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labottegadelbarbieri

Il piccolo vocabolario tematico del pensiero di Marx-Engels

Gian Marco Martignoni intervista il prof. Nicola Angelillo

anekinvrughIntervista di  al  docente di filosofia in pensione. Tra i suoi lavori La filosofia in fiabe e saggi di filosofia, oltre al piccolo manualetto pubblicato recentemente su Marx ed Engels.

* * * *

La prima osservazione che si rileva, leggendo Marx-Engel, è la mancanza di bibliografia.

Non è del tutto vero: la mia bibliografia è costituita da Karl Marx e Friedrich Engels.

Tre anni fa mi sono chiesto: perché non leggere direttamente gli scritti di Marx e di Engels e ascoltare attentamente quello che hanno da dirmi, invece di leggere quello che hanno detto ai loro numerosissimi ed eccellenti lettori?

Tre anni fa avevo 87 anni. Potevo togliermi la soddisfazione di leggere direttamente gli autori che hanno ispirato le piazze rivoluzionarie e le rivoluzioni nel mondo?

Leggendo i manoscritti economico-filosofici del 1844 e il Capitale non avevo una tesi da dimostrare, né un’intuizione nuova da verificare, per le quali avevo bisogno dell’aiuto autorevole dei suoi studiosi. ‹‹Marx-Engels›› non è difatti un saggio, ma un dizionario, in cui racconto i concetti e alcuni dei temi fondamentali del loro pensiero.

Vuoi sapere che cosa è il lavoro?

Apri alle voci in cui si parla del lavoro e saprai che per Marx il lavoro è la realizzazione fisica e spirituale dell’uomo.

Vuoi sapere che cosa è l’uomo?

Apri alle voci corrispondenti e troverai che per Karl Marx l’uomo è natura, è il mondo intero, è natura inorganica e organica prima di diventare uomo e così via. Ho cercato di non frappormi fra Marx e la voce dei suoi scritti e di evitare l’interpretazione delle sue parole.

 

Perché lei che viene dal cattolicesimo sociale ritiene che Marx ed Engels non siano dei cani morti?

Perché nessun individuo, sostiene Marx, muore. Ogni individuo, questa è la sua tesi, appartiene alla specie. Che cosa vuol dire appartenere alla specie?

Vuol dire che ogni individuo trasmette all’individuo successivo il proprio mondo spirituale, le proprie conoscenze e le proprie scoperte, per cui nessun individuo muore e nessun individuo parte da zero.

Per non partire da zero occorre ovviamente conoscere le conquiste e il pensiero in generale di coloro che sono vissuti prima di noi. Una delle crisi più evidenti di oggi è la mancanza della conoscenza della cultura dei nostri padri. Quelli che oggi hanno 80 anni nel 1946 – 1948, gli anni della Costituente e della creazione della Costituzione italiana, non erano ancora nati.

Che cosa sanno dei principi ispiratori della Costituzione? Che cosa sanno della divisione e dell’indipendenza dei tre poteri, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario? Sanno che la divisione dei poteri è la garanzia della democrazia e lo scudo contro la caduta in nuove esperienze totalitarie, autocratiche e monocratiche?

L’ignoranza della nostra storia ci impedisce di appartenere al nostro passato, al passato dei nostri genitori e, in un senso più profondo, di appartenere alla specie. In questo modo ci manca lo scudo che ci difende dalle esperienze negative del passato.

La conseguenza?

La conseguenza è che si possa ripetere l’esperienza negativa dei nostri padri ed essere – sotto la minaccia di una guerra nucleare – gli ultimi rappresentanti del genere umano. Timori esagerati? Hiroshima e Nagasaki sono il frutto di immaginazione o sono state ridotte in un fungo di fumo in pochi minuti da due bombe atomiche?

 

Non è pericoloso dire che il futuro deriva dal passato?

No, se leghiamo il futuro al passato di conoscenze, di progressi spirituali e tecnologici che il passato ha prodotto. Sì, se per passato indichiamo il male e gli orrori delle guerre di cui la storia è piena. Se pensiamo di risolvere la violenza con la violenza, se pensiamo di risolvere i problemi individuali e internazionali eliminando tutti gli scudi delle leggi internazionali, che regolano il rapporto fra le nazioni, e facciamo prevalere il diritto della forza e del più potente, il futuro diventa una minaccia incombente sulle future generazioni. L’individuo può essere salvato se si affida alla specie. La specie, dice Marx, genera la vita.

 

A che cosa si riferisce quando dice che c’è un pensiero di Marx, a cui si è prestato poca attenzione?

Mi riferisco alla sua definizione dell’uomo come natura. Per comprendere questo pensiero di Marx occorre definire che cosa si intende con il termine ‹‹natura››.

Ugo Grozio nel lontano 1583 – 1645 diceva che il diritto nasce dalla natura. Ugo Grozio è il fondatore del giusnaturalismo, la corrente di pensiero secondo la quale le leggi scaturiscono dalla natura. Ricordo che era una di quelle lezioni, che mi avevano molto appassionato, ma non ho mai capito che cosa fosse la natura. Né il mio professore di storia e filosofia ci ha detto che cosa intendesse Ugo Grozio con il termine ‹‹natura››. La natura è il mondo? Le stelle, i pianeti? La Terra? Sicuramente ha le sue leggi fisiche, chimiche e minerali, ma non credo che producano le leggi etiche dell’uomo.

Dunque?

Un secolo dopo Grozio, Spinoza (1632 – 1672) definisce Dio come Deus sive natura. ‹‹Dio ovvero la Natura›› sono la stessa cosa? Sì, se ci atteniamo al pensiero di Spinoza, il quale specifica che Dio, la Sostanza unica del mondo, è una entità indivisibile di pensiero e materia. Traducendo il pensiero di Spinoza in termini più semplici e perfino banali, si può dire che la materia e il pensiero (Dio) vivono insieme, l’uno con l’altro o l’uno nell’altro. In questo senso il pensiero infinito di Dio crea, mediante la materia in cui abita, un mondo infinito. La natura in questa visone è Dio stesso e le leggi scaturiscono da Dio o Natura.

E l’uomo? L’uomo sostiene Spinoza è un modo finito degli attributi infiniti di Dio.

L’uomo, dunque, è il finito che vive con l’infinito? Di più: vive nell’Infinito, come gli angoli del triangolo sono nel triangolo.

Ovviamente Marx non è così esplicito, però la natura di Marx è una natura che crea, facendosi trasformare dall’uomo nel cibo, con cui integra le energie che consuma vivendo. In questo senso la vita dell’uomo è una creazione continua della natura. Non solo: la natura si lascia trasformare dall’uomo in tutti gli strumenti necessari per realizzare sé stesso e, grazie a questi strumenti (la tecnologia in generale), è potuto sbarcare sulla Luna.

La meccanizzazione degli organi umani (le mani, le braccia, le gambe, gli occhi, le orecchie, ecc.) sono simili a una nuova evoluzione creatrice della natura? Con queste ultime parole, come si può notare, sto interpretando Marx, cosa che non faccio con il vocabolario, in cui cerco di attenermi in modo quasi letterale alle sue parole.

 

Che cosa intende Marx per sconnessione dell’uomo dalla natura?

È un concetto complesso. Per qualcuno è una frattura metabolica, per altri è sinonimo di alienazione.

Dalla mia lettura degli scritti di Marx ho colto che è la sconnessione dell’uomo da sé stesso. dell’uomo dalla propria natura. La trasformazione degli strumenti organici di lavoro, quali le mani, le braccia, le gambe, gli occhi, l’udito, il linguaggio in strumenti meccanizzati più potenti e più adeguati a realizzare il proprio essere sconnettono l’uomo dalla propria natura. Gli strumenti meccanizzati, difatti, separano l’uomo da sé stesso.

Un esempio?

Creando l‘aereo, che è fatto di frammenti di natura organizzati, l’uomo si sconnette dalla propria natura.

La sconnessione dell’uomo dalla propria natura non è sempre un male. Al contrario: l’uomo sarebbe mai arrivato sulla luna con le proprie gambe? Avrebbe mai potuto guardare all’interno del proprio corpo per scoprire le malattie, che, a sua insaputa, ne minacciano la salute?

La meccanizzazione degli strumenti di lavoro è opera dell’attività dinamica del pensiero. Se il suo pensiero non fosse una realtà dinamica, perché mai avrebbe aspettato così tanto tempo per trasformare la natura in un motore, in un aereo ipersonico, in un missile e in una bomba atomica? In questa attività non sta imitando la Natura, organizzando il proprio mondo seguendo lo sviluppo progressivo della propria intelligenza, della parte spirituale di sé stesso?

Purtroppo, però, tutti gli strumenti meccanizzati e la nuova organizzazione della realtà prodotta dalla propria intelligenza in collaborazione con la Natura viene separata dall’uomo che l’ha prodotta.

A chi appartiene la nuova organizzazione della materia (natura) urbanistica delle grandi metropoli?

Alla grande borghesia. Per la piccola borghesia e per il mondo operaio è impossibile vivere nelle grandi metropoli, i cui costi non sono più alla loro portata. Si tratta di una sconnessione sociale, ma anche di una sconnessione ontologica più che una frattura metabolica, anch’essa presente, ma che è un’altra cosa.

I missili, le bombe atomiche, le centrali nucleari, la stessa intelligenza artificiale, prodotte dalla Natura umana, ad imitazione della Natura divina (il Deus ovvero la Natura di Spinoza), sono separate da coloro che le hanno prodotte.

Che cosa ha in comune l’uomo con lo sputnik che lo ha portato sulla Luna? O con le bombe atomiche che hanno ridotto in un fungo di fumo le città di Hiroshima e Nagasaki?

Nulla.

Ovvero: sono natura, ma natura modificata; sono enti, ma enti del tutto diversi dagli esseri umani, sconnessi dalla propria natura. Inoltre: l’alienazione (separazione o sconnessione) degli strumenti meccanici dall’uomo che li ha prodotti li rende spesso i suoi nemici sociali ed esistenziali. Se difatti contribuiscono alla sua realizzazione, sono per lo più una minaccia incombente alla sua unità con la propria natura. Sono difatti nuove realtà ontologiche, che non integrano la natura umana che le ha prodotte, ma, sconnettendole da essa, per lo più la impoveriscono.

Perché l’operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sé e si sente fuori di sé nel lavoro? È a casa propria se non lavora e se lavora non è a casa propria?

È un concetto che investe la natura stessa del lavoro nella società capitalistica e coinvolge altri concetti, fra cui quelli di lavoro, di alienazione, di derealizzazione e, prima di tutto, il concetto di uomo.

 

Parliamo dell’uomo: che cosa è l’uomo per Marx?

Per Marx l’uomo è natura, Marx è spinoziano piuttosto che aristotelico? Io direi di sì.

Aristotele lo definisce un animale razionale.

A parte la mia ritrosia ad essere definito un animale, un cane o un cavallo o un maiale che ragiona, la definizione aristotelica suggerisce che ciascuno uomo è composto di due ‘cose’: l’animalità e la ragione, due cose statiche, già belle e finite. Se per l’animalità possiamo anche ammettere che siamo come siamo, perché siamo il risultato dell’organizzazione chimica, fisica e biologica definita dal Deus ovvero dalla Natura di Spinoza, per quanto riguarda la ragione non si può dire la stessa cosa. La ragione non è da considerare una ‘cosa statica’, ma una facoltà dinamica, costituita dalle conoscenze, che sono iniziate a formarsi fin dalla sua apparizione sulla Terra e continuano a formarsi lungo il tempo nel quale la vita umana scorre. L’uomo non nasce con le conoscenze dell’antibiotico o del motore o dell’aereo o dei missili. Queste conoscenze sono iniziate con le prime lettere dell’alfabeto e sono diventate, via via, un cammino nel linguaggio del mondo, che ha riempito molte enciclopedie e non è ancora concluso.

Spinoza dice che l’uomo è un modo di essere della Sostanza unica del mondo e la Sostanza del mondo è lo stesso Deus ovvero la Natura.

Gli attributi della Sostanza unica, il pensiero e l’estensione, agendo sulla materia hanno prodotto e continuano a produrre il mondo.

Il nuovo mondo, quello prodotto dalla tecnologia, nasce con l’aiuto dell’uomo, che trasforma la propria natura nei nuovi strumenti necessari per la creazione del mondo in cui vive, che non è più il mondo primitivo delle sue origini.

L’uomo si comporta come la Sostanza unica del mondo perché è un suo modo di essere, un modo di essere dei suoi attributi, il pensiero e l’estensione, il pensiero e la materia. Questo non vuol dire che siamo “Dio ovvero Natura” infinita come la Sostanza unica del mondo, ma siamo dei modi finiti dei suoi attributi infiniti e, a nostro modo, creiamo il nostro mondo finito dando alla nostra natura finita le forme dei nuovi strumenti di lavoro che ci hanno portato fin sulla Luna.

 

Possiamo accennare al concetto di lavoro per Marx?

Per Marx il lavoro è una libera attività creatrice.

Lavoriamo per realizzare il nostro essere, il corpo e il pensiero (la nostra parte spirituale), per realizzare noi stessi.

Succede però che se l’operaio vende tutta la propria giornata lavorativa al capitalista, come fa a dedicare una parte del proprio tempo alla realizzazione dello spirito e allo sviluppo del pensiero per avvicinarsi il più possibile al Deus ovvero alla Natura, di cui è un’espressione storica che supera continuamente sé stessa?

Con la vendita del lavoro il lavoratore riesce a malapena a integrare le energie consumate vivendo e lavorando. L’uomo si identifica così con il lavoratore e il lavoratore è tale solo se lavora.

A stretto giro di parole, bisognerebbe cambiare anche la definizione dell’uomo: nella società capitalistica l’uomo si identifica con il lavoro; il lavoro, a sua volta, produce il lavoratore. Senza il lavoro non esiste il lavoratore e senza il lavoratore l’uomo rischia di … estinguersi per fame. Dello spirito neanche a parlarne, perché gli scellini giornalieri, che gli passa il capitalista dell’ottocento, gli bastano sì e no per mantenere in vita il proprio corpo e quello della propria famiglia.

 

Perché il lavoro tradisce il proprio fine di realizzare l’uomo?

Perché i prodotti del lavoro, vengono separati dal lavoratore, che avendo venduto il proprio lavoro, viene del tutto estraniato da ciò che produce. È il concetto di alienazione: i beni prodotti dai lavoratori vengono separati dal lavoratore e vengono venduti al mondo intero.

 

Perché l’uomo lavorando si derealizza invece di realizzarsi?

In questo caso parliamo dell’operaio, non dell’uomo in sé. L’operaio si derealizza, perché lavorando consuma la propria natura di cui fa parte, senza ricavarne alcun beneficio. Difatti quello che produce non gli appartiene e, quindi, consuma inutilmente il proprio mondo organico e inorganico.

Perché?

Perché oggi, come al momento della rivoluzione industriale, il lavoratore vende il proprio lavoro e non ha null’altro da pretendere oltre il compenso pattuito con il datore di lavoro. Succede per lo più che il salario è sufficiente, quando è sufficiente, solo alla integrazione quotidiana delle energie spese lavorando, ma non anche alla realizzazione del proprio spirito e allo sviluppo delle scoperte e delle conoscenze che gli hanno trasmesso le generazioni che lo hanno preceduto, creando, seppure involontariamente una frattura con il passato da cui proviene. Se gli va bene, riesce a vivere, conservando lo spirito delle generazioni precedenti, ma difficilmente può essere in grado di dedicare del tempo al suo sviluppo. Spesso si muore, non solo non lasciando alcun segno di sé, ma non avendo neanche conservato il livello spirituale delle generazioni che ci hanno preceduto. È il segno della derealizzazione.

 

Che cosa pensa dell’ateismo di Karl Marx?

Ho qualche dubbio che Marx fosse un vero ateo.

Marx si ribella al fatto che gli uomini demandino la propria salvezza a un ente trascendente. I cristiani demandano a Cristo la loro salvezza e lo condannano a morte per lavare con il suo sangue i loro peccati. Chi dovrebbe lavare i propri peccati è l’uomo che li commette non una realtà trascendente, che prende il posto dell’uomo.

Marx non accetta che il povero invece di lottare per i propri diritti, preferisce soffrire quel frammento di tempo, da cui è composta la vita, in cambio di una vita eterna di felicità e di abbondanza promessa da Dio. Marx è contro la povertà come biglietto per il paradiso.

Ricordate Spartaco?

Il simbolo del pensiero di Marx è Spartaco. Il capo dei gladiatori romani con le sue migliaia di gladiatori, di schiavi e di contadini affida la propria libertà a una lotta senza scampo: la libertà o la morte. Più volte sconfisse gli eserciti romani prima di essere annientato da Marco Licinio Grasso, non a caso uno degli uomini più ricchi di Roma. Spartaco non scambia i campi elisi con la propria schiavitù.

Neanche la ricchezza è un biglietto per il paradiso, checché ne dicano Lutero e Calvino, secondo i quali il successo e la ricchezza sono un segno della benevolenza di Dio e un segno di predestinazione alla felicità eterna. Chi ha inventato che Dio è la causa della povertà dei poveri e della ricchezza dei ricchi è stato un mistificatore della storia, in cui il capitalismo inteso come possibilità di vivere meglio si è trasformato, nel tempo, nel capitalismo del profitto per il profitto.

Marx ha ragione: non si può demandare ad altri la propria lotta contro i soprusi, contro la schiavitù, contro la libertà. Dal campo di concentramento i prigionieri, ridotti a scheletri, escono con le loro gambe.

Caligola dirà al suo primo ministro che per sistemare il bilancio dello stato bisogna obbligare i ricchi patrizi romani a fare testamento per lo Stato. Dopo aver garantito l’eredità pubblica potranno essere messi a morte e le esecuzioni seguiranno un elenco secondo le necessità finanziarie. Al suo primo ministro, che gli fa notare la crudeltà di questa decisione, ricorda che sono solo dei sudditi ed essere dei sudditi è una colpa … da scontare, se occorre, anche con la vita.

 

Non mi risulta che Marx abbia mai parlato di categorie

Difatti Marx non ne parla, ma le categorie sono le idee, le immagini, le sensazioni, le emozioni con le quali l’autore legge la realtà in cui vive.

Una sua categoria fondamentale è quella in cui afferma che l’uomo è natura. Con questa categoria vuol dire che siamo fatti tutti della stessa materia con cui è fatto il mondo.

Il filosofo Cacciari in uno dei suoi interventi televisivi ha detto che siamo un frammento di stelle. Spinoza nel seicento sostiene che il principio primo è un Deus sive Natura, Dio ovvero la Natura e che siamo tutti dei suoi modi di essere. Dio è, dunque, Natura, che ha generato e continua a generare, insieme ad altri mondi, anche l’uomo.

In che modo? La materia, nella sua unità con il pensiero si struttura in organizzazioni dalle più semplici a quelle più complesse. Nel processo di strutturazione della materia l’uomo con la coscienza raggiunge il massimo della complessità organizzativa dalla materia, diventando un essere unico al mondo. Questa spiegazione non deriva dal pensiero di Marx, ma dai concetti della fisica quantistica.

Alcune delle altre categorie marxiste sono quelle note:

il materialismo storico;

l’ateismo;

la meccanizzazione dell’uomo;

l’individuo come ente appartenente alla specie;

l’individuo come la parte materiale e concreta dell’uomo;

il lavoro come un’attività vitale;

il lavoro come attività creatrice, con la quale l’uomo realizza sé stesso;

il lavoratore crea il lavoro e il lavoro crea il lavoratore;

la proprietà è un furto,

il lavoro è una merce;

l’oggettivizzazione;

l’alienazione;

l’estraniazione;

il plusvalore;

la derealizzazione;

la povertà totale.

Richiamo nuovamente l’attenzione su una delle categorie già citate, ovvero sull’individuo appartenente alla specie. Questa categoria conferma il principio secondo il quale il futuro viene dal passato e, quindi, tutto ciò che l’uomo crea viene dal passato, Ne consegue che l’invenzione del motore come dei missili, ad esempio, non sono l’intuizione esclusiva del genio solitario, ma delle conoscenze che di generazione in generazione sono state trasmesse alle generazioni successive. Di conseguenza le scoperte appartengono alla specie o all’umanità e non al singolo individuo.

Un’altra categoria ha bisogno di una parola in più ed è quella della derealizzazione: l’individuo con il lavoro si derealizza, perché consuma inutilmente la propria natura (la natura organica e inorganica, tutto il mondo, prima di diventare uomo) senza alcuna utilità per sé, perché i prodotti in cui viene trasformata non sono alla sua portata, in quanto costano più del salario che gli corrisponde il datore di lavoro.

La derealizzazione estrema può portare alla povertà totale e alla morte per fame.

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