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La rivalutazione del renminbi fra mito e realtà

Alberto Bagnai

Il tasso di cambio del renmbimbi è un falso problema economico: ecco perché non sarà la rivalutazione della moneta cinese a salvare gli Usa e l'Europa

arti marzialiI giornali plaudono alla promessa di Hu Jintao di lasciar fluttuare il cambio del renminbi in risposta alla lettera di Barak Obama, che il 16 giugno si è rivolto ai “colleghi” del G-20 richiamando la loro attenzione sul fatto che “tassi di cambio determinati dal mercato (nota del traduttore: liberi di fluttuare) sono essenziali per la vitalità dell’economia globale”. Il commento più lucido mi sembra quello di Federico Rampini: “Bel colpo, Hu Jintao!". In effetti, dimostrando disponibilità alla soluzione di un falso problema economico, Hu Jintao ha spostato la pressione politica di Obama (leader del principale importatore mondiale) sull’altro grande esportatore mondiale, la Germania, creando a quest’ultima un vero problema politico.

Ho detto falso problema economico? Come? Ma se gli economisti concordano sul fatto che il disallineamento del cambio cinese è il motore primo degli squilibri macroeconomici globali? Veramente questa è la visione del problema tramandata dai media italiani, che si allineano, in questo come in altri casi, alle posizioni espresse dalle istanze più conservatrici degli Usa. Le indicazioni della letteratura scientifica sono tutt’altro che unanimi. Vale la pena di richiamarle succintamente.

 Il cambio del renminbi e il surplus cinese

Il tasso di cambio del quale parlano i giornali è quello nominale: il prezzo di una valuta (in questo caso lo yuan) in termini di un’altra (il dollaro). La competitività di un paese però non dipende solo da quanto costa la sua valuta, ma anche da quanto costano i suoi prodotti e quelli dei concorrenti. Questo calcolo è sintetizzato dal cambio reale, che tiene conto del differenziale di inflazione fra partner commerciali. Bene: i dati del Fmi ci dicono che dal 1994 al 2007 il saldo estero della Cina è cresciuto di circa 9,5 punti di Pil mentre il cambio reale si andava apprezzando del 30%, cioè la competitività di prezzo cinese peggiorava.

Nel periodo citato l’inflazione cinese ha viaggiato in media al 4.5%, quella statunitense al 2.6%. Dato che dal 1994 il cambio cinese era fisso al valore di 8.7 yuan per dollaro, i beni cinesi diventavano progressivamente meno convenienti. Questa dinamica era accentuata dal fatto che dal 1994 al 2002 il dollaro si era apprezzato di circa il 20% in termini effettivi, e quindi mantenendo una parità fissa con esso, la Cina in teoria perdeva competitività rispetto agli altri partner commerciali (ad esempio, l’Europa). In effetti, fino a tutto il 2002 la preoccupazione dei commentatori era che lo yuan, seguendo il dollaro, diventasse troppo forte (non troppo debole). Nel frattempo il surplus cresceva.

Che la sottovalutazione del cambio (posto che ci sia) non spieghi tutto non è una grande novità. Già nel secondo dopoguerra Kaldor (1978) notava come la quota di mercato delle esportazioni tedesche e giapponesi era andata aumentando in concomitanza con una perdita di competitività di prezzo. Trenta anni di ricerche indicano che innovazione e ricerca (gli elementi che riassumiamo come “competitività non di prezzo”) incidono sulle esportazioni molto più del tasso di cambio reale (Fagerberg e altri, 2007).

Alcuni dati di cui non si parla: dal 1996 al 2006 la spesa cinese in ricerca e sviluppo è più che raddoppiata in rapporto al Pil (negli Usa è rimasta costante); lo stesso vale per il numero di ricercatori per milione di abitanti (che negli Usa è aumentato solo del 10%); lo stesso vale per la quota di esportazioni high-tech, che è arrivata a un terzo del totale, superando di qualche punto quella degli Stati Uniti. Certo, queste variabili non spiegano tutto, ma almeno hanno una dinamica compatibile col successo delle esportazioni cinesi (il che non può dirsi del cambio reale!).

 

Il surplus cinese e il deficit americano

Se il cambio non è il problema, la sua rivalutazione non può essere la soluzione. Questo è esattamente quello che mostrano gli studi scientifici sull’argomento, i quali indicano come gli effetti di una rivalutazione dello yuan sarebbero transitori in Cina e del tutto trascurabili per i paesi partner. Simulazioni recenti (Bagnai, 2009) indicano che una rivalutazione persistente del renminbi in misura pari al 10% determinerebbe una correzione di - 0,6 punti di PIL del surplus cinese (attualmente intorno a 10 punti di Pil), riassorbita rapidamente dopo il primo anno. Naturalmente il deficit Usa migliorerebbe, e sapete di quanto? Di 0.02 punti di Pil. Dato nel prossimo quinquennio lo prevediamo sui 3.5 punti di Pil, non si può dire che questa correzione sarebbe significativa! Svariati altri studi raggiungono conclusioni assolutamente identiche.

Questi risultati sembreranno sorprendenti alla luce dei commenti degli opinionisti, ma sono ovvi se osserviamo gli ordini di grandezza dei dati. Nel 2009 le importazioni degli Usa dalla Cina sono state pari a 296 miliardi di dollari: una bella cifra, che però corrisponde ad appena il 15% delle importazioni totali (pari a 1945 miliardi). Questo significa che una rivalutazione del 10% del renminbi comporterebbe una svalutazione effettiva del dollaro di appena il15% x 10%=1.5%. Ammettendo che una svalutazione si traduca in una pari riduzione percentuale delle importazioni (è un’ipotesi molto generosa perché gli effetti dei prezzi sulle importazioni sono generalmente minori), la correzione delle importazioni complessive sarebbe pari all’1.5% di 1945 miliardi, cioè 29 miliardi di dollari, pari allo 0.2% del Pil Usa.

 

Perché ne stiamo parlando?

Se questi argomenti hanno un qualche peso (e altri se ne potrebbero aggiungere), rimane da farsi una domanda: perché si parla così tanto di una cosa così irrilevante?

Il fatto è che l’argomento del tasso di cambio ha, accanto ai suoi scarsi meriti scientifici, due impagabili vantaggi tattici: la apparente semplicità, e il fatto di scaricare le colpe sugli altri (ieri i giapponesi, oggi i cinesi). Per questo motivo esso ha giocato un ruolo rilevante durante le ultime presidenziali americane: al consueto “read my lips, no new taxes”, si è aggiunto il “read my lips, China must revalue”. I cinesi servono a Obama come i “clandestini” servono a Bossi: stessa consistenza degli argomenti, stessa spendibilità politica. È la democrazia, bellezza...

Naturalmente parlare di un falso problema serve soprattutto a evitare di parlare della vera matrice degli squilibri globali, quella asimmetria del sistema monetario internazionale alla quale fa un fugace riferimento la recente lettera degli economisti (che però lascia perplessi quando sottolinea che una correzione di questa asimmetria potrebbe disporre la Cina “a trainare la domanda globale”: allo stato i consumi statunitensi corrispondono al doppio del Pil dei Bric, quindi se vogliamo che gli americani si indebitino di meno ci vorrà altro che la buona volontà della Cina per “trainare” la domanda globale!).

 

Il vero problema

Il motore del deficit Usa non sono quel 15% di importazioni provenienti dalla Cina, ma il fatto che nell’attuale “non sistema monetario internazionale” (Gandolfo, 2002) il dollaro gioca un ruolo preponderante come valuta di riserva. Questa posizione di leadership attribuisce agli Usa ovvi vantaggi, ma determina anche una domanda netta da parte del resto del mondo di attività denominate in dollari, necessarie per regolare le transazioni internazionali. La contropartita reale di un’offerta netta di valuta al resto del mondo è una domanda netta di beni dal resto del mondo, cioè un deficit delle partite correnti, ovvero un crescente indebitamento estero. Anche qui, nulla di nuovo: il problema è ben noto agli economisti, lo pose in evidenza Triffin nel 1960, preconizzando il crollo del gold exchange standard. È questa asimmetria a determinare lo “scandalo monetario mondiale” in virtù del quale paesi relativamente poveri si trovano a finanziare un paese ricco, il quale, da parte sua, non può che continuare a indebitarsi se vuole perpetuare il proprio potere di signoraggio.

Se questa analisi non è del tutto scorretta, la sintesi che possiamo trarne è che forse in Europa, piuttosto che appiattirsi sulle posizioni più “leghiste” del dibattito politico interno agli Stati Uniti, bisognerebbe avere il coraggio politico di proporre architetture alternative del sistema monetario internazionale. Anche qui non mancano i precedenti illustri, come ricordano fra gli altri Fiorentini e Montani (2010). Per un paese che stava per sganciare due atomiche non fu difficile snobbare a Bretton Woods la proposta di Keynes di fondare il sistema monetario mondiale su una moneta sovranazionale, accordando a se stesso il “privilegio esorbitante” di essere il banchiere del mondo. Ora che questo privilegio ha dimostrato una volta di più di essere difficile da gestire, potrebbe forse esserci spazio per un approccio più equilibrato.

Oppure, se volete, insistiamo a parlare del renminbi (o dei bonus dei banchieri, o...), e lasciamo che gli Usa continuino a segare il ramo sul quale sono seduti (e sotto al quale dormiamo noi).

 
Riferimenti

Bagnai, A. (2009) “The role of China in global external imbalances: some further evidence”, China Economic Review, 20, 508-526.

Fagerberg, J., M. Srholec, e M. Knell (2007) “The competitiveness of nations: why some nations prosper while others fall behind”, World Development, 35, 1595-1620.

Fiorentini, R., Montani, G. (2010) “Global imbalances and the transition to a symmetric world monetary system”, Perspectives on federalism, 2, 1-42.

Gandolfo, G. (2002) International Finance and Open Economy Macroeconomics, Berlin: Springer.

Kaldor (1978) “The effects of devaluation on the trade in manufactures”, in Further Essays on Applied Economics, London: Duckworth.
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