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Ricchi, brutti e cattivi: il capitalismo, il Nobel, il “pensiero unico”

di Carlo Clericetti

mario monti emiliano brancaccio nobel economia 2019L'economista Emiliano Brancaccio scrive un libro sul Nobel che va (quasi) sempre ai liberisti e in Svezia, di tutta risposta, decidono quest’anno di far vincere tre studiosi della povertà: “L'avevamo previsto”, replica. Di economia e potere – ma anche di Italia e di Europa – hanno discusso all'università Roma Tre con l’autore un Mario Monti in versione progressista e un Giorgio La Malfa keynesiano di ferro: un dibattito frizzante tra due liberali e un marxista.

Qualche ora dopo che la Banca di Svezia aveva comunicato i nomi dei vincitori del Nobel per l’economia di quest’anno, il 14 settembre, ad Economia di Roma 3 si è svolto un dibattito di alto livello sul libro di Emiliano Brancaccio e Giacomo Bracci “Il discorso del potere. Il premio Nobel per l’economia tra scienza, ideologia e politica”. Il libro esamina a chi e perché sia stato conferito il riconoscimento: ne emerge che sono stati scelti quasi soltanto studiosi di orientamento neoclassico, quelli comunemente definiti neoliberisti. Persino Jo Stiglitz e Paul Krugman, che oggi avversano quelle dottrine, sono stati premiati per studi precedenti assai più allineati alle teorie dominanti. L’economia, dice Brancaccio, crea “il discorso del potere”, quello che serve per giustificare determinate decisioni, e dunque spesso dal potere è influenzata.

Quest’anno però sono stati premiati studiosi che si occupano di come combattere la povertà, che non sembrerebbero allineati con le posizioni dei potenti. Ma forse la spiegazione è nelle parole di Mario Monti, che ha detto di aver saputo di “un certo nervosismo” a Stoccolma quando si è saputo del libro in preparazione: la scelta può essere stata una risposta indiretta alla critica di Brancaccio e Bracci, un tentativo di dimostrare che non è vero che per vincere il Nobel bisogna essere seguaci del “pensiero unico”.

Un “pensiero unico” che non alberga tra le mura di Economia di Roma 3, ha tenuto a precisare Roberto Ciccone nella sua introduzione: accanto alle teorie dominanti, che non si possono certo ignorare, trovano posto anche pensatori di orientamento assai diverso come Keynes e Sraffa.

E sul pensiero di Keynes si è concentrato l’altro relatore, Giorgio La Malfa. Dapprima ricordando come delineò la differenza fondamentale tra i due grandi filoni di pensiero in cui si dividono gli economisti: gli uni – i classici e neoclassici – postulano che il mercato, seppure nel lungo termine e con errori, tenda all’equilibrio, gli altri – gli “eretici”, tra cui Keynes si colloca – non credono che il sistema sia in grado di auto-regolarsi, e questo implica che lo Stato debba avere un ruolo attivo. Keynes non era però un sostenitore della spesa pubblica purchessia: era anzi fortemente contrario a quella improduttiva, tanto che in un altro scritto sostenne che andava introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio per la spesa corrente (“Cosa diversa da quello che noi abbiamo messo in Costituzione”, ha chiosato La Malfa).

Ma quando è necessario, lo Stato deve essere pronto a sostenere la domanda con investimenti pubblici, anche in deficit. In una situazione di crisi, si può aspettare che nel lungo periodo – forse, perché nessuno può realmente saperlo – torni l’equilibrio? “E’ meglio sbagliare perché faccio qualcosa oppure perché non faccio nulla?”, si è chiesto retoricamente La Malfa. “A mio parere, è questo, nel mondo, il discrimine tra la sinistra e la destra”.

Monti ha invece ricordato come, negli anni ’70, fosse colpito da due tipi di comportamenti che – ha detto – sarebbero stati all’origine della “grande anomalia italiana, quella del debito pubblico”. La prima, che lo Stato intervenisse nelle trattative sindacati-imprenditori e fosse sempre pronto a colmare con soldi pubblici la differenza tra ciò che gli uni chiedevano e gli altri erano disposti a concedere; la seconda, che la Banca d’Italia, che pure ha sempre meritato la massima stima, fosse disponibile a finanziare con moneta ogni richiesta del Tesoro, pur rinnovando ogni 31 maggio il monito all’equilibrio dei conti pubblici.

Su questo punto, nel dibattito che è seguito, è intervenuta Antonella Stirati. “I dati mostrano che la nostra spesa pubblica si è sempre mantenuta un po’ al di sotto della media europea”, ha detto. “Dunque non è a quello che si deve attribuire l’aumento del debito pubblico, quanto piuttosto alla spesa per interessi. E’ lecito pensare che, con il cambio legato alla partecipazione allo Sme, i tassi siano stati tenuti elevati per attirare capitali, per mantenere l’equilibrio della bilancia dei pagamenti”. La successiva replica di Monti non è apparsa molto convincente. La questione non è tanto il livello della spesa, ha detto, quanto la sua composizione (e su questo più o meno tutti concordano) e se alla fine si provoca un deficit che fa salire il debito. Giusto, ma allora la conclusione logica avrebbe dovuto essere che non c’era troppa spesa, ma troppo poche entrate.

“Credo di non aver mai usato il termine ‘austerità’ – ha proseguito poi il senatore a vita – anche se a detta di molti l’ho praticata. Certo, il mio governo ha fatto una politica restrittiva, ma in quella situazione, con i mercati che stimavano al 40% la probabilità di default dell’Italia, quale altra scelta sarebbe stata possibile?”. E per sottolineare che aveva agito in quel modo solo perché lo riteneva inevitabile ha raccontato di un colloquio con il coriaceo ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in cui aveva sostenuto che non investire con tassi a zero o addirittura negativi, come erano in Germania, era anche quello, “non facendo”, un tradire le future generazioni.

Monti ha proseguito nella sua insolita versione progressista osservando che “Una sintesi keynesiana ha bisogno del pungolo del pericolo socialista” e che, dopo la caduta del Muro, il sistema capitalistico aveva dato il peggio di sé; e ha aggiunto di non capire perché partiti che si dicono di sinistra “considerino terribile” usare il sistema fiscale, “cosa che un capitalista americano accetterebbe pienamente”, per ottenere l’uguaglianza dei punti di partenza, con imposte fortemente progressive e anche imposte sul patrimonio. Ha concluso dichiarando di preferire l'Europa del Trattato di Roma, imparziale rispetto alla proprietà pubblica o privata, a quella di Maastricht, che invece favorisce la seconda. Non è importante la proprietà, ha affermato, è importante far rispettare la concorrenza.

“Il professor Monti ha detto qualche giorno fa che ci vorrebbe una Greta per il debito pubblico”, ha ricordato Brancaccio. “Ma io non credo che sarebbe una buona cosa. Danneggiare l’ambiente configura un conflitto tra giovani e anziani, ma applicare la stessa impostazione al debito significa non tener conto della domanda effettiva, e questo può addirittura provocare un rovesciamento della questione: se gli anziani non generano una domanda effettiva sufficiente – diretta agli investimenti, in questo sono anch’io d’accordo – i giovani ne subiranno le conseguenze. E gli investimenti pubblici si possono fare in disavanzo”.

Su un altro punto Brancaccio ha marcato la sua differenza di impostazione. “Dopo il decreto ‘Salva-Italia’ – certo, forzato dalle circostanze – i tassi sul debito esplosero di nuovo, mostrando che il loro andamento non dipende tanto dal debito e dal deficit, quanto piuttosto dalla disponibilità della politica monetaria ad evitare un rischio di cambio, cioè di evitare una rottura dell’euro. Certo, forse senza quella manovra non ci sarebbero state le condizioni politiche che hanno permesso a Draghi di pronunciare il famoso ‘whatever it takes’, e in questo senso potremmo dire che Monti è stato il demiurgo che ha reso possibile quella mossa: sostegno della Banca centrale, ma solo in cambio di politiche restrittive, riforme strutturali, deflazione salariale. Ma chiedo: ora che la politica monetaria ha sparato tutte le sue cartucce, se venisse un’altra crisi si potrebbe ripetere la stessa impostazione? Io credo che una cosa del genere segnerebbe la fine del progetto europeo”.

Prima delle repliche dei relatori è stato dato spazio ad interventi dalla sala. Tra questi, da segnalare quello di Elio Cerrito di Bankitalia, che ha osservato come la storia economica da oltre un secolo a questa parte abbia mostrato che l’intervento pubblico volto alla gestione della domanda è un “elemento essenziale” per la stabilità e il progresso del sistema economico.

Rispondendo agli interventi della sala, Monti ha poi precisato che non è tanto il debito che lo preoccupa, ma quale spesa lo alimenti: non è un problema se è una spesa che genererà una crescita del Pil. Quanto a ridurre il livello delle disuguaglianze, che il senatore giudica esageratamente alte, una tassazione patrimoniale “non sarebbe sovversiva del capitalismo, lo aiuterebbe a continuare a vivere meglio. Da vent’anni si è cominciato a dire che lo Stato ‘mette le mani in tasca’ agli Italiani: questa, secondo me, è la negazione del concetto di Stato”. A Brancaccio ha risposto ricapitolando gli eventi del 2011-12 e ricordando che il “whatever it takes” è stato possibile solo perché si era raggiunto poco prima un accordo politico sulla sua necessità, mettendo in minoranza la Germania che aborrisce quel tipo di politica monetaria.

Di nuovo La Malfa. “Sono convinto che questa Europa non funzioni bene, e anche che non funzionerà meglio. La Germania non cambierà la sua politica, è inutile aspettarci sostegni dall’esterno. Siamo soli, e uscire dall’euro avrebbe un costo elevatissimo. Quindi dobbiamo agire, e non lo stiamo facendo. Non si può pensare di bloccare il debito pubblico e contemporaneamente aumentare gli investimenti, difendere lo Stato sociale e sostenere i redditi, bisogna scegliere. Finora sono stati sacrificati gli investimenti, invece bisognerebbe dire che per qualche tempo i redditi individuali non possono aumentare”.

“Come ha più volte ripetuto Jo Stiglitz – ha osservato Brancaccio nelle conclusioni – il capitalismo può fare a meno della democrazia”. Non è affatto impossibile che le attuali dinamiche economico-sociali possano sfociare in qualche genere di fascismo, come accadde nella prima metà del secolo scorso.

Non è possibile naturalmente in una breve cronaca dar conto di tutte le interessanti argomentazioni esposte dai relatori e negli interventi di un pubblico che era prevalentemente di economisti. Chi però volesse ascoltare tutto il dibattito può trovarlo a questo link.

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Comments

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Vincesko
Thursday, 24 October 2019 01:57
PPS:
Va rimarcato che il Governo Monti fu molto più equo del Governo Berlusconi, v. IMU, patrimonialina sui depositi, TTF, oltre alla modifica della iniqua clausola di salvaguardia tremontiana recata dal DL 98/2011, mentre il Governo Berlusconi addirittura tagliò, anche, dell’87% la spesa sociale dei Comuni e delle Regioni destinata ai poveri; mentre congegnò apposta male – bastava metterli assieme - il contributo di solidarietà prima sui redditi pubblici elevati e poi sui redditi privati e le pensioni elevati per farle poi cassare dalla Corte Cost..
Per completezza, aggiungo che sulle pensioni è avvenuto lo stesso generale fraintendimento: alla riforma Fornero vengono attribuite anche le misure decise dalla ben più severa riforma SACCONI (2010 e 2011).
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Vincesko
Thursday, 24 October 2019 00:58
1. Constato che Carlo Clericetti, che conosce bene le CIFRE avendo scritto la prefazione ad un mio libro sulla XVI legislatura e i Governi Berlusconi e Monti,
ha omesso qualunque riferimento alle rispettive manovre di Berlusconi (4/5 di 330 mld, a valere per il quadriennio successivo) e Monti (soltanto 1/5) e al fraintendimento da parte di quasi tutti, anche dei docenti universitari, incluso Brancaccio, delle responsabilità della recessione, alimentate dallo stesso millantatore Monti, che come si vede continua. Allora supplisco io.
Riepilogo delle manovre correttive (importi cumulati da inizio legislatura):
- governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%);
- governo Monti 63,2 mld (19,2%);
Totale 329,5 mld (100,0%).
Le cifre. Le manovre correttive, dopo la crisi greca, sono state: • 2010, DL 78/2010 di 24,9 mld (valore non cumulato); • 2011 (a parte la legge di stabilità 2011), due del Governo Berlusconi-Tremonti (DL 98/2011 e DL 138/2011, 80+65 mld cumulati), con la scopertura di 15 mld[26][27] che Tremonti si riprometteva di coprire, la cosiddetta clausola di salvaguardia (DL 98/2011, art. 40), con la delega fiscale, cosa che ha poi dovuto fare Monti aumentando l’IVA, piuttosto che confermare l’iniquo taglio tremontiano delle agevolazioni fiscali-assistenziali,
e una del Governo Monti (DL 201/2011, c.d. decreto salva-Italia), che cifra 32 mld «lordi» (10 sono stati «restituiti» in sussidi e incentivi); • 2012, DL 95/2012 di circa 20 mld.
Quindi in totale esse assommano, rispettivamente: - Governo Berlusconi: 25+80+65 = tot. 170 mld; - Governo Monti: 22+20 = tot. 42 mld.
Se si considerano gli effetti cumulati da inizio legislatura (fonte: Il Sole 24 ore), sono: - Governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld; - Governo Monti 63,2 mld. Totale 329,5 mld.
2. L’imposta patrimoniale gli fu impedita dal miliardario Berlusconi, che faceva parte della maggioranza di governo, ed allora Monti supplì con l’IMU, reintroducendola sulla casa principale (secondo il MEF, 4 mld complessivi, il gravame medio annuo fu pari ad appena 225€ e l’85% pagò meno di 400€) e aggravandola su tutti i cespiti immobiliari (immobili, terreni e fabbricati); globalmente, l'IMU determinò un introito di 23,7 mld. Com'è noto, Berlusconi costrinse il debole Letta a non farla pagare sulla casa principale per il 2013, anche ai ricchi e ai benestanti, che pagano i 2/3 del totale. Renzi la abolì definitivamente.
3. Monti poi incluse la patrimoniale nel suo programma elettorale di Scelta Civica.
PS: Nel mio libro è riportato tutto. Le fonti, oltre al Sole 24 ore, sono state: la CGIA di Mestre, l'ISTAT e, soprattutto, i dossier del Servizio Studi della Camera dei Deputati (o del Senato).
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