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La scienza del valore

recensione di Ascanio Bernardeschi

Platon et Aristote par Della Robbia détail.jpgMichael Heinrich, La scienza del valore. La critica marxiana dell’economia politica tra rivoluzione scientifica e tradizione classica, a cura di Riccardo Bellofiore e Stefano Breda, tr. it. di Stefano Breda, Pgreco edizioni, Milano 2023, pp. 559, € 26,60. 

Per troppi anni in Italia non sono circolati adeguatamente gli importantissimi studi che si basano sulla nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (Mega2). Una significativa rottura di questo assordante silenzio vi fu nel 2001 con la pubblicazione da parte di Roberto Fineschi di Ripartire da Marx, di cui recentemente è uscita un’edizione aggiornata intitolata La logica del capitale (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021). Sempre Fineschi ha curato la pregevole nuova edizione del primo libro del Capitale includente un volume di apparati che documenta importanti varianti fra le varie edizioni. Naturalmente vi sono stati altri saggi in materia di autori italiani, ma la prima traduzione importante di un’opera di uno studioso straniero mi pare sia il quasi introvabile Dialettica della forma di valore, di Hans Georg Backhaus (Editori Riuniti, Roma 2009). C’è pertanto da salutare con soddisfazione l’uscita, verso la fine del 2023, della traduzione di un grande lavoro di Michael Heinrich, la cui prima edizione in tedesco risale al 1991, poi rivisitata notevolmente in successive edizioni: Die Wissenschaft vom Wert. Die Marxsche Kritik der politischen Ökonomie zwischen wissenschaftlicher Revolution und klassischer Tradition. Breda ci avverte opportunamente che la traduzione di Wissenschaft con scienza non dà conto completamente del significato originale e potrebbe indurre il lettore a un accostamento alle scienze esatte, mentre il termine tedesco è usato per indicare in generale attività sistematiche per la produzione di conoscenza. Basti pensare – esemplifico – al titolo della grandiosa opera di Hegel, Die Wissenschaft der Logik, la nota Scienza della logica.

Il libro premette corpose note introduttive a cura di Riccardo Bellofiore, che in realtà costituiscono un saggio nel saggio. Bellofiore si confronta con gli elementi portanti del lavoro heinrichiano, come in un dialogo a distanza. L’elemento più significativo trattato è il rapporto tra denaro, valore e prezzo nella teoria del capitale, con la concettualizzazione del lavoro salariato e della moneta-credito, in linea con diversi altri recenti scritti del co-curatore. Altri aspetti sono la caduta tendenziale del saggio del profitto e le crisi. Non c’è spazio in questa sede neppure per illustrare per sommi capi questi interessanti spunti; mi basta dire che se egli si dichiara “critico simpatetico” del lavoro di Heinrich, altrettanto potrei collocarmi io nei confronti di Bellofiore. In un’altra nota introduttiva, Vittorio Morfino si concentra sul rapporto fra Heinrich e Louis Althusser, e lo fa rivisitando accuratamente vari passi dei più importanti lavori del filosofo francese. Nella nota si sostiene che alcuni concetti althusseriani costituiscono il punto di partenza di Heinrich, che gli permette di individuare un campo teorico comune ai classici e ai neoclassici (antropologismo, individualismo, astoricità e empirismo), oltre che di cogliere l’importanza della rottura marxiana con questo campo.

Venendo al lavoro di Heinrich, siamo di fronte a un’opera monumentale. La prima parte consiste in un esame critico della teoria economica classica – e della sua ricezione “inadeguata e distorcente” da parte di Marx – e di quella marginalista. A proposito dei classici, si sottolinea la discontinuità assoluta tra le migliori acquisizioni del Marx maturo e il “campo teorico” di Smith e di Ricardo, campo che, contrariamente all’opinione del filosofo di Treviri, si sostiene che sia comune a quello dell’economia volgare. Su questo ci sarebbe da discutere, ma non è qui il caso di soffermarci sulla spinosa questione.

La seconda parte consiste in un’accurata ricostruzione dell’evoluzione faticosa del pensiero materialista di Marx, dall’adesione alla sinistra hegeliana e al materialismo incompleto di Feuerbach fino al loro superamento e alla critica dell’economia politica. L’Autore, pur criticando alcuni aspetti dell’interpretazione althusseriana, aderisce alla tesi del filosofo francese, secondo cui saremmo di fronte a una cesura netta dai Manoscritti economico-filosofici del ‘44 a L’ideologia tedesca, per approdare alla critica dell’economia politica. In questa sezione viene illustrata in maniera convincente la nuova concezione marxiana della scienza. La terza parte entra nel merito della critica dell’economia politica, illustrando preliminarmente sia il piano originario di Marx in sette libri, sia le successive modifiche che hanno determinato la struttura del Capitale. In questa corposissima parte ci si concentra sulla teoria del valore, giustamente definita “monetaria”, ed evidenziando che, pur essendovi trattato il denaro come merce – la “merce esclusa” –, tale teoria vale anche in assenza del denaro-merce. Altri spunti condivisibili sono l’astrazione del lavoro, l’analisi della forma di valore, la non neutralità della moneta e del denaro, il rapporto fra grandezza di valore e prezzo, l’annosa questione della trasformazione dei valori in prezzi di produzione anche in rapporto alla critica da parte della scuola sraffiana, la critica della teoria quantitativa della moneta, la teoria del capitale, il capitale produttivo di interesse, il credito e il capitale fittizio, la dinamica del modo di produzione capitalistico, la crisi e la cosiddetta legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, per giungere infine alla concezione del socialismo. Questa sommaria elencazione non rende conto neppure del ben più articolato indice dell’opera: del resto, a proposito di ciascuno di questi argomenti ci sarebbe da sottolineare l’acutezza dell’analisi heinrichiana e in molti casi l’assoluta sua originalità. Dato lo spazio necessariamente limitato di una recensione, mi limiterò a discutere di alcuni di questi punti.

Per quanto riguarda l’adesione sostanziale alla tesi di Althusser di una rottura fra il giovane e il maturo Marx, la mia opinione è che si sia assistito piuttosto a un’evoluzione per gradi e che con la critica dell’economia politica si sia chiuso il cerchio, coronando sul piano scientifico e – questo sì – più coerentemente materialistico le premesse filosofiche dei Manoscritti; in ogni caso, rimane ferma l’idea che il modo di produzione capitalistico contraddica l’umanità. Ora, è vero che l’essenza umana è un’astrazione, ossia è determinabile solo trascurando l’uomo come storicamente e socialmente determinato, in analogia a come è stato trattato il processo lavorativo in generale rispetto ai singoli, specifici modi di produzione; va comunque precisato che tale concetto di uomo deve essere considerato per metterlo in rapporto alla continua ridefinizione, con il processo storico, dell’uomo reale. La posteriore negazione marxiana dell’esistenza di un’essenza umana andrebbe quindi presa come critica al disconoscimento dei diversi stadi dell’umanità determinati dai rapporti sociali. È giusto evitare di inserire nell’essenza umana caratteristiche storiche, analogamente a quanto ha fatto l’economia borghese immettendo, per esempio, il concetto di capitale in quello generico di forze produttive. Si può concordare però, con Heinrich, sul fatto che il modo di produzione capitalistico non contraddica una natura umana in astratto; tuttavia, esso contraddice il concetto di umano per come si è venuto svolgendo nella storia anche grazie, paradossalmente, al modo di produzione capitalistico stesso. E Heinrich osserva altresì che il Marx del 1844 ancora non ragiona pienamente in questi termini. Si tratta tuttavia, a mio modo di vedere, più di uno sviluppo, una maturazione di consapevolezza, che di una rottura. Importanti sono poi le notazioni sull’individualismo metodologico prevalente nell’economia politica: concordo con la tesi per cui «non sono semplicemente gli individui a costituire la società, ma piuttosto sono delle strutture sociali a rendere possibili agli individui determinate posizioni dalle quali essi possono poi porre in essere la loro “azione costituente”». In sostanza, i nessi sociali non si determinano a partire dai comportamenti degli individui: è semmai l’esatto contrario. Per esempio, i capitalisti operano come capitale personificato e se non seguono la razionalità dal punto di vista del capitale falliscono.

Altre importanti notazioni riguardano: l’astoricità, dovuta al fatto che le relazioni di mercato sono reputate la forma sociale naturale come – aggiungerei – i rapporti di produzione capitalistici; e la critica dell’empirismo, il quale implica che l’oggetto sotto osservazione è così come appare e che dunque è sufficiente l’osservazione per conoscerlo. Anche in questo caso l’economia politica borghese si ferma all’apparenza fenomenica senza ricercarne il fondamento. Particolarmente d’accordo sono con la tesi di Heinrich riguardo alla difficoltà di rispettare i livelli di astrazione allo stato puro. Un esempio calzante è il fatto che la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto dovrebbe essere sviluppata a prescindere dai problemi di realizzazione del plusvalore; ma Marx ha dovuto svilupparla solo nel terzo libro del Capitale perché non si può parlare di saggio di profitto medio in assenza di concorrenza. Quindi non è rilevante se i diversi piani di astrazione in qualche punto si intersecano. Coloro che rigidamente hanno considerato questa legge sulla base della sua collocazione nel terzo libro sono infatti spesso approdati a una teoria che fa dipendere la caduta del saggio di profitto dai problemi di realizzazione, così come per esempio fanno alcuni “marxkeynesiani”. Questa osservazione però viene forzata dall’Autore fino al punto da indurlo a sostenere che Marx non proceda dal più astratto al più complesso, mentre invece è mia opinione che questa sia la via maestra seguita, pur con alcune circoscritte e necessarie deviazioni.

Una perplessità mi desta l’osservazione che «temporalmente, la merce (e con essa anche la grandezza di valore) esiste sempre solo nello scambio; prima dello scambio esistono solo valori d’uso». In realtà, per il possessore della merce che la porta al mercato essa non è un valore d’uso: altrimenti non la porrebbe in vendita. La merce è invece solo valore in potenza, che deve essere validato dal mercato: per divenire valore effettivo deve essere riconosciuta come valore d’uso dal compratore. Solo il lavoro socialmente necessario oggettivato crea valore che rimane latente fino alla sua validazione: esso si può misurare esternamente solo attraverso una somma di denaro, mentre la misura immanente resta il tempo di lavoro. A un successivo livello di astrazione, il mercato stabilisce poi dei prezzi sulla base della domanda, stabilisce cioè in che misura il prodotto è utile alla società: tali prezzi divergono normalmente dai valori, che però rimangono il centro di gravità e mantengono la loro oggettività. Invece, Heinrich mi pare vada oltre la necessità del riconoscimento da parte del mercato che il lavoro venga speso in forma socialmente utile. Considerare che in ultima istanza è il mercato a determinare il valore rischia di costituire un assist a chi respinge la teoria marxiana del valore. Oltre alla teoria monetaria del valore, l’Autore sostiene l’esistenza di una teoria monetaria del capitale e ciò costituisce una rottura con i classici: il capitale non consiste in una quantità di beni, ma in una quantità di denaro che è posta sia all’inizio sia alla fine della sua metamorfosi; in sostanza è denaro che si autovalorizza. Grazie anche a quest’acquisizione, Heinrich ci offre un’illustrazione piana e di facile lettura sia del problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzioni, sia delle successive critiche di impianto neoricardiano a questo procedimento, sia infine del dibattito innescato da chi respinge questo impianto. Questo fa dire all’Autore che siamo in presenza di un’esposizione del problema della trasformazione in una fase ancora non sviluppata della teoria monetaria del valore e del capitale, ossia di una “rivoluzione scientifica” non ancora matura. Heinrich sostiene questa tesi appoggiandosi a manoscritti marxiani scritti in periodi diversi e che documentano l’evoluzione di questa rivoluzione scientifica. Tuttavia, è mia opinione che sia nella letteratura prevalente sia da parte dello stesso Heinrich venga sottovalutata la consapevolezza che Marx ebbe del problema. Il fatto che esponga la trasformazione partendo non dai valori ma dai prezzi di costo, quindi da valori già espressi in termini monetari, non viene sufficientemente sottolineato, mentre alcuni passi marxiani che sottolineano l’errore che si compirebbe partendo invece dai valori vengono letti come una superficiale sottostima di questi errori; per l’Autore, essi sarebbero ritenuti da Marx trascurabili, e non piuttosto l’indice di una più fondata consapevolezza della necessità di doverli evitare. 

A proposito del tasso di interesse, l’Autore afferma che nel ciclo industriale si può osservare un movimento del tasso di interesse: basso nei periodi di prosperità, per raggiungere il suo picco durante la crisi; «tuttavia, su quale sia nelle varie fasi il livello medio del tasso di interesse non si può fare alcuna affermazione generale». La mia opinione in proposito non combacia con quest’affermazione. Essendo l’interesse nient’altro che una quota del plusvalore, esso sarà basso quando i profitti sono bassi e viceversa: questa mi pare fosse anche l’opinione di Marx. Importanti e condivisibili sono alcune affermazioni sul denaro-merce e sul ruolo cruciale della moneta fiduciaria e del credito. A tale proposito si sottolinea che solo un denaro-segno è adeguato al modo di produzione capitalistico sviluppato. È condivisibile anche la considerazione che, pur avendo Marx di fronte un sistema monetario e creditizio assai diverso dall’attuale, la sua teoria contiene già tutti gli elementi utili per analizzare anche l’attualità.

Riguardo alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, la tesi di Heinrich è che essa, essendo stata formulata in una fase ancora acerba del sistema di analisi marxiano, sia stata accantonata in una fase più matura. Poiché effettivamente i manoscritti per il terzo volume, oltre a essere fortemente incompiuti, si sono fermati a questo livello non sufficientemente sviluppato dell’analisi, e non vi sono trattazioni successive esplicite e sufficientemente elaborate, questa tesi non è dimostrabile: nonostante si utilizzino alcune citazioni che potrebbero costituire un indizio di ciò, esse non equivalgono certamente a una prova. Mi pare invece che non costituisca neppure un indizio la citazione di una nota a piè di pagina che Engels ha ripreso, nella terza edizione, dalla copia a mano di Marx del primo libro. La nota afferma che, se l’ampliamento del capitale è qualitativo, salirà allora il saggio di profitto con una maggiore composizione organica del capitale. Heinrich considera questa annotazione come un ripensamento di Marx, visto che essa è successiva alla stesura dei manoscritti poi pubblicati da Engels come terzo libro. Qui l’Autore cade in un fraintendimento: il capitale con una maggiore composizione organica dovuta all’introduzione di un’innovazione ottiene un extra profitto individuale ai danni dei concorrenti; infatti, si può temporaneamente vendere a un prezzo maggiore del valore individuale del suo prodotto, ma la stessa innovazione fa diminuire il saggio medio quando si generalizza. Viene confuso cioè il confronto fra saggi individuali in un dato momento con il confronto fra i saggi medi del profitto in due successivi momenti, prima e dopo l’introduzione generalizzata delle innovazioni che risparmiano lavoro. Per Marx, il fattore tempo e le ripercussioni nel tempo di un investimento iniziale giocano un ruolo fondamentale.

Aldilà dell’esegesi, Heinrich ragiona sul teorema di Marx sostenendone in maniera articolata l’indimostrabilità. Senza entrare nei dettagli del suo ragionamento, si può aderire alla sua affermazione che la dimostrazione di Marx, in quello stadio della sua elaborazione, sia carente. Tuttavia, la mia opinione è che in altro modo la legge possa essere dimostrata partendo da alcuni assunti che fanno parte del corpo della teoria di Marx. Per sommi capi, l’argomento che con l’aumento della produttività si svalutino anche i singoli elementi del capitale costante – senza che noi sappiamo se il suo valore complessivo cresca con le innovazioni che risparmiano lavoro – si presta all’obiezione che l’accumulazione non è solo accumulazione di valori d’uso, macchine, materie prime e forza- lavoro, ma è anche essenzialmente accumulazione di valore: quindi, il valore del capitale complessivo deve crescere, almeno finché una crisi non comporti la distruzione di una frazione dei capitali. Inoltre, avendo il plusvalore ricavabile da un’unica unità lavorativa un limite (estremizzando: le 24 ore giornaliere), la legge è valida purché il valore del capitale per addetto tenda a crescere senza limiti. Mi pare che questa sia anche un’ipotesi che fa parte della strumentazione di Marx: le innovazioni vengono introdotte per risparmiare lavoro e mantenere sempre un ragionevole esercito industriale di riserva. Per Heinrich, non si tratterebbe di una grande perdita rinunciare alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in quanto la teoria della crisi di Marx non dipenderebbe affatto da questa legge. Ancora, «le tendenze del capitalismo alla crisi non si basano su una tendenza alla caduta del saggio di profitto. Ciò significa che anche se la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto viene eliminata dalla critica dell’economia politica come una costruzione errata, ciò non significa che sia scomparso un elemento centrale, bensì un elemento di cui si può benissimo fare a meno» (pp.444- 5). Ma, si potrebbe obiettare, se ci limitiamo a considerare le altre spiegazioni di Marx, – ossia quelle legate alla realizzazione del plusvalore –, vediamo solo un lato della medaglia e non il suo rovescio: il fatto cioè che le politiche espansive della domanda confliggono con la tutela dei profitti e viceversa le politiche neoliberiste e le nuove modalità di organizzazione del lavoro sono volte a creare controtendenze alla loro caduta, deprimendo però la domanda. Trascurando l’importanza della legge in questione si darebbe qualche ragione in più a quegli economisti keynesiani che attribuiscono a errori analitici il ricorso a queste politiche, dimenticando che esso corrisponde invece a interessi di classe ben precisi.

A proposito dell’attualità di Marx, l’Autore giustamente afferma che le crisi capitalistiche affondano anche nel mercato mondiale e che ciò non sia sufficientemente chiaro a Marx. Ma forse ciò è dovuto al fatto che non gli è stato possibile sviluppare l’analisi del mercato mondiale, che faceva parte del piano iniziale del suo lavoro, poi abbandonato. Viene anche affermata, correttamente, l’importanza del contesto storico, comprendente elementi quali la struttura del capitale nazionale, le condizioni istituzionali del sistema bancario, le relazioni tra capitale e lavoro, i modelli di consumo, il ruolo dei sistemi di sicurezza sociale, la disponibilità di fattori produttivi a basso costo ecc. – elementi di cui l’autore del Capitale non ha potuto occuparsi a fondo. A mio modo di vedere, rimane il fatto, tuttavia, che gli elementi fondamentali, intesi come i mattoni dell’ossatura di una teoria della crisi che regga, restano più o meno validi, nonostante l’incompiutezza e incompletezza dei testi, anche se non si può che condividere la necessità di sviluppare ulteriormente gli spunti di teoria provenienti dalle categorie fondamentali della critica dell’economia politica. Tuttavia i pochi, anche se non secondari, elementi di disaccordo sopra espressi, sono molti di meno di quelli di consenso: per esempio l’importanza della distinzione tra crisi “minori”, che permettono di rimanere, pur con ristrutturazioni, entro le forme di accumulazione e distribuzione in atto, e crisi “maggiori”, che invece «richiedono proprio una rottura con queste forme e la formazione di un nuovo modello di accumulazione e regolazione»; oppure la buona rappresentazione dell’evoluzione del pensiero di Marx sulle crisi, anche con riferimento alle possibilità di una rivoluzione e agli accadimenti e alle crisi a lui contemporanei; o anche l’incompiutezza di diversi manoscritti del terzo libro, tra cui il capitolo quindicesimo sullo «sviluppo delle contraddizioni intrinseche della legge» della caduta tendenziale del saggio di profitto; o il ruolo della distruzione di capitale per il superamento delle crisi e la necessità di affrontare anche il credito per delineare una teoria compiuta della crisi.

Particolarmente d’accordo sono anche sull’osservazione che nella recezione di questa teoria sono stati contrapposti improduttivamente fattori “reali” e fattori “meramente monetari”; e sull’altra, assai importante, relativa alla critica del concetto di equilibrio, frutto dell’immaginazione e dell’astrazione del teorico, per cui non si esce dalla crisi ricostituendo un nuovo equilibrio, dato che con tale uscita vengono create le condizioni favorevoli per un nuovo processo di accumulazione, ma anche messi in movimento gli elementi che portano alla successiva crisi.

Sono molti altri i punti in cui mi riconosco pressoché pienamente con il lavoro di Heinrich, ma non possono essere neppure elencati in questa fin troppo lunga recensione. Mi limito a esprimere il mio favore alla parte della trattazione del capitolo finale in cui si ragiona delle rivoluzioni socialiste reali (in presenza di capitalismi arretrati), delle possibilità rivoluzionarie attuali, della critica del capitalismo e del concetto di socialismo. Qui l’Autore sostiene anche – e come non dargli ragione – che il capolavoro di Marx non si limita a fornire un’adeguata spiegazione del plusvalore, ma ha un risvolto politico consistente nella presa di distanza da una critica morale del capitalismo, qual è quella dei socialisti utopisti. Mi atteggio più criticamente, invece, rispetto alla parte di questo capitolo in cui si prendono le distanze da Marx e dall’Engels dell’Anti-Dühring, i quali attribuiscono al mercato il compito di realizzare a posteriori i valori già fissati delle singole merci. Il motivo del mio dissenso l’ho già espresso in precedenza, ma in questa sede c’è un risvolto ulteriore. Heinrich biasima il fatto che anche Marx, quando si tratta di abolire la produzione di merci, presupponga una teoria del valore non monetaria. Ma, secondo me, qui non siamo più nel campo dell’analisi del capitalismo: si parla del socialismo. Al di là della praticabilità del calcolo delle ore di lavoro, possibile solo oggi grazie alla potenza di calcolo e di raccolta di informazioni che abbiamo a disposizione, in questo contesto è possibile trascendere e andare oltre la teoria monetaria del valore che si applica alle economie di mercato.

Concludendo, alcune inevitabili differenziazioni di vedute non scalfiscono la mia convinzione che siamo di fronte a un’opera molto importante di cui si raccomanda la lettura allo studioso o al militante politico evoluto, in modo che possa farsi un’idea propria leggendola. 

* * * *

Per chi voglia seguire dal vivo una delle numerose presentazioni del volume in oggetto, ne elenchiamo qui alcune particolarmente significative, Disponibili on line ai seguenti link: 

  • a cura di TCS Teoria critica della società - Università Bicocca:
    1. https://youtu.be/6JYZms3nysQ?si=D7x6yaj4YkJ4m2-p
    2. https://youtu.be/0revfI1sDoM?si=ZAKhCOmmlfMtSSdZ
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Eros Barone
Thursday, 15 August 2024 21:44
Condivido le perplessità e le riserve motivatamente espresse da AlsOb verso l'interpretazione, ad un tempo formalistica ed empiristica, della teoria marxiana del valore, presentata da Michael Heinrich nel suo saggio. Nel terzo libro del "Capitale" Marx esamina infatti il rapporto tra la categoria del plusvalore e la categoria del profitto, affermando che «in realtà il profitto è la forma fenomenica del plusvalore il quale ultimo deve essere enucleato dal primo mediante un processo di analisi». Ciò nondimeno, se dal punto di vista quantitativo il plusvalore e il profitto intesi come massa sono identici, il saggio del plusvalore S / V e il saggio del profitto S / C + V si presentano sin dal principio diversi. I prezzi di produzione secondo i quali le merci si scambiano sul mercato sono invece determinati dai prezzi di costo C + V, più una quota del plusvalore complessivo che è stato prodotto (profitto medio) e che viene ripartito in proporzione diretta tra i differenti capitali individuali impegnati nei vari settori produttivi. Se poi si considerano diversi capitali con diversa composizione organica (la quale dipende dalla composizione tecnica del capitale), si può constatare, secondo Marx, che a parità di saggio del plusvalore si otterranno differenti saggi di profitto per ciascuno di essi. A questo punto interviene la concorrenza che, livellando i diversi saggi di profitto, agisce in modo che ogni capitale venga remunerato con una quota di profitto indipendentemente dalla sua composizione organica. Così, con l’apporto della quota di profitto medio il prezzo di costo compie la sua metamorfosi in prezzo di produzione, configurandosi come nuova forma di valore. Sennonché l’azione correttiva e perequativa svolta dalla concorrenza sul terreno dei saggi di profitto sembra non trovare conferma nel procedimento di calcolo che dimostra, come è noto, che sussiste una discrasia tra i valori e i prezzi di produzione, talché, almeno dal punto di vista del calcolo algebrico, la trasformazione dei valori in prezzi di produzione non soddisfa il requisito formale della identità. Sorge, a questo punto, la ‘vexata quaestio’ che ha fatto versare fiumi di inchiostro nella letteratura marxista, marxologica e antimarxista, e che è stata commentata, con gustoso ‘sense of humour’, in questi termini: «Presso molti di coloro che sono interessati alla teoria marxista il problema della trasformazione possiede la dubbia fama di esistere solo allo scopo di fornire a matematici o economisti matematici occasione di saggiare la loro creatività con nuove ‘soluzioni’. In effetti si tratta per lo più di una quantità di contributi non privi di smisurate operazioni algebriche. Ne consegue un’avversione ad esaminare testi intrisi di formule... misurarsi con questa critica richiede ovviamente un notevole dispendio di tempo, fatto che pregiudica lo studio più completo dei ‘libri azzurri’ o il lavoro di analisi concreta (per non parlare del lavoro politico-pratico)» (J. Glombowski, «Il Problema della Trasformazione», "Plusvalore", n. 1, mar. 1980, p. 60). Vediamo allora come ha reagito Marx allorché ha riscontrato tale discrasia, ne ha ricercato l’origine e ha ritenuto di poterla sanare con l’argomentazione che segue. Nelle pagine del terzo libro del Capitale, in cui tratta il problema, egli lo pone in questi termini: «Dato che il prezzo di produzione può differire dal valore della merce, anche il prezzo di costo di una merce, in cui è incluso il prezzo di produzione di altre, può essere superiore o inferiore a quella parte del valore complessivo di essa costituita dal valore dei mezzi di produzione che entrano in quella merce. È necessario tener presente questo nuovo significato del prezzo di costo e ricordare quindi che un errore è sempre possibile quando, in una determinata sfera di produzione, il prezzo di costo della merce viene identificato col valore dei mezzi di produzione in essa consumati». Giova anche ricordare quanto Marx ha rilevato in precedenza, e cioè che «nella produzione capitalistica gli elementi del capitale produttivo sono di regola acquistati sul mercato, che i loro prezzi di produzione contengono quindi un profitto già realizzato e che per conseguenza il prezzo di produzione di un ramo dell’industria insieme col profitto che esso contiene entra nel prezzo di costo dell’altro». E aveva inoltre aggiunto: «Ma se si mettono da un lato la somma dei prezzi di costo delle merci dell’intero paese e dall’altro la somma dei suoi profitti o plusvalori, è evidente che il conto deve tornare». Dopodiché così conclude la sua ampia e articolata trattazione: «L’indagine che stiamo presentemente compiendo non richiede che ci si addentri in un esame più particolareggiato di questo punto». In sostanza, Marx è convinto che sussiste, a livello di quantità complessive, un’eguaglianza tra prezzi di costo e plusvalori e ciò lo spinge a ricercare la discrasia tra valori e prezzi, rilevabile nella realtà, riconducendola al modo di funzionare della legge del valore la quale, eguagliando le quantità complessive anzidette, agisce «come tendenza predominante solo in modo assai complicato e approssimativo sotto forma di una media [una "cieca media", dirà Engels], che non è mai possibile determinare, di oscillazioni incessanti».
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AlsOb
Monday, 12 August 2024 17:15
La lettura sul funzionamento della teoria del valore che Heinrich presenta nel libro, How To Read Marx's Capital, 2021, suscita alcune perplessità in relazione alla sua effettiva comprensione di Marx e a forzature che tenta di imporre.
Per esempio Marx scrive, “It becomes plain that it is not the exchange of commodities which regulates the magnitude of their values, but rather the reverse, the magnitude of the value of the commodities which regulates the proportion”
Heinrich riporta la citazione, a cui aggiunge le sue personali e didascaliche chiose, secondo la quali, “The magnitude of a commodity’s value expresses a certain social relation between producers. The basis of this relation (what is produced and what is needed) does not simply emerge in exchange; it is mediated by exchange and only by exchange. This is precisely what is specific about a society based upon commodity production. (We will return to this topic in the section on the fetish character of the commodity). Commodity producers produce privately, independently of one another. It is not through production that they enter in a social relationship but through the exchange of their products.”. (…)
“[T]he commodity’s magnitude of value regulates its exchange-relations, but both the magnitude of value and the exchange-relations always exist simultaneously.”. (…)
“We can see here that the transition from the expanded form of value to the general form of value is not a historical development. Rather, it is a conceptual evolution belonging to the investigation”.

In pratica Heinrich, con alcuni sofismi, tende a porre, come chiave di lettura, il momento dello scambio, (che definirebbe i rapporti di scambio tra le merci e una volta scelto l’equivalente generale, l’unità di misura e moneta, il prezzo ) e insiste sul fatto che il ragionamento di Marx sarebbe puramente logico e non storico.
Ciò è abbastanza discutibile, dato che per Marx la creazione del valore di scambio avviene nel momento cruciale della produzione capitalistica, che è, in primo luogo, un sistema di rapporti sociali basati sulla violenza del razzismo e dello sfruttamento e in secondo luogo l’effettivo momento e spazio in cui si definisce la stessa struttura dei rapporti sociali e la realtà della produzione capitalistica, in quanto sistema integrato di relazioni e produzione sociale.
Cioè il capitalismo si fonda su una struttura di rapporti sociali e di potere che ha come unico scopo per la classe dominante lo sfruttamento, l’estrazione di plusvalore e l’accumulazione di valore di scambio, (per il capitalista il valore d’uso è indifferente, se bombe e veleni garantiscono accumulazione di valore di scambio li persegue e incentiva senza remore).
Marx si può riconoscere come anche il massimo teorico dei mercati e dei prezzi monetari, perché il secondo momento nel capitalismo, che lui investiga minuziosamente, è rappresentato dalla spasmodica ricerca da parte del capitalista di disfarsi del valore d’uso, che non gli interessa, per realizzare il valore di scambio, il che presuppone l'esistenza storica e concreta di un equivalente generale, di una moneta, che può anche essere, come spiega Marx, dopo che storicamente si sono consolidate le strutture produttive e le convenzioni di pagamento, tra cui il fondamentale credito, (che per Graeber si colloca all’origine della moneta, situazione che può andare benissimo per Marx), puramente simbolica.
La sofistica e banale aritmetica di Heinrich, che finisce per complicare ciò che è chiaro e generare confusione, si limita al secondo momento di Marx, quello dei mercati, che è ovvio nel capitalismo e scontato per Marx.
La produzione di merci è estrazione di plusvalore e generazione di valore di scambio, che il capitalista deve realizzare con la vendita e mediante un sistema di prezzi che gli permetta di accumulare profitti e quindi valore di scambio nella forma di equivalente generale, oggi essenzialmente crediti, che siano fiat money o titoli del debito pubblico, (sono infatti entrambi crediti, la stessa cosa, questo a rincuorare i terrorizzati sul debito pubblico dai sicofanti dei dominanti).
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