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Dopo Rosarno

di Alessandro Leogrande   

Nessuno aveva previsto la rivolta dei braccianti di Rosarno. Non l’avevano prevista in Calabria, né altrove. E ha sorpreso, per l’intensità, anche chi ha visto in questi anni accumularsi nel sotto-mondo dei braccianti stranieri tensioni, sfruttamento, ingiustizie varie, alienazione senza che una miscela tanto esplosiva detonasse. Ora la detonazione c’è stata, e non riguarda solo la Piana di Gioia Tauro, un paese di sedicimila abitanti che fonda la propria economia sulla produzione di agrumi e i duemila africani che ne costituiscono la forza-lavoro sottopagata. Riguarda l’interno Mezzogiorno d’Italia. È un fuoco, quello rosarnese, che potrebbe propagarsi anche altrove. E riaccendersi, allo stesso modo, improvvisamente.

Per usare un’espressione pasoliniana, il Sud agricolo ha vissuto negli ultimi vent’anni una profonda “mutazione antropologica”. Lontano dalle luci della città, le campagne si sono pienamente globalizzate. Oggi si presentano come un insieme di campi e borgate agricole deterritorializzate, in cui i cafoni di un tempo non ci sono più: sono stati sostituiti da lavoratori stranieri, uomini e donne che vi si soffermano pochi mesi, a seconda dei tempi della raccolta. I nuovi cafoni sono molto spesso stagionali puri, raramente diventano residenti. Quando lo fanno, finiscono per costruire come a Rosarno o a Rignano Scalo, in Puglia, delle vere e proprie baraccopoli ai margini dei paesini agricoli.

In tutto questo c’è però un paradosso economico, se non addirittura temporale. Mentre le campagne si sono globalizzate, in una maniera forse ancora più radicale delle periferie urbane, la raccolta dei frutti della terra, specie quando il lavoro diventa più duro, viene ancora condotta negli stessi identici modi di ottanta, cento anni fa. I braccianti stranieri lavorano dieci-dodici ore al giorno per meno di venti euro (molte volte anche per meno di dieci euro) e vivono in casolari diroccati senza acqua, luce, gas. A determinare queste condizioni di vita infame (non solo a Rosarno, ma anche in molti centri del Tavoliere, in Campania, in Sicilia, nella Calabria settentrionale) è un caporalato feroce che comprime oltre ogni ragionevole limite il costo del lavoro. La raccolta dei pomodori ad agosto e degli agrumi tra dicembre e marzo si basa ormai, in larga scala, su questa compressione colpevolmente accettata da una parte dei produttori locali, e che produce una concorrenza incredibilmente sleale. In Calabria il caporalato è controllato dalla ’ndrangheta: non nel senso che questa lo organizza direttamente (in fondo è un’attività poco remunerativa per i suoi parametri di guadagno), bensì nel senso che lo controlla dall’alto, pretendendo il suo dazio, come tutte le attività illecite – e soprattutto di confine tra economia lecita e illecita – sviluppatesi sul “suo” territorio. Ma, in altre lande del Sud, uguali forme neoschiavistiche si sono riprodotte anche in assenza di forti cartelli mafiosi. A metterle in piedi sono stati nuovi network criminali (non solo italiani, anche stranieri) in grado di rinnovare autonomamente, degenerandola ulteriorimente, la figura del “suprastante” e di abitare le pieghe della globalizzazione del mercato del lavoro, piegando gli ultimi strati dei flussi migratori a proprio vantaggio. L’onda lunga del peggior passato si è mescolata con un nuovo limaccioso.

I braccianti africani che sono esplosi di rabbia contro l’ennesima aggressione subita sono i figli del nuovo schiavismo che si è diffuso come una “mala pianta” nelle regioni meridionali. Costretti a lavorare per pochi euro, sotto il sole cocente d’estate e sotto il freddo pungente d’inverno, i duemila di Rosarno non sono marziani sbucati all’improvviso, sono solo la punta dell’iceberg del nuovo mondo bracciantile dell’Italia meridionale. Nel marzo scorso, a Bari, 17 caporali stranieri sono stati condannati in secondo grado per la riduzione in schiavitù di almeno settecento braccianti provenienti dall’Europa dell’Est. A maggio invece, proprio a Rosarno, a essere arrestati con l’accusa di riduzione in schiavitù di lavoratori africani sono stati tre imprenditori italiani.

La loro rivolta ci dice un paio di cose. Innanzitutto che il grave sfruttamento lavorativo di migliaia di africani ed est-europei nelle nostre campagne ha prodotto un crescente imbarbarimento delle relazioni di lavoro e dei rapporti tra italiani e stranieri, un’involuzione delle stesse imprese che dovrebbero produrre in modi radicalmente diversi. Il neoschiavismo ha alimentato un razzismo crescente: è come se si fosse inverato il teorema secondo cui “se sei un lavoratore schiavizzato, prima o poi smetterò di considerarti come un uomo”. E se ti ribelli, ti darò la caccia...

In secondo luogo, la rivolta ci dice che abbiamo oltrepassato il punto di rottura. Il ministro Maroni ha annunciato che “in tutti questi anni è stata tollerata una immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall’altra ha generato situazioni di forte degrado”. È accaduto esattamente il contrario: gli immigrati irregolari (o i regolari con la paura di tornare a essere irregolari nel momento in cui non viene loro rinnovato il contratto di lavoro) sono diventati soggetti oltremodo vulnerabili di fronte allo sfruttamento. Se denunciano il proprio caporale, sono loro a finire in un cie, non il loro aguzzino. Di fronte a questo ricatto che si riproduce identico nella vita di migliaia di uomini e donne, bisogna ritornare a parlare di regolarizzazione dei lavoratori “clandestini”, che in alcuni settori – come appunto l’agricoltura al Sud – costituiscono la base della forza lavoro.

Per una singolare coincidenza, la rivolta di Rosarno è esplosa negli stessi giorni in cui si discute della necessità o meno di uno sciopero degli stranieri. Col senno di poi è una forma di lotta che appare sensata, e non si spiega la freddezza con cui è stata accolta: se i nuovi braccianti non troveranno altri canali efficaci per far sentire la loro voce, le detonazioni si riprodurranno inutilmente a catena. Finora il mondo dei “nuovi cafoni” era rimasto in silenzio, incapace di esprimere la propria protesta, anche quando – come accertato dalla Dda di Bari – alcuni braccianti erano stati uccisi dai loro caporali. Ora, di fronte a un episodio crudele quanto insulso (alcuni colpi sparati a casaccio, ma le gocce che fanno traboccare il vaso delle rivolte sono quasi sempre piccole, e apparentemente secondarie) è esplosa una vera e propria jacquerie. Cieca, senza prospettive. Ma se non si affronta di petto il nodo della schiavitù, potrebbero essercene molte altre.

Un’ultima considerazione. Non è un caso che la rivolta sia scoppiata in una bidonville, che costituisce nel nuovo panorama contadino italiano una forma di residenza stanziale, per quanto degradata, che prova a sottrarsi alla stagionalità più indifesa. Di fatto la miccia non si è propagata tra casolari isolati e dispersi, ma laddove c’era una forte concentrazione di braccianti. E forse è proprio questa concentrazione, una volta che i mandarini erano stati raccolti, che i balordi, i razzisti locali non volevano: una volta che la forza-lavoro tanto necessaria in un preciso momento dell’anno non serve più è bene che scompaia, che se ne vada, che non intralci il proprio sguardo. Ma chi lavora, anche se sfruttato, in genere tende a restare. E se non lui, lo fanno i suoi fratelli, i suoi cugini, i suoi “compaesani”... Prima o poi rivendicano i propri diritti.

Presi a sprangate e pallottole, gli africani della rivolta se ne sono andati da Rosarno. Per essere più precisi, sono stati trasferiti nei centri e le loro case di cartone demolite. Probabilmente molti di loro (come promesso da Maroni) saranno rimpatriati, perché ritenuti “irregolari”. Ma altri ritorneranno, perché le modalità di raccolta sono quelle, le paghe sono quelle, l’assenza di diritti e dignità è quella, e la convergenza di interessi tra produttori (piccoli, grandi e medi), caporali (molto spesso dei kapò stranieri) e organizzazioni criminali autoctone che controllano il territorio (quando ci sono) non permette di alterare un quadro che si è cristallizzato nel tempo. Insomma: chi raccoglierà a febbraio e a marzo le arance della Piana?

Sicuramente cafoni stranieri ancora più invisibili.

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