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politicaecon

Nella bufera del Novecento

recensione di Nerio Naldi*

DE VIVO G. (2017), Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Roma: Castelvecchi, pp. 170.

Pubblichiamo la recensione del prof. Nerio Naldi, che da tempo è il "biografo ufficiale" di Piero Sraffa, al volume di Giancarlo De Vivo dedicato a Sraffa e Gramsci, già da noi recensito su Micromega con un commento successivo di Ernesto Screpanti. Ringrazio il prof. Carlo D'Ippoliti e Moneta e credito per l'autorizzazione.

william turner the temeraire towed to her last berth aka the fighting temraire sea ships artworkIl libro di Giancarlo de Vivo contribuisce alla ricostruzione di aspetti fondamentali delle biografie di Piero Sraffa e di Antonio Gramsci e delle vicende che li legarono negli anni in cui Gramsci fu in carcere. In questa breve esposizione ci soffermeremo su quattro temi che il libro approfondisce nei suoi due capitoli principali e nelle loro appendici.

Il primo tema è la ricostruzione del ruolo di tramite fra Gramsci e il centro estero del Partito Comunista d’Italia (PCI) svolto da Sraffa negli anni in cui Gramsci fu in carcere. In questo ambito, il contributo del libro di de Vivo consente di confutare affermazioni, non documentate, che in anni recenti sono arrivate a descrivere Sraffa come un funzionario del Partito Comunista d’Italia o dell’Internazionale Comunista preposto alla sorveglianza di Gramsci, come persona di cui lo stesso Gramsci non si fidava, o addirittura come un carceriere anziché come un amico di Gramsci. de Vivo individua elementi decisivi che consentono di ricostruire la linea di condotta di assoluta fedeltà a Gramsci tenuta da Sraffa anche a fronte della posizione critica che lo stesso Gramsci aveva assunto sul modo in cui i dirigenti del PCI avevano gestito i rapporti con lui, il capo del partito, rinchiuso in carcere. In particolare, le ricerche di de Vivo consentono di concludere che Sraffa, come esplicitamente richiesto da Gramsci, non trasmise al centro estero del PCI le copie delle due lettere cruciali che questi aveva inviato a Tatiana Schucht il 5 dicembre 1932 e il 27 febbraio 1933, chiedendo che restassero riservate per lei e per “l’avvocato” – ovvero per Piero Sraffa.

(Questa richiesta era contenuta solo nella lettera del 27 febbraio. La lettera del 5 dicembre, che con ogni probabilità Tatiana Schucht trasmise a Sraffa solo quando si incontrarono, a Roma, fra l’8 e l’11 gennaio 1933, inizialmente fu trattenuta, certamente sulla base di una valutazione del suo contenuto, anche se non conteneva un’esplicita indicazione in tal senso; tale indicazione venne da Gramsci, in risposta a una richiesta di chiarimento di Tatiana Schucht nel corso del colloquio del 19 gennaio, e di ciò Sraffa fu informato con la lettera che Tatiana Schucht gli scrisse l’11 febbraio.)

A queste conclusioni de Vivo giunge attraverso un’analisi dei documenti disponibili utili a ricostruire come venivano trasmessi fuori dall’Italia gli originali e le copie delle lettere di Gramsci e i modi e la misura in cui, negli anni del fascismo, giunsero al centro estero del Partito Comunista d’Italia e a Togliatti o, dopo il 1945, nelle mani di Togliatti e degli esponenti del Partito Comunista Italiano successivamente impegnati nella loro pubblicazione. Si tratta di importanti elementi di conoscenza a cui finora non si era prestata sufficiente attenzione. Molto importante a questo stesso scopo è aver documentato come nel 1974 Sraffa fosse ancora in possesso di buona parte delle copie preparate da Tatiana Schucht (che regolarmente gliele inviava) delle lettere che Gramsci le aveva scritto nel 1933. In particolare, oltre che alle copie delle lettere del 5 dicembre 1932 e del 27 febbraio 1933, ci riferiamo alle copie delle lettere scritte da Gramsci dalla fine di aprile alla metà di luglio e dalla fine di settembre alla metà di novembre (dopo il 1933 le lettere di Gramsci furono pochissime) e delle lettere scritte da Tatiana Schucht allo stesso Sraffa a partire da quelle del 19 gennaio e dell’11 febbraio 1933 (in cui illustrava a Sraffa il contenuto di alcuni colloqui con Gramsci e di sue richieste, di cui lo stesso Gramsci chiedeva che il centro estero del PCI non venisse avvertito).

A queste osservazioni possiamo aggiungere che i dati raccolti da de Vivo consentono di affermare che Sraffa, pur trattenendo le copie delle lettere del 5 dicembre 1932 e del 27 febbraio 1933, continuò a trasmettere regolarmente al centro estero del PCI le copie delle altre lettere di Gramsci, anche se potevano richiamare il contenuto delle due precedenti (si consideri la lettera di Gramsci a Tatiana Schucht del 6 marzo 1933). Sembra quindi che Sraffa intendesse attenersi in modo scrupoloso a precise indicazioni di Gramsci. Tuttavia, nel maggio 1933 – cioè subito dopo la pubblicazione su l’Humanité della relazione medica preparata dal prof. Arcangeli dopo aver visitato Gramsci in carcere – Sraffa interruppe queste trasmissioni, e questa volta, con ogni probabilità, lo fece senza alcuna indicazione da parte di Gramsci.

La pubblicazione su l’Humanité, di cui non siamo in grado di dire con certezza se e quando Gramsci ne venne a conoscenza, aveva provocato “un disastro” (per usare le parole di Sraffa): aveva bloccato i tentativi che Sraffa aveva messo in atto per ottenere una forte riduzione della pena a cui Gramsci era stato condannato (questo era il senso delle pratiche legali condotte dall’avvocato Saverio Castellett presso il Tribunale Speciale a partire dal marzo 1933). La mancata trasmissione, da parte di Sraffa, delle copie delle lettere di Gramsci giuntegli dopo la pubblicazione della relazione del prof. Arcangeli si può quindi interpretare come una reazione a tale pubblicazione.

Dopo questa interruzione, si può desumere che Sraffa riprese a trasmettere al centro estero del PCI le copie delle lettere di Gramsci, consegnando quelle del periodo compreso fra la metà di luglio e la fine di settembre del 1933. Si trattava delle copie di lettere che aveva ricevuto da Tatiana Schucht mentre si trovava in Italia per le vacanze estive, e Sraffa, molto probabilmente, le consegnò personalmente al centro estero del PCI in Francia, nel corso del viaggio che lo riportava in Inghilterra. La consegna delle copie delle lettere si interruppe di nuovo nei mesi successivi, quando Sraffa era in Inghilterra, e anche in dicembre, rientrando in Italia per le vacanze invernali, Sraffa non le consegnò. Anche in questa occasione possiamo associare la mancata consegna a un “disastro” (di nuovo usiamo parole di Sraffa): all’inizio di dicembre Angelo Sraffa aveva informato il figlio Piero del sequestro, presumibilmente avvenuto fra i mesi di luglio e agosto, di una circolare del PCI sull’atteggiamento che i comunisti in carcere avrebbero dovuto tenere di fronte alla possibilità di chiedere la liberazione condizionale. Questo sequestro aveva definitivamente bloccato il tentativo messo in atto per il tramite dell’avvocato Castellett ed è ragionevole supporre che Sraffa ritenesse che su una questione tanto delicata, anche sulla base della consapevolezza di quanto la polizia fascista era stata in grado di infiltrarsi nelle strutture di tutte le organizzazioni antifasciste, il centro estero del PCI avrebbe dovuto gestire con maggiore prudenza i propri flussi informativi.

Il secondo tema sviluppato da de Vivo è contenuto nell’appendice al primo capitolo, ove vengono riproposte le linee essenziali di una ricerca, già pubblicata nel 2009, sulla posizione assunta da Sraffa in relazione alla lettera di R. Grieco del febbraio 1928, all’interpretazione che ne aveva dato Gramsci e alle iniziative che Tatiana Schucht si prometteva di intraprendere rientrando in URSS dopo la morte di Gramsci. In queste pagine de Vivo smentisce completamente le illazioni di chi aveva attribuito a Sraffa un doppio gioco e lo aveva descritto come un finto amico di Gramsci, che fingeva di condividerne tesi e preoccupazioni, ma che dopo la sua morte era pronto a rovesciare la propria posizione e si poneva sulla sponda da cui Gramsci riteneva fossero stati ostacolati i primi tentativi di ottenere la sua liberazione.

L’argomentazione di de Vivo demolisce i due cardini di quelle illazioni. Il primo era l’affermazione secondo cui Sraffa avrebbe espresso due giudizi opposti sulla lettera di Grieco: uno, nel 1928, decisamente negativo (definendola “criminale”); un altro più moderato, nel 1937, (definendola “una leggerezza”). Il secondo cardine era l’affermazione secondo cui Sraffa, alla fine degli anni Sessanta, come per liberarsi di un peso che gli gravava sulla coscienza, avrebbe riproposto la propria posizione del 1928 e descritto la lettera come causa di un “disastro”.

Circa la prima affermazione, de Vivo mostra come il giudizio del 1928, riportato da Tatiana Schucht a Gramsci, non poteva essere stato espresso da Sraffa e come, di fatto e inevitabilmente, non vi siano prove che lo fosse stato. Circa la seconda affermazione, de Vivo mostra come i due disastri a cui Sraffa fa cenno non avessero alcun legame con la lettera di Grieco e fossero da collocare entrambi, come già abbiamo visto, nel 1933.

La seconda parte del libro di de Vivo si apre presentando Sraffa attraverso la lente dei suoi rapporti intellettuali con due personaggi di primo piano della cultura europea del Novecento (John Maynard Keynes e Ludwig Wittgenstein) e prosegue illustrando alcune fra le tappe più significative della sua formazione intellettuale, economica e politica, e come queste si intrecciarono con l’attività politica di Gramsci, attraverso un alternarsi di periodi in cui i loro incontri furono più o meno frequenti fino al 1926, anno del suo arresto. Da qui de Vivo passa ad illustrare due punti ugualmente interessanti: le posizioni su cui erano attestati marxismo e teoria economica dominante nei primi decenni del Novecento, e il modo in cui Sraffa e Gramsci condividevano un elemento fondamentale dell’interpretazione del marxismo. Se la linea che divideva marxismo e teoria economica dominante poteva essere associata a una distinzione fra teoria del valore e teoria dei prezzi, indicando come propri della prima temi diversi dalla più diretta spiegazione dei prezzi delle singole merci e delle loro variazioni (un approccio, questo, che si può riconoscere in appunti preparati da Sraffa nell’estate del 1927), tale distinzione vedeva il marxismo sostanzialmente emarginato ed escluso dal nucleo principale della teoria economica e autolimitatosi alla sfera dello studio della dinamica del sistema e delle sue leggi di movimento. E proprio nell’ambito definito dai grandi temi del materialismo storico (un’espressione che Sraffa suggerirà di considerare, nell’uso che ne fa Gramsci, come sinonimo di marxismo) e della lettura marxista delle dinamiche economiche e sociali (oltre che, ovviamente, nei temi della politica quotidiana), de Vivo individua l’orizzonte delle conversazioni e delle discussioni, che sappiamo essere state lunghe e appassionanti, che Sraffa e Gramsci ebbero fra il 1924 e il 1926.

Questo ambito viene precisato da de Vivo attraverso un’interessantissima ricostruzione che ci permette di avvicinare il punto di vista di Sraffa sul significato del materialismo storico. Per quanto su di esso, anche per quanto risulta dall’archivio dei suoi manoscritti inediti, Sraffa abbia scritto pochissimo, indicazioni precise sulla sua visione non-deterministica le possiamo trarre dalla lettura di un libretto pubblicato da Maurice Dobb nel 1932, On Marxism To-day, e da successivi interventi dello stesso Dobb in difesa della propria posizione, che era stata molto duramente attaccata da esponenti dell’ortodossia marxista dominante nel PCGB. Da questi documenti risulta che Sraffa aveva discusso e contribuito all’elaborazione del testo pubblicato da Dobb e ne condivideva il contenuto e l’impostazione non-deterministica delle relazioni fra “eventi materiali e ideali”: temi che si ritrovano anche nell’elaborazione di Gramsci e che si collegano a due manoscritti di Sraffa del 1942, riprodotti nell’appendice documentaria al volume.

Il libro si conclude, nella stessa appendice documentaria, con la pubblicazione di alcuni scritti di Sraffa degli anni 1921 e 1927 (uno inedito – il testo di una lezione tenuta nel 1927 sul tema dello stato corporativo fascista – e altri editi – i tre articoli di Sraffa pubblicati sull’Ordine Nuovo nel 1921). Ma, prima di questa appendice, de Vivo dedica alcune pagine al ruolo di Marx nello sviluppo del pensiero di Sraffa, o, più precisamente, al ruolo che la lettura di alcuni testi di Marx (in particolare, la Storia delle teorie economiche) e lo studio degli schemi di riproduzione contenuti nel secondo libro del Capitale potrebbero avere avuto nella definizione dei primi passi compiuti da Sraffa verso l’elaborazione dei sistemi di equazioni che costituiranno il nucleo centrale del suo volume del 1960, Produzione di merci a mezzo di merci. Vi sono vari indizi che portano a ritenere che Sraffa iniziò l’elaborazione di quelle equazioni in Inghilterra, nell’autunno del 1927; dunque in un momento in cui non gli era possibile alcuno scambio di idee con Gramsci. Sappiamo però che Gramsci prima di essere arrestato già possedeva l’edizione francese della Storia delle teorie economiche di Marx, pubblicata fra il 1924 e il 1925. Non sarebbe quindi strano che, anche se non abbiamo alcuna informazione in proposito, Gramsci e Sraffa avessero parlato del contenuto di questo libro. Di fatto però l’attenzione di de Vivo non è rivolta a indagare un possibile scambio di idee su questi temi fra Gramsci e Sraffa, ma a indicare una possibile linea di autonomo sviluppo del pensiero di Sraffa scaturita dalla lettura dei primi capitoli della Storia delle teorie economiche e di parti del secondo libro del Capitale. Una linea di sviluppo che, secondo de Vivo, lo avrebbe portato a concepire i suoi sistemi di equazioni.

Su questo punto la nostra opinione è diversa. A nostro avviso, se è ovvio riconoscere che Marx sia sempre stato per Sraffa un punto di riferimento di primaria importanza, ciò non significa che anche i primissimi passi verso l’elaborazione delle equazioni che troviamo in Produzione di merci siano stati compiuti seguendo un’ispirazione proveniente da Marx. Il modo in cui de Vivo giunge a questa conclusione circa l’origine delle equazioni di Sraffa è basato sull’identificazione di somiglianze fra alcune descrizioni dell’approccio fisiocratico contenute nella Storia delle teorie economiche, gli schemi di riproduzione di Marx e le prime equazioni scritte da Sraffa. Tuttavia, al di là di queste somiglianze, i manoscritti databili all’autunno-inverno 1927 conservati fra gli Sraffa Papers non consentono di documentare concretamente un legame fra quella ipotetica fonte di ispirazione e l’originale stesura da parte di Sraffa delle proprie equazioni. Un manoscritto datato 26 novembre 1927 in cui Sraffa afferma di ritenere che il proprio lavoro porterà a una riformulazione delle dottrine di Marx è chiaramente successivo alla stesura delle prime equazioni, che in quello stesso giorno egli mostrava a Keynes. Quell’affermazione non indica quindi una genealogia delle equazioni, ma un programma di lavoro che da esse scaturiva.

In realtà, se nessuna traccia utile a ricostruire la genealogia delle equazioni di Sraffa potesse essere riconosciuta fra gli Sraffa Papers, per spiegare la loro origine non si potrebbe fare altro che ricorrere agli indizi forniti da somiglianze come quelle indicate da de Vivo. Ma alcune tracce sono riconoscibili e ci indirizzano verso un percorso diverso, in cui Marx ha un ruolo, al pari degli altri economisti classici, ma solo in quanto parte di un approccio alla spiegazione dei valori di scambio fondato su parametri oggettivi.

Muovendo da questa base, in un documento preparato nell’estate del 1927, Sraffa delinea la possibilità di ricondurre il valore di una merce alla quantità di una “merce assolutamente necessaria” direttamente e indirettamente impiegata nella sua produzione. Ma di questa impostazione, che egli esplicitamente applica come interpretazione del pensiero di David Ricardo, Sraffa riconosce immediatamente l’insufficienza analitica: potrebbe portare a un risultato preciso e analiticamente giustificato soltanto nel caso particolare di una comunità che produce soltanto ciò che le è appena sufficiente a riprodursi. Per quanto questa conclusione sia negativa, a nostro avviso è da essa che scaturisce l’attenzione di Sraffa per il caso di un sistema economico in condizioni di semplice sussistenza (Naldi, 2018). E questa è la traccia specifica che troviamo negli Sraffa Papers che più ci avvicina al primo sistema di equazioni scritto da Sraffa: un sistema di equazioni simultanee che descrive le condizioni materiali della riproduzione di una comunità in cui il prodotto netto è espresso in termini fisici ed è pari a zero. Un tale sistema può quindi essere stato scritto da Sraffa come primo passo verso il calcolo della quantità di “merce assolutamente necessaria” direttamente e indirettamente impiegata nella produzione di una merce qualsiasi. Ma, scrivendo quel sistema, si può ritenere che a Sraffa sia apparsa evidente la possibilità di determinare rapporti di scambio attraverso la sua risoluzione, e che per questo egli abbia immediatamente abbandonato il tentativo di ridurre a una “merce assolutamente necessaria” il valore di ogni altra merce.

La nuova prospettiva che inaspettatamente gli si apriva dinanzi induceva a estendere quel sistema di equazioni simultanee al caso di un’economia che produce un prodotto netto positivo – e questo è ciò che troviamo nei manoscritti conservati fra gli Sraffa Papers. Al tempo stesso Sraffa poteva vedere come quei sistemi di equazioni riprendessero caratteri tipici dell’approccio fisiocratico (la rappresentazione del processo di produzione in termini fisici e di processo circolare), che erano caduti in ombra e ai quali lo stesso Marx faceva cenno soltanto in qualche passo isolato della sua Storia delle teorie economiche.


* Sapienza Università di Roma

Bibliografia
Dobb M.H. (1932), On Marxism To-day, London: The Hogarth Press.
Marx K. (1954), Storia delle teorie economiche, 3 voll., introduzione di M.H. Dobb, traduzione di E. Conti, Torino: Einaudi.
Naldi N. (2018), “On the earliest formulations of Sraffa’s equations”, in Corsi M., D’Ippoliti C. e Kregel J.A. (eds.), Classical Economics Today. Essays in Honour of Alessandro Roncaglia (pp. 129-151), Londra: Anthem Press.
Sraffa P. (1960), Produzione di merci a mezzo di merci, Torino: Einaudi.
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