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Anticapitalismo

di Figure

mustoOrmai da decenni il concetto di lotta di classe appare insufficiente per le pratiche politiche che si vogliono anticapitaliste. I discorsi più diffusi negli studi accademici e nella sinistra anticapitalista – che si tratti di partiti, sindacati o movimenti – attribuiscono questa insufficienza principalmente a due ragioni. La prima riguarda un cambiamento del sistema produttivo; la seconda l’emersione di nuovi soggetti politici.

Iniziamo dalla prima. Si narra che da quando ha avuto inizio la fase post-fordista l’operaio abbia perso la sua centralità nel sistema produttivo. Esagerando possiamo dire che non ci sono più abbastanza operai sufficientemente concentrati in grandi complessi industriali da poter creare conflitto nei luoghi di lavoro, anche in virtù di una diminuzione del loro potere all’interno della produzione capitalistica.

Di certo questa è un’esagerazione. Fine della fabbrica fordista non significa fine del lavoro operario. Fine del lavoro operaio non significa fine del lavoro. Inoltre, quello di classe è sempre stato un concetto sfuggente e variamente interpretato, ma non si è mai trattato di una semplice constatazione sociologica, dire classe non ha mai solo voluto dire; operai, impiegati, ingegneri, architetti, insegnanti, imprenditori, precari, garantiti e via dicendo. La classe è piuttosto l’indicatore di un rapporto di potere: sfruttati e sfruttatori; padroni e servi; lavoratori e capitalisti.

Il concetto di lotta di classe appare insufficiente per le pratiche politiche che si vogliono anticapitaliste

Tale rapporto evidentemente non si è esaurito nemmeno con il passaggio al post-fordismo, ma sicuramente è mutato.

In primo luogo la sola professione non è più in grado di distinguere la popolazione per reddito e stile di vita. In secondo luogo l’identità di classe ha ceduto il posto a un’identità definita soprattutto dai consumi. In breve, le disuguaglianze restano, ma persone di classi diverse hanno modelli di consumo simili: alla fine anche agli sceicchi piace l’iPhone.

Se faccio l’impiegato per un’azienda di consulenza che conta 10 dipendenti a che classe appartengo? Sono proletario? Lo sono di più del giovane ingegnere civile costretto ad aprire partita iva o del piccolo imprenditore che mette in piedi una pizzeria? Lo sono di meno della badante dell’est Europa o del facchino indiano? Se ci aggiungiamo che magari alla sera ci guardiamo le stesse serie tv americane diventa ben difficile tracciare i confini di classe. Infine, ci ficchiamo in mezzo pure la globalizzazione e prendiamo in considerazione le condizioni di lavoro in stati da cui compriamo merci a basso costo; il caos è totale.

Forse l’identità di classe appariva più chiara a metà Ottocento, ma l’organizzazione della lotta di classe non è mai stata naturale e spontanea, nemmeno nei momenti di più acuto conflitto. Infatti il concetto di classe indica non solo un rapporto, ma anche un processo di appropriazione politica della propria parzialità. Il rapporto di sfruttamento crea le potenzialità del conflitto e il conflitto contrappone le classi. È questa stessa contrapposizione a chiedermi di assumere un’identità di classe, ossia di scegliere da che parte stare. Eppure, potrei pur sempre decidere di non ascoltare questa voce e di schierarmi contro i miei. Nonostante non sia scomparsa, oggi però la classe non pare sufficiente alle politiche anticapitaliste: sono cambiati i contesti di lavoro e i modi di vita. I concetti di cui ci serviamo e le pratiche che mettiamo in atto spesso faticano a centrare il punto: «“siamo nei tornanti della storia”, “stiamo vivendo tempi interessanti” ci sono tanti modi di dire per girare in positivo il fatto che nessuno ci sta capendo niente di questa fase, l’unica cosa che si capisce è che serve una sperimentazione».

In sintesi ragioni di ordine politico, ma anche materiali (l’organizzazione del sistema produttivo), consentono a una parte di proporsi come soggetto emancipatore per tutta l’umanità. Svelato il processo con cui si genera e perpetua lo sfruttamento è possibile individuare un soggetto che metta fine al dispositivo di sfruttamento chiamato capitalismo. A un certo punto, però, questa rivendicazione sembra perdere il suo potere universale. Infatti, la seconda ragione che ha concorso a ridurre il peso della classe rispetto ad altri fattori – ritenuti gli assi portanti su cui scorre l’ingiustizia – è l’emersione di altri tipi di rivendicazioni. L’immagine del cambiamento balza agli occhi fissando l’attenzione su un’ipotetica figura di operaio comunista a cavallo tra anni ’50 e ’60. L’operaio in questione poteva essere comunista, odiare i padroni e lottare contro lo sfruttamento capitalista. Nello stesso tempo poteva farsi gioco del ragioniere «frocetto» e infuriarsi con la figlia «puttana» rimasta incinta del giovane operaio «terrone»: il marxismo dei sindacati e dei partiti comunisti non è stato esente da sessismo e pregiudizi. Le battaglie di genere e razza hanno dovuto spingere, a volte sgomitare, per trovare uno spazio di legittimità tra chi diceva di voler liberare tutta l’umanità dal giogo della disuguaglianza. Aggiungiamoci: la fine dell’URSS; il dovere di fare i conti con le repressioni delle dittature comuniste; il venire meno di un orizzonte di socialismo reale; l’irrompere sulla scena della figura del migrante. È chiaro che l’anticapitalismo ha dovuto ripensarsi.

Le battaglie di genere e razza hanno dovuto spingere, a volte sgomitare, per trovare uno spazio di legittimità tra chi diceva di voler liberare tutta l’umanità dal giogo della disuguaglianza

Oggi quindi alla classe vanno affiancati genere, razza e orientamento sessuale; oltre ad altre categorie che denotano altri assi di oppressione; si pensi semplicemente al movimento LGBTQIAPK+ che ne interseca diverse. Nell’ultimo anno abbiamo avuto modo di confrontarci con molti attivisti di gruppi, associazioni, movimenti, partiti.

Noi stessi siamo impegnati in più fronti. Nei nostri incontri ci siamo relazionati con chi si concentra su una questione, chi vorrebbe che una fosse gerarchicamente più importante di altre (la classe! Il genere!), chi prova ad affrontarle tutte e non accetta supremazie. Quel che ci sembra evidente è che sul fronte dell’anticapitalismo si naviga a vista: «non sai bene su che nodo battere»; «certe cose non le capiamo e bisognerà sforzarsi di capirle, intanto però si prova e si riprova»; «devi stare dentro quel che si muove e poi si vedrà».

Assumiamo lo spaesamento come punto di partenza e saltiamo a piè pari i dibattiti teorici (e spesso di principio) in cui si propongono varie ricette per il proprio universale (o particolare) anticapitalismo: marxista, femminista, anti-razzista ...

 

Verona

Dal 29 al 31 marzo si svolge il Congresso Mondiale delle Famiglie, l’ultra destra cerca il consenso con la demagogia conservatrice. Il 30 marzo decine di migliaia di persone riempiono la città per una contro-manifestazione. Il corteo è guidato da NonUnaDiMeno, il movimento trans-femminista, oltre che il movimento politico più partecipato, composito e diffuso sul piano internazionale degli ultimi anni. Alla giornata partecipa tutta la sinistra anticapitalista italiana e non solo: gruppi politici, associazioni, centri sociali, partiti, sindacati. La disputa è complessa e stratificata. Da una parte abbiamo un classico contrasto partitico tra la destra italiana a guida leghista e il M5S in cui si mette di traverso anche il PD, all’orizzonte ci sono le elezioni europee e la battaglia mediatica e simbolica per far incetta di voti. Al centro abbiamo il “DDL Pillon” che introduce modifiche nell’ambito del diritto famigliare, in materia di separazione e affido. Dall’altra parte abbiamo il femminismo, che a sua volta si gioca più partite. Una riguarda l’opposizione secca al DDL; l’altra la possibilità di ribattere sui temi femministi che in tutto il mondo subiscono l’attacco dalle forze della reazione: basta pensare che alcuni stati degli U.S.A negli ultimi tempi hanno pesantemente ridotto il diritto all’aborto, in alcuni casi arrivando persino ad eliminarlo. A tutto ciò va aggiunta la possibilità stessa di sfruttare tali occasioni per vitalizzare il movimento anticapitalista, le sue rivendicazioni e le sue pratiche.

Se ci concentriamo su tale vicenda vediamo una manifestazione composita di moltissimi soggetti politici che vincono una battaglia: già la sera si intuisce che il “DDL Pillon” verrà ritirato. Ma se lasciamo che la polvere della zuffa si diradi e torniamo a vedere la complessità della giornata ci restano più domande che risposte.

Innanzitutto il movimento anticapitalista ha vinto la sua battaglia con un alleato improbabile, il M5S che ha potuto giocarsi la manifestazione contro la Lega. Ricordiamo che la Lega sosteneva il congresso, mentre Di Maio – in un suo vago spostamento a sinistra – lo bollava come «ritorno del Medio Evo». Poi – a qualche giorno di distanza – sarà chiaro che la questione non è stata risolta definitivamente, ma solo rimandata. Il decreto sarà ancora discusso, forse smembrato in pezzi e fatto passare un po’ alla volta.

La mappa che ci si presenta davanti è confusa, appare sfocata e macchiata, troppe linee si incrociano, non si capisce come arrivare a destinazione. Forse nemmeno la destinazione è chiara.

Diciamo, per cominciare, che la partita non è chiusa, ma già sapevamo che una giornata – per quanto bella e partecipata – non può essere risolutiva. Quando, però, abbiamo capito che una piazza è riuscita a respingere un decreto legge ci siamo riempiti di gioia, poi è subentrata la perplessità. Né la Lega né il M5S sono considerabili validi interlocutori, eppure il decreto è stato ritirato perché questi partiti hanno subito la pressione della manifestazione e dell’opinione pubblica. Il problema è allora quello del dialogo o meno con i partiti. In piazza, ai partiti (per certi versi alleati) che sfilavano con il movimento, è stato vietato l’utilizzo delle bandiere, questo per evitare che qualcuno potesse far campagna elettorale attraverso la manifestazione. Il nodo però resta da sciogliere, l’anticapitalismo si relaziona ai partiti e cerca un interlocutore abbastanza valido? oppure nega il dialogo con le istituzioni, in quanto parte integrante e costituita del sistema? Forse il binarismo non è la migliore delle strutture di pensiero. Un interlocutore può esserlo anche solo per istanti e su obiettivi puntuali, si possono quindi cercare accordi. Così però non si rischia la via riformista e integrata al sistema stesso? Alcuni risponderebbero che il miglior esempio di società che abbiamo avuto è stato dato dalle social-democrazie del nord Europa, che erano – appunto – riformiste. Eppure queste sono state possibili anche per lo spettro del comunismo sovietico che ha indotto i governi a tutta una

serie di compromessi. Insomma, in campo ci sono degli attori che le leggi le fanno e le applicano. Non possiamo raccontarci di essere riusciti a proporre una, neanche minima, alternativa; abbiamo resistito a un inasprimento – sancito per legge – del patriarcato. Nonostante ciò l’orizzonte a cui tendere resta la rivoluzione e il fine del movimento anticapitalista è chiaramente fuori dai confini dello sguardo; richiede la lunga durata.

L’anticapitalismo si relaziona ai partiti e cerca un interlocutore abbastanza valido? oppure nega il dialogo con le istituzioni, in quanto parte integrante e costituita del sistema? Forse il binarismo non è la migliore delle strutture di pensiero

In cosa consiste allora la lunga durata? Forse nel riuscire a essere così tanti da prendere il potere; alcuni direbbero che non val la pena far tanta fatica solo per cambiare un Potere costituito con un altro. Abbiamo, infatti, già imparato che i rivoluzionari quando prendono il potere diventano dittatori. Allora qualcuno dice che la rivoluzione è una processualità permanente, il cambiamento è la stessa azione che vuole produrlo. Forse la rivoluzione, intesa come stravolgimento che avviene in un istante bloccando il tempo e invertendo il corso della Storia, non esiste. Potrebbe essere che la contrapposizione stessa tra i concetti di riforma e rivoluzione sia solo un feticcio, ereditato dal passato e vecchio di cent’anni. Alcuni suggeriscono che il nuovo rivoluzionario ha il tempo del cambio lento delle generazioni, e cioè della diffusione delle idee, di prodotti artistici e culturali, della contaminazione tra stili di vita e modi di vedere il mondo.

A questa visione altri rispondono che il capitalismo ha una sua intelligenza, collocata in un sistema nervoso, a trasmissione rapida di impulsi, capace di costituire l’essenza stessa del Potere. Assistiamo alla capacità di tale intelligenza di relazionarsi a chi le intralcia la strada assumendo dalla propria parte gli avversari più pericolosi; per tutti gli altri si applica alternativamente la tolleranza e la repressione. Avremmo davanti un’animale il cui cuore, pompando, ci costringe a percorrere il suo stesso apparato circolatorio portandogli quotidianamente l’ossigeno di cui ha bisogno. Pensare di mutare la bestia lentamente vuol dire comportarsi da progressisti liberal-democratici? Forse servono allora strutture organizzative, reti, relazioni, obiettivi in grado di farci far coagulo. Serve l’infarto?

Dopo l’infarto, però, come gestiamo la complessità del vivere insieme? Le domande riprenderebbero qui in modo circolare, scivolando verso l’ozioso. Le biblioteche universitarie, le riviste e i siti della sinistra radicale traboccano di risposte, più o meno brillanti. I riscontri veri però si hanno nelle pratiche politiche quotidiane. La questione alla fine è una e netta: cosa significa essere anticapitalisti? Il che vuol dire riuscire a trovare il modo per mettere fine a quel mondo di ingiustizia, falsità e vuoto esistenziale che riassumiamo nell’idea di capitalismo. Interroghiamoci su noi stessi, sulla nostra idea di soggettività umana, sulle nostre pratiche, sui discorsi che facciamo, sui modi di organizzarci e di immaginare la liberazione. Riflettere bene sulla mappa serve a orientarsi, altrimenti si rischia di allontanarsi dalla meta e finire dritti tra le fauci della bestia.

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Comments

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Franco Trondoli
Sunday, 10 November 2019 22:50
[quote name="Mario M"][quote name="michele castaldo"] perché si teorizza quel che è passato, non il futuro. [/quot[censored] Mario M, scusa se mi permetto , ma tu che sei una bella mente tecnico-scientifica , dovresti cercare di leggere i libri sulla Tecnica, e non solo, del Filosofo Francese Gilbert Simondon. In Italiano c'è poco, ma quanto basta per incominciare. Sarà molto importante in futuro. E' praticamente sconosciuto in Italia, ma in Università nonostante tutto diversi studenti lo studiano. Consiglio anche Bernard Stiegler, forse più di tutti." La Società Automatica" e' il libro che consiglio a tutti. Credetemi, ne vale la pena. Da ognuno secondo le sue possibilità. Io ne ho poche. Un Abbraccio a tutti.
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Mario M
Sunday, 10 November 2019 22:15
Quoting michele castaldo:
perché si teorizza quel che è passato, non il futuro.


Sono d'accordo. Anche le teorie scientifiche arrivano dopo le conquiste della tecnica: la metallurgia e la polvere da sparo sono antecedenti alla formalizzazione della chimica fatta da Lavoisier, la leva e le barche venivano utilizzate ben prima delle scoperte teoriche di Archimede, i fratelli Wright costruirono l'aereo e poi vennero le teorie sull'aerodinamica, lo sfruttamento dell'energia atomica fu resa possibile grazie a un susseguirsi di prove sperimentali, e la famosa equazione di Einstein c'entra poco.
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Mario Galati
Sunday, 10 November 2019 19:30
Carlo Rao dice giustamente che non bisogna avere paura a mettere in discussione schemi consolidati, ma, come dice Alsob, ciò non comporta l'automatica falsificazione di quegli schemi. Bisogna verificare se sono ancora validi oppure no.
A Michele Castaldo dico che so per certo due cose. La prima è che so di non sapere di Epicuro, Lucrezio, Giordano Bruno e Marx. La seconda cosa che so con certezza è che Michele Castaldo non mi può insegnare nulla su di loro.
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Franco Trondoli
Sunday, 10 November 2019 13:14
Per quanto mi riguarda, penso che l'abitudine o la pretesa di dire sempre il proprio punto di vista non sia una buona cosa. Ogni tanto si può, ma sempre forse no. Ma ripeto, lo dico riferito a me. Io , tra sicurezza e dubbio, scelgo il dubbio. Per me , la sicurezza e' statica e trascendente. Il dubbio e' dinamico e immanente. Il dubbio e' correlato al non sapere ? La certezza no ?. Chi è certo possiede il sapere ?. Siamo sicuri di questo ?. Vedo che , per esempio, il cosiddetto modello neoclassico viene giustamente criticato, ma domando: non e' il più sicuro di se stesso ?, nel nostro mondo ?. Marx ha dubitato delle questioni del Suo tempo ?, o no ?. Vogliamo Mummificare Marx ?. Penso che Lui non sarebbe contento. Cordialmente.
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michele castaldo
Sunday, 10 November 2019 12:31
Per Alsob
E' proprio vero che non c'è peggior sordo di chi on vuol sentire. Come a leggere nei miei scritti la predeterminazione? Solo la volontà a non voler capire che l'uomo è materia come ogni altra specie in natura e obbedisce a regole di rapporti impersonali fra gli uomini.
Tutti quelli che pensano che l'uomo è altro, sono metafisici.
Michele Castaldo
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AlsOb
Sunday, 10 November 2019 12:07
Michele Castaldo le scienze umane e quelle matematiche e fisiche non sono la stessa cosa.
La credenza in una blasferma perversa provvidenza divina per cui tutto accade secondo "legge" e rappresenta il migliore dei mondi possibili è solo una ultima e dannosa metafisica.
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AlsOb
Sunday, 10 November 2019 11:22
Carlo Rao nonostante suggerisci alcune problematiche che meritano attenzione, come anche altri anno notato, nondimeno lo fai in modo un poco equivoco e confuso per coinvolgere categorie scientifiche che sono valide e che non sono strettamente parte del problema. Cioè a partire da legittimi interrogativi finisci per suscitare falsi dubbi, questionare categorie valide, che non mostri di dominare adeguatamente e quindi di andare nella direzione sbagliata

La differenza tra il modello ideologico neoclassico (liberista) e quello classico non sta tra simultaneità e sequenzialità (il modo in cui viene usato o abusato il linguaggio matematico indica la differenza di prospettiva, ma elementi di matematica dinamica sono presenti), ma nel punto di vista adottato, il primo ideologico, antiscientifico, statico, fuorviante riferito a una equivoca immaginifica nozione di equilibrio, il secondo corretto e scientifico, basato sul concetto di surplus e accumulazione e pertanto dinamico.

Il concetto di salario di sussistenza è storico in Marx perciò dato il regime di accumulazione e progresso tecnologico molte merci inclusa una o due automobili per esempio possono rientrare nella quantità di salario percepita e considerata minima. Ciò senza che si verifichi alcun fantasioso cambiamento di paradigma.
Il fatto che il progresso tecnologico non sia andato a beneficiare i salari rappresenta un problema oggi, quando l'indebitamento privato è stato utilizzato come surrogato per stimolare la domanda effettiva (e schiavizzare addizionalmente).
Il regime di fiat money ha inoltre permesso più agevolmente alle potenze imperialistiche di appropriarsi delle risorse e cavare il sangue dagli schiavi periferici per garantire una sussistenza più elevata al centro.

Le classi sociali sono definite dal modo e dai rapporti oggettivi di produzione, che i membri ne siano consapevoli o meno, e il livello del reddito può esserne un indicatore, ma non riconfigura quei rapporti.

Il capitalismo contemporaneo si può definire finanziario non per assumere la forma di capitale fittizio, che non vuol dire nulla, ma per lo stadio di accumulazione finanziaria raggiunto, per il massiccio livello di capitale fittizio creato, che subordina o sussume in modo esponenziale il processo reale di produzione, cioè non solo il formale domina ma tende a apparire in ogni sfera come mero D-D', non come D-M-D'.
Si veda da ultimo la vendita della fiat ai francesi, i capitalisti si rafforzano come azionisti finanziari, possessori e proprietari di capitale finanziario che deve garantire una cospicua rendita ogni anno. Il capitale reale e schiavi possono restare invisibili nel tempo e misura in cui vengono spremuti e plasmati senza alcun limite per generare dividendi
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michele castaldo
Sunday, 10 November 2019 07:27
Mario Galati, che poco sa di Epicuro e Tito Lucrezio Caro, ancor meno di Giordano Bruno e del Moro del Capitale, farebbe bene a interrogarsi sul rapporto tra la teoria rivoluzionaria "marxista" (Marx non si riteneva un marxista) e i fatti, ovvero la storia per come si è realmente svolta. Ma innanzitutto dovrebbe capire che non può esistere una teoria della rivoluzione, perché si teorizza quel che è passato, non il futuro. Mentre l'analisi del movimento della materia sociale - in questo caso del modo di produzione capitalistico - ci fornisce gli strumenti per comprendere linee di tendenze obbligate e ci fa capire che il capitalismo non è eterno, ma che non può essere sovvertito dalla volontà volontà (quello che cercava di dire lo stesso Lacan), ma dalle sue stesse leggi di funzionamento. Questo vuol dire Epicuro, Lucrezio, Bruno, ovvero il movimento quale espressione delle leggi oggettive della materia. Che muove perciò da sé stessa. Ma chi è abituato a guardare il proprio ombelico come il centro del mondo non guarda il mondo e si bea ad accarezzarlo con il polpastrello dell'indice della mano sinistra.I risultati li abbiamo sotto gli occhi.
Michele Castaldo
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carlo rao
Sunday, 10 November 2019 04:03
Molti e interessanti spunti e suggestioni: richiederebbero ben altro spazio, ma ci provo a reagire agli stimoli. Concordo su un punto fermo di Franco Trondoli, laddove nota che “Nulla vieterebbe ai soggetti reali...organizzarsi o mobilitarsi secondo le loro volontà”, dato che è ragionevole ritenere che alla percezione di sé come classe contribuiscono molteplici fattori che poco hanno a che vedere con il meccanicismo con cui alcuni marxisti interpretarono Marx. Ricordo in proposito antiche discussioni sul ruolo del PARTITO nella lotta di classe, inteso da alcuni come il luogo deputato a mettere in sintonia e indirizzare il determinismo della crisi del Capitale (aumento della composizione organica) da un lato, con la volontà proletaria di sovvertire l’ordine costituito dall’altro. Il contributo di Lenin, in pratica. O, se vogliamo, l’incontro spesso ambiguo di sindacalismo e lotta di classe.
Mario Galati nota che i salariati congolesi non hanno accesso al credito, ed ha ragione! In effetti la mia congettura sul passaggio epocale dai rapporti di produzione ai rapporti di reddito nella definizione delle classi sociali si basa non solo sulle aree del capitalismo più sviluppato, ma tra queste in particolare dove da più tempo il capitalismo si è affermato, come nell’area europea e negli U.S.A. In queste zone a capitalismo maturo l’accesso al credito ha di fatto inserito i salariati nel mondo del >capitale fittizio< , dove il salario futuro, o differito, non esiste come valore immanente, concreto, ma è appunto una opzione sul futuro, o meglio una scommessa sul futuro: il lavoratore sarà in grado di pagare il mutuo per la casa nei prossimi 22 anni? Scommettiamo di si. Questo meccanismo, e altri simili, non lo sottovaluterei ai fini di comprendere cosa è oggi la lotta di classe, e soprattutto cosa potrà essere in futuro. Un buon numero di quelli rimasti scottati con Banca Etruria erano lavoratori salariati che avevano acquistato obbligazioni impegnando la loro liquidazione, quindi avevano indirizzato una quota di risparmio in strumenti finanziari sperando che procurassero un profitto futuro. I “vecchi” marxisti solo a sentire la parola “risparmio” associata ai lavoratori salariati si sarebbero messi a ridere. Tutto ciò non vuol dire che sono venute meno le ragioni del conflitto, prova ne sia che la risposta alla crisi scoppiata nel 2007 si è in gran parte basata sulla compressione dei salari, diretti e indiretti (servizi sociali), quindi la dinamica salariale condiziona ed è condizionata dalle aspettative di profitto dei capitalisti. Il conflitto è reale, ma forse dobbiamo capire dove si colloca, se in fabbrica o altrove, ed in tal senso il tema preliminare dovrebbe essere: in base a quali parametri oggi si definiscono i valori monetari effettivi di salari e profitti, e per quest’ultimi in base a quali criteri si stabiliscono i tassi d’interesse?
In generale ammetto volentieri che non ho risposte definite e inattaccabili (e ci mancherebbe!), spero solo di contribuire a che non si abbia paura a mettere in gioco i vecchi schemi interpretativi; vediamo se essi consentono di spiegare la situazione attuale in dettaglio, e se la verifica sarà positiva tanto meglio, ma non diamolo per scontato in partenza.
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Mario Galati
Saturday, 09 November 2019 23:44
È curioso come i credenti nei misteri della fede di entità superiori e indipendenti dall'azione e dalla volontà umane (anche quando queste entità non sono altro che la loro espressione, seppure dialetticamente condizionata); i credenti nella Befana o in Babbo Natale, o in Pandora, a seconda della qualità dei doni che essi portano agli umani; o nel Moloch; o in Dio che tutto vede e provvede senza tollerare interferenze umane; i credenti idolatri che si sottomettono piamente rassegnati, supplicanti e speranzosi ai suoi voleri indiscutibili; è curioso, dicevo, come costoro proiettino sui miscredenti la loro idolatria e il loro feticismo, accusandoli di non credere alla vera Befana e al vero Babbo Natale (i loro). La ripetizione di un mantra, la ripetizione ossessiva e ipnotica che la realtà è ciò che è e che bisogna aspettare che decida di cambiare da se stessa, viene spacciata per lettura scientifica oggettiva della realtà umano-sociale, mentre non è altro che inutile pseudoscienza, la cui funzione nociva è l'apologia dell'esistente.
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