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Una voce

Rubrica di Giorgio Agamben

 

L’infanzia di Adamo

Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino.

Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.

Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.

[13 aprile 2026]

 

La grammatica dell’Occidente

In un saggio del 1942 Louis Renou poteva affermare che «alla base del pensiero indiano stanno dei ragionamenti di ordine grammaticale». Le tre categorie in cui secondo la filosofia indiana si articola tutta la realtà – sostanza, qualità, azione – derivano indiscutibilmente dall’analisi grammaticale del linguaggio: nome, aggettivo, verbo. La grammatica della lingua sanscrita di Panini e il commento di Patañjali precedono infatti la maggior parte dei testi filosofici indiani.

Ci si può chiedere in che misura ciò valga anche per la filosofia greca che sta alla base della nostra cultura. A questa ipotesi sembra contrastare la tradizione che attribuiva a Platone e Aristotele la scoperta delle parti del discorso e, conseguentemente, l’invenzione della grammatica. Il contrasto sfuma e scompare non appena si intende che ciò che in questo modo si suggeriva era che, per poter essere filosofi, Platone e Aristotele avevano prima dovuto essere grammatici.

L’Occidente è dal principio alla fine una civiltà grammaticale, che ha fatto dell’analisi del linguaggio e della sua costruzione in una grammatica la base della sua conoscenza del mondo e del suo dominio sulla natura. La scienza, che è diventata la religione dell’Occidente, presuppone infatti, come ogni religione, un mondo nominato, in cui l’ontologia – cioè il fatto che l’essere si dica e si ordini nel linguaggio – si compartisce in regioni, ciascuna delle quali è presa in carico da una scienza particolare. Il destino dell’Occidente è, cioè, iscritto nella grammatica indoeuropea, con i sui casi e le connessioni logico-sintattiche di dipendenza gerarchica in cui, insieme alla sua lingua, articola il suo pensiero.

Per questo è, forse, guardando alla Cina, cioè a una cultura che non ha analizzato e costruito la propria lingua in una grammatica, ma vede in essa dei monosillabi senza alcuna articolazione grammaticale, che potrà nascere se non un nuovo pensiero, almeno una via d’uscita dalle cupe sorti che, senza che ce ne avvedessimo, l’analisi logica del linguaggio, che non a caso ci viene insegnata alle scuole elementari, ci ha fatalmente assegnato.

[20 aprile 2026]

 

Il governo della demenza

Come spiegare – o semplicemente cercare di comprendere – ciò che sta succedendo negli Stati Uniti? Come dar ragione del fatto – in apparenza davvero inspiegabile – che la nazione che fino a ieri dominava il mondo nell’ultimo decennio sia stata e sia tuttora retta da un presidente tecnicamente demente? Forse la sola possibile risposta è che gli Stati Uniti si trovano in una situazione storica alla quale solo la demenza è adeguata. Quando un paese raggiunge lo stadio ultimo dello sfacelo spirituale, nessuna decisione razionale che cerchi di farvi fronte è più accessibile. Si può soltanto precipitare con ogni mezzo il collasso ormai inevitabile e la demenza ¬–reale o simulata – è lo strumento di governo certamente più adatto allo scopo.

In quanto suddita fedele degli Stati Uniti, anche l’Europa si sta autodistruggendo e, come questi, sembra precipitare nella demenza. Se alcuni stati europei riusciranno a fermarsi sull’orlo del baratro o se rovineranno in esso insieme alla sciagurato e illegittimo organismo che si chiama Comunità europea è quanto i prossimi anni permetteranno di vedere.

[15 giugno 2026]

 

Uomini e turisti

La parola turista compare per la prima volta in italiano nel 1837 (turismo soltanto nel 1907). L’etimologia è chiara: il tour (il grand tour) è il viaggio di formazione che gli aristocratici e gli intellettuali europei compiono a partire dal XVIII secolo soprattutto in Italia per conoscerne la storia dell’arte, i modi di vita e la cultura. Come spesso avviene, quello che all’inizio era proprio di un’élite, si è trasformato col tempo in un fenomeno di massa.

Significativo è che il suo antecedente siano certamente i pellegrinaggi che i credenti intraprendevano per visitare i luoghi sacri della loro religione: anche i turisti, come i pellegrini, sono peregrini, ciòè, secondo il significato del termine latino, stranieri sulla terra. Il turismo è il segno di un mutamento epocale nel rapporto fra gli uomini e la terra che abitano: ovunque si trovino, essi sono extranei, di fuori (extra), innanzitutto nella stessa città in cui vivono. Ricordo perfettamente lo stupore con cui, già molti anni fa, quando abitavo a Venezia, mi accorsi che non era più possibile distinguere i veneziani dai turisti.

Cambiato non è, però, solo il rapporto dei cittadini con la loro città, mutata è, insieme, la stessa città: gli uomini sono diventati turisti, cioè stranieri, nella misura stessa in cui extranea e peregrina è ora la terra che abitano (o, piuttosto, abitavano un tempo). Se si legge, come mi è capitato in questi giorni, la straordinaria descrizione che Joseph Roth fa di Marsiglia nell’autunno del 1925, con i suoi vicoli densi e avventurosi, dove in una superficie di pochi chilometri si affollavano vive tutte le epoche della storia e nessuno era straniero, è difficile sottrarsi all’amara, implacabile costatazione che le città oggi non esistono più: il turismo ha potuto distruggerle, perché esse avevano già smesso di essere vive. L’overtourism non viene da fuori, è cominciato dentro di noi, dentro i rioni e i quartieri familiari, che non siamo più capaci di abitare. Abitare è una forma intensiva del verbo avere (habeo) e significa un certo modo di dimorare e di vivere, di avere abiti e abitudini. E se ethos in greco designa la dimora abituale, allora l’abitazione è la forma primordiale dell’etica. Essere diventati turisti, aver perso la capacità di abitare, essere ovunque peregrini ed estranei, ci obbliga allora a immaginare da capo una possibile etica, a reinventare da cima a fondo la capacità di abitare. Compito certamente non facile, ma che ci offre forse la sola via per uscire dal turismo, per rendere nuovamente abitabili la nostra terra e le nostre città.

[1 luglio 2026]

 

Dove sono i giusti

Chi sono i giusti? Che cosa significa essere giusto? Certo non si tratta di una qualità di un soggetto, di un attributo di questo o quell’uomo, questa o quella donna. La giustizia –ha scritto Benjamin – è uno stato del mondo, è una dimensione dell’essere, non della volontà o dell’intenzione. Giuste sono le cose, diceva Spinoza, quando le vedi non in un certo tempo o in un certo luogo, ma quando le vedi in Dio. Per questo la giustizia è qualcosa che non puoi mai avere, ma solo contemplare. E, tuttavia, quando vedi le cose come sono in Dio, l’esser fiore di quel fiore, l’essere sorriso di quel sorriso, l’esser innocente di quell’innocente, allora provi un’esigenza a cui non puoi sottrarti, un’esigenza che non ti chiede né comanda nulla, ma che agisce in te al di là di ogni volontà o di ogni intenzione – è così, e non c’è nient’altro da fare. Non dimenticherò mai le parole di una ragazza che faceva parte di un’organizzazione della resistenza in un paese occupato dai nazisti. Era stata arrestata e torturata e non aveva parlato. Quando fu liberata, i compagni volevano festeggiarla come un eroe, le dicevano che se era riuscita a sopportare la tortura era per la forza delle sue convinzioni politiche, per la sua fedeltà alla causa e simili sciocchezze. Ma essa scuoteva la testa e diceva soltanto: no, l’ho fatto perché così mi piaceva, per capriccio. Aveva visto la giustizia, aveva sentito un’esigenza che la scavalcava da tutte le parti, ma non aveva pensato un solo istante di essere giusta, che la giustizia potesse appartenerle. Se avesse soltanto creduto nella giusta causa, ma non avesse visto la giustizia, avrebbe ceduto alla tortura, avrebbe parlato.

Per questo, secondo la tradizione ebraica, i giusti, gli zaddiqim, sono nascosti nel mondo, nascosti soprattutto a sé stessi. E per questo c’è qualcosa di paradossale nel voler premiare i giusti, come se si trattasse dell’altra faccia di quella giustizia che consiste nel punire i colpevoli. Come la pena non può mai provenire dalla giustizia, ma solo dal diritto, così nemmeno il premio e il riconoscimento appartengono alla giustizia. Il giusto riconosciuto e premiato, lo zaddiq non più nascosto non è più un giusto.

Il mistero del diritto, cioè il mistero della colpa e della pena, non dev’essere confuso col mistero della giustizia. Per questo è, forse, bene che i colpevoli siano puniti, ma non è altrettanto sicuro che i giusti debbano essere premiati. Essi vanno per il mondo non riconosciuti fino alla fine dei tempi e solo in questo modo, dice la leggenda, essi salvano il mondo.

[3 luglio 2026]

  

Una via di uscita

Spesso, nella diffusa consapevolezza che stiamo vivendo la fine di una cultura, si affaccia l’esigenza – o la speranza – di un nuovo inizio, che, cioè, dopo il crollo di una lunga tradizione, una nuova e più viva venga prima o poi in essere. Contro questa ingenua aspettativa, occorre ricordare che non di un nuovo inizio abbiamo bisogno, ma di una via di uscita. Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente. Dopo il collasso della storia dell’Occidente, l’ultima cosa che possiamo volere è una nuova epoca storica, vogliamo piuttosto farla finita con le epoche, uscire una volta per tutte e non semplicemente ricominciare. Uscire verso dove? Non possiamo dirlo, ma questo è bene, il nostro silenzio è più prezioso delle chiacchiere sui caratteri di un improbabile futuro, che tradiscono la loro solidarietà col passato ripetendo formule stantie come «nuovo o post- o transumanesimo». Come dice la scimmia della Relazione accademica, che è diventata qualcosa di radicalmente altro: «Non volevo la libertà, soltanto una via di uscita».

[6 luglio 2026]

 

La verità e l’opinione

L’antico problema del rapporto fra verità e opinione, già enunciato alle origini della filosofia occidentale nel poema di Parmenide, assume oggi una nuova attualità. È infatti evidente che la chiara distinzione fra le due forme di conoscenza, per gli antichi scontata, è oggi completamente cancellata. Ci sono soltanto opinioni, che pretendono di essere vere. Tanto più urgente è ricordare che la verità e le opinioni si pongono su due piani diversi. La verità – che i greci chiamavano aletheia, che significa non-nascondimento, apertura – concerne l’essere, cioè l’esperienza che qualcosa sia, che ci si qualcosa piuttosto che nulla. L’opinione (che i greci chiamavano – e ancora noi oggi chiamiamo – doxa) concerne gli enti, la conoscenza che le cose stiano in un certo modo piuttosto che in un altro. La prima, dice Parmenide, è immobile (atremes, che non trema, in-trepida), circolare e fuori dal tempo, la seconda può essere corretta o erronea ed è, pertanto, mutevole e incerta.

Decisivo è però comprendere il rapporto fra queste due forme della conoscenza umana. La prima non garantisce in alcun modo la correttezza delle opinioni, ma ci fornisce un luogo da cui considerarle, nel quale possiamo chiederci se esse sono giuste o sbagliate. Chi si tiene solo nell’opinione tenderà invece fatalmente a ritenerla corretta. Mentre la verità dischiude la possibilità tanto dell’opinione vera che di quella errata, l’opinione può solo affermare la propria verità. Di qui l’apparente paradosso, secondo cui la verità si definisce attraverso la possibilità dell’errore, che l’opinione deve a ogni costo escludere.

Non sorprende che una cultura che ha smarrito la differenza fra verità e opinione abbia prodotto l’intelligenza artificiale, cioè una doxa che afferma la propria verità senza poterne fare esperienza. Dove questa doxa, che si è chiusa alla possibilità dell’errore, condurrà gli uomini che credono di farne uso, è una domanda che non dovremmo cessare di porci.

[13 luglio 2026]

 

 

 

 

 

 

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Comments

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Eros Barone
Tuesday, 14 July 2026 19:14
"Quando fu liberata, i compagni volevano festeggiarla come un eroe, le dicevano che se era riuscita a sopportare la tortura era per la forza delle sue convinzioni politiche, per la sua fedeltà alla causa e simili sciocchezze." Basta una frase come questa a invalidare tutte le cose giuste e profonde che Giorgio Agamben è in grado di pensare e di scrivere.
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