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lantidiplomatico

Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie. Quale ricordo?

di Fulvio Grimaldi

wengòireohhfSono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.

I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.

 Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.

* * * * 

 Necrofagia

Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti.

C’è un filo nero che perpetua la necrofagia come si è manifestata alla foiba di Basovizza. Qui la premier si è impegnata a erigere sugli scheletri il falso vittimistico del mostro titino antitaliano.

Il tardivo scagliarsi su una Jugoslavia non più comunista (ma nondimeno distrutta) fa parte di un’impostazione tattica, divenuta strategica dal momento della presa del potere e dell’allineamento con chi ti dice “beautiful woman” per farti fare quello che gli pare. Anticomunismo senza comunismo, ma in netta continuità fascista dove, tra le altre cose, si ricupera una rimpianta tradizione colonialista proponendosi, in combutta con avvoltoi-guida tipo Blackrock, a racimolare quanto cade dalla tavola della ricostruzione ucraina. Ricostruzione resa possibile da milioni di caduti, milioni di sfollati, milioni che hanno perso tutto. Milioni utili a spianare la strada ai bulldozer di un saccheggio lungamente covato.

La Meloni, che alla foiba di Basovizza intossica sacrosanti ricordi, piantandoli su scheletri rubati alla verità nel nome dei suoi referenti storici, responsabili veri, è la stessa che, travestita da “osservatore”, si è proposta come sguattera ai banchetti allestiti da Trump a Gaza. Anche qui conta sullo strapuntino alla tavola della nuova Gaza dai grattacieli kushneriani solidificati, come in Ucraina, da fondamenta piantate sugli strati di ossa stesi con lungimiranza in tre anni di genocidio. Da Basovizza a Kiev a Gaza, tout se tient.

 

Morire, dormire, forse sognare… Affermare, negare…

Viaggiamo nei paradossi. A ogni negazionista corrispondono inevitabilmente uno o più affermazionisti. A loro volta questi, a dispetto loro, risultano negazionisti riguardo a quanto affermano i negazionisti, divenuti a loro volta affermazionisti. Ma lo Zeitgeist imperante fa sì che agli affermazionisti che si confrontano con i negazionisti vengono attribuiti a priori la ragione, il vero e il giusto, così come vengono assicurati consenso e buona ragione ai negazionisti delle affermazioni dei negazionisti. E’ tutto questione di prospettive. Determinate da interessi, più che da dati. Ma di una cosa possiamo tutti essere certi: che dei negazionisti gli affermazionisti hanno una paura fottuta. La caccia alle streghe negazioniste si spiega solo con il terrore che degli affermazionisti si possa scoprire cose gravissime.

Ricordate che cosa succedeva a certi nostri temerari antenati che, con ancora granelli di libertà classica nelle vene, mettevano in discussione, che so, la transustanziazione dal corpo di Cristo nell’ostia, o, al Concilio di Nicea I, che padre e figlio fossero della stessa sostanza, in senso aristotelico, o non piuttosto due distinti esseri divini? Anche lì la paura dei dogmatici in fieri si estrinsecava in “eretici” bruciati, o sepolti vivi, da imperatori cristiani o vescovi. Oggi col negazionista, in sempre più paesi, ci si limita alla morte civile, se non al carcere. Cosa si teme?

 

Giornata del ricordo…strabico

Confusione? Passiamo a un esempio, uno che in questa parte dell’anno è di tendenza: le foibe. Chi nega che in quei buchi sul Carso siano stati gettati, solo dai feroci partigiani titini, solo innocenti cittadini, solo perchè italiani e, magari, non comunisti, è un negazionista messo alla gogna dall’affermazionista che invece sancisce quella narrativa e, inesorabilmente, diventa a sua volta negazionista della versione affermata dalla controparte.

La quale versione potrebbe, supponiamo, essere fondata su documenti ineccepibili, grazie alle ricerche di storiche eminenti come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, mai contraddette e non contraddicibili perché documentate, che nelle foibe finirono per primi sloveni e croati rastrellati dai fascisti nelle loro terre. O che tra il 1941 e il 1943 il regime di Mussolini invase e si annetté vasti territori di questi due popoli, che i fascisti condussero in Istria e Dalmazia sanguinarie pulizie etniche, che i campi di concentramento in cui chiusero chi, tra tante altre disobbedienze, non rinunciava a parlare la sua lingua, non avevano niente da invidiare a quelli tedeschi, o a quelli di Graziani in Libia che dettero un cospicuo contributo, insieme a pozzi avvelenati e villaggi inceneriti, all’eliminazione di un terzo della popolazione di quel paese. O che i partigiani slavi, o anche solo i civili di quelle nazioni in lotta di liberazione dai nazifascisti sotto la guida del maresciallo Tito, catturati dagli oppressori fascisti, venivano sommariamente passati per le armi.

E che, in risposta a tutto ciò e del dato storico che nessuna rivoluzione, o guerra di liberazione, può essere un pranzo di gala, quella di Tito e degli jugoslavi, per la loro parte delle foibe, fu reazione, risposta, contrappasso rispetto a un immenso torto subito. Cosa che i patriottardi a corrente alternata, a partire dal loro capo istituzionale supremo, animato dal Sacro Fuoco del credo patriottardo-imperialista “right or wrong my country” (Giusto o sbagliato, è il mio paese), preferiscono ignorare, occultare, voltarsi dall’altra parte. Un conto è sdraiarsi ai piedi di Trump, Merz e addirittura di una tagliagole delle guarimbas venezuelane alla Machado, sostenere un traffico di merce umana sottratta alla sua terra, messa da potenti operatori a servizio di mafie e grandi distribuzioni (di cui i caporali sono i terminali) a scapito degli autoctoni; e un conto è raddrizzarsi ed ergersi fieri contro la barbarie slava, in nome della civiltà “dell’Istria e della Dalmazia italiane”. Ma che, davvero?

 

Chi partì, chi rimase

Di questa storia delle terre ex-irridente, me ne intendo un po’. Ci sono stato e ristato. Ci ho girato servizi e scritto articoli (che, se fossero usciti oggi nel TG3, avreste avuto modo di sentire rabbrividire l’intero Quirinale). Sono rimasti in circa trentamila, nei centri lungo le coste. In alcuni paesi, come San Gallicano, sono addirittura la maggioranza ed esprimono il sindaco. In altri, Parenzo, Rovigno, Pola, Fiume, sono ridotti al lumicino e si battono per l’identità, specie se erano rimasti perché comunisti e Tito gli andava meglio di De Gasperi o Andreotti. Anche perché Tito, con i serbi che da soli si erano liberati dal nazifascismo, andava costruendo una nazione fieramente indipendente dai vassallaggi mafio-atlantici a cui veniva destinata l’Italia. Nel rispetto di tutte le minoranze.

Erano i tempi della bella Jugoslavia. Dopo Tito, Milosevic. Al Centro Italiano di Rovigno ho conosciuto due bravissimi deputati italiani, comunisti. Nella Croazia di oggi non sono più ammessi. Gli chiudono i circoli, gli devastano i cimiteri, gli proibiscono eventi culturali, fosse anche solo un coro di vecchie canzoni. Sotto Tito e Milosevic non succedeva.

Sono quelli che sono rimasti, quando altri 300mila sono partiti, un po’ per paura del comunismo, ad arte indotta da voci di una madrepatria, che poi di loro, spiaggiati in Italia, nei campi, abbandonati alla cattiva o buona sorte, se ne sono fregati due volte. Un po’ per non diventare stranieri a casa loro. Non lasciavano terre italiane, quelle erano perlopiù abitate da slavi, contadini; lasciavano città italiane, quelle dove s’erano impiantate prima Roma e poi Venezia per garantire le proprie rotte. Nessun ricordo della vergogna di come fossero stati indotti all’esodo, vicenda sempre straziante, tragica, degna della massima solidarietà, cura, del massimo rimedio e della massima ricompensa all’amor patrio. Fu diversa l’accoglienza, l’assistenza riservata dalla Germania ai suoi 12 milioni (dodici) di espulsi da terre tedesche, Slesia, Pomerania, Prussia Orientale, Brandeburgo…

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L’Italia si volta dall’altra parte, Simone Cristicchi no.

Del risentimento tramutatosi, nei lunghi anni dell’imbarazzo e della trascuratezza di regime, in tristezza e poi in rassegnata ma mai sopita malinconia, dell’amara dolcezza della nostalgia, qualcosa traspira nelle bellissime canzoni del polesano Sergio Endrigo. Ma chi ne ha tratto il racconto più vero, tragico e di condanna nei confronti dell’ignavia italiota, è stato Simone Cristicchi con lo spettacolo “Magazzino 18”: un accorato, sensibile, sacrosanto itinerario nelle vite dimenticate di questo esodo, mediato dagli oggetti, carte, mobili, fotografie, ammassati in un deposito triestino e mai più recuperati. Forse per evitare altro dolore.

 

Sinistre ottusità

Curiosamente mi è rimasto vivo nella memoria, tra tanti impalliditi, il ricordo di due manifestazioni di ottusità “sinistra”. Quanto un dotto esploratore dei testi sacri del marxismo-leninismo definì “coglione fascista”, il più intelligente e rivoluzionario indagatore dell’animo umano della prima metà del secolo scorso, il più spietato demolitore della borghesia italiana e della sua sclerosi, Luigi Pirandello. Per il mio interlocutore contava solo che avesse indossato la camicia nera. Il resto, cioè il tutto, non lo capiva. E poi quando, pubblicato in Facebook e nel blog il mio apprezzamento per il lavoro di Cristicchi, una canea “sinistra” mi investì con indignato biasimo per non avere denunciato la sostanziale omertà dell’autore, perché non aveva detto dei crimini fascisti. Come se la tragedia di un esodo potesse essere in qualche modo inquinata, forse addirittura ridimensionata dal fatto che tra gli esuli e in chi li accompagnava narrandoli, potevano esserci connivenze, vicinanze con le atrocità nazifasciste. Erano 300mila sradicati e dispersi, porco mondo! Come i palestinesi. Cristicchi, benevolo e paziente, aggiunse al copione una sequenza su quelle colpe.

 

Politeismo della libertà, monoteismo del dogma

Torniamo al fenomeno del negazionismo, anatema dei tempi che corrono. Non crimine in sé, ovviamente, dato che è una scienza inoppugnabile come la storiografia che lo giustifica. Ma crimine per colui che afferma, sostiene e impone il dogma, pensiero unico, in ciò facilitato dal pensiero unico globale partito qualche millennio fa dalla Palestina, lì poi ribadito e infine sussunto anche da altre fedi monoteiste. Colonna portante del capitalismo. Parliamo della catastrofe umana che ha posto fine alla civiltà greco-romana, quando alla molteplicità delle religioni e degli dei, tutti reciprocamente tollerati, anzi cooptati in un pluralismo che, anziché annullare le identità, le esaltava nel rispetto e nello scambio, senza livellare nulla in quello che oggi demenzialmente si auspica nel cosiddetto meticciato multiculturale. Alla filosofia sostituirono la teologica, all’umano si impose il metafisico, al corpo di terra il divino del cielo, alla dialettica il dogma.

E i negazionisti? Già allora al rogo. Massacri inauditi per secoli. Per ora, a negare qualcosa, il riscaldamento climatico, i vaccini, le foibe, la democrazia ucraina che salva il Donbass dal marxismo-leninismo e impedisce all’orso russo di divorare l’Europa fino a Lisbona, l’estinzione pianificata dei palestinesi e il terrorismo sistemico israeliano da 80 anni a oggi, fatti passare per autodifesa, si viene seppelliti dal discredito. Ma anche solo ad avanzare il dubbio, connaturato alla storiografia e alla scienza, in molti paesi si rischia l’esclusione, il dimensionamento, il carcere, la morte civile. Un euro-ente e una euro-capa non eletti si permettono di sottrarre a giornalisti, analisti, commentatori non conformi, le condizioni basilari per la vita.

 La storiografia, o è compatibile con chi dirige l’orchestra, o è cacofonia da sopprimere. La scienza, la ricerca, l’investigazione, la giustizia, ontologicamente indagine tra opzioni diverse, è diventata tavola della legge quando favorisce il sentire comune indotto da pubblicità, consensi e consumi comprati o imposti. E’ discutibile, opponibile, addirittura rigettabile, quando non lo fa. Tipo quando delude e blocca i mazzettari e speculatori del TAV, o del Ponte. O incide su miti costruiti a tavolino e strumentalizzazioni pro domo sua con rivelazioni sul blocco, storico e attuale, mafie-Stato.

Con uno sforzo immane di poche intelligenze eravamo riusciti, in felici momenti storici, a rompere il dogma e a recuperare la dignità del confronto insegnatoci dai classici. E fu l’umanesimo e il rinascimento in Italia, l’età dei lumi e della rivoluzione in Francia, quella dei filosofi in Germania, le lotte di liberazione laiche e socialiste dei colonizzati, quella d’Ottobre, quelle cubana e chavista, nel nome dell’unica verità e dell’unica civiltà, tutti i momenti alti di laicità e primato sociale dei giusti.

Momenti in cui, disobbedendo al dogma, sottraendoci a quanto altri pretendevano da noi, avevamo ritrovato l’anima. Esattamente come Vitangelo Moscarda nel Pirandello di “Uno, nessuno, centomila”, quando si libera della “verità” costruitagli addosso da coloro a cui conveniva.

Ora le tenebre tornano. E la classe dirigente non può non stare con i golpisti del pensiero unico neoliberista, diritto-umanista, globalista, oligarchico, autocratico, nel quale si avvolgono l’imperialismo, i suoi scherani, i suoi sacerdoti, i suoi sguatteri. E’ dogma, come piace ad essa e come, a chi ne sta fuori, può essere impartito di tutto, decreti Sicurezza come se piovessero cavallette. Come praticava e imponeva l’Inquisizione di Torquemada. Così il negazionismo trionfa, brandito da affermazionisti succedutisi dal Barone di Münchhausen, attraverso Odisseo, Cagliostro, Charles Ponzi, fino al falso racconto del 7 ottobre, di Maidan, delle proteste in Iran. Fino a Piantedosi, o all’agenda di Draghi e, se gradiamo il parossismo, a Trump.

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