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seminaredomande

Come siamo arrivati al colonialismo finanziario energetico e alla mutazione della terra da bene comune ad asset finanziario liquido

di Francesco Cappello

Gemini Generated Image q5aj57q5aj57q5aj 1140x641.pngIl colonialismo finanziario energetico ha trasformato la terra da bene comune e risorsa agroalimentare ad asset finanziario liquido, negoziabile a Wall Street tramite lo schermo giuridico delle società veicolo (S.r.l. di scopo). Questa smaterializzazione del territorio non è figlia del caso, ma il risultato di una precisa e stratificata architettura legislativa che, nell’arco di un ventennio, ha progressivamente smantellato i poteri regolatori degli enti locali, piegato il diritto di proprietà privata all’interesse dei grandi fondi speculativi e istituzionalizzato il trasferimento di ricchezza pubblica verso paradisi fiscali o consigli di amministrazione transnazionali.

La pietra angolare di questa transizione normativa viene posta nel 2003 con il Decreto Legislativo numero 387, emanato in attuazione della direttiva europea 2001/77/CE. È in questo preciso testo normativo che si consuma il primo decisivo strappo giuridico: la qualificazione degli impianti di energia da fonti rinnovabili come opere di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti. Questa formula, mutuata storicamente dalle grandi opere pubbliche statali come autostrade o ferrovie, viene concessa ex lege a soggetti privati speculatori. L’impatto sul diritto proprietario è devastante. Equiparando un campo di pannelli fotovoltaici privati a una linea ferroviaria, lo Stato conferisce alle multinazionali dell’energia il potere di attivare le procedure di esproprio per pubblica utilità non solo per le infrastrutture di rete e i cavidotti, ma per gli stessi siti di installazione, superando la resistenza degli agricoltori e frammentando la continuità territoriale. Lo stesso decreto introduce l’Autorizzazione Unica, un procedimento centralizzato che concentra in un’unica sede regionale il potere decisionale, esautorando di fatto i Comuni dalla pianificazione urbanistica e riducendo i piani regolatori a simulacri privi di reale efficacia di fronte all’avanzata delle centrali elettriche a terra.

Parallelamente all’accentramento autorizzativo, lo Stato ha edificato un sistema di sostegno finanziario senza eguali nel panorama industriale, trasformando il rischio d’impresa in una rendita garantita dai consumatori.

 

Il grande paracadute dei profitti privati: la tassa occulta in bolletta

Il motore immobile di questo assalto al territorio non è una genuina spinta ecologica, ma un meccanismo di aiuti di Stato senza eguali nella storia industriale del Paese. Uno schema che ha progressivamente azzerato il rischio d’impresa per i grandi speculatori, trasferendone i costi direttamente sulle spalle dei cittadini. La stagione dei decreti interministeriali noti come Conto Energia, inaugurata a metà degli anni Duemila, ha introdotto tariffe di acquisto dell’energia talmente fuori mercato da surriscaldare l’intero settore. Lo Stato non ha premiato l’autosufficienza delle comunità o l’efficienza tecnologica, ma la mera scala quantitativa dell’occupazione del suolo. Più ettari di terra venivano coperti di silicio, più la rendita aumentava.

 

Il braccio armato della finanziarizzazione: il Conto Energia

Se si vuole individuare il momento esatto in cui la terra ha smesso di essere un fattore di produzione agricola per trasformarsi in un collaterale finanziario, bisogna analizzare il ruolo del Conto Energia. Introdotto a metà degli anni Duemila per dare attuazione alle direttive europee, questo meccanismo è stato il vero braccio armato della finanziarizzazione del territorio. Non si è trattato di un semplice piano di investimenti pubblici, ma di una mutazione genetica del mercato dell’energia che ha ridefinito i rapporti di forza tra il capitale transnazionale e le comunità locali.

Il funzionamento del Conto Energia si basava su un principio contabile elementare ma dirompente: lo Stato non finanziava la costruzione dell’impianto, ma garantiva una tariffa d’incentivo fissa e stratosferica per ogni chilowattora prodotto, pagata costantemente per vent’anni. Nelle prime edizioni del decreto, i prezzi riconosciuti erano talmente superiori al reale valore di mercato dell’elettricità da azzerare qualsiasi logica di rischio commerciale. Questa distorsione normativa ha generato un incentivo perverso. Il sistema non premiava l’autosufficienza energetica delle famiglie o l’efficienza dei distretti industriali, ma la mera estensione dei siti di installazione. Più ettari venivano cementificati e coperti di pannelli solari a terra, più il flusso di cassa diventava mastodontico, sicuro e prevedibile.

Il Conto Energia ha svolto il ruolo di formidabile attrattore per i fondi di private equity e per le grandi società di speculazione. Presentando alle banche internazionali un contratto statale blindato che garantiva ricavi certi per due decenni, le società veicolo potevano ottenere finanziamenti agevolati coprendo fino all’80% dei costi di costruzione con il denaro preso a prestito. La terra agricola, specialmente nelle aree del Mezzogiorno come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia dove l’irraggiamento è massimo e il valore dei suoli era considerato depresso dalla crisi del comparto agroalimentare, è diventata improvvisamente la preda più ambita. Il Conto Energia ha così legalizzato la corsa all’accaparramento dei terreni (il cosiddetto land grabbing), surriscaldando il mercato e fornendo alle grandi società private i capitali pubblici necessari per recintare le campagne e sottrarle alle produzioni alimentari storiche del Paese.

Per blindare questa gigantesca fabbrica di liquidità dal rischio di crisi economiche o fluttuazioni di mercato, l’architettura normativa ha edificato un sistema di garanzie assolute. Attraverso i Certificati Verdi e le successive aste gestite dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici), ai grandi fondi speculativi sono stati assicurati contratti a lungo termine basati sui cosiddetti contratti per differenza.

Inizialmente lo Stato ha utilizzato i Certificati Verdi, veri e propri titoli finanziari scambiabili sul mercato: l’obbligo di legge di acquistare questi titoli da chi produceva energia pulita, ricadeva su qualunque operatore, inclusi i grandi gruppi industriali nazionali, gli importatori di elettricità e le ex aziende municipalizzate dello Stato, che producesse o immettesse sul mercato italiano energia da fonti fossili oltre una certa soglia [1].

L’Ue ha poi introdotto il mercato degli ETS [2], acronimo di Emissions Trading System (in Italia noto come Sistema per lo scambio delle quote di emissione dell’Unione Europea, o semplicemente mercato dei crediti di carbonio). Si tratta dell’architettura finanziaria europea che impone alle industrie inquinanti di comprare quote per ogni tonnellata di CO2 emessa, spingendo indirettamente i grandi fondi di investimento a caccia di asset fisici, come i terreni agricoli da convertire in rinnovabili, per speculare sui crediti generati e rivenderli a chi ha bisogno di ripulire i propri bilanci ambientali.

La legge ha così costretto l’intero sistema industriale energetico tradizionale a versare una quota di denaro a chi possedeva impianti rinnovabili. Questo fiume di denaro, nato per costringere chi inquinava a finanziare la transizione, si è trasformato in un incentivo così colossale e sicuro da attirare i fondi speculativi. I grandi investitori hanno capito che potevano fare cassa due volte: incassando i soldi dalla vendita dell’energia e, contemporaneamente, rivendendo questi Certificati Verdi a tutto il parco produttori e importatori d’Italia.

Questo ha creato un mercato parallelo dove la carta si convertiva in denaro fresco per i grandi costruttori di impianti. Successivamente, quando questo meccanismo è diventato troppo instabile, lo Stato ha introdotto una novità radicale: le aste al ribasso gestite dal GSE.

In teoria, le aste dovevano servire a far risparmiare la collettività, spingendo le aziende a farsi concorrenza sui prezzi. Nei fatti, hanno sbarrato la strada ai piccoli produttori locali e ai cittadini, che non avevano i capitali per partecipare a gare così complesse. Ad aggiudicarsi la torta degli incentivi sono rimasti solo i colossi della finanza, ai quali il GSE ha garantito i cosiddetti contratti per differenza. Il funzionamento è un capolavoro di ingegneria contabile: lo Stato fissa a monte un prezzo dell’energia che resta bloccato e garantito per vent’anni. Se il prezzo sul mercato crolla, l’ente pubblico interviene e copre la differenza versando il denaro mancante nelle casse della società privata. L’investitore internazionale ha così ottenuto ciò che nessun mercato normale potrebbe mai offrire: la certezza matematica del profitto, blindata per due decenni, prima ancora di posare il primo bullone sul terreno agricolo.

Il punto di rottura democratico di questo modello risiede nella fonte di finanziamento di tali sussidi. I miliardi di euro erogati ogni anno alle multinazionali non provengono dalla fiscalità generale, ma vengono prelevati mensilmente dalle tasche di famiglie e imprese. È la voce “oneri di sistema” che leggiamo all’interno delle nostre bollette elettriche: una vera e propria tassa occulta destinata a rimpinguare il fondo per gli incentivi (un salasso di più di 200 mld di euro) [3]. Il paradosso della transizione energetica italiana si compie così in questo circuito chiuso: i consumatori finanziano con le proprie bollette i profitti blindati di fondi d’investimento esteri, i quali utilizzano quegli stessi capitali pubblici per acquisire ed espropriare altri terreni agricoli, trasformando il paesaggio e la terra coltivabile in pura rendita finanziaria transnazionale. Questa immane risorsa finanziaria, prelevata in modo regressivo dai conti correnti di cittadini e imprese, rappresenta l’esatta misura del trasferimento di ricchezza pubblica verso i veicoli societari privati. È il bilancio contabile di un modello economico in cui la transizione ecologica viene pagata dalla base sociale del Paese per essere convertita in dividendi liquidi, mentre l’eredità fisica sul territorio resta confinata nei campi recintati e sottratti alla produzione agricola.

Questa architettura ha creato un mercato asimmetrico: i fondi di private equity hanno la certezza matematica di un flusso di cassa costante e blindato per vent’anni, indicizzato e protetto dalle fluttuazioni di mercato, mentre le perdite ecosistemiche, il mancato ripristino dei luoghi a fine ciclo e la svalutazione dei terreni limitrofi restano interamente a carico delle comunità ospitanti.

L’assalto ai terreni a vocazione agricola ha trovato il suo definitivo semaforo verde nella progressiva deregolamentazione delle tutele agronomiche e paesaggistiche. Sebbene le Linee Guida Nazionali del 2010 avessero tentato di tracciare un perimetro delegando alle Regioni l’individuazione delle aree non idonee, ogni tentativo degli enti locali di porre un argine alla proliferazione selvaggia è stato sistematicamente impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale. La giurisprudenza della Consulta ha sancito la supremazia degli obiettivi nazionali ed europei di decarbonizzazione su qualsiasi norma regionale di tutela del suolo agricolo, declassando di fatto il valore della produzione alimentare e della sovranità alimentare a fronte dell’urgenza burocratica della transizione transazionale.

 

La ghigliottina burocratica: lo svuotamento dei vincoli paesaggistici

Se la stagione degli incentivi ha fornito il carburante finanziario per l’assalto alla terra, è stato, infatti, attraverso l’arma giuridica della “semplificazione” che sono state abbattute le ultime difese dei territori. La vera svolta strategica per i fondi di investimento si consuma con la decretazione d’urgenza varata a ridosso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in particolare con il Decreto Legge 77 del 2021 e i successivi provvedimenti di accelerazione. Sotto il vessillo della transizione ecologica e della rimozione dei lacci burocratici, il legislatore ha operato una sistematica demolizione dei poteri di controllo e dei vincoli di tutela paesaggistica, agronomica e culturale.

Il grimaldello normativo più efficace è stato l’allargamento a dismisura delle cosiddette “aree idonee” per legge. Attraverso riscritture mirate del testo unico dell’energia, lo Stato ha stabilito che vaste porzioni di territorio agricolo fossero considerate adatte all’installazione di grandi impianti industriali di fatto ope legis, ossia per imposizione diretta della legge nazionale. Questa mossa ha disarmato le Regioni e le Soprintendenze: qualunque vincolo paesaggistico o piano territoriale locale che provasse a limitare la proliferazione selvaggia di specchi e pale è stato ridotto a un ostacolo procedurale facilmente superabile. La giurisprudenza della Corte Costituzionale ha blindato questa impostazione, sancendo la supremazia degli obiettivi quantitativi di decarbonizzazione su qualunque pretesa di salvaguardia della bellezza dei luoghi e delle specificità rurali.

L’ultimo e definitivo varco nell’agricoltura produttiva è stato aperto con la legalizzazione dell’agrivoltaico. Presentata inizialmente come una simbiosi virtuosa tra tecnologia e coltivazione, la norma ha consentito di aggirare i divieti di installazione sui suoli agricoli di pregio. Sfruttando le maglie larghe delle nuove procedure semplificate e delle diciture di facciata, i veicoli societari hanno ottenuto il via libera per progetti mastodontici a terra semplicemente promettendo il mantenimento di attività agricole marginali al di sotto delle strutture.

Allo stesso tempo, le Valutazioni di Impatto Ambientale sono state centralizzate e affidate a commissioni speciali con tempi di decisione contingentati e ridotti al minimo. Se le amministrazioni locali o gli organi di tutela non rispondono entro scadenze rigidissime, scatta il meccanismo del silenzio-assenso. La semplificazione ha così di fatto estromesso le comunità locali dal processo decisionale, trasformando la tutela del paesaggio da principio, protetto dall’articolo 9 della nostra Costituzione, in un costo burocratico da azzerare per fluidificare il transito dei capitali finanziari. Questo quadro normativo ha permesso il consolidamento del modello in cui agenzie di sviluppo locali ottengono i permessi sfruttando le maglie larghe delle leggi di semplificazione per poi rivendere il pacchetto autorizzativo, racchiuso nella scatola giuridica della società veicolo, ai giganti della finanza globale. La legge ha così legalizzato la transizione della terra da fattore di produzione agricola a mero collaterale finanziario, strutturando un sistema in cui il sole e il vento dei territori non generano ricchezza locale, ma dividendi per i mercati esteri (vedi Il sole della Sicilia brilla a Wall Street)

 

L’acceleratore geomorfologico dell’assalto al Sud. Le Zone Economiche Speciali

Nel disegno di smantellamento delle tutele territoriali, le ZES, ossia le Zone Economiche Speciali, hanno assunto un ruolo macroscopico. Nate originariamente come perimetri circoscritti attorno ad aree portuali e retroportuali per attrarre investimenti manifatturieri attraverso forti sgravi fiscali e semplificazioni burocratiche, queste strutture hanno subito una radicale metamorfosi politica e amministrativa. Con la nascita della ZES Unica del Mezzogiorno, che ha unificato sotto un’unica cabina di regia centralizzata a Palazzo Chigi l’intero territorio di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, il modello della deroga permanente è diventato la norma per oltre un terzo del Paese.

Questa evoluzione ha trasformato le ZES nel definitivo catalizzatore per l’insediamento dei grandi impianti fotovoltaici ed eolici a terra. Il motivo risiede nella combinazione di due fattori normativi straordinariamente favorevoli per il capitale finanziario speculativo: un massiccio credito d’imposta (sconto fiscale) per gli investimenti e lo strumento dell’Autorizzazione Unica ZES. Quest’ultima costituisce un’ulteriore ghigliottina burocratica che centralizza tutti i procedimenti autorizzativi in un unico ufficio governativo a Roma. Qualunque parere ambientale, vincolo urbanistico locale o piano regolatore comunale può essere aggirato o assorbito da una singola determinazione statale, privando i sindaci e le cittadinanze dell’ultimo diritto di veto sulla gestione del proprio suolo.

Il riflesso finanziario sui terreni agricoli è stato immediato e distorsivo. Il credito d’imposta offerto all’interno della ZES Unica, cumulabile con altri incentivi statali come i piani di transizione industriale, copre fino al 60% dell’investimento in beni strumentali per le piccole imprese e quote altissime per i grandi conglomerati, includendo esplicitamente le spese per l’acquisto di terreni. Questa massiccia iniezione di agevolazioni pubbliche ha ovviamente surriscaldato il valore di mercato dei suoli del Mezzogiorno. I fondi di private equity e le società di sviluppo, forti di un paracadute fiscale che abbatte i costi di costruzione e di una corsia burocratica preferenziale che scavalca i vincoli paesaggistici regionali, hanno trovato nella ZES Unica l’ambiente perfetto per moltiplicare i progetti a terra.

La terra coltivabile del Sud Italia, storicamente depressa da crisi di redditività sistemica, è stata così spinta all’interno di una competizione asimmetrica: per i proprietari terrieri è diventato infinitamente più redditizio cedere i campi alle S.r.l. dell’energia piuttosto che continuare la produzione alimentare. La ZES, concepita sulla carta come uno strumento di rilancio manifatturiero e infrastrutturale per il Mezzogiorno, è diventata nei fatti la cornice giuridica e l’acceleratore economico che legittima la conversione di intere regioni in hub energetici a servizio dei mercati finanziari del Nord Europa e di Wall Street, lasciando sui territori solo la perdita di sovranità alimentare e la desertificazione produttiva.

Questo video offre una spiegazione dettagliata sul funzionamento del credito d’imposta per la ZES Unica in agricoltura, illustrando i meccanismi fiscali, le percentuali di aiuto pubblico e i requisiti minimi di spesa che alimentano il circuito degli investimenti strutturali nel Mezzogiorno.

Il testo del Decreto-Legge numero 124 del 2023 è l’atto normativo che ha istituito la ZES Unica. Il legame con la speculazione energetica si articola su due binari paralleli che giocano a favore delle S.r.l. di scopo dell’energia.

Il primo binario, come accennato, è la totale centralizzazione dei poteri autorizzativi. Prima della ZES Unica, una società che voleva costruire un mega-impianto a terra o in agrivoltaico doveva comunque interfacciarsi con gli uffici regionali, le conferenze dei servizi locali e i vincoli urbanistici dei Comuni. L’articolo 15 del decreto ZES ha istituito lo Sportello Unico Digitale (S.U.D. ZES) e la Struttura di missione presso la Presidenza del Consiglio. Questo significa che i progetti per gli impianti rinnovabili situati nei territori del Mezzogiorno godono di una corsia preferenziale centralizzata a Roma. Il procedimento unico ZES assorbe e sostituisce ogni altra autorizzazione, nulla osta o parere di competenza delle amministrazioni locali. I sindaci e gli uffici tecnici comunali si vedono letteralmente scavalcare da un provvedimento calato dall’alto, accelerando i tempi di approvazione a favore dei fondi speculativi che vogliono cantierizzare il suolo prima che i territori possano organizzare una opposizione legale.

Il secondo binario riguarda la distorsione del credito d’imposta per la transizione digitale e green. Sebbene i grandi impianti fotovoltaici puri a terra siano stati progressivamente esclusi da alcune agevolazioni dirette sui terreni agricoli per evitare il totale azzeramento delle colture, le multinazionali aggirano l’ostacolo proprio attraverso la dicitura dell’agrivoltaico avanzato. Presentandosi come progetti integrati di modernizzazione agricola ed energetica, queste installazioni possono rientrare nei grandi piani di investimento industriale sostenuti dai fondi del PNRR e dalle agevolazioni fiscali ZES.

La ZES Unica ha creato una gigantesca asimmetria regolatoria: ha trasformato l’intero Sud Italia in una macro-area a burocrazia zero e a tassazione agevolata per i grandi agglomerati industriali, inclusi quelli energetici. La terra agricola meridionale non viene difesa in quanto risorsa alimentare, ma viene trattata dalla norma come una tabula rasa, una superficie geometrica a basso costo ideale per essere colonizzata dalle infrastrutture della transizione transnazionale grazie alla cancellazione del potere di pianificazione degli enti locali.

 

I nodi invisibili del cappio normativo: i dispositivi di retroguardia

Nella mappatura del saccheggio territoriale manca ancora l’analisi di tre dispositivi giuridici vere e proprie armi silenziose in mano alle S.r.l. di scopo. Si tratta di norme di carattere squisitamente tecnico che operano a livello microscopico per disarmare la resistenza proprietaria, sterilizzare i bilanci degli enti locali e blindare la rendita finanziaria ben oltre la fine del ciclo vitale degli impianti.

 

La servitù coattiva di elettrodotto: il superamento della proprietà privata

Il primo strumento di penetrazione capillare nel tessuto rurale è la disciplina delle opere connesse, nello specifico il potere di imporre la servitù coattiva di passaggio e di elettrodotto. Quando una società veicolo ottiene l’Autorizzazione Unica per una centrale fotovoltaica a terra, quel permesso include automaticamente la dichiarazione di pubblica utilità per tutte le infrastrutture necessarie a trasportare l’elettricità fino alla stazione di trasmissione nazionale della rete elettrica.

Questo meccanismo distrugge il concetto stesso di proprietà privata ben oltre il perimetro recintato dei pannelli. Se un agricoltore decide di non vendere e di resistere all’insediamento, la società privata ha il potere legale di far passare chilometri di cavidotti interrati, tralicci e strade di cantiere attraverso i fondi dei vicini dissenzienti. La legge impone il passaggio coattivo in cambio di indennità risibili calcolate sul valore agricolo medio, svalutando permanentemente i terreni confinanti, frantumando i canali di irrigazione e impedendo le normali lavorazioni meccanizzate del suolo. La proprietà rurale viene così svuotata dall’interno, trasformata in una servitù perpetua al servizio dell’infrastruttura finanziaria.

 

Le royaltes di compensazione. La monetizzazione del dissenso

Il secondo dispositivo cruciale è rappresentato dall’evoluzione normativa delle misure di compensazione ambientale, storicamente note come royalties. Regolate originariamente dalle Linee Guida Nazionali del 2010, queste norme stabilivano che i costruttori di impianti potessero versare ai Comuni ospitanti una percentuale massima del 3% dei proventi della vendita di energia per finanziare interventi di riefficientamento energetico o patti verdi locali.

La giurisprudenza amministrativa e i successivi interventi di semplificazione hanno operato una sistematica stretta su queste misure, dichiarando illegittima qualunque richiesta di compensazione finanziaria diretta da parte dei sindaci che non sia strettamente legata a un danno ambientale specifico e documentato. Studiosi del diritto pubblico rilevano come questa apparente moralizzazione del sistema abbia ottenuto un effetto perverso: ha privato i piccoli Comuni dell’entroterra, spesso con i bilanci in dissesto, dell’unica leva negoziale rimasta. Le multinazionali si presentano nei municipi non più come controparti contrattuali tenute a ridistribuire ricchezza sul territorio, ma come entità sovrane che concedono unilateralmente piccole opere di arredo urbano o compensazioni di facciata per “azzerare il dissenso politico locale”, lasciando l’ente locale con i costi della manutenzione stradale legata ai cantieri e zero entrate fiscali strutturali.

 

Il fantasma del decommissioning. La bomba ecologica del fine ciclo

Vediamo infine le norme che regolano il decommissioning, ossia lo smantellamento degli impianti e il ripristino dello stato dei luoghi al termine dei vent’anni di incentivi. Per ottenere l’autorizzazione, le società sono obbligate per legge a presentare una fideiussione bancaria o assicurativa a garanzia dei costi di rimozione delle migliaia di tonnellate di moduli, strutture in ferro e cabine in cemento armato che avranno occupato i campi.

C’è una fragilità giuridica di queste garanzie nel modello societario dominante. Le fideiussioni vengono stipulate dalle S.r.l. veicolo, scatole giuridiche con capitali sociali minimi che non dispongono di altri asset se non l’impianto stesso. Le associazioni di categoria agricole denunciano il rischio concreto che, tra vent’anni, all’esaurirsi del flusso di cassa garantito dai vecchi Conti Energia, queste società vengano deliberatamente fatte fallire, liquidate o cedute a catena a soggetti giuridici fantasma localizzati in paradisi fiscali. Se l’assicurazione che ha emesso la polizza dovesse rivelarsi insolvente o se le maglie dei controlli burocratici dovessero cedere, l’enorme costo di smaltimento dei rifiuti speciali accumulati sui terreni ricadrà interamente sui proprietari originari dei fondi o, in ultima istanza, sui bilanci dei Comuni. La legge ha permesso di scaricare in avanti nel tempo una bomba ecologica e finanziaria, blindando i profitti immediati dei fondi speculativi e lasciando alle generazioni future il costo materiale della decontaminazione del suolo.

A molti sarà venuto in mente il documento del Gruppo dei Trenta (G30) “Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Crisis: Designing Public Policy Responses”

curato dal gruppo di lavoro co-presieduto da Mario Draghi alla fine del 2020, perché esso rappresenta una sorta di manifesto ideologico della finanza neoliberista. Nel contesto della nostra inchiesta sull’assalto finanziario al territorio, questo testo è diventa un documento d’accusa che svela una clamorosa e sistemica contraddizione logica e politica.

La contraddizione nucleare risiede nel concetto di “distruzione creativa” applicato ai mercati, teorizzato da Draghi per giustificare il taglio degli aiuti pubblici al tessuto produttivo locale, mentre contemporaneamente l’architettura normativa edificava un paracadute di aiuti di Stato senza precedenti per blindare i profitti dei grandi fondi speculativi.

Nel rapporto del G30, la tesi centrale di Draghi è perentoria: gli Stati, usciti dalla fase acuta della crisi pandemica, devono smettere di erogare aiuti a pioggia al settore privato. Mantenere in vita le imprese attraverso sussidi governativi, moratorie sui debiti o prestiti garantiti viene descritto come un errore macroscopico che rischia di creare un esercito di “imprese zombie”. La raccomandazione ufficiale è di attuare una dura selezione di mercato: lo Stato deve ritirarsi, favorire il fallimento o la ristrutturazione delle piccole e medie imprese non più competitive e indirizzare le risorse pubbliche esclusivamente verso la transizione digitale e green.

Questa logica ha difatti inferto un colpo mortale proprio al comparto agricolo tradizionale. Tagliare i sostegni e irrigidire i criteri di accesso al credito bancario per le piccole aziende agricole ha accelerato la loro crisi di redditività sistemica. La terra, privata delle tutele pubbliche e schiacciata dall’aumento dei costi produttivi, è diventata improvvisamente vulnerabile, preparando il terreno ideale per l’accaparramento da parte dei grandi investitori.

Mentre il manifesto di Draghi condanna i sussidi statali per l’economia reale dei territori, bollandoli come distorsioni del libero mercato, le leggi dello Stato strutturavano per i colossi dell’energia rinnovabile (controllati dagli stessi fondi di private equity che siedono nei consessi internazionali) un sistema di incentivi e tutele pubbliche totalmente immune dal rischio commerciale.

Come abbiamo ricostruito, i meccanismi del Conto Energia, le aste del GSE, i contratti per differenza e il mercato delle quote ETS non sono altro che massicci aiuti di Stato legalizzati e blindati per vent’anni. Per le multinazionali del silicio e i fondi speculativi che colonizzano le campagne siciliane o pugliesi non esiste alcuna “distruzione creativa” o rischio di diventare “aziende zombie”: i loro profitti sono sottratti ex lege alle fluttuazioni del mercato e pagati direttamente dai cittadini attraverso i prelievi forzosi degli oneri di sistema in bolletta.

Il documento del G30 diventa così un tassello fondamentale: dimostra che la retorica del “libero mercato” e dell’austerità burocratica viene applicata solo alla base sociale del Paese, ai piccoli proprietari e agli agricoltori, per costringerli a cedere il controllo delle proprie risorse. Al contrario, per l’alta finanza transnazionale che gestisce la transizione energetica, lo Stato cessa di essere un arbitro neutrale e si trasforma nel garante definitivo della rendita, azzerando il rischio d’impresa con il denaro pubblico e offrendo le corsie preferenziali delle ZES e delle semplificazioni per espropriare e recintare il territorio rurale.


Note
[1] La soglia era stata inizialmente fissata dal Decreto Bersani del 1999 sopra i 100 gigawattora. Questo significava che nella rete dell’obbligo normativo erano impigliati diversi attori del sistema energetico: i grandi ex monopolisti di Stato e le ex aziende municipalizzate dei trasporti o dell’energia delle grandi città italiane, che gestivano le centrali termoelettriche locali. I grandi gruppi industriali nazionali e i proprietari di medie e grandi centrali elettriche sparse sul territorio che alimentavano i distretti produttivi. I soggetti che importavano energia elettrica dall’estero (spesso prodotta con il nucleare o con il carbone) per rivenderla sul mercato italiano.
[2] Il mercato dell’ETS (Emissions Trading System) è l’evoluzione globale, strutturata e transnazionale di quel medesimo principio economico che in Italia ha debuttato con i Certificati Verdi. Il filo conduttore che lega questi dispositivi è identico: privatizzare il diritto di emettere gas serra e costringere l’industria tradizionale a comprare questo “diritto a inquinare” sotto forma di titoli finanziari da chi possiede impianti puliti.

Mentre i Certificati Verdi operavano su scala nazionale e gravavano specificamente sul settore elettrico, il mercato europeo dell’ETS ha allargato questo perimetro a tutto il comparto industriale pesante, dalle cementerie alle acciaierie, fino al trasporto aereo e marittimo. Le multinazionali e i grandi gruppi industriali fossili non pagano più solo una quota fissa nazionale, ma sono costretti a negoziare quotidianamente sui mercati finanziari il prezzo delle quote di CO2.

Questo spiega la fame insaziabile di terra da parte dei fondi speculativi occidentali. Un grande fondo di private equity o un gestore patrimoniale globale non guadagna solo vendendo l’energia prodotta dal fotovoltaico in Sicilia o in Puglia, e non incassa solo gli oneri di sistema pagati dai cittadini in bolletta. Quel fondo, possedendo la centrale rinnovabile a terra, genera un “credito” ambientale, un diritto di emissione a impatto zero che può essere impacchettato, cartolarizzato e rivenduto sui mercati finanziari internazionali proprio a quelle industrie tradizionali che, per legge, devono comprare quote ETS per non essere sanzionate.

Il mercato dell’ETS ha così internazionalizzato il fiume di denaro descritto nel testo, trasformando la transizione ecologica in un circuito finanziario ad altissimo rendimento. La terra agricola del Mezzogiorno non serve più a produrre cibo, ma viene recintata e trasformata nel supporto fisico necessario a generare questi asset immateriali. Le quote di carbonio vengono scambiate sulle piattaforme telematiche di Londra o New York per ripulire i bilanci delle multinazionali estere, mentre l’impatto ambientale, la perdita di sovranità alimentare e la svalutazione territoriale restano interamente confinati all’interno dei confini locali.

[3] La voce “oneri generali di sistema” non è un rivolo di denaro, ma un fiume in piena che scorre ininterrottamente da oltre vent’anni. Dalla loro introduzione strutturale, le stime basate sui dati ufficiali dell’ARERA e del GSE indicano che la collettività italiana ha versato, attraverso le bollette di luce e gas, una cifra complessiva che supera ampiamente i 200 miliardi di euro.

Per dare una dimensione concreta a questa montagna di denaro, basti pensare che la quota destinata ogni anno specificamente al supporto delle fonti rinnovabili ha viaggiato per molto tempo a una media compresa tra i 10 e i 14 miliardi di euro all’anno, con picchi che hanno sfiorato i 15 miliardi nei momenti di massima espansione dei vecchi Conti Energia. Anche nelle rilevazioni più recenti, nonostante i tentativi governativi di sterilizzazione temporanea e le variazioni dei prezzi dell’energia, la spesa per gli incentivi si attesta stabilmente attorno ai 9 miliardi di euro all’anno e le proiezioni istituzionali prevedono che manterrà questo andamento fino almeno al 2031. Questa immane risorsa finanziaria, prelevata in modo regressivo dai conti correnti di cittadini e imprese, rappresenta l’esatta misura del trasferimento di ricchezza pubblica verso i veicoli societari privati. È il bilancio contabile di un modello economico in cui la transizione ecologica viene pagata dalla base sociale del Paese per essere convertita in dividendi liquidi, mentre l’eredità fisica sul territorio resta confinata nei campi recintati e sottratti alla produzione agricola.

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