rendendolo "irreversibile". Oppure trasformarlo in un Fondo Monetario Europeo che erogherà aiuti imponendo riforme neoliberiste folli e anacronistiche, distruggendo di fatto il Paese che dovrà attuarle.

C'è addirittura la pretesa di creare ad hoc un super-ministro delle finanze per l'Eurozona, fondendo le figure del presidente dell'Eurogruppo e del commissario europeo agli affari economici e sociali. Fuori da qualsiasi controllo democratico questa figura diventerebbe lo spin-doctor del potere tecnocratico tedesco e avrebbe la facoltà d'imporre il rispetto religioso del patto di stabilità e crescita e, ancora, del Fiscal Compact".

 

11. Insomma, spentisi i riflettori sulla mega-kermesse romana, e magari trascorsi alcuni giorni di  discussioni mediatiche basate su curiose e pretesamente "commiserative" rivendicazioni "contro" (i populismi, i razzismi, la xenofobia, la perdita dello slancio ideale e...solidale), basate su problematiche in parte immaginarie e in parte relative ad effetti di decisioni istituzionali UE che non "potranno" mai essere rimesse in discussione, l'agenda ricomincerà inevitabilmente a correre sulle basi costituite da questi tre reports.

Ma questa realtà, è una dimensione di rapporti di forza che nessuna crisi di consenso elettorale pare poter smuovere: e d'altra parte, ciò è coerente con la consueta diffidenza e ostilità verso i parlamenti nazionali, visti come espressione distonica della disfunzionalità del suffragio universale, - esercizio delle sovranità popolari-, a garantire ciò che è visto esclusivamente come "efficienza allocativa", esclusivamente conseguibile dall'ordine sovranazionale del mercato (qui, p.4, nella definizione di Karl Polanyi).

11.1. E questa realtà è e rimane l'unica proiezione storico-politica ed economica in cui si sono manifestati i trattati europei. Senza che si sia mai posta alcuna alternativa. Finora.

Ma è praticamente impossibile che qualcosa cambi per forze di autocorrezione endogena

Il fatto è che l'€uropa, dal punto di vista delle sue premesse politico-ideologiche, è stata un pieno successo: la crisi attuale può soltanto essere vista come un episodio, tutto sommato scontato e superabile, di resistenza del "vecchio" ordine (disfunzionale) delle democrazie nazionali e del capitalismo collaborativo  (così definito da Eichengreen in relazione ai rapporti che si instaurarono nel dopoguerra prima che prendesse definitivamente il sopravvento la restaurazione dell'ordine sovranazionale del mercato) che i trattati sono inesorabilmente volti a sopprimere. 

Irreversibilmente.

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Comments   

#1 frakk 2017-03-28 15:42
non capisco perchè pubblicare articoli di un Consigliere di Stato che il 25 marzo fa le manifestazioni con la destra, con la Meloni tra l'altro. non c'è nulla di sinistra in Luciano Barra Caraccolo
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