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Disinnescare la sollevazione. Obama al lavoro con un occhio al “nuovo” Medio Oriente
di Raffaele Sciortino
In Egitto la partita decisiva non è a due, è a tre: la piazza, il regime e Washington. Il tentativo del regime di scatenare i suoi sgherri armati contro la piazza senza riuscire a “liberarla” ha accelerato i passaggi verso il cambio della guardia togliendogli ogni residuo credito anche internazionale. L’amministrazione Obama ha così cambiatopasso: dalla transizione ordinata alla transizione now appoggiandosi sui vertici dell’esercito che possono passare all’incasso dell’atteggiamento “neutrale” tenuto in questi giorni verso i manifestanti. Salvo colpi di coda dello stato di polizia mubarakiano – possibili vista la spropositata consistenza numerica con ricadute anche sociali – il secondo venerdì di piazza Tahir potrebbe aver sancito il nuovo equilibrio che per gli Usa deve sporgersi il meno possibile verso le richieste più radicali della piazza, in primis la dipartita immediata di Moubarak. Su queste basi Washington ha spinto per i colloqui iniziati domenica che coinvolgono l’opposizione compresi i Fratelli Musulmani (attestati su posizioni moderate).[1]
Ancora due venerdì fa a Washington non si sapeva come procedere – pur nella sensazione/timore che oramai il regime di Moubarak fosse agli sgoccioli – per evitare che la situazione sfuggisse completamente di mano.[2]
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Governabilità!
La lenta costruzione dell’Unipolarismo
di Walter G. Pozzi
Per sedici anni le élite economiche hanno raccontato sui loro quotidiani che il vero ostacolo sulla strada della famigerata governabilità era il confitto sociale. Caduta la prima Repubblica, con l’Italia in fase di restauro, pur di garantire continuità con il passato, il vero Potere ha accettato che un parvenu della politica, un affarista arricchito dal passato ‘misterioso’ come Berlusconi, diventasse presidente del Consiglio. In fondo era uno di loro, che, come loro, aveva affrontato la tempesta Tangentopoli e perciò consapevole del pericolo rappresentato da una magistratura troppo libera. Oltre a essere l’uomo più ‘motivato’ a realizzare la cosiddetta riforma della giustizia. E, comunque, in quel momento, sembrava sempre meglio di D’Alema ed ex compagni.
Dal canto suo, facendo proprio il concetto di governabilità, il centro-sinistra ha brigato per sopprimere ogni realtà politica che si muovesse alla propria sinistra. Salito finalmente al governo, nel quinquennio dal 1996 al 2001 si è impegnato al massimo per compiacere Confindustria: con Treu ha reso legge il precariato, con Bassanini ha iniziato il federalismo privatizzando il lavoro pubblico e con D’Alema, in un momento in cui la crisi economica avrebbe potuto creare pesanti problemi sociali, ha tenuto a bada i sindacati.
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La decrescita non è impoverimento
Marino Badiale, Massimo Bontempelli
L’idea (o slogan) della decrescita è una componente essenziale di un pensiero critico capace di confrontarsi con la situazione del mondo contemporaneo, e di interagire con una possibile nuova pratica politica adeguata ai gravissimi problemi attuali. Il punto di partenza del pensiero della decrescita è la ritrovata consapevolezza, annullata nel senso comune da qualche secolo di capitalismo, che i concetti di bene economico e di merce non sono identici: beni (intesi anche come servizi) sono i prodotti del lavoro umano che soddisfano determinati bisogni e necessità, merci sono, tra quei beni, quelli inseriti in un mercato monetario con un prezzo di vendita, e acquisibili, quindi, soltanto pagando quel prezzo. In termini logici, sono due concetti interconnessi, ma non coestensivi. La distinzione chiaramente riecheggia quella, introdotta dagli economisti classici e ripresa da Marx, fra valore d’uso e valore di scambio. Quando si parla di crescita si intende la crescita della sfera della circolazione di merci, quindi della sfera di compravendita di beni e servizi dotati di un prezzo. Quando si parla di decrescita si intende la diminuzione del raggio di questa sfera.
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Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore
Laboratorio Sguardi sui generis
Walter Benjamin, 1940.
Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all'eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.
«Lo stupore non è filosofico». In prima istanza, la massima suggerisce di sgomberare il campo dalle posizioni che – se pur in modi e con intenti differenti – considerano l'accaduto una deviazione rispetto alla regola dell'esercizio del potere, il risultato scabroso di vizi e perversioni private da cui difendere il corpo sano della democrazia. Questa, come si evince dai maggiori quotidiani nazionali, è l'opinione dominante nella sinistra istituzionale, condivisa anche da molti cittadini italiani e fondata su una sorta di soglia etica minima, equiparabile al buonsenso. I comportamenti del premier – si legge nei vari editoriali e appelli – offendono la dignità delle donne e della democrazia.
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Se cade l’Egitto
Trema il sistema dei regimi arabi
La rivoluzione egiziana è scoppiata improvvisa e inaspettata, cogliendo impreparati i principali attori del panorama politico internazionale malgrado i segnali premonitori che erano giunti dalla Tunisia, dove un regime fino a quel momento considerato fra i più stabili del mondo arabo è crollato nel giro di poche settimane, travolto da una sollevazione popolare che ha assunto forme nuove ed in precedenza sconosciute nella regione.
Tuttavia, sebbene il momento esatto in cui scoppia una rivolta di massa non possa mai essere previsto con certezza poiché la scintilla che la determina dipende solitamente da fattori contingenti, le ragioni profonde ed i segnali premonitori di una possibile deflagrazione sociale in diversi paesi arabi erano sotto gli occhi di tutti (se non fosse per il fatto che tutti hanno voluto chiudere gli occhi o guardare altrove).
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La globalizzazione dei furbetti
Vladimiro Giacchè
Non passa giorno senza che una nuova voce si aggiunga al coro: “Chi lavora deve privarsi di qualche diritto. È la globalizzazione che lo impone”. Sul tema l’accordo è bipartisan. “La globalizzazione costringe ad abbandonare alcune conquiste sindacali ottenute in circostanze più favorevoli”: così Michele Salvati, economista di area Pd. Fiorella Kostoris, economista più vicina al governo, invece sentenzia: “C’è chi ancora crede che si possa stare nella globalizzazione senza cambiare nulla”. E lei, che non ci crede, cosa propone? Di lavorare di più a parità di salario: si deve “abbassare il costo del lavoro per dipendente e per unità prodotta, lavorando più ore e in più persone per produrre di più… Per aumentare la produttività, il mezzo più appropriato è l’incremento delle ore lavorate”. Le fa eco Guidalberto Guidi, presidente delle imprese elettroniche di Confindustria: “Nei Paesi che crescono si lavora dieci ore al giorno… Non è tirannia, sono le leggi del mercato”.
È stato questo il tam tam che ha accompagnato la vertenza di Mirafiori e, prima, quella di Pomigliano. Con l’inevitabile variazione sul tema: la Cina. John Elkann, ad esempio, ha sentenziato con aria grave: “La Cina esiste, è una grande realtà con la quale dobbiamo confrontarci”. Vero: e allora perché la società di cui è il principale azionista, la Fiat, non ci si confronta? Perché il fatto è che, mentre di automobili cinesi in Italia non se ne vedono, la Cina è invece inondata di auto occidentali. Tranne quelle della Fiat, che da quel mercato è assente.
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Occidente al tramonto
Franco Cassano
L'ultimo lavoro di Danilo Zolo non si limita alla critica dell'ideologia «progressista» usata dai potenti della Terra per legittimare il loro potere, perché punta a definire una agenda politica per uscire dall'irreversibile crisi della globalizzazione. Ma che sottovaluta la necessità di definire un orizzonte comune con l'Oriente
Danilo Zolo è una figura insolita nel panorama filosofico italiano. Egli, infatti, è da sempre un intellettuale disorganico, il cui forte impegno analitico e politico non è mai consolatorio, anzi è profondamente avverso a qualsiasi conciliazione risolutiva e rassicurante. Il suo stile intellettuale, sobrio ed inquieto, lo ha portato ad interrogare lungo il suo percorso anche tradizioni intellettuali diverse da quella italiana, e ad attraversare campi disciplinari spesso distanti, dalla filosofia politica alla teoria della conoscenza, senza concedere alibi né agli altri né a se stesso. In altre parole egli è l'opposto sia dell'accademico che del filosofo oracolare, che ama enunciare senza mai abbassarsi a dimostrare quanto dice.Negli ultimi due decenni, quelli che hanno fatto seguito al crollo del sistema socialista e hanno visto l'estendersi dei processi di globalizzazione, il lavoro di Zolo è stato particolarmente prezioso perché ha preso di mira a tutto campo quella che potremmo chiamare l'ideologia dei vincitori.
Anche in questa scelta si ritrova il tratto «scomodo» appena ricordato: Zolo non corre mai in soccorso dei vincitori, anzi potremmo dire che è preso dalla sindrome opposta, concentra il fuoco della sua critica proprio sui dispositivi ideologici, giuridici e istituzionali attraverso cui essi organizzano e riproducono il proprio dominio.
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Ma quest'Africa, poi, dove sta?
Professione Disastro
di Leonardo
Quello che è riuscito a fare Walter Veltroni nelle ultime settimane è incredibile. Stupefacente anche per chi pensava di conoscerlo un po', Walter Veltroni; di essersi assuefatto, a Walter Veltroni. No. Veltroni ha questo, che riesce a essere sé stesso e a stupirti lo stesso sempre.
Vogliamo riassumere? Due settimane fa - Silvio Berlusconi era già discretamente a mollo nelle sue stesse secrezioni - Veltroni pensò bene di convocare un'adunata della sua corrente, un Lingotto Due dove lanciò, tra le altre, l'idea fantastica di una patrimoniale. Fantastica, sì, peccato che la presentò in un modo per cui praticamente la dovremmo pagare un po' tutti, la patrimoniale di Veltroni. A questo punto, ed è un'incredibile coincidenza, no? Un vecchio amico di Veltroni, praticamente uno di famiglia, Giuliano Ferrara, si è scrollato di dosso la polvere clericale che si era accumulata in anni di abbandono, ed è tornato a contare qualcosa nello staff berlusconiano. Esempio commovente di topo che non abbandona la nave che affonda, Ferrara ha scritto per conto di Berlusconi una commovente letterina in cui scongiura Bersani di non fare la patrimoniale. Bel colpo, no? Bersani (che ovviamente ha dovuto respingere la proposta) si è ritrovato cucito addosso una patrimoniale che non era nel programma del PD.
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Non è tempo di esitare
Rossana Rossanda
Mubarak lascia sparare la sua polizia sulla folla e l'Onu avvia il ritiro dei suoi funzionari. Non è più tempo di esitare fra le incertezze di Obama spiegate sul manifesto di ieri da Marco d'Eramo e l'«avanti con il popolo egiziano» di Slavoj Zizek. Sto con Zizek. Senza sottovalutare affatto le ragioni di d'Eramo. Non siamo di fronte a scelte tranquille e felici. Da un pezzo una cosiddetta laicità nel Maghreb e nel Medio Oriente è garantita soltanto da regimi dittatoriali. Da un pezzo lasciare libertà di voto può condurre a un'affermazione non solo islamica, ma islamista. Una democrazia in senso proprio, che non è soltanto fare le elezioni ma stabilire un'effettiva divisione dei poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario - cioè una sicurezza di uguali diritti di fronte alla legge, non è garantita da nessuno.
E tuttavia non è possibile opporre alla rivolta popolare contro l'autocrazia il pericolo rappresentato da una sua libera espressione. Anche nel voto. Anni fa le elezioni hanno portato in Algeria a una vittoria schiacciante del fronte islamico. Il governo e l'esercito hanno annullato quelle elezioni. Risultato: in Algeria non c'è democrazia, né partiti, né sindacati, né una vera libertà di stampa, né diritti uguali per le donne - tutto devastato. E non basta: le forze del governo hanno sgozzato centinaia di infedeli - infedeli a chi? - nei villaggi. Come regime laico è bizzarro, come democrazia non ve n'è traccia.
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Patrimonio all'italiana
di Alessandro Santoro
Chi si rivede, la patrimoniale. Il come e perché di un'imposta utile, che può portare come gettito un punto di Pil. Purché non sia una mossa disperata e straordinaria – come pare da certe proposte –, e si regga su tre pilastri stabili: il patrimonio finanziario, gli immobili, i gruppi d'impresa
Le recenti discussioni relative all’introduzione di una patrimoniale portano con loro due rischi. Il primo è quello di prendere lucciole per lanterne, ossia di far credere che sia possibile, attraverso uno strumento fiscale, "far piangere i ricchi”. La diseguaglianza nella distribuzione dei redditi e delle ricchezze deriva in misura prevalente dal modo in cui il valore generato nei processi produttivi viene distribuito tra i diversi fattori (disomogenei non solo per tipologia, capitale e lavoro, ma anche per gradi di flessibilità e per allocazione geografica). La diseguaglianza nei redditi e nelle ricchezze al netto delle imposte è, quindi, solo secondaria, perché le possibilità di redistribuzione per via fiscale sono ridotte per ragioni sia tecniche sia politiche. Ai politici piace parlare di fisco, facendo credere di poter attuare chissà quali cambiamenti, ma si tratta, appunto, di illusioni.
Il secondo rischio è, invece, quello di perdere un’opportunità. Le proposte di tassazione patrimoniale che vengono portate avanti in modo più o meno sistematico (Amato, Capaldo, Veltroni) hanno un carattere straordinario in quanto legato a un’esigenza specifica, ovvero la riduzione dello stock di debito pubblico.
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Potenza (e limiti) della Rete
di Massimo Mantellini
La rivolta di piazza egiziana stravolge le nostre convinzioni sulla realtà del Web. Che è meno libero e meno irresistibile di quanto sperato. Ma è pervasivo abbastanza da funzionare da collante oltre il virtuale
Cautela. Se c'è una parola che i recenti tumulti di piazza che hanno interessato la Tunisia e l'Egitto dovrebbero suggerire a quanti analizzano gli impatti della comunicazione di Rete, quella parola è cautela. Non tutto è chiaro. Molte delle nostre consolidate convinzioni sono andate a gambe all'aria durante la rivolta popolare per le strade del Cairo in questi ultimi giorni, altre hanno mostrato la propria grande fragilità.
Seconda cautela. I sociologi e gli opinionisti, anche quelli bravi come Malcom Gladwell, si considerino avvisati: le analisi a tavolino delle ragioni per le quali i fili di Rete sono fili deboli, inadatti ai grandi sommovimenti sociali, hanno in questi giorni - per così dire - mostrato tutta la propria fragilità ed elegante inconsistenza.
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Chi ha paura delle rivoluzioni?
Slavoj Žižek
Una delle cose che colpisce di più, nelle rivolte scoppiate in Tunisia e in Egitto, è l’evidente assenza del fondamentalismo islamico. Nella migliore tradizione della democrazia laica, le persone si sono semplicemente ribellate contro un regime oppressivo e corrotto e contro la povertà, chiedendo libertà e speranza economica.
È stata così smentita la cinica visione dei liberali occidentali, convinti che nei paesi arabi i sentimenti democratici riguardino solo una ristretta élite liberale, mentre la stragrande maggioranza della popolazione si lascia mobilitare solo attraverso il fondamentalismo religioso o il nazionalismo. Ora la domanda è: cosa succederà? Chi uscirà vincitore sul piano politico?
Quando è stato nominato un governo provvisorio in Tunisia, si è deciso di escluderne gli esponenti dei partiti islamici e della sinistra più radicale. Commento gongolante dei liberali: bene, tanto sono la stessa cosa, due estremi totalitaristici. Ma è davvero tutto così semplice? E se invece l’antagonismo principale e a lungo termine fosse proprio quello tra gli islamisti e la sinistra?
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Disordine capitalistico e popolo minore. Note sull’amnesia mediatica
di Andrea Inglese
“Il 15 settembre 2008, data del tracollo di Lehman Brothers, sta al fondamentalismo di mercato (ovvero il concetto che i mercati, da soli e liberi da ogni vincolo, possano garantire la crescita e la prosperità economica) come l’abbattimento del muro di Berlino sta alla caduta del comunismo.” Lo scrive un premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, nel suo ultimo lavoro, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera (Einaudi, 2010). Se in quest’affermazione c’è qualcosa di vero, e se noi, come si è spesso detto, siamo una società aperta, allora è divenuto necessario affrontare una discussione collettiva e spregiudicata sulla natura del capitalismo e sulla sua compatibilità con i principi di una società realmente democratica. D’altra parte, abbiamo visto in questi mesi un numero sempre maggiore di persone, pur sprovviste di Nobel per l’economia, testimoniare contro l’introduzione in Europa delle solite ricette neoliberiste (taglio della spesa pubblica, blocco dei salari, flessibilità del lavoro, privatizzazioni). Hanno rotto invisibilità e silenzio i lavoratori clandestini arrampicati sulle gru, gli operai che difendono i loro elementari diritti, gli studenti privati di futuro. Sennonché la risposta delle classi dirigenti a queste voci di dissenso pare bizzarramente riprodurre gli stessi principi di quella dottrina che ha subito nel settembre 2008 una plateale confutazione. La pretesa dei cittadini comuni di partecipare alle decisioni d’interesse generale è ingenua e controproducente, in quanto le questioni ultime, che sono tutte di natura economica, sono per ciò stesso destinate a una gestione oligarchica, di minoranze specializzate.
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E noi faremo come Schroeder
Sergio Cesaratto
In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.
L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “ordo-mercantilista”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.[1] Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.
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L’esercito egiziano, Mubarak, gli Stati Uniti e il grano
Miguel Martinez
Curioso leggere in giro, questi giorni.
Una parte che dice, “Mubarak, lo sgherro degli americani“.
Una parte che dice, “complotto americano per rovesciare Mubarak“.
Il bello è che in qualche modo, possono essere vere entrambe le tesi.
Prima di tutto, la rivolta non è artificiale.
E’ ovvio che ciò che sta succedendo riflette un sentimento di quasi tutta la nazione, senza differenze di idee o di ceti sociali. Semplicemente, la grande maggioranza del popolo odia Hosni Mubarak, e a ragion veduta.
La domanda non è, quindi, se gli americani (semplifichiamo, intendiamo ovviamente coloro che negli Stati Uniti prendono le decisioni) abbiano creato una rivolta in un paese felice; ma se abbiano fatto qualcosa per dare fuoco alle già abbondanti polveri.
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La decostituzionalizzazione del sistema politico italiano
Luigi Ferrajoli*
E’ in atto un processo decostituente della democrazia italiana. Questo processo si manifesta nella costruzione di un regime personale basato sul consenso o quanto meno sulla passiva acquiescenza a una lunga serie di violazioni della lettera o dello spirito della Costituzione: le tante leggi ad personam, che formano ormai un vero corpus iuris ad personam dirette a sottrarre il Presidente del Consiglio ai tanti processi penali dai quali è assediato; le aggressioni ai diritti dei lavoratori e al sindacato; le leggi razziste contro gli immigrati, che hanno penalizzato lo status di clandestino; le misure demagogiche in tema di sicurezza, che hanno militarizzato il territorio, legittimato le ronde e previsto la schedatura dei senza tetto; il controllo politico e padronale dei media, soprattutto televisivi, che ha fatto precipitare l’Italia al 73° posto della classifica di Freedom House sui livelli della libertà di stampa.
Di solito questo indebolimento della dimensione costituzionale della nostra democrazia viene interpretato come un prezzo pagato a un rafforzamento della sua dimensione politica ottenuto con il conferimento agli elettori del potere di scegliere volta a volta la coalizione di governo: in altre parole, come una riduzione e una svalutazione della dimensione legale della democrazia in favore della valorizzazione della sua dimensione politica e rappresentativa, concepita peraltro come il fondamento esclusivo della legittimità dei pubblici poteri.
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UN RESPIRO DEL MONDO
Rossana Rossanda
Chi si aspettava una rivolta popolare in Tunisia, in Algeria, in Egitto? Nessuno. Non la Francia, persuasa di detenere idealmente il controllo su un paese che era stato sua colonia e ha fatto una gaffe clamorosa proponendo a un Ben Ali, già in fuga, di mandargli a sostegno le sue forze più esperte in tema di repressione. Non gli Stati Uniti, che avevano nel vacillante Hosni Mubarak il più forte alleato in Medioriente, l’Egitto essendo uno dei due paesi ad aver riconosciuto formalmente lo stato di Israele e speciale nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte nel conflitto fra Israele e Palestina. Barack Obama, che segue ora per ora la situazione, ha un bel chiedere a Mubarak di non ricorrere alla repressione. Mubarak non è tipo da prendere consigli e sfida ancora un popolo in collera, niente affatto disposto a contentarsi del licenziamento del governo e di un discorso pieno di promesse da parte di un despota.
La rivolta è partita dalla Tunisia, e sta contagiando la riva meridionale del Mediterraneo. E’ stata bloccata da un esercito potente e proprietario in Algeria, sul cui regime nessuno apre il becco, sia perché è il nostro grande fornitore di gas, sia perché vi abbiamo degli interessi enormi, sia perché la si considera un freno all’allargarsi dell’islamismo.
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Come difendere nella UE il lavoro
Emiliano Brancaccio* intervistato da Roberto Mapelli
D: L’euro è giunto, durante la crisi “greca”, a un passo dal baratro. Ma c’è da chiedersi come mai abbia resistito tanto, essendo fondato - in assenza di un governo comune della politica economica e di un prestatore di ultima istanza - solo su alcuni parametri intrinsecamente restrittivi e recessivi. Si chiama “Patto di stabilità e convergenza” europeo, ma sarebbe meglio chiamarlo “Patto di instabilità e divergenza”, perché in fin dei conti è questo il risultato che produce. In più, con l’euro sono venuti meno quei meccanismi di riaggiustamento valutario che consentivano di riequilibrare le forti differenze di produttività e competitività fra i vari paesi, mentre la forte dinamica delle esportazioni della Germania, che rappresenta da sola un terzo dell’intera economia europea, tende a spingere verso l’alto il tasso di cambio, spiazzando le economie dei paesi più deboli, i cosiddetti “maiali” (Pigs: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e gonfiando il loro disavanzo e debito pubblico. Ma allora il comportamento di un paese “virtuoso” come la “formica” Germania non è proprio la causa della crisi delle “cicale” e della crescente divaricazione dell’economia europea?
Fin dalle sue origini, l’Unione monetaria europea porta con sé una contraddizione interna che con la crisi globale è emersa in tutta la sua evidenza.
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La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels
di Sandro Moiso
Tristram Hunt, La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels, Isbn, Milano 2010, pp.400, euro 27,00
Di roghi di libri, certo, Friedrich Engels se ne intendeva.
A partire dalla messa al bando del Manifesto del Partito Comunista, nel 1852, seguita alla condanna dei comunisti nel processo di Colonia, innumerevoli sono state le opere da lui firmate, da solo o con Karl Marx, messe fuori legge o distrutte dai regimi reazionari o autoritari degli ultimi centosessanta anni.
Non solo per questo, però, si dimostra particolarmente utile la lettura del testo di Tristram Hunt dedicato alla vita di Engels.
La vita di un borghese rivoluzionario viene qui esposta al di fuori dell'agiografia che, troppo spesso, ha accompagnato le biografie di Marx ed Engels, soprattutto nell'era del cosiddetto socialismo reale. Anzi, si può tranquillamente affermare che quella prodotta da Hunt sia l'unica biografia degna di rilievo dopo quella scritta da Gustav Mayer nei primi anni trenta e tradotta in Italia soltanto nel 1969 da Einaudi.
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Civiltà occidentale come critica all'Occidente
Intervista di Felice Fortunaci a Marino Badiale e Massimo Bontempelli*

Una della tesi fondamentali del vostro libro è quella che riguarda la distinzione fra “Occidente” e “civiltà occidentale”. Potreste chiarirla?
Questa è in effetti la prima delle due tesi fondamentali del libro. Si tratta di una distinzione che è secondo noi necessaria per fare chiarezza nelle discussioni oggi frequenti, e piuttosto confuse, su questi temi. Per quanto riguarda la nozione di “Occidente”, la nostra tesi si può pensare come una critica della nozione comunemente diffusa.
Quest’ultima è ben compendiata dal sottotitolo di un libro pubblicato da Laterza (ma si potrebbero fare molti altri esempi): “Mondi in guerra”, di Anthony Pagden. Il sottotitolo recita “2500 anni di conflitto fra Oriente e Occidente”. Perché una simile espressione abbia senso, occorre pensare che vi sia una entità, chiamata “Occidente”, che esiste appunto da 2500 anni, e che questa entità, pur avendo magari subito un’evoluzione, sia identificabile lungo tutto questo arco di tempo, e vi sia una continuità nella sua evoluzione. Bene, noi sosteniamo che questa entità non esiste nella storia, ma è una costruzione ideologica.
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Gli Stati Uniti e la rivolta egiziana
by Miguel Martinez
Hosni Mubarak è un signore di 82 anni.
Le manifestazioni di questi giorni hanno dimostrato, poi, quanto il popolo egiziano lo ama.
Facendo queste due semplici considerazioni, ieri sera il presidente degli Stati Uniti ha fatto un discorso in cui ingiunge, con fare piuttosto autoritario, a Hosni Mubarak a fare delle “riforme” e a “dialogare” con il popolo.
Questo non vuol dire, mandare via Hosni Mubarak dopo 30 anni di fedele servizio; ma è una bella bacchettata a un impiegato che non ha saputo fare il suo mestiere.
Così, quando Hosni Mubarak se ne andrà, o in Arabia Saudita o direttamente in Paradiso, la colpa non sarà data agli Stati Uniti.
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Noterelle sparse sulle ultime gesta del cav. Berlusconi (e altre cronache dal Basso Impero)
Infoaut
Una ridda di finte contrapposizioni intorno ai vizietti del sultano non arriva a scalfirne il potere.
Dopo anni di allarmismi sul "regime" e retoriche sul "nuovo fascismo", il Presidente del Consiglio può permettersi di restare al governo, disprezzando gli altri poteri.
Sinistra e Cgil blaterano ma lo "sciopero generale" che Fiom e movimenti richiedono da mesi non viene proclamato. Intanto, alle porte dell'Europa, le popolazioni del Maghreb mostrano come liberarsi da corruzione e regimi imputriditi.
A tutt'oggi ci sono ancora pochi elementi per dire se il Presidente del Consiglio, tuttora in carica, riuscirà a sorpassare anche questa nuova fase critica del suo pontificato. Certo però le cronache di questi giorni testimoniano di un accanito attaccamento alla propria poltrona e il rifiuto netto di qualsiasi ipotesi di dimissioni.
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Le conseguenze politiche (anche a sinistra) dello scontro sociale sulla Fiat
Documento politico della Rete dei Comunisti
Il diktat di Marchionne su Pomigliano e Mirafiori illumina il tipo di risposta che il capitale manifatturiero in un paese avanzato - pensa di dare alla crisi.
Il successo inatteso dei “no” in entrambe le “consultazioni”, nonostante il ricatto esplicito, rende la “vittoria” Fiat solo contingente; la ripresa produttiva in questi stabilimenti (per nulla certa, nonostante le promesse) vedrà in campo lavoratori niente affatto piegati al volere dell'impresa.
Naturalmente, non ci si può attendere un collegamento meccanico e immediato tra resistenza operaia e auspicabile “incendio sociale”.
Se, probabilmente, avverrà quello che diceva qualcuno a suo tempo, ovvero che i reazionari alzano i massi per farseli ricadere sui piedi, a sinistra e nel versante di classe bisognerà ben guardarsi da una lettura meccanicistica.
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Un maglioncino di cashmere anche per me
di Sergio Bologna
Dicono che nei negozi di alta gamma c’è grande richiesta di maglioncini di cashmere. Pare che furgoni della Caritas passino e ripassino da villozze e case padronali a ritirare smoking, completi gessati, cravatte a quintali. E’ il popolo dei padroncini, di seconda, terza generazione, giovanotti dal SUV facile, MBA nella tasca dei pantaloni, che aspira a diventare un popolo di Marchionne. Tocca a loro. Guadagneranno la prima pagina della “Padania” o magari del “Sole24” per esser riusciti a negoziare contratti aziendali al ribasso? Pochi però riusciranno a farsi notare da Obama. Se qualcuno ha delocalizzato è andato in Romania, Albania, Bielorussia, Bangladesh, Cina, Marocco. Tanto che viene spontaneo chiedersi: ma a chi abbasseranno il salario, sotto lo standard del contratto nazionale? Agli artigiani terzisti? Ai pochi operai rimasti? Oppure alle cosiddette funzioni elevate, a quelli che portano il colletto bianco? Mi sa che saranno questi i più bastonati. Come alla Fiat, visto da lontano (perché da vicino non si può) il nuovo piano industriale dovrebbe fare assunzioni tra gli operai, almeno per rimpiazzare i vecchi, quelli del “no”, ma tra gli impiegati, quelli del “sì”, dovrebbe fare un macello.
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Parola chiave: Partito
di Mario Tronti
La parola chiave serve per aprire la porta dell’agire politico. Ecco allora la difficoltà. La parola partito sembra oggi non assolvere più a questa funzione. Bisogna capire se è la chiave che si è sverzata nel tempo, o se è la serratura a essere stata cambiata, da qualcuno o da qualcosa. La forma-partito, per continuare a usare questa formula di gergo al tempo stesso burocratica ed eloquente, si è dissolta per consunzione interna, o è stata destrutturata da infiltrazioni climatiche esterne? Ricerca. Prima di tutto ricerca. Questo si vuole dire con questo fascicolo di Democrazia e diritto. E ricerca comparata, tra presente e passato e dentro un presente plurale, fatto di storie diverse, ancora declinate nel solco tradizionale dello Stato-nazione.
Più indagine storico-politica, sociologica, politologica, che teoria. Se si è data una teoria del partito, è difficile pensare che si possa dare ancora, in queste condizioni. È interessante notare questa cosa: chi ha speso più pensiero sul tema dell’organizzazione di partito è stato il movimento operaio.
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