
La crisi calcistica italiana
di Eros Barone
A prima vista, sembra semplice: un gran prato rettangolare, ventidue giovanotti in uniformesommariamente araldica, una palla di cuoio, due reti alle estremità del rettangolo; la contesariguarda chi e quante volte riesce a mandare quella palla nell’una o nell’altra rete, superando, conl’astuzia o la mera brutalità, la resistenza della banda avversa. È domenica, dappertutto c’è genteche non sa cosa fare; pigramente, qualcuno “va alla partita”; paga il biglietto, si diverte, ammira,deplora, commenta, torna a casa. Oh no, non è così semplice. Forse le cose stanno a quel modonell’empireo, dove è sempre domenica, e si è sempre pigri, felici e virtuosi. Ma si veda, ad esempio,la partita da un punto di vista sociologico: sul prato ventidue ragazzotti incolti e milionari sicontendono una palla, mentre sulle tribune migliaia di salariati e stipendiati urlano e ondeggiano.Parrebbe una immagine rudemente didattica della lotta di classe. Una volta tanto i gladiatori sonofacoltosi; alla fine dell’incontro, come usa, gli sconfitti verranno sveltamente sterminati. A questomodo, non senza sano divertimento, si elimina una classe sociale, dopo averla pubblicamentedegradata a oggetto di ilare ludibrio. Ma nemmeno questa descrizione pare esauriente. Il pubblico,infatti, è diviso in settori favorevoli alla soppressione fisica dell’uno o dell’altro gruppo digiocatori; di rado, come sarebbe ragionevole, di entrambi. Dunque, al furore mercenario checontrappone le due schiere, un altro corrisponde sulle tribune, del tutto gratuito, e pertanto nonprivo di caratteri nitidamente demenziali. Infatti, col procedere della partita gli spettatori sempremeno ricorrono alle parole, noiosamente dilatorie, e si esprimono per berci corali, digrigni,esplosioni di bave, per concludere nell’esercizio di un’elementare violenza.
Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita.
Quando la nazionale di calcio italiana si qualificava per i campionati mondiali, esplodeva immancabilmente un giubilo popolare che le massime autorità dello Stato, il governo e il sistema dei ‘mass media’ si affrettavano a convertire in una potente arma di distrazione rispetto alle molteplici crisi di un paese più che mai bisognoso di fare del calcio, come sempre avviene con l’uso politico di questo enorme apparato ideologico e spettacolare, un anestetico, per un verso, e un eccitante, per un altro verso: il tutto all’insegna di un “surrealismo di massa” in cui lo sventolio delle bandiere tricolori si accompagnava alle sponsorizzazioni pubblicitarie dei protagonisti dell’‘impresa calcistica’ (nella duplice accezione di vittoria conseguita in una gara internazionale e di stimolo all’espansione dei ‘faux frais’ del capitale in funzione anticiclica).
Sennonché, con la recente, bruciante sconfitta della nazionale a opera della Bosnia e la conseguente esclusione, per la terza volta consecutiva, dai mondiali di calcio del 2026, il periodo più nero del calcio italiano ha raggiunto, a giudizio degli esperti, i ragguardevoli confini cronologici del ventennio (2006-2026). Nel frattempo, eziologia della sconfitta calcistica ed elaborazione del relativo lutto stanno già intristendo la scena dei ‘mass media’. «Ma la nazionale non è la nazione», sentenzia perentoriamente chi si preoccupa delle analogie che molti hanno cercato di istituire tra esiti calcistici ed esiti socio-economici. La verità è però che il calcio italiano attraversa da tempo una crisi strutturale che non riguarda soltanto la nazionale, ma l’intero sistema. Senza contare che vi è anche un altro elemento che spesso viene trascurato: l’Italia sportiva non coincide più soltanto con il calcio. I dati federali confermano con chiarezza la legge dell’ineguale sviluppo che caratterizza lo sport italiano: nel 2025 la Fitp, la Federazione italiana tennis e padel, ha superato la Figc, la Federazione italiana gioco calcio, nei ricavi complessivi.
Parimenti, in polemica con chi ha scritto che «la nazionale è lo specchio della nazione» qualcun altro sarà tentato di enunciare il seguente dilemma: «Ha davvero senso usare la nazionale come metafora del paese? La risposta è senz’altro no», e lo proverà attingendo conferme dalla storia e tenendo d’occhio i processi attuali: «A consigliarlo dovrebbero essere innanzitutto i precedenti. Abbiamo vinto due titoli mondiali consecutivi nel 1934 e nel 1938. Dobbiamo concluderne che la seconda metà del Ventennio è stato il più sfolgorante momento di storia patria?».
Tuttavia, sembra difficile negare che vi sia qualche buona ragione a sostegno della tesi della corrispondenza tra andamento calcistico e corso socio-economico del paese, tesi che affiora sotto traccia nei commenti circa la deludente ‘performance’ della nazionale di Gattuso. Osservo, d’altronde, che non mi pare che l’Italia attraversi uno dei suoi momenti migliori. Forse, ammesso e non concesso che le vittorie (o le sconfitte) calcistiche siano una metafora della ripresa (o del declino) del nostro paese, potrebbero essere considerate almeno una sineddoche. Forse sono solo una coincidenza. Una cosa però è certa, anche a non voler rammentare la sarcastica battuta di Winston Churchill, secondo il quale gli italiani vincono le partite di calcio come se fossero delle guerre e perdono le guerre come se fossero delle partite di calcio: un buon numero di quei ragazzotti, pagati a peso d’oro e vezzeggiati dalla stampa e dalla tifoseria, tutto sembrano, con i loro osceni tatuaggi (escluse le debite eccezioni), tranne che dei professionisti degni di stima e di rispetto (per intenderci, all’altezza di un Dino Zoff o di un Gigi Riva).
Dopodiché, se vi è un elefante nella stanza non si può far finta di non vederlo: si chiama “inverno demografico”. L’Italia è un paese anziano, che, secondo l’Istat, conta al 1° gennaio 2026 una popolazione residente pari a 58 milioni 943 mila persone, con un’età media di 47,1 anni. In un quadro siffatto i ragazzi fino a 14 anni rappresentano appena l’11,6% del totale, mentre le persone sopra i 65 anni sono il 25,1%; le nascite nel 2025 sono state 355 mila, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Eurostat conferma inoltre che l’Italia è il paese dell’Unione Europea con la quota più bassa di bambini e preadolescenti, il 12,2%, e con una delle età mediane più alte, pari a 48,7 anni. Questa è la base materiale della crisi calcistica, naturalmente, ma è anche una variabile strutturale che nessun discorso tecnico può permettersi di ignorare.
Per chi è cresciuto fra l’oratorio e il campetto di calcio (spesso coincidenti), il pallone era parte integrante naturale del pomeriggio. Se il campetto non era disponibile, si giocava dappertutto: in piazza, nei giardini pubblici, per strada, con due oggetti qualsiasi a fare da porta. Oggi, soprattutto nei grandi centri, questa pratica estemporanea è molto meno visibile: l’Istat certifica che nel 2024 il 37,5% della popolazione di 3 anni e più ha praticato sport nel tempo libero, ma lo stesso Istat registra anche che il 32,8% è del tutto sedentario e che il 25,4% dichiara di aver interrotto una pratica sportiva svolta in passato. Insomma, se cresce la pratica, crescono anche la sedentarietà e le interruzioni, il che significa che riproducendo gli stessi meccanismi non si possono pretendere risultati diversi. Si tratta infatti di meccanismi che costituiscono, nel campo specifico dello sport, il corrispettivo dei rapporti di produzione capitalistici. In una parola: attorno al calcio gravitano soldi, consenso, potere mediatico e rendite enormi. Ciò spiega perché tale campo non può essere trattato come un territorio sottratto al giudizio politico.
Ma vi è di più: mai come in questi ultimi decenni, a partire dal calcio per giungere alla politica, la classe dirigente italiana è riuscita a battere sulla scena mondiale, per la totale mancanza di stile, di coerenza e di correttezza che ha contraddistinto i suoi esponenti, ogni possibile primato di sciatteria, se non di antipatia. Occorre allora cercarne le ragioni (la modernizzazione tardiva, l’antico vizio del trasformismo politico, un “imperialismo straccione”, una intellettualità, quando non distratta, mimetica e servile, la debolezza ideologica del movimento operaio) e impegnarsi a invertire una tendenza che è, da tutti i punti di vista, semplicemente rovinosa. Del resto, la catena di affarismo, corruzione, illegalità, violenze, abusi, frodi e soprusi, rivelata a suo tempo dalle inchieste della magistratura, ha dimostrato in modo inequivocabile che il calcio è, in quanto apparato ideologico di Stato vòlto a diffondere i ‘valori’ della competizione selvaggia, della flessibilità, della precarietà, della venalità mercenaria, del nazionalismo e del razzismo, un’industria che appartiene organicamente al sistema capitalistico di produzione, di scambio e di consumo. È ormai evidente che l’organizzazione capitalistica del calcio, segnatamente nel nostro paese, ha ucciso il calcio come sport fondato sul piacere e sulla socializzazione, così come sui valori della competizione congiunti con quelli del rispetto e dell’amicizia.
Tale organizzazione si fonda invece sui due meccanismi più odiosi del sistema capitalistico: da una parte, un apparato che ricerca il massimo profitto (i dirigenti e gli stessi giocatori non si fanno scrupolo né di ricorrere a società ‘off-shore’ in paradisi fiscali al fine di riciclare il denaro sporco, né di corrompere, ricattare e intimidire gli arbitri, né di intrallazzare all’interno dei club, né di finanziare il doping, né di lucrare sui diritti televisivi e su ogni tipo di ‘marketing’, né di organizzare giri di scommesse clandestine); dall’altra, un’ideologia fondata sui princìpi del superuomo, della forza, della violenza e, nel contempo, su uno spirito di prevaricazione che unisce la sguaiataggine al teppismo (tanto che nessuno si stupisce se, da un capo all’altro dell’Europa, i ‘commandos’ di tifosi più duri e aggressivi rivendicano esplicitamente concezioni razziste e legami con l’estrema destra nazifascista).
Dal canto loro, le diverse “famiglie” del pallone e le stesse istituzioni ai diversi livelli (Fifa, Uefa, Coni, Figc) sono immerse nell’affarismo fino al collo. In realtà, dietro le quinte di uno spettacolo così bello, che entusiasma centinaia di milioni di persone, opera, come un tumore che genera continue metastasi, il capitalismo mafioso. La mia esperienza personale, identica a quella di tanti altri ragazzi (perlomeno fino agli anni Novanta del secolo scorso), è stata quella di chi ha giocato a calcio in mezzo alla strada, con gli amici, per il gusto di farlo, provando sempre una gioia incontenibile. Sono convinto che il calcio appartiene anche e soprattutto a chi lo ha vissuto così, prima ancora che a chi vi si dedica professionalmente e a chi lo gestisce. Era un gioco per natura cooperativo, per vocazione immediato, universale nella sua meravigliosa semplicità.
L’imputridimento dell’apparato calcistico mostra invece fino a che punto sia arrivato nel nostro paese il processo di decomposizione della società capitalistica. Per queste ragioni, le forze sane, che pure esistono nelle istituzioni, potranno soltanto curare i sintomi (e bene spesso nemmeno quelli), ma non potranno minimamente incidere sulle cause della malattia che ha colpito questo gioco. Per usare un paragone letterario, la condizione attuale del calcio italiano fa venire in mente quel personaggio il cui volto, illuminato un tempo dalla tersa e pura bellezza della gioventù, si trasforma progressivamente, nel dipinto che ne ritrae la metamorfosi involutiva, in una maschera segnata dalla bruttezza e dal disfacimento. La crisi calcistica italiana sembra ricalcare, esattamente come accade nel romanzo di Oscar Wilde, lo stadio finale di quella metamorfosi ad un tempo materiale e morale, etica ed estetica, che deforma il ritratto giovanile di Dorian Gray e lo rende tanto irriconoscibile quanto irrecuperabile.









































Comments
Si è davvero singolari solo quando si è in molti.
Questo hanno creato i grandi artisti del calcio.
Maradona, Pelé, Cruijff, Ronaldinho.
Gli altri un gradino sotto.
Cordiali Saluti