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all’articolo Usa gennaio 2021: il dito indica la luna

di Michele Castaldo

Il dito e la luna conta piu il consumatore o il venditore e1605861677947In riferimento al mio articolo «Usa gennaio 2021: il dito indica la luna», alcuni compagni mi hanno scritto sollevando osservazioni critiche che qui riassumo, e che mi forniscono l’opportunità per ritornare su questioni molto complicate.

Scrive il compagno Gerardo:

« Ho letto il tuo articolo, mi è sembrato, comunque, un po' equivoca la tua posizione riducendo tutto al fattore economico quel che è successo lì, fattore che è fondamentale ma non sufficiente. Mi è sembrato, ad un certo punto che sostenessi, quasi, essere di fronte ad una situazione pre-rivoluzionaria, mentre per me era semplicemente un fenomeno di rivoltosi-razzisti (non c'era un solo nero) sostenuti da un miliardario delinquente che vedono in pericolo il loro stile di vita di bianchi privilegiati (Marx li chiamava Lumpenproletariat). Io mi sento più vicino a quel che sostiene Franco Berardi- Bifo (già esponente del movimento del '77 vicino ad Avanguardia Operaia) in un articolo ».

Dunque il compagno Gerardo muove una prima critica che si potrebbe definire di economicismo, cioè farei risalire tutto quanto accaduto a fattori economici; e aggiunge che « è fondamentale ma non sufficiente ». Ma il compagno pur ammettendo che i fattori economici sono fondamentali, sostiene che non sono sufficienti. Dunque ci sarebbero anche antri fattori, e certamente ci sono, ma il punto in questione non è negare o affermare l’esistenza di altri fattori, ma di definire se le cause scatenanti – dunque fondamentali - che hanno portato prima decine di milioni di persone a votare per un personaggio come Trump e poi addirittura a scendere in piazza e tentare di dare l’assalto al Campidoglio, ritenuto il luogo sacro della democrazia nel paese più “democratico” del mondo, sono o no di natura economica, altrimenti si rischia di non riuscire a focalizzare la questione di fondo di questa fase.

La seconda critica che muove è: « Mi è sembrato, ad un certo punto che sostenessi, quasi, essere di fronte ad una situazione pre-rivoluzionaria, mentre per me era semplicemente un fenomeno di rivoltosi-razzisti (non c'era un solo nero), sostenuti da un miliardario delinquente che vedono in pericolo il loro stile di vita di bianchi privilegiati (Marx li chiamava Lumpenproletariat) ».

No, non ho parlato di situazione pre-rivoluzionaria, ma ho scritto che siamo in una fase storica rivoluzionaria, dunque non che l’episodio in sé fosse o potesse rappresentare una situazione pre-rivoluzionaria, ma che è l’effetto di una crisi generale del modo di produzione capitalistico, il che muta radicalmente il senso di quello che intendo affermare. E che mi riferissi alla fase e non all’episodio in sé è dimostrato dal fatto che faccio un parallelo con la Rivoluzione russa che comincia nel 1861, sotto l’impulso dalla rivoluzione industriale in Europa e si conclude, ripeto come fase, nel 1917. Dunque si tratta di collocare sul piano oggettivo determinati effetti e indicare la tendenza.

Ora, che i manifestanti che il 6 gennaio 2021 sono entrati nel Campidoglio fossero razzisti bianchi è la constatazione di un fatto, ma al materialista interessa non solo il dato di partenza in quanto tale, ma cercare di approfondire le ragioni che hanno portato quella massa di persone a muoversi e in una certa direzione. Che il capitalismo Usa si sia sviluppato ponendo a base della sua accumulazione originaria il razzismo è fuori discussione; che i bianchi, anche nelle classi proletarie, abbiano costituito la struttura portante del colonialismo e dell’imperialismo Usa è altrettanto certo. Ma se decine di milioni di persone fino al giorno prima si comportano in un modo e poi si muovono in un altro modo, bisogna capire perché. Nel mio scritto ho tentato di tracciare una causa strutturale che consiste nell’impoverimento generalizzato del ceto medio pressato dalla concorrenza asiatica. È una azione pre-rivoluzionaria? No, è un fatto, dunque un effetto di una causa: la pressione della concorrenza asiatica che sta polverizzando la capacità competitiva di interi settori produttivi e commerciali americani, compresa una parte non secondaria della classe operaia storica, che hanno prima e dopo votato Trump nella speranza democratica di arrestare il loro declino, e una volta sconfitti sul piano democratico sono stati colti dall’esasperazione e, guidati dal loro rappresentante presidente, hanno invaso il Campidoglio.

Quanto al lumpenproletariat, Marx si riferiva più al sottoproletariato delle periferie metropolitane che al ceto medio come del caso degli Usa che stiamo esaminando.

Che il compagno Gerardo si senta poi più vicino alle posizioni di Bifo è affar suo, in questo contesto cerco solo di precisare alcune questioni che potevano dare adito a equivoci o incomprensioni.

Veniamo alla critica del compagno Alessio che criticando l’articolo di Bifo, scrive:

«L’articolo di Michele Castaldo, vede parte della crisi storica e sistemica del capitale sia il moto dei ceti medi che del movimento inedito antirazzista e contro il capitalismo razziale di quest’anno. L’insurrezione di settori di massa del ceto medio, non sono certamente “farseschi” per Michele Castaldo. Leggendo il suo articolo sembrerebbe che gli eventi del Capitol siano il risultato di un moto “ingovernabile” dei ceti medi, originato dall’impossibilità del capitalismo di mantenere le condizioni sociali ed economiche di questo ceto medio. Senz’altro c’è del vero. Ma l’osservazione critica che faccio all’articolo di Michele Castaldo è che il moto d’onda dei ceti medi, viene sospinto non in una direzione parallela a quella del movimento antirazzista ed abolizionista, viceversa vieppiù scomposto e ricomposto attorno alle caratteristiche fondanti delle relazioni e dei rapporti capitalistici basati sull’oppressione della razza».

Senza entrare nel merito dell’articolo di Bifo che si pone su un altro piano rispetto alle osservazioni di Alessio, cerco di chiarire nel merito la questione che lui pone.

No, nel mio scritto non dico «sembra», ma affermo come argomento centrale della mia analisi che il ceto medio di questa fase storica è una variabile impazzita del modo di produzione capitalistico. Aggiungo per di più che non solo lo è per gli Usa e l’Europa, ma che tale contraddizione si presenterà in modo esponenziale in Cina dopo gli alti tassi di sviluppo che hanno fatto balzare quell’immenso paese a un livello macroscopico del processo dell’accumulazione favorendo uno sviluppo del ceto medio urbano che con la crisi, cui inevitabilmente andrà incontro, è destinato a scoppiare. Insomma non esiste un movimento infinito, e il ceto medio è l’espressione della massima estensione del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione, che a un certo punto gli si ritorcono contro. È inutile girarci troppo intorno: il continuo rivoluzionamento dei mezzi di produzione espelle dal processo sia produttivo che distributivo una quota non riassorbibile nel processo di riproduzione.

Negli Usa tale processo è più avanti che in Europa, ma il campanello d’allarme è cominciato a suonare anche nel vecchio continente. Sicché la domanda di fondo è se è risolvibile o meno all’interno dell’attuale modo di produzione la contraddizione innescata dalle sue stesse leggi.

La mia risposta è no.

La questione che pone Alessio riguarda la proiezione della contraddizione, ovvero i suoi sviluppi quando scrive:

« l’osservazione critica che faccio all’articolo di Michele Castaldo è che il moto d’onda dei ceti medi, viene sospinto non in una direzione parallela a quella del movimento antirazzista ed abolizionista, viceversa vieppiù scomposto e ricomposto attorno alle caratteristiche fondanti delle relazioni e dei rapporti capitalistici basati sull’oppressione della razza ».

È la vera questione innanzitutto storica che abbiamo di fronte che diviene teorica, politica e pratica, e in quanto movimento ideale che si richiama all’anticapitalismo e al comunismo dobbiamo affrontare non in modo ideologico.

Nell’articolo ho sostenuto che i fatti accaduti nel 2020 negli Usa, cioè i movimenti antirazzisti causati dall’uccisione di G. Floyd per un verso, e le mobilitazioni a sostegno di Trump fino all’invasione del Campidoglio per l’altro verso, sono due effetti della stessa causa. Non mi sono soffermato sulla proiezione dei rispettivi movimenti, ovvero di quali tendenze andranno a costituire. Ho soltanto accennato al fatto che il movimento del ceto medio, in quanto movimento composito, che ha votato per Trump e il partito Repubblicano, dal giorno dopo l’invasione del Campidoglio, per l’aggravarsi della crisi economica e dei suoi obbligati risvolti, proprio perché composito è destinato a scomporsi. In che modo non è dato ancora sapere. Ma non è dato sapere nemmeno in che modo si comporterà il movimento antirazzista che ha dovuto virare verso Biden nella illusoria speranza di attenuare la pressione sempre più forte da parte del proprio capitalismo in crisi, aggravatasi con la pandemia e la gestione di Trump..

Una lettura ideologica vedrebbe delineare il movimento antirazzista come polo, dunque come fattore aggregante progressista e rivoluzionario; mentre le mobilitazioni del ceto medio sarebbero destinate a proseguire e incarognirsi sempre di più come polo sovranista bianco e ovviamente razzista in una prospettiva perciò di guerra civile. È la tesi che a grandi linee espone Alessio.

Ora, un conto è dire che entrambe le mobilitazioni del 2020 sono l’effetto delle stesse cause, ben altra cosa è delineare le traiettorie che entrambe seguano le linee di partenza. Questo lo dico in modo particolare per il parallelo che ho fatto nell’articolo con la rivoluzione russa, perché in quel caso c’era un ceto medio agricolo, piccoli e medi contadini, con una prospettiva straordinaria dinanzi a sé, volta sviluppare l’accumulazione attraverso l’azienda agricola e la commercializzazione dei prodotti agricoli, il vero fattore storico della crisi del bolscevismo.

Mentre il ceto medio che Trump rappresenta non ha nessuna possibilità di mantenersi in vita come tale, e proprio per questo sta andando incontro a una crisi storica, impazzisce e diviene incontrollabile. Non che Trump rappresenti solo il ceto medio, ci mancherebbe, ma ci occupiamo del ruolo che questo settore rappresenta, perché non costituisce solo un fattore elettorale tale da influenzare in un certo modo la politica degli Usa, ma perché in quanto variabile impazzita gioca un ruolo destabilizzante per un modo di produzione di cui è stato parte attiva per tutta la fase precedente. È esattamente questa la questione che cerco di porre all’attenzione di quanti sono interessati al superamento del capitalismo.

Non a caso la denuncia di Trump nei confronti dei poteri forti e delle banche, che è vera sinfonia per le orecchie di gran parte dei suoi elettori. Un fattore – questo – del tutto sottovalutato da gran parte dei commentatori di sinistra europei più preoccupati di smantellare la figura di Trump e di creare parallelismi con il fascismo che di capire la portata del movimento di cui è espressione. Lo diciamo en passant: il fascismo prima di prendere il potere governativo scatenò il suo odio e i suoi attivisti contro le sedi sindacali e politiche di sinistra, mentre Trump fu eletto democraticamente 4 anni fa e ha indirizzato la volontà popolare contro il comunismo sul piano della propaganda ma ha indirizzato la mobilitazione contro Capitol Hill come sede politica e istituzionale, cioè di espressione democratica, altrimenti detto: il fulcro della classe che dell’attuale modo di produzione si fa portatore. Siamo perciò su terreni diversi.

Ora, tanto per dirla con Marx: quando vengono meno i fattori che fecero sorgere un determinato movimento storico, vengono meno le energie per cui esso si possa riprodurre. Il movimento capitalistico di una parte della razza bianca contro i neri nasce come necessità di un’accumulazione originaria e si sviluppa come tale lungo le dorsali del colonialismo e dell’imperialismo. Il ceto medio è parte integrante di quel movimento storico. Se vengono meno le ragioni che lo fecero sorgere – e stanno venendo meno tutte – crolla la sua ragione strutturale, dunque la sua forza portante, anche se permane il suo potenziale culturale. Un potenziale culturale pericoloso quanto si vuole ma senza pilastri ben piantati nella solidità del sottosuolo, che sono consistiti nella riproduzione di valore. Quali potranno essere i risvolti di questo stato d’animo, è tutto da capire osservando attentamente i fatti, cioè l’andamento ondulatorio della crisi capitalistica e i suoi riflessi su tutte le classi sociali.

Scrive ancora Alessio:

«Ulteriori moti d’onda di settori di massa di questo ceto medio interclassista, le scomposizioni ed i suoi ri-orientamenti, dipendono appunto dal movimento di lotta dei proletari neri, BIPOC ("black indigenous people of color") e dei giovani proletari bianchi, se avranno la capacità di contrastare il nazionalismo bianco ed i “globalisti liberali”, e dunque attrarre o provocare attraverso una forza contrastante una diversa traiettoria per alcuni settori sociali di questo ceto medio e soprattutto di working class (lavoratori), ora inseriti indistintamente a difesa delle proprie condizioni di esistenza determinate dalla struttura del capitalismo razziale».

In questo caso, cioè in quanto proiezione della storia accadente, il compagno, partendo da un punto di vista ideale, cioè secondo i propri desideri, ritiene e si auspica che il polo antirazzista possa compattare intorno a sé una posizione forte tale da scompaginare il fronte opposto, cioè quello del nazionalismo bianco e i “globalisti liberali” per una diversa traiettoria, ovvero nella direzione del comunismo – diciamo così – o qualcosa che ad esso si avvicini. In quanto auspicio può essere condivisibile, ma dobbiamo sapere – ecco il vero punto in questione – che tutto dipenderà dalla forza implosiva del modo di produzione capitalistico tale da costringere gli uomini a optare per soluzioni diverse nei loro rapporti con i mezzi di produzione rispetto al passato e al presente.

Veniamo alle obiezioni del compagno Fabio che scrive:

«Grazie per l'articolo, che stimola diverse riflessioni. Un paio di domande: che senso ha parlare di rivoluzione? Credo che la “presa del Campidoglio” sia l’altra faccia della medaglia “democratica”, ovvero, oggi, del Potere pressoché assoluto di quell’oligarchia finanziaria che ha scelto Biden (e che Biden ringrazia mettendo rappresentanti di Blackrock nella sua amministrazione). Faccio sempre più fatica a leggere una logica dialettica in questi pseudo-eventi. Mi pare che la dialettica sia stata rimpiazzata dalla logica binaria delle false alternative, per cui ci viene presentata una scelta simulata tra due schieramenti (i Buoni e i Cattivi) che però sono funzionali l’uno all’altro. Come in molti hanno fatto notare, quanto successo a Washington ha finito per favorire Biden e i poteri forti che lo sostengono. Ora hanno la strada libera per fare quello che vogliono, incluso nuove leggi contro il “terrorismo interno” (cioè contro chiunque non la pensa come loro). Poi i sostenitori di Trump non sono solo il ceto medio in crisi, ma in larga parte anche quelli che una volta si sarebbero chiamati ‘proletari’ di lunga data, abbandonati a se stessi. Sono stato nelle periferie americane proprio a ridosso delle elezioni del 2016 e posso confermare».

Il compagno, anche se sinteticamente, pone una serie di problemi ai quali cerco di rispondere altrettanto brevemente anche se richiederebbero maggiore approfondimento.

Dice Fabio: che senso ha parlare di rivoluzione? In questo caso non posso che ripetere quando detto per Gerardo: l’episodio in sé non è rivoluzionario, ma è la fase che è rivoluzionaria. No, non ritengo che l’assalto al Campidoglio sia l’altra faccia della stessa medaglia democratica, tanto è vero che Trump nega l’evidenza dei fatti proprio perché non accetta il fatto di essere stato sconfitto democraticamente, cioè sul piano elettorale, e chiama alla mobilitazione di piazza il suo elettorato proprio per dimostrare che serve più del voto per difendersi dall’attacco dei poteri forti; e che questi hanno utilizzato il voto per posta come una volta in Italia la Democrazia Cristiana aveva istituito una rete capillare di tipo clientelare per gestire il voto negli ospedali, negli ospizi, nelle case di cura, ecc. Ovviamente quel partitone aveva anche un profondo radicamento sociale fra i contadini, i commercianti, gli artigiani, la Chiesa cattolica con i suoi addentellati ecc. Ma il tessuto clientelare era una salda garanzia.

Sicché quando Fabio scrive «Mi pare che la dialettica sia stata rimpiazzata dalla logica binaria delle false alternative, per cui ci viene presentata una scelta simulata tra due schieramenti (i Buoni e i Cattivi) che però sono funzionali l’uno all’altro » rimuove o non prende per niente in considerazione una contraddizione reale all’interno del meccanismo della produzione del valore che i fattori della concorrenza, dovuti all’entrata in campo di immensi mezzi di produzione asiatici, in modo particolare cinesi, che hanno messo in crisi interi settori estrattivi e produttivi negli Usa di cui Trump si fa portatore. Altrimenti detto, Fabio farebbe prevalere i fattori politici e istituzionali di entrambi gli schieramenti su quelli economici mentre per me questi – gli aspetti politici e istituzionali – sono frutto di quelli, ovvero dell’impoverimento e messi in crisi dalla concorrenza dei mezzi di produzione e delle merci asiatici.

Semmai andrebbe detto che i mezzi di informazione hanno teso e tendono a rappresentare i due schieramenti come una scelta tra il Bene e il Male e criminalizzando una parte, ovviamente quella che macroscopicamente si presenta come volgare e buffonesca, interpretata da Trump, proprio per nascondere la contraddizione reale che è una contraddizione di sistema che investe la produzione di « valore », come correttamente analizzava proprio Fabio nel suo libro « Crisi di valore » pubblicato nel 2018.

Ora, è vero che allo stato attuale l’amministrazione Biden ha – come dire ? – la strada libera avendo ricacciato indietro il pericolo maggiore, e dunque il Male, ma si tratta di un tentativo privo di solide basi strutturali, dunque si tratta di una vittoria di Pirro, a meno che non vogliamo credere che gli Usa avrebbero ancora delle potenzialità tali da ribaltare i rapporti di concorrenza attualmente favorevoli ai paesi asiatici. La qualcosa sarebbe tutta da dimostrare.

Quanto poi al fatto che « i sostenitori di Trump non sono solo il ceto medio in crisi, ma in larga parte anche quelli che una volta si sarebbero chiamati ‘proletari’ di lunga data, abbandonati a se stessi. Sono stato nelle periferie americane proprio a ridosso delle elezioni del 2016 e posso confermare » conferma la tesi che cerco di sostenere nel mio scritto, ovvero che una quota consistente di proletariato-classe operaia, la – per noi – mitica classe che abbiamo indicato per circa due secoli candidata come soggetto a operare la rivoluzione contro il capitalismo, ci tocca prendere atto che essa guarda al capitale come i girasoli guardano il sole e per questa ragione è conservativa. Si schiererà con la parte più reazionaria del revanscismo nazionalista bianco col procedere della crisi? Non lo sappiamo anche perché i fattori che la faranno schierare in un senso piuttosto che in un altro sono legati all’andamento della crisi economica che procederà a ondate e per molti aspetti dipenderà anche in che modo si svilupperà il polo nero e del proletariato precario risospinto sempre più verso livelli di marginalizzazione sociale dovuti alla crisi.

Per concludere

Rosa Luxemburg nella sua Anticritica ai critici del suo straordinario testo L’accumulazione del capitale, scrive, da par suo in modo sfrontato: «A questo punto, pare a me necessario, nello spirito della teoria marxiana, abbandonare il presupposto del I libro del Capitale, che ivi ha reso servizi preziosi, e porre l’analisi dell’accumulazione come processo d’insieme sulla base concreta del ricambio organico fra il capitale e il suo ambiente storico. […] Del resto, Marx ha posto il problema dell’accumulazione del capitale totale senza rispondervi; ha accettato come presupposto della sua analisi una società puramente capitalistica, ma non solo non ha condotto a termine l’analisi su questa base, ma l’ha interrotta proprio su questa questione cardinale ». Con la stessa sfrontatezza di Rosa dico che è molto importante capire il delinearsi di una tendenza, per riuscire a impostare una sorta di teoria nei confronti di una crisi rivoluzionaria dell’attuale modo di produzione i cui tempi non sono decisi dalla volontà degli uomini e non essere perciò del tutto sorpresi dalle ondate che lo investirà. Esattamente come è successo con l’elezione di Trump prima e l’invasione del Campidoglio dopo. In questo senso « il dito indica la luna » e non possiamo troppo indulgere a guardare il dito.

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