Il sogno della rivoluzione
di Giuseppe Muraca
Alessandro Barile, Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Milano-Udine, Mimesis, 2026
Con il titolo Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta è appena uscito un libro molto importante, a cura di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, una raccolta di saggi che affronta una serie di nodi problematici e che ci aiuta a capire un pezzo di storia repubblicana (la cosiddetta “stagione dei movimenti”). Come si dichiara nel risvolto di copertina «Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate – dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla “questione elettorale” – restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi». Ed ecco l’indice del volume: Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” – di Alessandro Barile, Alberto Pantaloni; Un secondo biennio rosso? – di Diego Giachetti; La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana – di Marco Grispigni; 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia – di Emilio Mentasti; Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta – di Davide Serafino; La Differenza come strumento di liberazione femminile.
Rivolta Femminile, Lotta Femminista e Movimento di Liberazione della Donna a confronto – di Chiara Stagno; Il Manifesto e Lotta Continua dinanzi al dissenso in Europa centro-orientale (1968-1977) – di Andrea Della Polla; «Il voto non è mai rosso, solo le lotte lo sono»: nuova sinistra e strategia elettorale – di Noemi Magerand; La grande fiammata. Reti, scambi e connessioni della nuova sinistra tra l’Italia e il Regno Unito – di Alberto Pantaloni, Tommaso Rebora; L’autonomia operaia, il PCI e il poliedro del ’77 – di Salvatore Corasaniti; Democrazia Proletaria nell’avanzare del neoliberismo – di William Gambetta. C’è materia per scrivere un altro libro.
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I. Prima degli anni Settanta ci sono stati gli anni Sessanta
Si rischia di non comprendere le dinamiche teoriche e politiche della nuova sinistra degli anni Settanta senza tener conto di quello che è successo a sinistra della sinistra storica nel corso degli anni Sessanta, cioè senza considerare l’attività di quei piccoli gruppi di politici e intellettuali che facevano capo alle riviste della nuova sinistra («Rendiconti», «quaderni rossi», «quaderni piacentini», «Giovane critica», «Classe operaia», «Nuovo impegno», ecc.). Infatti “il sogno della rivoluzione” espresso e messo in campo inizialmente da piccole minoranze dopo la rivolta degli studenti e degli operai nel corso del “secondo biennio rosso” è diventato un fenomeno di massa, cioè patrimonio ed espressione dei movimenti collettivi e gruppi politici alternativi al sistema capitalistico e imperialistico. Senza andare molto indietro negli anni, ecco che cosa ha scritto Franco Fortini (cioè uno dei maestri della nuova sinistra), nell’Introduzione alla bellissima antologia Profezie e realtà del nostro secolo (Bari, Laterza, 1965): «il massimo evento dell’ultimo decennio e la tendenza generale sembrano essere la riscoperta dell’ipotesi comunista a misura del mondo intero». E difatti l’utopia comunista è stata la scintilla che ha innescato la mobilitazione di centinaia di migliaia di militanti della nuova sinistra, l’idea che bisognava partecipare a un processo rivoluzionario già in atto nel mondo capace di rovesciare il sistema capitalistico e imperialistico per tentare di realizzare una società comunista.
II. La genesi dei partiti della nuova sinistra
Molti furono i motivi che portarono alla formazione dei gruppi della sinistra rivoluzionaria, ma a partire dalla primavera del 1968 tra le fila del movimento studentesco prese sempre più piede la convinzione che senza il partito non sarebbe stato possibile fare la rivoluzione. Il maggio francese per le sue modalità di svolgimento ebbe sul movimento italiano un effetto dirompente e un’influenza veramente profonda. In Francia nel corso del mese di maggio era successo qualcosa di veramente straordinario: in seguito alla rivolta degli studenti si erano mobilitati milioni di operai, di intellettuali e di cittadini francesi che si erano ribellati al potere costituito mandando in tilt il sistema economico e la vita di un intero paese e mettendo in fuga persino il generalissimo De Gaulle, che era stato costretto a riparare in una località ignota. Insomma, si era realizzato una sorta di “miracolo” e per un mese la Francia era stata sull’orlo di una nuova rivoluzione, attirando nuovamente l’attenzione del mondo intero. Ma la vittoria del gollismo alle elezioni di giugno e la sconfitta della contestazione e dell’estrema sinistra francese spinsero i protagonisti del movimento italiano ad avviare una profonda riflessione sugli esiti delle lotte nel nostro paese e nel mondo e sulle prospettive future. Come ha scritto Antonio Benci «quanto accaduto nei mesi di maggio e giugno in Francia nonché buona parte della fraseologia del Maggio fungono da evidente esempio e lezione per il movimento italiano».1
Seguirono mesi di intenso dibattito e di riflessione. E con la ferma intenzione di imprimere al movimento stesso un salto di qualità e di allargare l’area della contestazione, coinvolgendo altri soggetti sociali, innanzitutto la classe operaia, viene posta all’ordine del giorno il problema dell’organizzazione rivoluzionaria. Quindi, a partire dalla seconda metà del ’68 e nel biennio successivo si affermò sempre più la convinzione che occorreva costruire alla sinistra del PCI e del PSI un partito in grado di incanalare i movimenti di protesta verso uno sbocco rivoluzionario. Ebbe così inizio la stagione dei nuovi gruppi della sinistra rivoluzionaria che, nel bene e nel male, segnarono la storia del nostro paese fino alla fine degli anni Settanta e che si contrapposero alla linea riformista, revisionista e consociativa della sinistra tradizionale e del sindacato. Però è importante precisare che i gruppi dirigenti della sinistra rivoluzionaria non solo non riuscirono a costruire una piattaforma teorica, politica e organizzativa unitaria, una sintesi tra le diverse anime della nuova sinistra ma furono incapaci di interpretare e di recepire adeguatamente le istanze di cambiamento e la spinta libertaria e antiautoritaria e quella domanda di democrazia diretta che nascevano ed emergevano dai settori più radicali della società civile, ed in particolare dall’universo femminile. Infatti, alla fin fine a prevalere furono il dogmatismo, il settarismo, le divisioni, la competizione e la contrapposizione ideologica tra i vari gruppi, ciascuno dei quali agiva nella ferma convinzione di essere il solo detentore della giusta linea, della purezza e della verità rivoluzionaria; un fenomeno che si è imposto nel corso di quel periodo tra le diverse formazioni politiche e che ha condizionato il percorso, i risultati elettorali e la stessa efficacia della loro azione politica e culturale sul contesto politico italiano. Tra i gruppi più importanti il primo a sorgere fu l’Unione dei comunisti italiani, con il suo giornale «Servire il popolo», seguirono poi Avanguardia operaia, Potere operaio, Lotta continua, Il Manifesto, La lega dei comunisti e Il Movimento studentesco milanese. Fu un fenomeno molto diffuso che portò alla nascita di centinaia di sigle, alcune a carattere nazionale e altre a carattere locale, collettivi, circoli, cellule, gruppi di studio e d’intervento. Tutti questi tentativi nascevano dal bisogno di rifondare la sinistra su basi rivoluzionarie e classiste, e il modello organizzativo a cui si ispiravano quasi tutti i leader di questi nuovi partiti era quello marxista-leninista e maoista, anche se inizialmente più che delle organizzazioni ben strutturate esse «avevano caratteristiche molto informali, molto movimentiste. Nascevano senza un congresso costitutivo, non avevano statuti e regole che definissero i criteri della militanza e gli obblighi degli iscritti».2
Il nerbo dei gruppi era costituito dai giovani, studenti universitari e medi, insegnanti e operai che si erano formati e si formeranno nel corso delle lotte della fine degli anni Sessanta e della prima metà degli anni Settanta, mentre i dirigenti appartenevano a generazioni precedenti.
Tra i vari gruppi c’erano diverse differenze di carattere teorico-politico e organizzativo, ma tutti si ispiravano ai vari filoni del neo-marxismo e ciò che li accomunava era l’idea di avviare un processo rivoluzionario per rovesciare il sistema capitalistico e lo stato borghese nel tentativo di instaurare una società comunista, con una costante ed esasperata polemica nei riguardi del Partito comunista e delle organizzazioni sindacali tradizionali, un sempre più esasperato ideologismo e settarismo.
Questa svolta organizzativa, quantunque determinata da un processo di costrizione reale, ebbe come conseguenza immediata l’eliminazione e l’emarginazione di tutta l’area creativa-esistenziale (libertaria-beat-underground-situazionista) dal territorio delle università, mentre contribuì in modo determinante alla divisione del movimento in gruppi e partitini, spesso patetica imitazione dei modelli maggiori.3
Nello spirito dei militanti della nuova sinistra rivive il mito della Comune di Parigi, della Rivoluzione d’ottobre, di quella castrista, di Mao e della Rivoluzione culturale cinese, di Che Guevara, della lotta di liberazione dei popoli del terzo mondo e di quello vietnamita. Durante tutta la loro durata i gruppi furono costretti ad agire in condizioni molto difficili per la netta contrapposizione che si creò con gli apparati dello stato, con la destra, con l’intera stampa e con il sistema dei partiti tradizionali. La vita di queste organizzazioni prevedeva un frenetico e martellante attivismo supportato da un impegno pressocché totale da parte dei militanti che prevedeva lo svolgimento di varie mansioni (riunioni, manifestazioni, l’affissione di manifesti, la stesura di volantini e tazebao e la loro distribuzione…), la cui attività veniva ostacolata dalla dura repressione statale e padronale e dalla presenza di un grande partito comunista, forte di una lunga tradizione di lotte e di una profondo radicamento sociale e culturale, e di un sindacato altrettanto forte che aveva in gran parte raccolto e fatte sue le istanze di radicale rinnovamento emerse durante le lotte operaie dell’autunno caldo e dei movimenti sociali degli anni successivi. Nonostante ciò le formazioni della sinistra rivoluzionaria segnarono, nel bene e nel male, la storia politica di quella singolare stagione arrivando a svolgere una funzione antagonista e critica in senso anticapitalista e anti-imperialista, nei riguardi del regime democristiano, della linea riformista del movimento operaio tradizionale, contribuendo alla difesa dei valori fondanti del nostro sistema democratico, alla sconfitta dei reiterati tentativi di una svolta a destra del sistema politico italiano, di aver contribuito in maniera determinante con le loro lotte a mettere in crisi un vecchio assetto di potere, antidemocratico e autoritario, a contribuire al raggiungimento d’importanti conquiste sociali e civili, a difendere e a salvaguardare i diritti dei più deboli. Pur con molti limiti, essi rappresentarono un fondamentale punto di riferimento e della forza di aggregazione per centinaia di migliaia di militanti, che nel corso di quegli anni sperimentarono un nuovo modo di intendere la politica, un nuovo tipo di militanza, di pratica sociale, culturale e politica, un nuovo modo di considerare la vita e il senso della comunità.
III. Azione politica e violenza
Con gli attentati del 1969 e la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre (che rappresenta una data-spartiacque) e la morte di Pinelli, si conclude la fase più esaltante del ’68 e dell’autunno caldo e si apre uno dei periodi più bui e drammatici della storia del nostro paese, di grande instabilità politica. Da quel momento ebbe inizio la fase più drammatica degli anni Settanta in cui gli apparati statali, i servizi segreti deviati, i golpisti, i terroristi neri ecc. tentarono di instaurare un clima di terrore e di allarme permanente cercando di influenzare l’opinione pubblica al fine di giustificare l’instaurazione di uno stato di polizia e di una restaurazione politica e di bloccare il pericolo di una conquista del potere da parte della sinistra; una fase storica e politica in parte nuova, in cui l’itinerario e l’attività dei partiti extraparlamentari si è trasformata in una continua corsa a ostacoli; un periodo di durissima conflittualità politica e sociale e di contrapposizione frontale tra gli opposti estremismi, e tra le avanguardie dei partiti rivoluzionari e dei movimenti e le forze dell’ordine che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di violenza, di sangue, di attentati, di misteri, di ferite ancora aperte. In quel particolare contesto assume una particolare importanza la questione dei rapporti tra i partiti della nuova sinistra e la violenza, un fenomeno ben radicato che affonda le radici nel clima di dura contrapposizione ideologica tra la sinistra e i gruppi neofascisti. Così è bene ricordare che nel corso della loro vita l’uso della violenza era parte integrante del bagaglio ideologico dei gruppi dell’estrema sinistra, da non confondere però con le modalità d’azione seguite dei gruppi terroristici clandestini (Brigate rosse, NAP, ecc.).
Non ci fu gruppo dell’estrema sinistra, vecchio o nuovo, che in quei primi anni del decennio non si pose il tema della violenza e della lotta armata. Esso, come si evince dalla lettura della pubblicistica, fu prospettato e analizzato nella stampa della sinistra extraparlamentare. Gli esiti di questo gran parlare di violenza, insurrezione, legittimazione storica della lotta armata, non furono affatto omogenei nei comportamenti e nel modo di agire. Prova ne è che la scelta della lotta armata riguardò solo una parte minoritaria della militanza di nuova sinistra. L’adesione a una prospettiva rivoluzionaria prevedeva in quegli anni l’accettazione implicita della violenza, intesa come strumento a volte necessario per condurre la lotta politica contro la reazione conservatrice e la forza, sovente ai limiti della legalità, delle istituzioni repressive. Ma ciò non volle dire accettare una strategia insurrezionale fondata sulla lotta armata, né predisporsi a costituire o ad aderire a organizzazioni clandestine che tale modalità di lotta già praticavano.4
A tutto questo è da collegare il processo di militarizzazione dei servizi d’ordine, spesso in contrasto tra di loro, che sovente operarono oltre i confini della legalità.
Nel corso degli anni 70, un fattore che legittima la violenza è la diffusione, nella controcultura della sinistra, dell’immagine di uno stato violento e ingiusto, di uno stato, cioè, che ha violato le stesse regole del gioco democratico. La giustificazione più forte per l’uso della violenza viene dalla convinzione che lo stato sia mandante e complice delle stragi di innocenti che hanno insanguinato il nostro paese. Negli anni che seguono alla strage di Piazza Fontana, i militanti vivono nella paura di un colpo di stato autoritario. Qualsiasi sia la reale probabilità che esso si realizzi, i timori hanno un impatto diretto sulla vita degli attivisti della sinistra, non solo radicale. Fra i più radicali si diffonde la convinzione che sia necessario equipaggiarsi per la resistenza. Numerose biografie documentano una identità cospirativa, caratterizzata dalla paranoia del colpo di stato.5
Questo giudizio è confermato da altri studiosi:
L’utilizzazione del terrorismo fascista da parte dello stato è ormai un dato certo, documentato anche nei processi imposti dalla mobilitazione democratica. […] È certo che il disegno che mirava alla svolta autoritaria attraverso un clima di tensione e di paura creato dagli attentati, ha avuto le sue radici in settori delle forze armate, della polizia, dei servizi segreti, degli alti gradi dell’amministrazione statale. I governi democristiani e le forze moderate hanno creduto di poter utilizzare la violenza fascista, soprattutto negli anni dal ’69 al ’74, come strumento di contro-mobilitazione, per controllare le lotte sociali. La violenza di destra ha trovato nell’apparato di stato, e nell’atteggiamento dei governi, coperture, sostegni e complicità che solo lunghi anni di mobilitazione e il coraggio di alcuni magistrati democratici hanno permesso di mettere in luce.6
E quindi l’uso della violenza trovò una sua giustificazione nella situazione politica che si venne a creare a partire dalla fine degli anni Sessanta. Ed è proprio in quel clima di duro scontro politico che nacque e si sviluppò anche il terrorismo di sinistra che svolgerà un ruolo sempre più attivo nel corso degli anni Settanta.
IV. Elezioni e crisi della nuova sinistra
Nel 1972 si tennero le elezioni politiche anticipate in un clima politico estremamente esasperato. Alcune organizzazioni rivoluzionarie decisero di presentare liste separate: Il Manifesto presentò alla Camera come capolista Pietro Valpreda in 28 circoscrizioni, mentre al senato diede l’indicazione di votare PCI; l’Unione dei comunisti italiani si presentò in 23 circoscrizioni; Lotta continua e Avanguardia operaia decisero invece di astenersi, mentre Potere operaio diede indicazione di voto per il Pci o il Psi. I risultati elettorali segnarono il fallimento dei vari tentativi elettorali; neppure Il Manifesto raggiunse il quorum. Persino il PSIUP prese una batosta e si sciolse: una parte consistente dei suoi militanti confluì nel PCI e nel PSI, mentre coloro che non condivisero questa scelta fondarono un nuovo partito: il PDUP che due anni dopo si unirà al gruppo del Manifesto.
Alla debacle della sinistra rivoluzionaria corrispose un rafforzamento elettorale del Pci che proprio all’inizio degli anni Settanta aveva avviato un processo di rinnovamento politico e organizzativo. Nel 1972 venne eletto come segretario nazionale Enrico Berlinguer che l’anno seguente dopo il golpe cileno lanciò la strategia del “compromesso storico”. Secondo lui l’Italia stava vivendo un periodo molto difficile, segnato da una grave crisi economica, dalla violenza terroristica, tra stragi impunite e tentativi di colpo di stato. Per questo motivo era necessario unire per il bene del paese tutte le forze democratiche. In questo modo il PCI si candidava a diventare forza di governo, nel tentativo di condizionare la linea politica della Dc e di scongiurare il pericolo di una svolta conservatrice e reazionaria. Ovviamente i gruppi rivoluzionari condannarono la svolta politica operata da Berlinguer, ma al loro interno incominciavano a emergere i primi segnali di logoramento in seguito all’offuscamento dei miti e dei modelli rivoluzionari. Il 1973 è anche l’anno dello scioglimento di Potere operaio che portò a una ulteriore frammentazione del fronte rivoluzionario, alla formazione dell’area dell’autonomia e al graduale rafforzamento del terrorismo rosso.
Nel 1975 Lotta continua tenne il suo primo congresso nazionale e alle elezioni amministrative dello stesso anno diede indicazione ai suoi militanti di votare PCI, mentre AO e il Pdup composero il cartello elettorale di “Democrazia proletaria” che ottenne un risultato incoraggiante. Alle elezioni politiche dell’anno seguente, alla forte avanzata del Pci corrispose il risultato deludente del cartello elettorale denominato Democrazia proletaria, nato dal difficile tentativo di unire gli spezzoni più importanti della sinistra gruppettara ormai in forte crisi di rappresentanza e profondamente lacerata da spinte interne, in particolare dalla comparsa di un nuovo soggetto politico e sociale, il movimento femminista, che in maniera sempre più dirompente mise radicalmente in discussione i vecchi apparati partitici e le tradizionali gerarchie politiche e sociali assumendo un ruolo sempre più di primo piano nello scenario politico e sociale italiano e internazionale. Lo scioglimento di Lotta continua, avvenuto al secondo congresso nazionale di Rimini del novembre del 1976, rappresentò di fatto il segnale più evidente di una crisi irreversibile e già in atto da tempo dei gruppi minoritari e la fine di un ciclo politico che aveva scompaginato vecchi assetti di potere, il rapporto tra generazioni, tra le classi e di genere, conquistato importanti diritti sociali e civili, ecc. A causa di ciò nel biennio successivo si venne a creare nell’area dell’estrema sinistra un profondo vuoto politico e morale, e in particolare in ampi strati del mondo giovanile iniziò a diffondersi un forte senso di sfiducia, di delusione e di disfacimento che aprì la strada da un lato al cosiddetto riflusso e dall’altro al rafforzamento dei gruppi terroristici. Molti militanti si trovarono di colpo senza punti di riferimento in un quadro economico, politico e sociale per molti versi mutato rispetto al decennio precedente, segnato dalla “politica dei sacrifici” imposta dal governo di unità nazionale, dalla recrudescenza del fenomeno terroristico e dalla dura repressione di uno stato autoritario e liberticida. Il movimento del ’77 se da un lato appare come il preludio a nuove forme di azione collettiva, supportate da un’ondata di creatività diffusa, per altri versi rappresentò l’ultimo fuoco di una stagione politica e sociale che aveva lasciato dietro di sé un cumulo di rovine e di detriti. Anche se ciò può apparire scontato, bisogna ricordare che la fondazione di DP giunse in un momento molto particolare e travagliato della storia della nostra Repubblica, nell’aprile del 1978, cioè nei giorni del rapimento di Aldo Moro da parte delle BR, quando ormai l’onda lunga del ’68-’69 si era completamente esaurita ed era radicalmente mutata la situazione politica nazionale e internazionale rispetto a pochi anni prima, ed erano falliti miseramente tutti i tentativi di costruire nuove formazioni politiche alla sinistra del PCI e del Psi. Da questo punto di vista mi pare che nei protagonisti di quella vicenda abbia prevalso più un senso di continuità che di discontinuità con la stagione precedente. La fondazione di Democrazia proletaria deve essere considerata di fatto come l’ultimo tentativo di creare una sinistra alternativa sulle ceneri della nuova sinistra, un riferimento politico per tutti quei militanti che rifiutavano sia la linea riformista della sinistra storica, sia il nuovo assetto politico ed economico nazionale e il nuovo ordine mondiale e sia la deriva terroristica e il ritorno al privato. Ma bisogna ricordare che è principalmente mancato al gruppo dirigente della nuova formazione politica e ai suoi intellettuali la forza di fare severamente i conti con un ingombrante passato, un’analisi seria e approfondita delle ragioni che avevano causato il fallimento di quelle esperienze teoriche e politiche legate alla cultura comunista e socialista, un vero ripensamento dell’apparato teorico marxista, la capacità di dare vita a un nuovo pensiero radicale, che ancora oggi resta all’ordine del giorno.
V. Riviste e quotidiani della nuova sinistra
Nel corso degli anni Settanta nacque una moltitudine di riviste e di iniziative editoriali di movimento e autogestite, molte delle quali diffuse su tutto il territorio nazionale, non solo nelle realtà metropolitane, ma anche in provincia. C’erano innanzitutto i periodici e i quotidiani delle varie organizzazioni della sinistra rivoluzionaria la cui attività si ispirava ai vari filoni del marxismo e che trattavano in maniera ideologica, dogmatica, dottrinaria e settaria questioni di analisi teorica e d’intervento politico, come «Avanguardia operaia», «Servire il popolo», «La Classe», «Il manifesto», «Potere operaio», «Lotta continua», ecc. Su un versante in parte diverso nacquero le riviste fondate da gruppi di intellettuali per intellettuali, più o meno legate alle organizzazioni della nuova sinistra e alla controcultura, e ricordiamo le più significative: «Re Nudo», «Classe», «La Nuova sinistra» la seconda serie di «Ombre rosse», «L’erba voglio», «Inchiesta», «Primo maggio», «Rosso», «Il Pane e le rose», «A/Traverso», «Il cerchio di gesso» e tante altre ancora, senza scordare i «quaderni piacentini» e una vecchia rivista come «Aut Aut» che in quel periodo trattò tematiche teoriche e filosofiche attigue alla nuova sinistra, le prime riviste femministe «Sottosopra» ed «Effe».7
I nuovi giornali e i nuovi periodici della sinistra rivoluzionari vennero fondati da leader politici e da una nuova leva di giornalisti e di intellettuali fautori di una nuova cultura politica. La maggior parte di essi era autogestita e si reggeva principalmente sulla diffusione militante; pochi trovarono un editore. Proseguiva poi l’uso diffuso del ciclostile per produrre documenti politici e sindacali, testi letterari o di altro tipo.
Nel contesto di quel decennio poi un ruolo molto importante venne svolto dai tre quotidiani della sinistra rivoluzionaria («il manifesto», «Lotta continua» e «Il quotidiano dei lavoratori») per la funzione di critica e di opposizione al sistema capitalistico, al regime democristiano, alla destra fascista e al moderatismo della sinistra ufficiale. Essendo organi di partito, essi seguirono in linea di massima, il percorso e il destino delle rispettive organizzazioni di riferimento.
Bisogna considerare che essi hanno attraversato momenti di grande difficoltà che ne hanno messo in dubbio l’esistenza, ma grazie al sostegno dei loro lettori e dei militanti i loro animatori sono riusciti a mantenerne la presenza, anche se in condizioni abbastanza difficili. Essi svolsero un ruolo particolarmente importante dei veri e propri laboratori teorici e politici, con la creazione di nuove forme di comunicazione politica, un nuovo modo di fare giornalismo, tra polemica diretta e controinformazione, un diverso modo di concepire il ruolo dell’intellettuale radicale in rapporto ai soggetti e ai movimenti sociali.
VI. Conclusioni
La profonda crisi in cui versa la sinistra da tantissimi anni ha relegato in un tempo ormai lontano la cosiddetta “Stagione dei movimenti”, dai più considerata una parentesi della storia del nostro paese e del mondo, tanto più che il potere cerca di rimuovere e liquidare come “anni di piombo” quel particolare periodo di grande partecipazione e passione civile e politica, ma si sa, come ha scritto Piergiorgio Bellocchio, che «chi perde ha sempre torto». E in realtà sono in tanti ad aver pagato a caro prezzo, addirittura con la vita o con l’isolamento, l’adesione agli ideali di profondo rinnovamento che hanno animato quel ventennio della nostra storia repubblicana e del mondo.










































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