Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

Su che basi valutare un governo M5S-Lega?*

di Alessandro Pascale**

Riceviamo dal compagno Alessandro Pascale una sua riflessione sui più recenti sviluppi politici in Italia, e lo pubblichiamo come contributo al dibattito avviato nella rubrica “i comunisti e la questione nazionale”

dimaio salvini portaaportaLa nascita di un Governo Lega-M5S è un evento augurabile di cui tutti i genuini progressisti dovrebbero essere lieti. Per quale ragione? Forse perché si ritenga che una tale alleanza possa contribuire a risolvere i problemi dell'Italia? Obiezione! La questione è quanto meno male impostata: dire “l'Italia” non vuol dire nulla nel momento in cui non si chiarisca se gli interessi del “Paese” coincidano con quelli della “Nazione” nella sua totalità o con una particolare e ristretta classe sociale. È vero che si può ragionare anche in termini di territorialità, infatti diversi opinionisti fanno così, identificando la Lega come difensore del “Nord” e il M5S come rappresentativo del “Sud”. Questa distinzione, fondata in parte su ragioni storico-politiche (ma soprattutto sui consensi elettorali ricevuti) non ha più in effetti molto senso, anzi rischia di essere fuorviante per comprendere i reali blocchi sociali, i programmi e le ideologie di riferimento dei due Partiti in questione.

Sgombriamo subito il terreno da un altro equivoco: la salvezza dell'Italia, intesa come struttura socio-economica capitalistica, può interessare oggi solo al Presidente della Repubblica Mattarella e ai rappresentanti del Grande Capitale internazionale ed italiano; si parla in particolar modo di quei settori della borghesia finanziaria ormai indistinguibili dalla ristretta élite della borghesia industriale più ricca, dedita non solo al settore produttivo ma anche a quello speculativo. Per spiegare questa affermazione basterà ricordare come l'Italia, grazie alle politiche messe in atto negli ultimi anni dal Partito Democratico e da una serie di Governi “tecnici”, sia riuscita a far ripartire l'obiettivo della crescita del PIL. Il problema è che di questa crescita non beneficia praticamente nessuno, come potrà spiegare meglio di qualsiasi parola il grafico che segue.

pascale m5slega graficorid

Come si può vedere, l'Italia del periodo 2006-2016, governata in maniera bipartisan da centro-destra e centro-sinistra, non ha prodotto risultati socialmente rilevanti, se non per il 5% più benestante della popolazione. Parrebbe allora che abbia ragione il M5S a reclamare di essere la soluzione del problema, denunciando la “casta” precedente. In realtà chiunque abbia un minimo di consapevolezza e competenza in ambito economico-finanziario sa bene come la causa della gravissima situazione sociale delineatasi in tale periodo sia dovuta in primo luogo alle politiche economiche neoliberiste, condivise da tutti i Governi politici e tecnici susseguitisi non solo nell'ultimo decennio, ma nella sostanza almeno dalla grande svolta di fine anni '70, quando con l'approvazione del PCI di Berlinguer, si iniziò ad introiettare anche tra i comunisti l'idea che l'austerità fosse un concetto declinabile “a sinistra”, ma soprattutto che la salvezza del “Sistema” (ossia il Paese conformato su rapporti di produzione capitalistici) avesse priorità rispetto agli interessi delle classi lavoratrici. Da allora in poi, anche se l'ultimo Berlinguer (1980-84) rivide tale impostazione, il mondo del Lavoro fu travolto dalla grande controffensiva del Capitale, che poté recuperare tutto il terreno perso nel “decennio rosso” (1969-79) delle intense mobilitazioni operaie e sociali.

Il dominio del Capitale è stato ripristinato all'insegna del rafforzamento delle strutture e delle sovrastrutture imperialiste, complice la parallela crisi politica, organizzativa e culturale dei comunisti, secondo linee determinatesi non solo in Italia, ma in tutto l'Occidente (nonché, come noto, in “Oriente”). Ciò su cui non ci si è mai eccessivamente soffermati, il che conferma la crisi culturale del marxismo occidentale, è stata l'accentuazione della perdita di sovranità da parte dell'Italia. Si può dire senza timore di essere smentiti che l'Italia è stata una semicolonia sostanzialmente dal 1943, senza però recuperare la propria sovranità nel 1945. L'occupazione militare e l'inizio della destabilizzazione statunitense hanno caratterizzato tutta la Prima Repubblica, trovando l'approvazione della Confindustria locale, ben felice di finanziare la DC e i partitini di contorno che fino al 1994 governarono ininterrottamente il Paese. È stato questo un periodo in cui l'Italia, pur essendo sottomessa alla NATO, ha potuto espandersi a livello economico-commerciale e giocare anche un ruolo autonomo in politica estera, pur nel quadro della subalternità al Patto Atlantico in funzione antisovietica e anticomunista. I casi più vistosi e anomali che mettevano a rischio tale impostazione diventando meno “manovrabili” (quei Mattei, Moro e Craxi, che pure non intendevano certamente mettere in discussione il sistema capitalista), furono magicamente “normalizzati” al fine di evitare problematiche eccessive.

La fine dell'URSS e l'esplosione massiccia della globalizzazione imperialista ha convinto la borghesia italiana, reduce dalla sbornia del neoliberismo in salsa craxiana, che si potessero fare migliori affari a stretto contatto con le borghesie europee, costruendo un grande polo internazionale in grado di competere con le altre potenze mondiali. Poco importava quindi inizialmente, agli occhi della borghesia e della quasi totalità delle forze politiche italiane, che il Paese perdesse ulteriore sovranità con i trattati di Maastricht, Lisbona, con l'istituzione dell'euro, ecc. Finché si facevano grandi affari poco importava che a rimetterci fossero solo le classi lavoratrici, una parte delle quali poteva comunque godere le briciole dell'espansionismo imperialista italiano, credendo di migliorare la propria condizione rincorrendo l'opulenza derivante dalle meraviglie della società consumistica. Mentre gli italiani compravano telefonini e computer, poca attenzione si poneva alle nuove generazioni alle prese con condizioni socio-lavorative assai peggiori rispetto a quelle dei propri genitori.

La medio-piccola borghesia, con i suoi stessi intellettuali organici, iniziava però a porre alcune obiezioni verso un sistema che avvantaggiava sempre più solo la grande borghesia, e a livello internazionale in particolar modo la borghesia tedesca. In questo contesto giungeva dagli USA la grande crisi capitalistica del 2007-08, la quale ha avuto un effetto dirompente. Nel giro di un decennio in tutta Europa la crisi capitalistica, peggiorata nelle conseguenze sociali dalle politiche liberiste di austerità così simili a quelle che negli anni '30 portarono al potere Hitler, hanno cominciato a rafforzare le opposizioni radicali al Sistema. Le “sinistre” hanno identificato il problema nelle storture strutturali dell'Unione Europea e delle politiche liberiste; le “destre” invece si sono concentrate solo sul primo aspetto, essendo storicamente e organicamente al servizio delle classi dominanti. Si parla però delle ali estreme, dato che le forze raccolte a livello europeo nel PSE (Partito Socialista Europeo, in Italia oggi il PD) e nel PPE (Partito Popolare Europeo, in Italia oggi Forza Italia) continuavano a sostenere a spada tratta il Sistema, iniziando un inesorabile e progressivo declino elettorale. In parallelo emergevano le forze “populiste”, ossia coloro che osavano mettere in discussione gli aspetti ideologici del Sistema e ponevano, con sfumature diverse, la necessità di ridare centralità alle borghesie industriali nazionali.

La Lega Nord da questo punto di vista è effettivamente il rappresentante più vicino al modello formulato dalla Le Pen [1], risultando un Partito che raccoglie il suo consenso di massa non solo sfruttando paure xenofobe irrazionali e sviando furbescamente l'attenzione sulle questioni dell'immigrazione, ma anche proponendo un programma politico teso a ridare fiato alla borghesia industriale medio-piccola, da un lato con la Flat Tax, dall'altro promettendo di recuperare sovranità per il Paese, ridandole una politica estera autonoma (vedi le posizioni critiche della Lega sulle guerre di Libia e Siria) e rimettendo in discussione l'assetto istituzionale europeo, tutto a vantaggio della borghesia tedesca e della grande finanza.

Il M5S poggia anch'esso su una proposta politica rivolta da un lato alle masse (il reddito di cittadinanza), ma dall'altro a tutta quella borghesia industriale medio-piccola che non accetta il predominio della finanza e rivendica il ritorno a forme di moderato keynesismo al fine di far funzionare meglio il “Sistema”. L'obiettivo proclamato perfino dall'anima “sinistra” Di Battista è quello di portare a compimento una “Rivoluzione Liberale” interpretata certo in un senso più progressista, ma non strutturalmente difforme rispetto al modello berlusconiano. Che questa posizione sia difficilmente compatibile con le istituzioni europee attuali è ovvio, ma la volontà di rassicurare i “poteri forti” sembra predominante. Rispetto alla Lega Nord, che presenta un'organizzazione partitica classica di stampo quasi “leninista” (solo l'organizzazione, sia chiaro, non certo la linea politica), il M5S presenta l'ambiguità di essere un Partito non democratico, o solo apparentemente tale, governato di fatto da un sistema informatico (la piattaforma Rousseau) e da un guru (il clan “illuminato” Casaleggio) in odore di massoneria; questa nota di colore non deve alimentare chissà quale sorpresa, dato che la massoneria, come mostra la vicenda della loggia P2 (ma se vogliamo andare indietro nel tempo anche nei tempi della monarchia e del fascismo), è sempre stata presente nella vita politica italiana. Esistono logge massoniche più reazionarie e altre più “liberali” e progressiste, per cui il dato in sé, pur da tenere in considerazione (ad esempio per capire come sia possibile che il programma elettorale del M5S venga riscritto da un giorno all'altro senza consultare la “base”), non deve essere bollato come “complottismo” becero, ma come semplice constatazione del fatto che i ragionamenti di vertice del nuovo partito liberale italiano siano più complessi, articolati e ampi di quanto probabilmente molti non pensano, bollando ingenuamente come impreparata e ignorante una forza politica capace di conquistare il 30% del Paese.

A portare avanti tale campagna sono non a caso le forze più legate all'internità e alla fedeltà Atlantica (PD e Forza Italia), che con accenti diversi paventano da fronti opposti il Governo più a destra o il più incompetente della storia repubblicana. Particolarmente imbarazzante la posizione del PD, che nel contesto della nuova “Guerra Fredda” tra USA e Russia propagandano la necessità di obbedire ciecamente a Washington sostenendone qualsiasi manovra, anche la più guerrafondaia. Molto più sfumata da questo punto di vista la posizione di Berlusconi, ben consapevole dei danni derivanti all'industria italiana (di cui è autorevole rappresentante) dal blocco delle relazioni commerciali con Mosca. Non è un caso che Berlusconi sia stato fatto a suo tempo fuori dal Governo con un vero e proprio golpe finanziario che ha visto la corresponsabilità di Washington, oltre che di Bruxelles e della grande finanza.

Che cosa c'è da aspettarsi quindi dal Governo Lega-M5S? I blocchi sociali che hanno sostenuto entrambe le forze si aspettano che vengano messe in atto politiche capaci di ridare fiato al mondo industriale. Allo stesso tempo anche le classi popolari che li hanno votati in massa si aspettano un miglioramento materiale. La difficoltà di mettere assieme tali due forze è che le ricette proposte sono antitetiche: liberiste per la Lega, keynesiane (semplificando molto) per il M5S. In entrambe le forze si trovano componenti critiche verso l'UE e la NATO. È verosimile che alla fine queste rimangano minoritarie e che il futuro Governo venga ricondotto all'obbedienza verso le strutture date. Affermo ciò dando per scontato che le élites dirigenti di tali organizzazioni conoscano bene il potere coercitivo e le capacità destabilizzatrici che hanno messo in campo in passato gli USA (vedi ad esempio la Strategia della Tensione, Gladio, ecc.)[2] e in tempi recenti la Trojka (si veda quanto accaduto alla Grecia ribelle di Tsipras, ricondotta presto all'obbedienza). È vero che l'Italia ha un altro peso, ma è altrettanto certo che la consapevolezza ideologica piena su tali aspetti, all'interno di tali organizzazioni e delle loro basi militanti, non sia così diffusa, così come non lo è stata nemmeno per Tsipras, il quale in ultima istanza ha mostrato bene al mondo che cosa voglia dire non disporre di una chiara dottrina rivoluzionaria ed essere affetti da un radicato e profondo revisionismo. Non credo che né Salvini né Di Maio spingeranno l'acceleratore al punto da mettere in atto manovre inconsulte, non avendo nemmeno una solida maggioranza parlamentare e non fidandosi troppo l'uno dell'altro.

Occorre infine non sottovalutare il nuovo scenario internazionale, che di fronte alla crisi dell'Impero Statunitense, presenta come possibile sbocco una ridefinizione dei rapporti internazionali, con una nuova centralità dell'Europa attorno all'asse Parigi-Berlino. Lo smarcamento dell'Europa dagli USA sulle sanzioni iraniane è in tal senso un segnale palese, che si aggiunge alla condanna quasi totale dei leader europei del trasferimento dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme. In questa ottica moderata e compatibilista può essere più prudente per Roma rafforzare quest'asse per sganciarsi dai piani guerrafondai statunitensi senza necessità di mettere in discussione la NATO, ma provando ad accumulare forze per ridefinirne le politiche, anche se ciò è difficilmente compatibile con la strategia di lungo corso degli USA.

In questa situazione che cosa possono aspettarsi i lavoratori e le lavoratrici che vivono in Italia? Difficile a dirsi, dato che occorrerà capire come possa concretizzarsi la difficile sintesi economica tra le linee assai diverse di Lega e M5S. È verosimile che a giovarne di più sarà soprattutto la borghesia medio-piccola, e forse alcune fasce proletarie nel caso vengano presi alcuni provvedimenti popolari di compromesso da contrattare con Bruxelles. Credo che si spieghi con questi ragionamenti “la diffidenza e la preoccupazione con cui i grandi poteri euro-atlantici guardano alla possibile formazione di un governo “sovranista” di questo tipo”, come affermato con acuta osservazione da Fausto Sorini. Nel migliore dei casi immaginabile, la schiavitù dei milioni di italiani e stranieri oggi ridotti in stato di povertà estrema o relativa non cambierà in maniera significativa. Non ci sarà alcuna rivoluzione, a meno che non la si intenda gramscianamente come “passiva”, secondo una tendenza sempre più probabile.

Il nuovo scenario è comunque il migliore possibile per i comunisti, in presenza di una dialettica di tipo nuovo che consente di spostare l'asse della lotta politica su un piano più avanzato. Unicamente in questo senso l'asse M5S-Lega costituisce allora un carattere progressivo con cui rispondiamo finalmente alla provocazione iniziale: i comunisti hanno l'occasione di portare avanti fin da subito un'azione tesa ad incalzare gli aspetti più progressivi e finora solo declamati da Lega e M5S, giocando insomma a metterne a nudo le contraddizioni. Diventa centrale la necessità di ribadire costantemente che un esito progressivo potrà venire non da una “democratizzazione dell'Europa”, come pure afferma un recente Manifesto politico sottoscritto da alcune forze della Sinistra Europea, ma dall'uscita unilaterale dell'Italia dalle strutture e sovrastrutture imperialiste della NATO, dell'UE e quindi anche dell'euro. Solo intrecciando dialetticamente il recupero della sovranità nazionale e popolare, attorno ad un programma minimo fondato sull'introduzione di elementi di socialismo, sarà possibile ricostruire un nuovo blocco sociale, comprendente le classi lavoratrici (italiane e non) ma anche quei settori più progressisti (e timorosi della “proletarizzazione”) della medio-piccola borghesia.

Perché un piano simile possa avere successo occorrono però condizioni soggettive al momento latenti o incomplete. Le condizioni oggettive sono infatti alle porte: dopo oltre 10 anni in cui il campo della protesta è stato fatto proprio dal M5S, un suo insuccesso politico, anche solo parziale, favorirà lo scollamento delle frange sociali più radicali, aprendo alle “sinistre” la possibilità di recuperare finalmente un consenso popolare. Ciò è chiaramente un processo non automatico, bensì possibile solo qualora si lavori in maniera adeguata con un'organizzazione marxista-leninista ben attrezzata. Questa organizzazione al momento non c'è ancora, nonostante se ne trovino dei semi sparsi che occorre cercare di far crescere e maturare. Mai come oggi diventa allora fondamentale la questione dell'unità dei comunisti secondo una precisa condivisione analitica e culturale. Non è un processo che possa farsi da un giorno all'altro, ed è verosimile che il tempo perso in tanti anni a rincorrere i ceti politici socialdemocratici e social-liberisti verrà pagato caro dalle organizzazioni comuniste italiane e quindi dalle classi lavoratrici d'Italia, alle quali si rinnova in tal senso l'invito non solo alla lotta, ma anche alla riflessione, al dialogo e alla discussione politica sulla risposta formale da dare all'Appello alla Battaglia Culturale contro il Revisionismo Storico [3].


* Questo articolo non esaurisce certo la discussione sulla fase complessa che sta attraversando il nostro paese, che ci auguriamo sia continuata e approfondita da altri contributi dei nostri collaboratori e lettori, non necessariamente coincidenti tra loro nell’analisi e nelle conclusioni che ne derivano: sulla base di quel metodo di massima apertura al confronto tra i comunisti e i progressisti del nostro e di altri paesi, che ha sempre caratterizzato l’intervento del nostro sito. (Marx21.it)
** Comitato Politico Nazionale del PRC

NOTE
1 A tal riguardo consiglierei di rileggere l'analisi fatta il 6 maggio 2017 sullo scontro Le Pen-Macron come scontro interno alla borghesia francese: http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/28005-qmacron-e-le-pen-due-facce-della-stessa-medagliaq.
2 A tal riguardo consiglio lettura del cap. 21 (dedicato alla storia della Prima Repubblica) del mio libro “In Difesa del Socialismo Reale”, scaricabile gratuitamente su http://intellettualecollettivo.it/.
http://intellettualecollettivo.it/appello-alla-battaglia-culturale-contro-il-revisionismo-storico/.
fShare
3
Pin It

Add comment

Saranno eliminati tutti i commenti contenenti insulti o accuse non motivate verso chiunque.


Security code
Refresh