Il governo Meloni-Mattarella avanza a carro armato. E noi?
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Lanciamo un allarme, e una proposta.
L’allarme è questo: il governo Meloni (con la tutela e i consigli del Quirinale) sta avanzando spedito, in contemporanea, su tre fronti della repressione: il nuovo decreto stronca-manifestazioni, il nuovo disegno di legge (Ddl) contro emigranti e immigrati, la legge organica per proteggere Israele da ogni critica e mettere a tacere il movimento per la Palestina.
La proposta è questa: riunire al più presto le forze realmente disponibili a battersi contro questo affondo repressivo da stato di polizia che serve all’instaurazione della economia di guerra e alla mobilitazione di guerra (riconfermata da ultimo nella conferenza di Monaco).
Il decreto stronca-manifestazioni
Il decreto legge approvato dall’esecutivo delle destre il 5 febbraio perfeziona e blinda ulteriormente il vecchio Ddl 1660 varato nel giugno scorso. Introducendo nuovi reati e nuove aggravanti di pena, quel Ddl colpiva ad un tempo le manifestazioni contro le guerre, a cominciare da quelle contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, e quelle contro la costruzione di nuovi insediamenti militari; i picchetti operai; le proteste contro le “grandi opere”, la catastrofe ecologica, la speculazione energetica; le forme di lotta di cui questi movimenti si dotano per aumentare la propria efficacia come i blocchi stradali e ferroviari; le occupazioni di case sfitte. Conteneva, inoltre, norme durissime contro qualsiasi forma di protesta e di resistenza, anche passiva, nelle carceri e nei Centri di reclusione degli immigrati senza permesso di soggiorno, perfino contro le proteste di familiari e solidali a loro supporto (1).
Il nuovo Ddl va oltre. Una delle sue norme-chiave (l’art. 7) reintroduce il fermo preventivo di polizia dei “sospetti” per colpire l’organizzazione delle manifestazioni, sottraendo ad esse l’apporto degli elementi più militanti – serve allo stesso obiettivo l’estensione delle “zone rosse” nelle città e la moltiplicazione dei relativi Daspo, con poteri del tutto discrezionali di prefetti e questori.
Il fermo preventivo di polizia (esistente dal 1848) fu usato sistematicamente dal regime fascista, e ora ci risiamo in democrazia. A tutto ciò si aggiunge (art. 10) l’obbligo per alcune persone ritenute “pericolose” di recarsi alle stazioni di polizia in concomitanza con la manifestazione o la riunione pubblica a cui gli si vieta di essere presenti. L’organizzazione e la partecipazione alle manifestazioni di piazza – anche nel solo caso di percorsi non autorizzati, tanto più se avvengono “danneggiamenti” – è colpita con sanzioni pecuniarie che possono arrivare a 20.000 euro (art. 9), e aumentare fino a 30.000 se le violazioni degli ordini di polizia sono ripetute.
L’altra faccia di questa aggressione alle manifestazioni di piazza è lo scudo penale per gli agenti dei corpi di polizia. L’art. 12 introduce una procedura speciale a tutela delle violenze da loro commesse (ferimenti gravi e omicidi inclusi): non vengono iscritti come tutti nel registro degli indagati, il loro nome è annotato su un modello speciale, e il p.m. ha solo 30 giorni per decidere se condurre indagini o meno. Passati i 30 giorni (termine insignificante per i tempi biblici della magistratura, se si tratta di poliziotti o di carabinieri), la stessa segnalazione scompare. Per gli agenti delle forze di polizia c’è stata fino a oggi un’impunità di fatto pressoché totale; ora l’impunità è garantita dalla legge sul modello Trump-Ice. Via libera, quindi, all’uso delle armi contro i manifestanti in presenza di una semplice, generica “causa di giustificazione”; un via libera esteso ai singoli cittadini che si “difendano” con le armi – una copertura preventiva a future squadracce private ausiliarie?
Nemmeno approvato il decreto, c’è stato un ulteriore rilancio del duo Gasparri-Zanettin con la proposta di introdurre un nuovo reato: “attentato alla sicurezza dei trasporti con finalità di terrorismo”, con pene dai 12 ai 20 anni.
L’aggressione di stato a emigranti e immigrati
Il secondo fronte dell’affondo repressivo del governo Meloni è quello della guerra a emigranti e immigrati. Alcuni mettono in primo piano la persecuzione delle Ong fino a chiamare il Ddl apprestato dall’esecutivo “legge anti-Ong”. Nelle prime settimane dell’anno, però, sono morti nel Mediterraneo almeno 1.500 emigranti, e non si tratta di operatori di Ong. Le navi delle Ong potranno, al massimo, essere sequestrate. Il punto-chiave è, secondo noi, un altro: la sanzione del diritto dello stato italiano a respingere-assassinare gli emigranti via mare (spesso, dato il tipo di imbarcazioni, il respingimento equivale alla condanna a morte). Il Ddl approvato dal consiglio dei ministri l’11 febbraio con la richiesta al parlamento di discuterlo rapidamente, sancisce infatti il potere del governo di decretare il blocco navale delle coste italiane per 30 giorni. I giorni possono salire a 180 in caso di rischio concreto di “terrorismo” o “infiltrazioni terroristiche”; pressione migratoria straordinaria; emergenze sanitarie internazionali; grandi eventi. Una casistica talmente ampia da lasciare la massima discrezionalità all’esecutivo – una discrezionalità superiore anche a quella dei blocchi navali pretesi dal Salvini-boia nel governo Conte-1 (ricordate?). Alla faccia del diritto internazionale del mare!, che ritiene il blocco navale un atto di guerra, per cui, in assenza di guerra nel paese di approdo, vige il divieto di respingimento.
In realtà, lo stato italiano è da tempo in guerra contro i/le proletari/e emigranti e il proletariato di immigrazione. Una guerra rigorosamente bi-partizan che non comincia con la Bossi-Fini nel 2002, bensì con la Turco-Napolitano nel 1998. Insieme ai Cpt (centri di permanenza temporanea) la Turco-Napolitano introdusse la detenzione amministrativa per gli immigrati – un abominio, a cui hanno fatto seguito i Cie ed infine i Cpr, “buchi neri del diritto”, introdotti dall’accoppiata Pd Minniti-Orlando nel 2017. La guerra al “nemico esterno” non si limita, però, al potere legalizzato di colare a picco i barconi e fermare-sequestrare le navi delle Ong; colpisce quanti/e sono riusciti ad arrivare sul suolo italiano. Con misure di autentico sadismo: restrizioni all’uso dei cellulari nei Cpr; contrasto ai ricongiungimenti familiari (lo hanno deliberato quelli che fanno i sacerdoti/sacerdotesse della famiglia – italiana, ovviamente); nuove misure contro i minori stranieri (è cancellato il cd. prosieguo amministrativo, cioè la possibilità di restare legalmente in Italia fino ai 21 anni: a 18 anni se non hanno trovato un lavoro regolare, devono togliersi dai piedi); limiti alla “protezione complementare” (una forma di protezione attenuata rispetto all’asilo); limiti ancor più stringenti al diritto di asilo, che in Italia già oggi è riconosciuto molto di rado; facilitazioni alle espulsioni (si moltiplicano i casi in cui l’espulsione diventa obbligatoria), ai rimpatri e alle deportazioni in “paesi terzi”. Insomma, una politica da organico razzismo di stato molto vicina a quella rivendicata dal transfuga della Lega Vannacci, un antipasto di remigration. Su cui la pletora degli attivisti “rosso”-bruni non ha nulla da dire. Anzi.
Hanno ben poco da dire anche i campioni dell’opposizione parlamentare rimasti, lo nota lo stesso direttore de il manifesto, in rigoroso silenzio a causa degli “scheletri nell’armadio” (e che scheletri!). Del resto, finora, i loro argomenti forti erano che con i Cpr in Albania si sprecavano soldi perché restavano vuoti; e che per attuare l’insieme delle misure repressive servirebbe assumere decine di migliaia di agenti che l’esecutivo non ha i soldi per reclutare, mentre il centro-sinistra continua con insistenza a richiederli…
Terzo fronte: l’assalto al movimento per la Palestina
In questo caso, più che un attacco, è un assalto. Un assalto da tutti i lati, dal momento che i 10 disegni di legge presentati, o in via di presentazione, al Senato (6+2) e alla Camera (2) convergono nella protezione-promozione dello stato di Israele e del sionismo, e nella criminalizzazione dell’anti-sionismo. Se l’iniziativa è stata presa dai leghisti, poi da FI (Gasparri), è ora in atto una rincorsa del Pd (Del Rio e De Giorgis) e dei Cinquestelle (Maiorino) sul loro stesso terreno.
Come TIR e come Rete Libere/i di lottare, siamo stati tra i primissimi a segnalare il Ddl 1004 di Romeo-Pirovano-Bergesio, che ora è diventato il testo base in Senato (2). Benché redatto con la tipica rozzezza leghista, andava al sodo incorporando nella legislazione italiana la definizione di antisemitismo dell’Ihra e il conseguente divieto di ogni manifestazione di dissenso verso Israele motivato con il pretesto di prevenire atti, o semplici “manifestazioni di pensiero”, antisemiti. Per esso basta il “grave rischio potenziale” che una manifestazione utilizzi “simboli, messaggi o qualunque altro atto antisemita” perché venga legittimamente impedita. Ancor più articolati e completi i testi successivi, specie nell’estendere l’obbligo di formazione al sionismo a una gamma sempre più ampia di dipendenti statali. Si dirà: ma il testo ufficiale del Pd, e forse anche quello in fieri dei Cinquestelle, non fanno propria la definizione dell’IHRA. Vero. Senonché la raccomandazione del Consiglio di Europa per la lotta all’anti-semitismo presa a riferimento dal Ddl De Giorgis non si oppone alla funesta definizione. Quanto ai pentastellati, è stato il Conte-2 ad approvare il 17 gennaio 2020 la definizione dell’HIRA con lo sfrenato giubilo dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia – do you remember? (3).
Anche quando si fa rientrare la lotta all'”anti-semitismo” nella più generale lotta alle discriminazioni, c’è sempre, nell’ottica razzista dell’eccezionalismo sionista, un che di speciale, di unico. Speciali sono, ad esempio, le pene previste che, a differenza di ciò che dispone la legge Mancino del 1992 contro le discriminazioni a sfondo razziale, possono arrivare anche, in circostanze particolari, a 9 anni. L’impostura di fondo di questa campagna repressiva contro i palestinesi, contro il movimento di sostegno alla Palestina, contro l’insieme dell’immigrazione arabo-islamica, è che in gioco non è la discriminazione nei confronti degli ebrei, è l’anti-sionismo. Si tratta di un insieme di proposte di legge che mirano a pugnalare l’anti-sionismo facendo scudo a Israele e al sionismo, e a chi di Israele e del sionismo è complice.
Militarizzare scuole e università: un processo che sta andando molto avanti
In una recente conversazione pubblica l’ex-segretario di stato statunitense Pompeo ha parlato chiaro: “Bisogna assicurarsi che i libri di storia non scrivano delle vittime di Gaza“. Lo scopo dell’assalto destre-centro-sinistre all’antisionismo è esattamente questo: cancellare i crimini della macchina coloniale di distruzione e morte sionista. Si cancellano in tal modo pure quelli di Italia, Europa, Stati Uniti. Siccome però sono incancellabili, e stanno per essere replicati, è solo la repressione estrema (includendo nei bersagli pure il “terrorismo della parola”) che può, in qualche modo, occultarli – unita, sul lungo periodo, all’indottrinamento sionista nelle scuole, nelle università, in tutte le strutture statali, nelle forze di repressione per prime.
Questo affondo specifico contro l’anti-sionismo, con tanto di censura per una serie di iniziative a sostegno del popolo palestinese, segna un salto di qualità nel processo di militarizzazione delle scuole e dell’università, che è andato avanti in parallelo con l’aziendalizzazione del sistema dell’istruzione, e oggi si presenta come il suo culmine: tutto, anche la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate e il ritorno alla leva, come forme di fedeltà all’azienda-Italia e alla sua espansione, operata anche manu militari, nel mercato mondiale. Anche in questo caso le “riforme” del centro-sinistra, a cominciare almeno da quelle Berlinguer, hanno pavimentato la strada per i successivi comodi affondi delle destre. E così stanno tornando i “vecchi tempi” del regime fascista, quando l’indottrinamento nazionalista e razzista cominciava dalle elementari con i balilla. Da anni sfilano nelle scuole generali, ufficiali, sottufficiali dell’esercito, della marina, della Nato, italiani e amerikani, esponenti di guardia di finanza, polizia e carabinieri, neo-docenti, docenti in divisa, della nuova materia-delle-materie: ‘sicurezza’ & preparazione delle guerre. A loro volta i percorsi di alternanza scuola-lavoro fanno entrare gli studenti sempre più di frequente nelle caserme, nelle basi militari, nelle imprese produttrici di armi, perché si socializzino all’ideologia, ai linguaggi, alla gerarchia sessista, alle pratiche, agli obiettivi che li caratterizzano.
La riforma Valditara ha fissato la cornice di questo “ritorno al passato”: centralità del voto di condotta ai fini del proseguimento degli studi, lettura della Bibbia, focus imperativo e dominante sulle origini storiche dell’Italia e dell’Occidente, enfasi sul merito che, è noto, riflette e amplifica le differenze di classe, e pene pesanti per gli studenti che “aggrediscono” il personale scolastico.
In questa orgia di disciplinarismo, di pene sempre più severe per chi trasgredisce le leggi (70 nuovi reati e aggravamenti di pena introdotti in 3 anni e mezzo), l’esecutivo Meloni-Mattarella si segnala per due eccezioni: ha depenalizzato l’abuso d’ufficio a protezione degli abusi e delle malversazioni, furti, etc. della casta dei servitori del capitale; intende introdurre una norma a protezione dei maschi abusanti: infatti – secondo il Ddl Buongiorno – per configurare il reato di violenza sessuale sarà indispensabile che la persona abusata abbia espresso una chiara “volontà contraria”, mettendo in questo modo fuori gioco il principio del suo “libero e attuale” consenso…
L’attacco delle destre è all’insieme della classe lavoratrice e dei movimenti
Questa offensiva repressiva a carro armato non riguarda solo le avanguardie, i settori fortemente politicizzati. Non è stato così per il Ddl ex-1660, il decreto-manganello, non è così per la raffica delle nuove misure. Fare terra bruciata intorno ai militanti di classe, anti-capitalisti più combattivi è una metodica di base dei regimi borghesi, fascisti, autoritari o democratici che siano. Ma la posta in gioco è molto più alta. Per il governo e gli apparati statali il bersaglio grosso è l’insieme della classe lavoratrice, che va impaurita, paralizzata, divisa secondo linee nazionali e razziali – e, nei limiti del possibile, coinvolta nella mobilitazione bellica. Ed è nel grosso della classe lavoratrice che anche noi dobbiamo passare se vogliamo fermare questa marcia allo stato di polizia, all’economia di guerra, alla militarizzazione della vita sociale, rovesciando contro il governo Meloni la forza che saremo riusciti a concentrare. Con l’obiettivo politico di fase di buttarlo giù con la lotta nelle piazze.
Pensare che a respingere l’attacco repressivo concentrico in corso contro l’insieme della classe lavoratrice e l’insieme dei movimenti sociali possa bastare un’avanguardia ristretta, purché determinata, sarebbe un errore capitale. L’esperienza dei gruppi e della rete di autodifesa popolare che a Minneapolis hanno fronteggiato e alla fine espulso l’Ice dalla città è, nei tempi recenti, una buona fonte di ispirazione. E sorprende la quasi totale indifferenza diffusa in Italia nei movimenti verso questa coraggiosa battaglia di massa contro i thugs mascherati del trumpismo, dalla quale invece c’è parecchio da apprendere.
Per l’infima qualità intellettuale-morale dei suoi componenti, il governo Meloni è in genere sottovalutato. Ma nei suoi tre anni e mezzo di attività (una stabilità record) ha saputo cementare intorno a sé una molteplicità di settori della piccola accumulazione (i balneari, i taxisti, gli evasori condonati da decine di provvedimenti, gli aderenti alla Coldiretti, i piccoli e medi imprenditori beneficiati dalle misure sui costi dell’energia, giusto per citarne alcuni); ha acquisito il sostegno attivo della Cisl; ha dato una serie di colpi al proletariato rimasti senza risposta (a cominciare dalla soppressione del reddito di cittadinanza); ha varato una finanziaria tutta per le banche, le imprese, i trafficanti d’armi, sulla pelle di chi lavora (4). Un “lavoro” notevole in cui si è avvalso dell’apporto degli apparati di stato i quali non aspettavano altro se non un esecutivo composto da mezze tacche del genere per mettere a frutto in prima persona la scienza dell’amministrazione anti-proletaria di cui sono depositari. Per il capitalismo italiano, che perde posizioni su posizioni nel mercato mondiale da trent’anni e passa, e di recente vede diminuire perfino la sua popolazione, l’esplosione dal sottosuolo (dove è al momento relegato) del vasto e profondo malcontento sociale, sarebbe esiziale. Di qui la necessità di mettere a punto preventivamente un arsenale repressivo speciale e una politica sociale attenta sempre a dividere e stratificare, fornendo ai proletari autoctoni la vile soddisfazione di stare meglio, o meno peggio, degl’immigrati, e agl’immigrati regolari la misera compensazione di stare meglio, o meno peggio, di quelli irregolari.
Nonostante questi attacchi, nei suoi tre anni e mezzo di attività il governo Meloni ha dovuto fronteggiare una mobilitazione sociale ampia, tale da poterlo destabilizzare, solo nell’intervallo tra metà settembre-inizio ottobre 2025. Su quell’intervallo grava, secondo noi, una illusione ottica. Abbiamo partecipato con entusiasmo a quelle grandi giornate di scioperi e di lotta. Rivendichiamo di avere contribuito a prepararle, con la nostra attività all’interno del SI Cobas, il sindacato di base che ha avuto il coraggio di indire in solitaria i primi scioperi per la Palestina, nel movimento dei disoccupati di Napoli, nei comitati per la Palestina e contro le guerre del capitale a Marghera, Bologna, Torino, Genova, Como, Lucca, Aversa, etc. Ma notammo subito che non era oro tutto ciò che luccicava. Fu smaccato, infatti, il tentativo delle forze del centro-sinistra e della direzione Cgil di cavalcare un sentimento di massa pro-Palestina maturato negli anni in innumerevoli iniziative minori, senza però avere alcuna intenzione di dare continuità alla mobilitazione che pure avevano contribuito ad allargare, e tanto meno di radicalizzarla contro il governo Meloni-Mattarella.
Il periodo che ci separa da quelle settimane ha confermato questa nostra valutazione. I test degli arresti di Shahin, e soprattutto di Hannoun e altri “colpevoli di Palestina” sono stati probanti, con la precipitosa presa di distanze di Pd, 5S e Avs dai colpiti e dalla resistenza palestinese. Si sono aggiunti in seguito il sostanziale silenzio sul decreto spezza-manifestazioni e sulle nuove norme contro emigranti e immigrati, nonché la piena collaborazione a forgiare una legislazione e un clima sociale filo-sionista, anti-palestinese. Per quanti/e singoli e organismi hanno aderito alla Rete A pieno regime, per i lavoratori e le lavoratrici della Cgil che hanno visto nelle giornate di autunno un inizio di risveglio delle proprie burocrazie, c’è abbondante materia su cui riflettere – specie se si mette a confronto gli attuali silenzi sul fronte della repressione con il frenetico attivismo per le recenti scadenze elettorali, e con quello per sostenere il No sulla riforma della magistratura.
Di quale opposizione stiamo parlando?
L’opposizione di centro-sinistra punta le sue carte sul referendum e sulle elezioni del 2027 perché il centro di gravità della sua politica non è differente da quello delle forze di destra – anzi, sulla preparazione della guerra alla Russia il Pd si colloca in una posizione perfino più oltranzista. Non ha in programma di accendere lo scontro di classe; al contrario!, dal momento che condivide, con dei piccoli scostamenti tattici, la traiettoria bellicista fissata in sede UE e atlantica. Può ricorrere occasionalmente alla piazza, lo farà il 28 marzo prossimo. Ma a solo scopo dimostrativo, di pressione, di accumulo di consenso elettorale, non per aprire scenari di lotta contro il governo, la UE della von der Leyen (con i suoi 800 miliardi di spese militari), la Nato.
Il 28 marzo sarà la giornata dei Dsa negli Stati Uniti, di Corbyn e del suo Your Party nel Regno Unito, della parte ‘movimentista’, se così si può dire, del centro-sinistra (o della sinistra del centro-sinistra) in Italia. E’ prevedibile che avrà grande eco, e a noi interessa interagire con quanti/e aderiranno all’invito. Ma non si può tacere sulle reali posizioni degli organizzatori e sulla loro demagogia. No Kings? E vada. Ma la Ocasio Cortez, la stella nascente dei Dsa, forse anche candidata alla presidenza degli Stati Uniti, non è la stessa che nei giorni scorsi, alla conferenza di guerra di Monaco sponsorizzata da Lockheed Martin, Raytheon, BAE System, ha criticato la mollezza di Trump verso Putin e la Russia? Non è quella che ha votato i finanziamenti a Israele necessari al genocidio dei palestinesi di Gaza, e che ha più volte condannato le manifestazioni pro-Palestina? Non è la stessa che sostiene la politica di duro confronto con l’Iran e la Cina? che affibbia il termine “imperialismo” solo ai paesi che contestano il primato USA nel mondo? E i pacifisti di Avs non sono gli stessi che hanno votato al parlamento europeo il piano di guerra infinita “per l’Ucraina” della von der Leyen? Non sono gli alleati organici del partito della Leonardo spa e del più fanatico atlantismo, il Pd? Gli uni e gli altri, dopo aver fatto un po’ d’ammuina contro il Ddl 1660, non sono quelli che hanno rinunciato perfino alla “battaglia” in parlamento contro i nuovi provvedimenti liberticidi del governo Meloni? In ciò, sia chiaro, c’è coerenza. Perché non si può essere per una UE iper-bellicista, per la Nato, per la corsa al riarmo e alla guerra, e osteggiare davvero, in concreto, le misure da stato di polizia indispensabili per disciplinare la società, e prepararla a tempi di guerra guerreggiata. La demagogia sta nel presentarsi come quelli “No Kings” e “No War” nei soli giorni di festa.
Anche l’opposizione che fa capo all’asse Rete dei comunisti/Potere al popolo/Usb, decisamente più combattiva, guarda alle elezioni del 2027 come a un passaggio centrale della riscossa contro il governo delle destre, e misura i suoi passi in questa ottica. Non siamo noi a dedurlo, sono stati loro a “dare appuntamento” al 2027. Anche questa opposizione al governo Meloni è prigioniera di ambiguità di fondo irrisolte. Sono quelli dell’Italexit, che – pur avendo abbandonato per ora questa insegna – ricercano comunque un posto al sole per un’Italia emancipata dalla tutela dei gangster d’oltre Oceano. Per un’Italia (capitalista) collocata invece che in coda dentro l’UE e la Nato, alla testa di una coalizione di paesi mediterranei (altrettanto capitalistici, ma minori) che ne accettino la guida, consentendo così agl’interessi italiani di contare di più sul mercato mondiale. Sono quelli delle dichiarate simpatie per la Russia, la Cina, l’Iran degli ayatollah, favorevoli a un capitalismo multipolare che a loro dire sarebbe equo e benefico per tutti. Sono quelli che aspirano ad avere un posto accanto a Cgil-Cisl-Uil, oltre che nel Cnel, nelle trattative sindacali e con il governo improntate in ultima analisi alla concertazione.
Su simili basi ideologico-politiche, impregnate di nazionalismo (gira e rigira, per loro il nemico principale è sempre e comunque all’estero, si tratti degli Stati Uniti, della Commissione europea, o di Israele), di statalismo, istituzionalismo, kampismo, è possibile condurre una lotta coerente contro la corsa all’economia di guerra, allo stato di polizia e di guerra? è possibile essere davvero contro la corsa alla guerra globale se si giustifica la guerra in Ucraina, che l’ha inaugurata, dal lato della Russia? e facendo finta di non sapere che il prossimo scontro militare globale sarà tra due coalizioni di stati guidate l’una dagli Stati Uniti, l’altra dalla Cina? Il brillante esito dell’operazione “blocchiamo tutto” ha mascherato queste contraddizioni, senza poterle risolvere. Chiediamo: fu solo per uno sfortunato malinteso che il 30 novembre 2024 queste forze schierarono un servizio d’ordine contro la parte del corteo per la Palestina critica verso il collaborazionismo dell’ANP, storica partner della RdC? Non lo crediamo. Chi ragiona avendo in mente gli stati e i paesi prima delle classi antagoniste e al di sopra di esse, non può che essere guardingo, se non ostile, a tutte le forme di radicalizzazione dello scontro di classe, non può che muoversi secondo i canoni di “realismo” e di ordine. Tali contraddizioni, al momento sotto controllo, sono destinate nel tempo ad acuirsi ed esplodere, forse dividendo le stesse fila di questa coalizione su fronti opposti.
Per un fronte unico proletario contro lo stato di polizia e di guerra
Il carattere integrato delle misure repressive predisposte in questi due ultimi anni dal governo Meloni-Mattarella sulla base dell’emergenza guerra/economia di guerra, richiede una risposta altrettanto organica. Questo infame governo delle destre è la sezione italiana di un’Internazionale nera in costruzione su ambo le sponde atlantiche (e in Giappone) che vede nello scatenamento delle aggressioni alle masse sfruttate del Sud del mondo e nella preparazione della guerra globale all’asse Cina-Russia-Iran la sola possibilità di invertire il declino storico del campo imperialista d’Occidente. Il genocidio di Gaza, la protezione di Israele, la nuova manomissione e depredazione dei continenti “di colore” e dei Balcani, lo strangolamento dei popoli di Venezuela, Cuba, Iran e di quant’altri portino tuttora segni di pur antiche ribellioni, sono aspetti di questa offensiva che nella sua sostanza è condivisa dalle forze liberali, laburiste, “progressiste”.
Ovunque in Occidente si stanno stringendo le maglie della repressione anti-operaia e anti-popolare. Ovunque si sta andando verso strutture e metodi che riprendono le prassi del fascismo e del più feroce suprematismo bianco. Ovunque, lo sosteniamo da tempo, la guerra agli immigrati e agli emigranti è all’ordine del giorno dei governi imperialisti come arma di divisione della classe, e dev’essere all’ordine del giorno la risposta di classe a essa.
La sfida che il governo Meloni lancia all’intera classe lavoratrice e a tutti i movimenti e gli organismi di lotta ci impone di fare ogni sforzo per organizzare una risposta unitaria forte e ampia. Una tale risposta è impossibile – non giriamoci attorno con frasi sonore – senza il coinvolgimento della classe operaia, tuttora quasi immobile, e dell’intero proletariato. Torneremo a ragionare presto sulle cause di questa quasi immobilità. Qui ribadiamo che, comunque sia, bisogna testardamente operare in questa direzione sostenendo, valorizzando tutti i settori di classe e tutte le iniziative del sindacalismo combattivo che producano sforzi reali in direzione della rottura della pace sociale. Stanti i rapporti di forza attuali e il grado di coscienza medio della classe lavoratrice in Italia (come nella quasi totalità dell’Europa), è impossibile compiere immediatamente il salto di qualità dalle lotte “tradunioniste”, dove ci sono, a una lotta a tutto campo contro il governo, i padroni e le loro politiche di guerra. Le forme di resistenza, gli scioperi, le lotte che si sviluppano quotidianamente sui posti di lavoro contro le conseguenze di tali politiche, costituiscono un prezioso e imprescindibile patrimonio di partenza per lo sviluppo di un’opposizione di classe e di massa che sia realmente tale. Ma siamo convinti che ogni vera avanguardia politica, sindacale, di movimento ha oggi il dovere di dire la verità ai lavoratori, ai proletari, ai settori sociali in lotta: in un contesto di economia di guerra e di progressiva instaurazione di uno stato di polizia le singole vertenze, anche le più combattive e momentaneamente vincenti, finché rimarranno prive di un movimento di lotta, di opposizione generale, quindi politico, alla barbarie capitalista, sono inevitabilmente condannate alla sconfitta.
L’altra priorità è unire le forze tuttora disperse che fanno capo a organismi e movimenti studenteschi, contro la repressione, ecologisti, femministi, per l’abitare, disposti a rompere le catene del particolarismo, locale o settoriale, e a non farsi imbrigliare in vacue “battaglie” elettorali.
Un anno e mezzo fa, insieme ad altri, abbiamo costituito la Rete Libere/i di lottare contro il Ddl 1660, che diede il via alla propaganda e all’agitazione contro il primo tempo dell’offensiva repressiva degli apparati di stato, magistratura inclusa. In seguito questa Rete, in viva relazione con l’evoluzione della situazione politica, si è data l’obiettivo di lottare contro lo stato di guerra e polizia. Non vogliamo farne, con ciò, il solo “contenitore” delle forze da coordinare e mobilitare. L’essenziale, per noi, è che si sia disposti a muoversi sul terreno della lotta e dell’organizzazione di classe (in senso ampio) senza opportunismi filo-istituzionali, e anche senza avanguardismi. L’essenziale, per noi, è che si attui il massimo sforzo per collegare le forze disponibili a scala internazionale per una battaglia contro l’economia di guerra, la corsa alla guerra, la militarizzazione della società, lo stato d’eccezione, che sia internazionalista, che faccia affidamento, cioè, non sugli stati borghesi, ma sulla forza e l’unità internazionale delle masse oppresse e sfruttate di tutto il mondo – quella forza e quell’unità che si è cominciata a vedere nel moto di solidarietà con la resistenza del popolo palestinese.
Per questo saremo in piazza il 28 febbraio, giornata di mobilitazione internazionale chiamata da un insieme di forze internazionaliste contro la politica di Trump e del governo italiano che gli è strettamente associato, e ci torneremo ogni volta che sarà possibile portare nelle iniziative questo messaggio di lotta.









































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