
Consigli non richiesti
La “ricetta” di Draghi per il prossimo decennio
Pasquale Cicalese
"Negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante,
bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte".
[Mario Draghi(1) - Orazio, De te fabula narratur]
Le parole di Draghi si possono definire come il te deum della Seconda Repubblica, se non fosse che costui, di essa, ne è stato uno dei principali protagonisti, a partire dalla famosa “crociera” sul Britannia nel 1992 in cui le principali banche d’affari anglosassoni si spartirono il grande affare delle privatizzazioni degli oligopoli industriali pubblici italiani (suggellato dall’accordo Andreatta-Van Miert del luglio 1993), per ampiezza secondi solo alla rapina russa da parte degli oligarchi mafiosi. Da direttore generale del Tesoro, con i ministri Ciampi, Amato e Dini presiede il Comitato per le privatizzazioni, dirige la politica economica degli anni novanta, prepara il salasso finanziario della manovra ‘Amato del ‘92, ha la regia amministrativa dei protocolli del ‘92 e ‘93, è artefice della riforma finanziaria e della privatizzazione del sistema bancario(2), “indirizza” gli altri ministeri in merito alla riforma del mercato del lavoro e della previdenza, introduce meccanismi di prelievo fiscale nel sistema delle autonomie e rientro dal debito mediante il patto di stabilità interno, spinge per le privatizzazioni delle municipalizzate.
Insomma, un “rispettabile bandito” (per dirla à la Marx) che, al pari dei suoi altri colleghi italiani, ha portato questo paese nell’ultimo ventennio dritto dritto al feudalesimo economico, piazzandoci la riedizione della decadenza seicentesca dove a trionfare fu la rendita e magari la riproposizione futura della grande emigrazione post 1870. Parla del suo capolavoro e non riesce a capacitarsi del perché questo paese sia caratterizzato da siffatte “qualità”, propinandoci dopo 20 anni la tiritera delle “contro” riforme come misure di contrasto contro cosa non lo spiega, se non accennando alla “crisi di regolazione” dei sistema finanziario anglosassone, di cui costui dal 2002 al 2005 ha magnificato le sorti come membro del board di Goldman Sachs, al pari di Prodi e di Gianni Letta.
Parla di sé stesso sdoppiandosi fino a raggiungere vette insuperabili allorquando invita l’accozzaglia di “banchieri” italiani (in realtà perlopiù “manager di banche”) a prendere esempio dai loro colleghi degli anni della ricostruzione, senza minimamente accennare che – allora – il sistema bancario era pubblico e c’era il sistema oligopolistico industriale pubblico da costui smantellato. Quanto poi a Mediobanca, c’era Cuccia, mica Geronzi e Marina Berlusconi. C’era il boom degli investimenti, non certo le stock options e le innumerevoli conferenze di Abi, Confindustria, Confcommercio e via corporativizzando, non si premiavano scarpari come eccellenze industriali, ci si basava sul connubio scienza e industria, non sull’aziendalismo bocconiano dello “shareholder value”. Sviluppo delle forze produttive, in luogo della rendita tariffaria e fondiaria (sebbene queste non mancassero nemmeno allora), costruzione di un robusto mercato interno come base di appoggio per la conquista del mercato mondiale(3), piuttosto che la devoluzione fiscale, estensione dei servizi universali come meccanismo di accumulazione (la stessa cosa che sperimenterà l’Asia nel prossimo decennio), in luogo della caritatevole sussidiarietà e del privato sociale: l’uomo di Goldman Sachs aspira all’accumulazione capitalistica, ma non riesce a capacitarsi dell’inesistente crescita dell’ultimo decennio. Vorrebbe, ma non può e per l’intanto scopiazza gli usamericani e il Fmi con l’ennesima riforma delle pensioni (prontamente accolta da Tremonti), augurandosi che gli italiani si indebitino fino al collo come i salariati americani. Del resto è stato chiaro(4): “Il nuovo accumulo di debito sta avvenendo appena prima del periodo in cui si pensioneranno le ampie generazioni nate nel dopoguerra [p.13] (..) L’ampliamento del peso dei tributi locali nel finanziamento della spesa decentrata in luogo dei trasferimenti e il rafforzamento dell’autonomia impositiva attraverso la manovrabilità di aliquote e basi imponibili rafforzano il collegamento tra decisioni di spesa e decisioni di entrata e possono determinare una maggiore efficienza (p.15)” Parla poi del suo capolavoro: “Nelle previsioni del Dpef il debito resterà al di sotto del picco registrato a metà degli anni novanta [118 contro 124 – nda]. Va tuttavia rilevato che anche il patrimonio pubblico facilmente liquidabile sarà inferiore a quello disponibile allora. Nel decennio 1995-2004 le operazioni di carattere patrimoniale hanno contribuito alla flessione del debito per circa 11 punti percentuali del Pil”. 11 punti percentuali di pil dalle privatizzazioni e siamo di nuovo daccapo. Dove andranno a raccattare ora? Certo, devoluzione fiscale con massicci aumenti dei tributi locali e riduzioni delle spese sociali degli enti locali e delle regioni (leggi sanità), privatizzazioni delle municipalizzate, riduzione dei salari reali dei lavoratori pubblici (riforma Brunetta della PA). Insomma, deflazione salariale. Potrebbe non bastare. C’è chi come il manager di banca Passera di Intesa San Paolo “consiglia” dove raccattare i soldi: “valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico” (leggasi svendita, utile per i suoi Zunino al collasso)(5); costui parla pure di lotta all’evasione fiscale, al pari di Draghi, ma da queste parti è un optional(6).
Come si vede il padrone dell’ultimo ventennio ha ricette che esaspereranno ancor di più la crisi da sovrapproduzione in Italia, ma l’attenzione è riservata anche a Confindustria. Forse gli fa un tantinello schifo il sistema produttivo italiano, visto che una recente indagine della sua Bankitalia(7) ne certifica le strutturali manchevolezze, dalla dimensione aziendale al gap tecnologico, dal management all’assetto proprietario. Seguiamo alcuni passi salienti, ne vale la pena: “Vi sono fattori interni alle imprese italiane che, pur avendo origini lontane, le rendono più vulnerabili ai cambiamenti del contesto internazionale. In primo luogo, sono carenti lo sforzo innovativo e l’adozione di nuove tecnologie, motore degli incrementi di produttività. Nelle imprese italiane risultano contenuti sia l’investimento in ricerca e sviluppo sia l’output innovativo, per effetto di una specializzazione settoriale sbilanciata verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico, di un’elevata frammentazione produttiva, che rende difficile sfruttare le economie di scala insite nell’attività di ricerca, e di una carenza di lavoratori qualificati. In secondo luogo, le imprese italiane non sono state pienamente partecipi del processo di internazionalizzazione: vi è una stretta correlazione tra esportazioni e disponibilità di impianti produttivi all’estero, da un lato, e propensione all’innovazione, qualificazione della forza lavoro e attitudine a realizzare cambiamenti organizzativi, dall’altro,,. Sulla performance dell’economia italiana incide la struttura proprietaria delle imprese, largamente dominata dalle imprese familiari. Nonostante i significativi mutamenti nel quadro normativo e istituzionale, ormai non dissimile da quello dei principali paesi sviluppati, gli assetti proprietari e di controllo del sistema produttivo italiano sono cambiati poco nell’ultimo quindicennio, specie per quanto concerne le società non quotate. Gli elevati benefici privati del controllo potrebbero aver spinto i proprietari delle imprese familiari a privilegiarne il mantenimento nel lungo periodo rispetto al rafforzamento della profittabilità e della crescita”(8).
Il Draghi parla di “asfissia finanziaria” per costoro, mancando loro l’ossigeno dei profitti esportati illegalmente all’estero; non ci pensano di vendere un po’ di immobili per mantenere in vita le loro aziende, giusto per comportarsi come “agenti del capitale”, vogliono aumentare sofferenze e incagli magari con la garanzia data loro dal fondo di Scajola e Tremonti, una misura magnificata nel Dpef 2010-2013.
Per la qual cosa il presidente dell’Abi Faissola informa che il sistema bancario non fa beneficenza e che gli “imprenditori” italiani i soldini ce l’avrebbero, ma non li cacciano, evidentemente poco avvezzi alle leggi del mercato capitalistico, ben conosciute dalla finanza pubblica e privata e dall’imprenditoria pubblica del dopoguerra. Siffatta accozzaglia di anticapitalisti rumoreggia nelle proprie assise per legittimarsi come una non classe, visto che tutto si può dire tranne che impersonifichi le leggi del capitale. Il nostro Draghi si rivolge a loro, speranzoso che costoro prima o poi trovino un profilo d’impresa di tipo continentale, per non dire americano, e nel frattempo loda le sorti di 6 (sei!) mila imprese, con un milione di addetti, capaci di stare sul “mercato”, nel mentre altre 6 mila soffrono assai e sono ampiamente sottocapitalizzate. In tutto fanno 12 mila imprese: il nostro non spiega che fine dovrebbero fare le restanti 480 mila imprese del settore manifatturiero presenti nell’economia italiana. Anche lui auspica che il dentifricio venga rimesso nel tubetto e che si faccia piazza pulita.
Stritolati da un micidiale mix delocalizzazione-internalizzazione di fasi produttive, non sono oggetto di attenzioni da parte del Draghi, che – in cuor suo – spera che finalmente, dopo decenni, operi il vulture capital, la marxiana legge di concentrazione capitalistica come causa antagonistica della caduta del saggio di profitto e di riduzione della concorrenza.
Ai suoi desiderata degli ultimi venti anni, megafono delle centrali finanziarie globali, hanno risposto tutti; governi, sindacati, soprattutto salariati. La stessa proletarizzazione della piccola borghesia è compiuta, restano da stritolare i bottegai e i lavoratori autonomi, favoriti dal Tremonti con i condoni e soprattutto con il criminale laissez faire in occasione del cambio euro-lira. A questi ci hanno pensato nei passati anni le borse mondiali, giammai il fisco – guai in questo paese a parlare di centralizzazione finanziaria ad opera dello stato come comitato d’affari, puzzerebbe troppo di modernità capitalistica! –, l’ultima fase del lavoro sporco la stanno conducendo i sistemi bancari nazionali e le mafie, un originale strumento italico di centralizzazione finanziaria alimentato dagli americani e dagli andreottiani nel dopoguerra in funzione anticomunista.
Chi manca all’appello del Draghi? Per niente ottimista per i prossimi anni – si veda il bollettino economico del 15 luglio del 2009 – dato il crollo dell’export e degli investimenti, così come la precipitosa caduta del tasso di utilizzo degli impianti (in regioni come il Piemonte è al 61%, minimo storico) e della redditività delle aziende, il governatore, nelle considerazioni finali del maggio 2009, riserva la sua attenzione al sistema economico italiano: bacchetta le banche, ma dà un colpo micidiale al sistema delle imprese, protagoniste di decenni di “bassa produttività, bassi investimenti, bassi salari”. Evidentemente la crescita degli investimenti osservata a partire dal picco negativo del 1994 era perlopiù fatta da investimenti residenziali, blocco edilizio e null’altro.
Cosa auspica il sedicente allievo di Federico Caffè? Seguiamolo: “i recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione provengono dai mercati finanziari [nuove bolle, per caso? nda] e dai sondaggi d’opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull’economia reale. Il ritorno a una crescita duratura richiede che l’economia internazionale si riprenda stabilmente, che la debolezza del mercato del lavoro non si ripercuota ancora più duramente sui consumi interni, che si rafforzi la struttura del nostro sistema produttivo” [Considerazioni finali, p.9].
Dunque le condizioni sarebbero tre: boom della domanda mondiale, tenuta della domanda interna, concentrazione manifatturiera. Prestando attenzione al terzo fattore: come ne uscirebbero le mitiche piccole imprese? “A risentire della crisi sono soprattutto le imprese piccole, sotto i 20 addetti; nella sola manifattura se ne contano in tutto quasi 500.000, con poco meno di due milioni di occupati. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori, da cui subiscono tagli degli ordinativi e dilazioni nei pagamenti, è a volte a rischio la stessa sopravvivenza” [ibidem, p.10].
A volte ...
Il Draghi non lo vuole dire, accenna all’asfissia finanziaria, ma la situazione è differente. La realtà è che la subfornitura sta sempre più saltando. Paolo Galassi, a capo della Confapi, la federazione di piccole imprese che conta 60 mila soci, indica chiaramente nell’autunno di quest’anno il periodo decisivo. Se non cambieranno le cose, almeno 10 mila imprese della sua associazione chiuderanno entro l’anno. Senza contare le grida di Confartigianato e delle varie associazioni “imprenditoriali” dei vari territori.
I sanfedisti, smarriti e allarmati, sono sempre più arrabbiati e organizzano sempre più spesso riunioni e, soprattutto, manifestazioni di protesta, come quella del 21 luglio a Roma da parte dell’associazione “imprese che resistono”: puoi concedere loro regalie fiscali, evasione, condoni, riscadenzamento del debito. Ma manca loro l’ossigeno, gli ordinativi e gli avvoltoi concorrenti sono lì pronti a prenderne le spoglie. La Fondazione nord est segnalava a fine luglio che circa il 50% delle imprese del triveneto aveva ordinativi sufficienti per un solo mese.
Succede nel 2009 in Italia ciò che è successo nei principali paesi Ocse dopo la crisi del ‘73, un mix micidiale di distruzione di capitale scadente e ristrutturazioni organizzative dove a farne le spese furono proprio le micro e piccole imprese e i settori tradizionali. Dopo circa 40 anni i rappresentanti di un assetto produttivo antistorico sono alle prese con le leggi del capitale e invocano l’aiuto di un leghista, di un piduista, di un Bersani qualunque pronti a sostenerli: il nemico è il capitale finanziario mondiale, Basilea 2, il mostro del capitale impersonificato nei suoi numeri e nelle sue tabelle.
Il Draghi non arriva a tanto, continuando a difendere il pilastro della Banca dei regolamenti internazionali, se non altro perché Trichet non vuole una Basilea 2 azzoppata. Va bene annullare fair value, mark to market e regole contabili, ma i requisiti patrimoniali di Basilea 2 non si toccano, tutt’al più si possono alleggerire. Resta la questione che a leggere le interviste agli imprenditori di tutti i settori industriali l’ombra nera, gratta gratta, è la sovrapproduzione.
Dopo di che arriva il Dpef del Tremonti, che continua a propinarci la favola del basso indebitamento dei privati rispetto agli altri paesi. Quello delle imprese non finanziarie ammonterebbe a circa il 74% del pil, un livello sostanzialmente più basso rispetto alla media europea del 100%(9). Peccato che Corrado Faissola, presidente dell’Abi, l’associazione dei banchieri italiani, informi che le cose stanno diversamente. Ecco cosa dice: “Il credito alle imprese è davvero considerevole se lo si commisura alle loro risorse patrimoniali. La Commissione europea rileva che nelle imprese italiane il rapporto tra debiti bancari e capitale è il doppio rispetto a quanto si registra nelle imprese spagnole, e di quattro volte rispetto a quelle francesi e tedesche”(10). Secondo una recente indagine di Unioncamere due società srl su tre hanno una capitale sociale pari a 10-20 mila euro, nel mentre solo 5 mila società di capitali hanno un capitale sociale superiore a 2,5 mln €. Tremonti risponde con la defiscalizzazione della patrimonializzazione delle imprese fino ad un massimo di 500 mila euro, evidentemente per i sanfedisti non capitalisti ci deve pensare il fisco – in ultima analisi i lavoratori dipendenti che pagano per intero le tasse – a capitalizzare le aziende, non loro, abituati a leve finanziarie pazzesche utili unicamente a rimpolpare i loro patrimoni personali detenuti all’estero, a cui si provvede con l’ennesimo condono tombale costituito dallo scudo fiscale.
Hanno bassi salari, godono della subfornitura in nero dei loro compari sanfedisti meridionali, non fanno investimenti, beneficiano di decine di miliardi l’anno di incentivi, sono tollerati dal loro stato ad evadere a più non posso, eppure – prima della crisi del 2007-2008 – sono protagonisti di una stagnazione industriale decennale: prova ne è il fatto che l’indice della produzione industriale 2000-2008 – prima delle rettifiche Istat che ha preso come anno di riferimento il 2005 – presenta un andamento piatto, giusto con un sussulto tra il 2006 e il 2007 costituito essenzialmente da scorte. Si conferma in tal modo un dato storico: l’accumulazione capitalistica non passa mai attraverso la borghesia industriale italiana. Da questo punto di vista se c’è da fare una critica puntigliosa al sistema finanziario italiano occorrerebbe concentrare l’attenzione su di un dato: dal 2000 al 2008 vi è stata una crescita media annua degli impieghi pari all’8,2% nel mentre l’economia italiana conosceva una stagnazione da anni trenta, quando a livello mondiale si cresceva, certo a debito, del 4-5%; che cosa hanno finanziato, ecco la questione da porre ai manager di banca protagonisti di stipendi stellari, nel mentre l’apparato industriale si andava sempre più degradando con una Confindustria che ha un potere senza eguali nei paesi Ocse.
Il loro debito è passato dai 53 punti percentuali di pil del 1995 ai 74 del 2007: tra il 1995 e il 1999 ci sono stati l’ultima svalutazione della lira e quella iniziale dell’euro contro il dollaro; gli oneri finanziari poterono essere attutiti da queste misure. Ma ora che gli industriali presentano 61 euro di debiti ogni 100 di fatturato con quale misura si copriranno gli oneri, seppur con tassi di interesse calanti? Il fiscalista di Sondrio concede loro il riscandenzamento della quota capitale (ma solo alle aziende in bonis ...), rimane però la quota interessi: con il prosciugamento degli ordini le uniche cose che aumenteranno nei prossimi mesi saranno sofferenze e incagli, che provocheranno un’ancor più accentuata stretta creditizia, e immobilizzi a go go da parte del sistema bancario, uno scenario che ripete il periodo 1930-1932.
Tuttavia Tremonti (11) affida agli industriali la “ripresa” a partire dal 2010: “l’economia italiana mostrerebbe una ripresa nel 2010, con un aumento del pil dello 0,5% [sai che roba ... nda]. Nel triennio successivo, la crescita media annua del pil si attesterebbe al 2% . La ripresa sarebbe abbastanza sostenuta per effetto dell’atteso recupero nel commercio internazionale, del rimbalzo da livelli produttivi molto bassi (sic!) e della bassa esposizione dell’economia italiana ai fattori specifici della crisi”. È talmente bassa l’esposizione dell’Italia ai “fattori specifici della crisi” che, dopo qualche giorno, bankitalia, con il bollettino economico, fa una comparazione con le precedenti recessioni.
Ecco cosa scrivono i tecnici di Draghi: “Dal lato della domanda, il carattere globale della crisi e la conseguente brusca diminuzione delle esportazioni sono, nel confronto storico, la più evidente peculiarità di questa fase congiunturale Nelle altre principali recessioni del dopoguerra le vendite all’estero si erano infatti mosse in controtendenza, espandendosi decisamente e contribuendo alla ripresa dell’economia, favorite nel 1974-75 dalla veloce e robusta accelerazione del commercio mondiale e nel 1992-93 dalla forte svalutazione del cambio. Dalla fine del 2007 le esportazioni si sono invece sensibilmente ridotte (-21,4% in volume al primo trimestre del 2009), riflettendo il drastico calo della domanda nei principali mercati di sbocco (stimato nell’ordine del -15% nello stesso arco temporale) e sottraendo all’economia italiana uno dei più importanti sostegni alla crescita”(12).
Lo stesso Dpef, tra l’altro, informa che dopo la caduta del 16% del commercio mondiale, nel 2010 ci sarebbe una ripresa di essa dell’ordine dell’1,5%: un’inezia. Tremonti non dice quali siano i “fattori specifici della crisi”, magari ci tocca leggere Caritas in veritate per saperlo. Da laici preferiamo Sergio Marchionne; ecco cosa dice a governo e sindacati: “Il primo grande problema è quello della sovraccapacità produttiva. Non c’è nessuna area nel mondo che abbia raggiunto un livello minimo di saturazione, per garantire la redditività dell’investimento. Ovunque si sta lavorando ben al di sotto di questa soglia. La capacità produttiva, a livello mondiale, è di oltre 90 milioni di vetture l’anno, almeno 30 milioni in più rispetto a quanto il mercato sia in grado di assorbire in condizioni normali. Circa un terzo di questa capacità produttiva è installata in Europa, dove il basso grado di utilizzo degli impianti è destinato a diminuire ancora a causa del calo della domanda”(13).
Problemi di “sovraccapacità” ne hanno imprese internazionalizzate che sono nell’arena oligopolistica mondiale come Tenaris e il gruppo dell’acciaio Riva, i cui impianti sono utilizzati al 30, massimo 50%, nel mentre Draghi informa che la produzione industriale è ritornata ai livelli del 1987. Ci si può immaginare a che livello siano i subfornitori del centro nord, su cui si è abbattuto uno tsunami economico con prossimo corollario di euro contro dollaro a 1,40 -1,60; sempre che dopo le elezioni tedesche di settembre non fuoriescano 816 mrd € di asset deteriorati del sistema bancario teutonico, soprattutto le landesbanken, o che l’est Europa non imploda del tutto.
La garanzie offerte dallo stato tedesco al sistema bancario (14) sono finora pari a 22 punti percentuali del pil della Germania, mentre la sottoscrizione di aumenti di capitali per aumentare il patrimonio bancario ha comportato un’immissione di capitali pari al 3,8%% del pil(15); tutto ciò nei prossimi mesi potrebbe essere ampiamente insufficiente con contraccolpi negativi per l’euro. In questo caso gli imprenditori italiani ne guadagnerebbero come cambio, ma perderebbero sbocchi di mercato nella Mitteleuropa. Vi è poi da considerare un altro aspetto: le svalutazioni monetarie e le riduzioni salariali in corso nell’est Europa configurano sempre più quelle aree come fornitrici dell’apparato industriale tedesco, a scapito dell’industria italiana, perlomeno quella nazionale e che non si è transnazionalizzata attraverso gli ide, accompagnando la costruzione delle filiere industriali nel centroest Europa negli ultimi vent’anni.
Da questo punto di vista si spiega la riedizione della deflazione salariale auspicata dal Draghi: essa sarebbe utile al blocco dominante per fronteggiare le simultanee deflazioni salariali tedesche, dell’est Europa, asiatiche e, da Obama in poi, sempre più statunitensi. La distruzione di capitale variabile, unita all’abbandono, almeno in parte, di capitale scadente, la svalorizzazione della forza-lavoro mediante il protrarsi ultra ventennale dell’inaridimento del salario globale di classe, cause antagonistiche alla caduta dl saggio di profitto, sono i fari portanti del padrone Draghi per il prossimo decennio, non dissimile dalla linea della dirigenza del Pd che seguita a parlare di “riforme strutturali”.
Una domanda si pone: chi fa da spugna della sovrapproduzione nel mercato mondiale? Seguiamo Emilio Riva, padrone dell’Ilva. Gli Usa? “Là stanno peggio di noi. Almeno qui le famiglie hanno i risparmi in banca. Là hanno solo debiti”. La Cina? “La Cina esporta acciaio, non ne acquista. Recentemente ha fatto salire i prezzi dei noli perché ha acquistato enormi quantità di minerale di ferro e i porti cinesi si erano ingolfati. Poi i prezzi sono calati”(16).
Considerando che i sanfedisti italiani sono specializzati per gran parte in quel che l’ex governatore Antonio Fazio nel 2003 definì “prodotti cinesi” e che a detta di Patrizio Bianchi – già ordinario di economia industriale a Bologna, oggi rettore a Ferrara – siamo “nell’epoca segnata dalla fine del paradigma dei distretti”(17), la domanda sarebbe da porre al Draghi “allievo di Federico Caffè”: seguitiamo con la deflazione salariale e con “riforme strutturali”, ma questa volta chi si indebiterà per un ammontare pari al 350% di pil? Chi farà da spugna? A chi e cosa venderanno, visto che il mercato interno e l’apparato oligopolistico pubblico sono stati distrutti dalle Sue politiche, assieme a compari del calibro di Amato, Ciampi, Prodi, Dini, D’Alema, Tremonti e Berlusconi?









































Add comment