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L’ultima strage

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libertc3a0 di movimentoL’ultima strage avvenuta nel canale di Sicilia impone di aprire un dibattito serio prima di tutto nei movimenti, esistenti o in via di organizzazione, che si pongono l’obiettivo di una trasformazione delle condizioni presenti. Così come sul piano del debito e delle politiche sociali il caso greco ha riaperto una discussione sul tema del rapporto tra movimenti e istituzioni e, di rimando, sul significato di una politica europea, ciò che avviene ormai regolarmente nel mar Mediterraneo deve essere assunto come punto di partenza per scuotere i discorsi, gli equilibri e i ragionamenti sulla posizione politica delle migrazioni e della mobilità. Muovendo da una constatazione: in questo caso a costituire i movimenti non sono le tranquillizzanti forme organizzate del dissenso sociale, ma sono le centinaia di migliaia di uomini e donne che fanno della mobilità il loro radicale e ingovernabile appello alla libertà. Da qui bisogna partire, e qui bisogna tornare, per costruire una prospettiva finalmente nuova. Bisogna però non farsi illusioni: non c’è, e non ci sarà, una soluzione né immediata né semplice. C’è però una grande differenza tra il convivere con questi disastri continuando a inseguire chimere consolatorie e comprendere che l’iniziativa politica deve fare i conti con la realtà materiale dei processi globali. In questo caso, la misura della tragedia non deve cancellare le aspirazioni e il coraggio di chi è disposto a sfidarla pur di raggiungere il proprio obiettivo di libertà. Non possiamo permettere a strutture criminali ben organizzate e perfettamente in grado di trarre vantaggio da un quadro normativo ugualmente responsabile di deviare il nostro sguardo dai veri protagonisti di queste vicende.

Una presa di consapevolezza da questo punto di vista è quanto mai necessaria per sfuggire alla pur comprensibile «ansia umanitaria» che pensa di poter reagire a una situazione che ha basi strutturali e complesse continuando ad appellarsi alla logica dell’emergenza che, com’è ovvio che sia, non riesce mai a cogliere la plateale «normalità» della situazione. Placare la rabbia e il dolore, trasformarle in volontà politica di mettersi in discussione, è dunque la prima necessità per chi voglia davvero assumere come centrali le questioni poste dalla mobilità attraverso il Mediterraneo, partendo da alcune considerazioni.

Tanto la sospensione di Mare Nostrum quanto l’immobilismo sin qui mostrato dall’Unione Europea derivano dal fatto incontestabile che i diversi paesi dell’UE non vogliono farsi carico del diritto d’asilo. E in questo caso c’è poco da prendersela con la Germania o con Frau Merkel. Sino a oggi, gli sbarchi e il regolamento di Dublino hanno voluto dire che tutto il carico della gestione dei flussi in arrivo ricadeva sull’Italia (o sugli altri paesi di arrivo). L’unico modo di allentare la pressione è stato informale: non prendere le impronte e lasciar andare i migranti verso l’Europa, una pratica che, sebbene attuata con lo scopo di scaricare potenziali richiedenti asilo verso altri paesi europei, ha incontrato in molti casi le aspirazioni dei migranti in arrivo. Meglio un occhio chiuso che la gabbia dell’accoglienza calata dove non si vuole stare. Negli anni il governo italiano ha più volte tentato di «europeizzare» la crisi. Renzi dall’inizio del suo mandato ha cercato di usare toni da statista, che mal si sposano con il suo piglio da rottamatore dei poteri deboli. Dire che l’Europa si deve occupare della questione nasconde il fatto che questo dovrebbe avere come precondizione la revisione del trattato di Dublino. Servirebbe cioè un coordinamento Europeo per gestire e distribuire gli arrivi indipendentemente dal primo paese in cui si mette piede. Stiamo sempre parlando di rifugiati e richiedenti asilo, perché gli altri migranti in teoria sono sottoposti a procedure ordinarie. A dire il vero, una tragica conseguenza della situazione attuale è che, se da un lato si insiste a dividere i richiedenti asilo dai migranti per altri motivi, dall’altro lato i secondi sono di fatto cancellati dal dibattito e dall’attenzione pubblica. Questa divisione è una delle cose da mettere in discussione.

L’insistenza generalizzata sui «trafficanti di uomini» ha uno scopo evidente: cercare il coinvolgimento europeo spostando l’attenzione dai migranti alle organizzazioni che gestiscono i viaggi, così da nascondere la vera posta in gioco, ovvero il rapporto tra le istituzioni europee e la mobilità. Le diverse soluzioni immaginate sono costruite con l’unico scopo di limitare le partenze. Mentre si contano oltre 900 morti in un singolo naufragio, nei 10 punti adottati dai ministri di Esteri e Interni a Lussemburgo non si fa riferimento al salvataggio di vite umane e, nonostante si ipotizzi un meccanismo di ricollocazione di emergenza, si prevedono nuovi programmi per l’espulsione di migranti irregolari. Si ripetono dei mantra alzando la voce. È anche per questo che Renzi si è affrettato a dire che il blocco navale non va bene. Considerando le vigenti leggi del mare, infatti, un semplice blocco navale sarebbe un atto di guerra con effetti non molto diversi dalla situazione attuale: non siamo infatti in presenza di navi nemiche da limitare, ma di barconi alla deriva per i quali vige l’obbligo di soccorso. L’Italia, dopo aver sperimentato i respingimenti illegali con Maroni e l’azione umanitaria con Letta – il cui governo, occorre dirlo, appare su questi temi un gigante rispetto al livello attuale della discussione – punta dunque oggi al contenimento delle partenze organizzato dall’Europa e, di concerto, alla gestione coordinata degli arrivi. Entrambi gli obiettivi sono il frutto, evidentemente perverso, di un’immaginazione da tecnocrati che non ha alcun contatto con una realtà caratterizzata oltretutto da un’evidente assenza di interlocutori. Non può sfuggire che l’idea di bombardare i barconi piace. Piace molto. Si potrebbe persino sospettare che di fronte alle sue difficoltà interne il giovane Renzi stia cercando le sue Falklands. Anche se con supremo sprezzo del pericolo e del ridicolo l’Europa intera si mette ad affondare vecchi barconi, si deve però sapere che oggi, pur volendo, non c’è molto da fare, a meno di non «pacificare» la Libia con uno schiocco di dita, cosa piuttosto complicata. Il problema dunque non è più nemmeno solo organizzare campi di raccolta in Libia, ma evitare che i migranti arrivino in Libia. L’Italia sta per questo cercando di stabilire centri di smistamento in Africa subsahariana, sin qui anche in questo caso da sola, per lo stesso motivo di prima: una cosa è l’esternalizzazione dei confini che delega ai consolati la gestione dei permessi di soggiorno o dei ricongiungimenti famigliari. Un’altra cosa è pensare di stabilire campi di smistamento delle richieste d’asilo in paesi africani per conto dell’Unione Europea, il che vorrebbe dire modificare di non poco il sistema vigente e presupporre un governo della mobilità capace di agire su una scala intercontinentale senza sbavature.

Al di là del merito politico, è realistico pensare che ciò possa limitare gli arrivi senza allargare drasticamente le maglie degli ingressi? È realistico pensare che migliaia di uomini e donne in grado di attraversare continenti, mari e deserti nelle situazioni più inverosimili, si facciano fermare da una burocrazia globale? E ancora: è realistico pensare che questo sistema non cadrebbe facilmente in balia delle peggiori vessazioni e corruzioni, che farebbero del governo delle migrazioni un’arma di pressione politica? Tanto per lo scopo dichiarato di limitare gli arrivi, quanto per quello già dimenticato di «salvare vite umane», queste misure non avrebbero alcun effetto reale. Per quanto riguarda i trafficanti, come si dice: fatta la legge, trovato l’inganno. Finché non ci sarà un modo per attraversare i confini senza dover aggirare leggi, regolamenti e pattugliamenti, ci sarà chi potrà lucrare sulla promessa di organizzare viaggio e attraversamento. Dunque, considerando questi fattori, o si aspetta la riforma del mondo e l’avvento di un governo globale alquanto improbabile, oppure bisogna riconoscere che l’unica opzione accettabile dal nostro punto di vista sarebbe quella di togliersi la cravatta, come ha fatto il ministro Varoufakis per trattare con la Troika sul debito, e mettere in atto una forzatura politica delle maglie europee. Intanto, ripristinando Mare Nostrum: meglio navi militari con il mandato di salvare gente in mare anche in acque internazionali, meglio l’ambiguità rispetto agli equilibri geopolitici degli interessi in Libia, che non la situazione attuale. In secondo luogo, bisogna fare dell’Italia una terra di arrivo e di transito dei percorsi migratori globali. Questo non limiterebbe gli arrivi e nemmeno, probabilmente, porrebbe immediatamente fine alle morti in mare, ma avrebbe il vantaggio di non lasciare che il risvolto politico della pressione esercitata dai movimenti dei migranti sia soltanto la rimodulazione di alcuni aspetti del governo della mobilità o la riorganizzazione delle reti criminali. Bisogna avere il coraggio di sollevare l’obiezione dello stolto: l’unico modo per non essere conniventi con i criminali che fanno salpare navi non adatte alla navigazione non è impedire ai migranti di viaggiare, ma permettere loro di farlo in modo sicuro.

Questo tuttavia non basta. Non soltanto non c’è attualmente un interlocutore politico nelle istituzioni per queste richieste, ma l’esperienza di Mare Nostrum mostra come, a fronte di un calo dei morti, non c’è stata né una ripresa del dibattito politico europeo, né un cambiamento nella discussione interna ai movimenti italiani. Se, come molti affermano, la misura della tragedia si è fatta insopportabile, ora è il momento di fare un decisivo passo in avanti. Di fronte all’ultima strage diverse organizzazioni e soggetti impegnati nella promozione dell’accoglienza e nella lotta al razzismo chiedono l’apertura di un «canale umanitario». La richiesta è un modo per rispondere a una situazione che appare come una vera e propria ecatombe, ma occorre valutare con attenzione i suoi limiti oggettivi, per i motivi riassunti sopra, e le questioni politiche che solleva, per evitare che diventi poco di più di una richiesta buona per placare la propria coscienza. La richiesta di un «canale umanitario» può costituire un terreno di ripoliticizzazione del dibattito sulle migrazioni di fronte alla prima urgenza che dobbiamo affrontare: evitare altre stragi. Per questo, il primo punto da affermare è il diritto ad attraversare un confine senza morire. Di fronte alle mille cause che portano uomini e donne a scegliere di muoversi, il «canale umanitario» non può essere condizionato alla dimostrazione oggettiva di una persecuzione: le maglie dell’accoglienza vanno forzate nel senso dell’affermazione della libertà di movimento. Non è cioè pensabile riproporre una divisione tra migranti e rifugiati che funziona da grimaldello per l’intero assetto del razzismo istituzionale e dell’esternalizzazione dei confini che nutre trafficanti e sfruttatori. Contro l’idea di fare dell’Europa il gendarme dell’Africa o un nuovo arbitrario giustiziere globale, contro la logica della guerra, rivendicare la necessità di salvare chiunque si trovi in difficoltà in mare, anche con strumenti come Mare Nostrum o un «canale umanitario», e il diritto a vivere e ad attraversare i confini senza morire è il primo passo per mettere in discussione gli equilibri europei sul terreno delle migrazioni e per riaprire un fronte di lotta transnazionale.

Oggi i migranti sono buoni compagni di lotta se sopperiscono con i loro comportamenti alle mancanze dei sempre evocati soggetti sociali, ma sono politicamente drammaticamente divisi e soli. Per invertire la rotta e iniziare a costruire le condizioni affinché il regime europeo delle migrazioni possa essere messo realmente in discussione, perché di fronte all’ultima strage, che poi non è mai davvero l’ultima, la reazione non sia solo dettata dall’impeto morale a reagire per mascherare la nostra impotenza, non è più possibile rimuovere dallo scontro politico il razzismo istituzionale che colpisce chi qui vive o transita. Bisogna smontare un sistema ormai profondamente radicato nelle istituzioni e nei rapporti sociali, fatto di leggi, linee del colore, discorsi e sfruttamento in cui la mobilità globale si interseca con l’organizzazione transnazionale della produzione e del lavoro. Questo sistema si costruisce giorno per giorno e si nutre anche di quello che è stato definito un «razzismo solidale,» che separa i migranti in quanto vittime e il soggetto che aiuta. Forse è dall’insieme di questi problemi che bisogna partire, senza fare dei migranti e di chi muore in mare una bandiera, affinché le nuovi stragi non ci trovino solo indignati e spaesati. Assumere questo punto di vista non è la soluzione definitiva che tutti sembrano cercare. Non è il modo per liberarsi finalmente del problema delle migrazioni. È il primo passo per costruire una prospettiva che non assuma la «soluzione» come orizzonte e i migranti come vittime, come eccezione e come problema. Scendere in piazza in questi giorni è necessario, ma non sufficiente. Ciò che va fatto è costruire un pensiero e una pratica della libertà che sia in grado di uscire dalle sabbie mobili dei tatticismi e dei limiti politici che impediscono, anche dentro i movimenti, di aggiornare le proprie pratiche e i propri discorsi rispetto alla sfida globale della mobilità.

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