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Il caso Fiat
di Tiziano Rinaldini
Da che mondo è mondo, da che capitalismo è capitalismo, le fasi di crisi economica sono utilizzate per peggiorare le condizioni di lavoro e di non lavoro, e per imporre la rimessa in discussione di conquiste che si erano transitoriamente realizzate.
In particolare si tende a ripristinare il più possibile un quadro di comando unilaterale dell’impresa sul lavoro e a liberarla da responsabilità a cui essere vincolata nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici. In ogni specifica situazione lavorativa si tende ad affermare come unico vincolo ciò che il capitale considera necessario per il successo di quell’impresa. Ciò, a sua volta, non è ovviamente compatibile con la permanenza di una iniziativa solidale dei lavoratori fra di loro e di uno stato sociale universalistico per cui i problemi sociali vengono ridefiniti su basi corporative e aziendalistiche o assistenzialistico/minimali per chi ne resta fuori.
È quello che sta avvenendo in questa fase.
Le forme e i contenuti sono però particolarmente radicali ed esplicite, proprie di un contesto caratterizzato dal modello che si è imposto di cosiddetta “finanziarizzazione/globalizzazione” dell’economia e della sua riconferma all’interno di una profonda crisi del modello stesso, e segnato dagli effetti di storiche sconfitte delle ipotesi prevalenti su cui si era espresso il movimento operaio nel secolo scorso.
Non mancano reazioni a queste dinamiche, sia sul piano di analisi e proposte per un approccio alternativo alla crisi attuale (come testimoniamo tra gli altri gli stessi contributi pubblicati in questi mesi dal Manifesto sulla rotta dell’Europa), sia sul piano della persistenza di movimenti, iniziative sindacali e anche politiche di opposizione.
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Trattato Ue: il Mostro Giuridico
di Marcello De Cecco
Nella crisi, ma anche prima, le peculiari caratteristiche della Bce rispetto ad una vera banca centrale nazionale, di non essere per statuto abilitata a finanziare i deficit degli stati membri e di non poter espletare le funzioni di prestatore di ultima istanza, sono state evocate con frequenza. Perché le cose stiano così è facile capirlo: l’Unione monetaria europea fu costituita da stati legati da un’unione economica ma non politica, e nemmeno facenti parte di una federazione. Visto che l’Unione monetaria era stata una creatura politica imposta dai francesi ai tedeschi per tenerli aggregati all’Occidente dopo la fine dell’Urss, bisognava inventare per lei una banca centrale con regole diverse da quelle delle banche centrali degli Stati nazionali e delle federazioni. Regole che creassero una moneta unica al posto di quelle degli Stati della Unione, ma che non abolissero le banche centrali nazionali (restate a esercitare la supervisione sulle proprie banche commerciali) e che non dessero alla banca europea la sovranità monetaria.
Ne venne fuori un esemplare unico nella storia monetaria: una banca centrale priva di sovranità monetaria che quindi abdicava a due delle funzioni caratterizzanti una banca centrale, la possibilità di creare moneta per finanziare i bilanci pubblici degli stati membri e di fungere da prestatore di ultima istanza per le banche dell’area della moneta unica. In tal modo si distruggeva anche la sovranità monetaria dei singoli stati membri. D’altronde, senza una vera unione politica o almeno fiscale, sarebbe stato veramente peculiare fare altrimenti. Negli anni 80 e 90 il mondo aveva visto crisi finanziarie imponenti ma mai una che colpisse il centro dell’economia mondiale con la potenza della crisi attuale. Evidentemente i fondatori dell’Ume sperarono che ciò continuasse nel futuro, e che la funzione di banca centrale mondiale continuasse nelle emergenze a essere svolta da chi l’aveva fatto per cinquant’anni, la Federal Reserve.
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Partito e movimento
di Valerio Bertello
Proletariato e organizzazione
Un discorso sull’organizzazione deve iniziare da un dato di fatto: il movimento rivoluzionario sta attraversando una fase di ricostruzione, fase che segue la chiusura di un ciclo, quello delle lotte degli anni 70, che si è concluso, come è necessario, quando le forze in campo hanno raggiunto i propri limiti storici. Ciò non significa che il ciclo sia terminato con una sconfitta. E’ vero piuttosto che tali lotte hanno mutato i rapporti tra proletariato e borghesia, creando così un nuovo contesto con il quale le classi dovranno misurarsi. Quale sia il contesto è un discorso che va oltre i limiti della presente nota. Qui si vuole solo rimarcare che se si vuole affrontare la nuova fase senza un inutile fardello di falsi problemi è necessario liberarsi della sindrome della sconfitta.
Quindi, anche limitando il discorso alla questione dell’organizzazione, occorre innanzitutto fare un minimo di chiarezza sul piano storico. Nell’ultimo grande movimento di massa che nel capitalismo avanzato sia andato vicino ad un rovesciamento rivoluzionario dello stato borghese, il maggio francese del 1968, i due modelli di organizzazione del proletariato, partito e movimento, che si erano fino a quel momento contrapposti, hanno mostrato entrambi definitivamente la loro inadeguatezza. Gli operai hanno occupato le fabbriche, ma non sono passati all’autogestione, anzi, non sapendo bene cosa farsene finirono per abbandonarle lasciandole deserte. I partiti e le organizzazioni sindacali, ufficiali o meno, invece di guidare l’insurrezione verso la presa del potere, o tacquero o boicottarono il movimento delle occupazioni convogliandolo verso la firma di un accordo contrattale, quello di rue Grenelle, come una qualsiasi lotta rivendicativa. Questo è stato il De profundis per entrambe le concezioni dell’organizzazione di classe, quindi delle loro materializzazioni: il partito leninista, forma di organizzazione che in realtà va fatto risalire al modello della socialdemocrazia, e quello autogestionario dei consigli operai.
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Un pasdaran sfigato
di Augusto Illuminati
Qualcuno si era creduto che Monti il “modernizzatore” rappresentasse una svolta, almeno sul piano dello stile? In realtà è un povero sfigato, disavvezzo alla comunicazione mediatica, che fa battute peggio di Brunetta, Gelmini e Sacconi, perfino con un lieve cigolio isterico: davvero un poco carismatico emissario del finanzcapitalismo. Però lo rappresenta, anzi è verosimile (lo sostiene il «Financial Times») che sia il commissario europeo di Obama in funzione anti-Merkel. Se risulta imbranato è per due ordini di motivi. Il primo, s’intende, è la micidiale intensità della crisi che vanifica i piani meglio congegnati e induce i partiti, per quel che ancora contano, a lesinargli la fiducia, visto che non si sa come le cose andranno a finire. Secondo, che avrebbe dovuto scandire il ritorno alla normalità dopo la sbornia populista berlusconiana, ma si inserisce in una situazione ancora zeppa di aspettative decisioniste e di demagogica personalizzazione, in cui continuano a incappare comicamente i suoi ministri, oscillando fra lacrime e ukàz, profferte negoziali e mefas tut mi, decretazione d’urgenza su cose non urgenti e precipitose marce indietro nel giro di una settimana. Tutto questo, però, mette in luce la rovina dell’influenza dei tre poli e delle illusioni redentrici alimentate dal coro irresponsabile dalla stampa di regime. La fiducia in Monti è destinata a un rapido declino e le scoregge sulla monotonia del posto fisso e sui laureati tardivi sono segni di nervosismo e arrogante sgomento.
Il vero problema è: perché all’improvviso si è passati dalle lusinghe concertative e dal rinvio dei provvedimenti scabrosi alle provocazioni (tecnicamente non necessarie) sull’art. 18 e sul valore legale del titolo di studio, mentre comincia il sordo logorio parlamentare sulle liberalizzazioni e il blitz sulla giustizia incrina l’inciucio fuori e dentro i partiti?
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Informazioni di Parte
Carlo Formenti
Dopo aver pubblicato il contributo di SIlvano Cacciari, continuiamo la trascrizione del ciclo di incontri "Informazioni di Parte. Per un nuovo mediattivismo tra disordine globale e narrazioni insorgenti", tenutisi lo scorso maggio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna. È questa volta il turno dell'intervento di Carlo Formenti, docente di Scienza della comunicazione all'università di Lecce ed autore di testi importantissimi per una lettura critica dei mutamenti economici, sociologici e politici avvenuti a partire dall’emersione di internet come terreno di produzione immateriale e conflitto, quali "Mercanti di Futuro"," Cybersoviet", "Se Questa è Democrazia" ed il suo ultimo “Felici e sfruttati”.
Un intervento, il cui portato è di un'attualità scottante, all'interno del quale vengono presi in esame ed esplorati i terreni di scontro su cui oggi si stanno giocando i processi di costruzione dell'egemonia nelle loro diverse sfaccettature (mediale, finanziaria, politica e culturale). Dalle rivolte arabe alle lotte degli operai cinesi, dalla Silicon Valley fino alle fabbriche della Foxconn, Formenti con la consueta lucidità getta uno sguardo d'insieme sulle insorgenze verificatesi nell'ultimo anno, offrendo sponde di riflessione ed affrontando nodi teorici che spetta all'informazione di parte sciogliere nella pratica quotidiana.
Nelle prossime settimane pubblicheremo l'intervento di Federico Montanari, l'ultimo dei tre relatori del ciclo di incontri.
Infofreeflow (@infofreeflow) per Infoaut
*Avvertenza. Il testo che vi presentiamo è stato preso in esame e riletto ma non corretto dall'autore.
Ringrazio Silvano per questa stimolante chiacchierata che mi permette di aggiungere una dimensione di riflessione al mio intervento rispetto a quella che avevo pensato di affrontare. Vorrei però fare alcuni incisi che mi vengono spontaneamente dopo averlo ascoltato.
Primo. Pur potendo sembrare paradossale, la componente operaista degli anni '70 era più togliattiana che vittoriniana.
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Orwell in Italia e il calo dello spread
nique la police
(Shakespeare, La tempesta)
Cominciamo dalle frasi pronunciate a reti unificate, in tono levigatamente mortuario, dal presidente del consiglio Mario Monti. Una differenza tra l'ex consulente di Goldman Sachs e il precedente presidente del consiglio sta sicuramente nell'uso dei processi unidirezionali della comunicazione mediale. Mentre Berlusconi dava spettacolo, eredità di un mondo anni '80-'90 quando il potere era scenografico, Mario Monti alimenta l'utilizzo morale del potere del broadcasting. Quest'uso morale è moneta sonante: si usa la capacità di pressione cognitiva dei media generalisti per tranquillizzare la popolazione con perizia tecnica "lo spread calerà" (caldo potere pastorale di rassicurazione). E per imporre precetti orwelliani come "le tutele [al reddito e alla continuità del posto di lavoro, ndr] possono essere dannose".
Orwell in Italia
Il tratto di continuità tra Monti e Berlusconi sta invece in questa possibilità di condizionare i processi connettivi del tessuto sociale operando a reti unificate. Ma questo pericolo permanente per la democrazia, e per l'ecosistema dell'informazione, resterà tale fino a quando residui di partiti, movimenti, sindacati non entreranno nel XXI secolo imponendo la centralità del problema. Per adesso vanno alla grande le ristrutturazioni del lessico: tutto è declinato, fortunatamente, in "comune" ma senza una una democratizzazione e una pubblicizzazione dei grandi network generalisti il comune è destinato a rimanere sulle carte di diritti, principi e intenti.
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Appropriazione indebita di una lingua e dissimulazione della realtà
di Daniela Ricci*
L’ideologia neoliberista in salsa italiana, nel tentativo di imporsi definitivamente come pensiero unico dominante, sta mettendo in atto una colossale opera di appropriazione indebita della lingua italiana, usando lo strumento linguistico a fini mistificatori.
“All’inizio era il verbo”, potremmo chiamare così questo sfacciato piano di mistificazione sostenuto dai media embedded al servizio delle elites finanziarie, che vuole“ribattezzare” le cose chiamandole non più con il loro nome, ma con vocaboli non pertinenti, proprio al fine di dissimularne la vera sostanza.
Servirsi delle parole per nascondere la realtà significa, di fatto, renderle un semplice involucro, atto a coprire una sostanza che spesso le contraddice. Il tutto per arrivare a propinarci anche l’inverosimile. E’ un vero e proprio sequestro del vocabolario italiano a fini di lucro, dove la posta in gioco è la salvezza di un sistema economico in crisi, quale è quello capitalistico, e degli enormi interessi economici e finanziari ad esso correlati.
Gli albori di questo processo di stravolgimento della nostra lingua furono ai tempi della “guerra umanitaria” in Kossovo , combattuta nel 1999, anche in nome del popolo italiano, nostro malgrado, proprio facendo leva su quell’ossimoro permanente che associa la guerra alla difesa dell’umanità e che consentì al governo D’Alema di aggirare l’articolo 11 della Costituzione, (“L’Italia ripudia la guerra”).
Nel 2001 e nel 2003 e’ stata poi la volta della “guerra preventiva”, dichiarata, anche in nome del popolo italiano, rispettivamente, contro Iraq ed Afghanistan, prima che “il nemico” (Saddam Hussein nel primo caso, Bin Laden, nel secondo) potesse nuocere all’Occidente.
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Non solo spread
di Mario Agostinelli
Ormai, nella nostra esperienza abituale, il “tema del giorno” ci è imposto da una giostra mediatica che rimuove letteralmente la notizia del giorno prima e che fa rimbalzare la nuova, appositamente predisposta nei palazzi del potere, giù giù per l’intera catena dell’informazione. Siamo ormai immersi in un presente disegnato al di fuori di noi e della nostra esperienza sociale, senza memoria e denso di paure per il futuro. Quello che è accaduto oggi e che avverrà domani ce lo dice la prima serata della televisione dai mille canali, spezzettata e ricomposta dal nostro zapping nervoso.
La videocrazia – addirittura resa più cogente negli ultimi mesi - spiega il favore che incontra ancor oggi il pensiero unico e il potere che esso rinnova sull’opinione pubblica, nonostante sia sua la responsabilità di una crisi per cui non sa trovare soluzioni convincenti. Ormai, basta ascoltare la sera l’anticipazione dei titoli dei giornali del giorno successivo per accertarsi che la gerarchia delle nostre preoccupazioni – almeno per quanto indotto dai media – non sarà più necessariamente la stessa che ci tormentava il giorno prima, sostituita da scoop e da incessanti “svolte storiche ed eventi epocali” che spiazzano tutto quanto subito prima veniva considerato tale. Notizie frutto di personalizzazione ostinata e per lo più confezionate all’esterno e al di sopra delle redazioni delle testate giornalistiche, tra di loro ormai intercambiabili e in comune e perenne dipendenza dal potere, alla faccia del pluralismo dell’informazione, sale della democrazia.
Ma tant’è e, se si esclude la strenua alterità del manifesto, rarissimi programmi di “televisione resistente” e la presunta e perversa originalità di alcuni servitori di Berlusconi come Belpietro e Feltri, dal conformismo dilagante possiamo facilmente capire perché ci si rammarichi di più per i languori della Fornero che per l’eroica esposizione alle intemperie dei lavoratori della Wagons Lits.
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Breve storia della crisi
di Andrea Baranes
Questo testo è contenuto in appendice al saggio «Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi» (pubblicato da Sbilanciamoci! e da minimum fax, 2012), un libro importante perché smentisce alcune false certezze sulla crisi economica che stiamo attraversano e fornisce delle misure alternative per fronteggiarla. Questa breve storia della crisi curata da Andrea Baranes ne è un assaggio.
Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese. A novembre 2011 il governo si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, tra conti pubblici che non quadrano e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, assistiamo a tagli generalizzati di tutte le spese pubbliche mentre i soldi per gli investimenti e lo «sviluppo» sono un miraggio sempre più distante. Il nostro paese è uno dei principali problemi dell’Unione Europea.
Cos’è successo allora in questi diciotto anni? Perché nel 1994 l’Italia era sì un paese con un forte debito e diversi problemi, ma, così ci veniva raccontato, con ottime prospettive, mentre ci ritroviamo nel 2011 con l’acqua alla gola e in balia delle tempeste finanziarie? L’argomento che ci viene ripetuto è che l’Italia del 2011 è schiacciata da un rapporto tra debito e prodotto interno lordo che sfiora il 120% e sta strangolando la nostra economia. Bene. Qual era allora la situazione nella prima metà degli anni Novanta? Tra il 1993 e il 1995 il rapporto tra debito e Pil in Italia superava il 120%.
Occorre quindi analizzare meglio le cause politiche, sociali, industriali ed economiche che contribuiscono all’attuale rapido declino del nostro paese.
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I sei pilastri della conversione ecologica dell’economia
di Guido Viale
Misurarsi con il governo Monti sul suo terreno non è saggio. Monti comanda ma non governa. Comanda perché i partiti che lo sostengono (sempre più infelici) glielo lasciano fare e gli elettori che essi pretendono di rappresentare non hanno forze né strumenti per fermarlo. Per tutti il movente è unico: la paura di un disastro che non si sa valutare. Ma a governare non è né Monti né l'Europa, ma la finanza internazionale che decide per entrambi. Le misure adottate - "salvaitalia" e "crescitalia" - non avranno alcun effetto di stabilità, come non lo avrà il nuovo pacchetto ammazza-lavoro cucinato dalla prof. Fornero. Le cifre sparate sui futuri effetti di quei decreti (Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18) ricordano più la tombola che le discipline accademiche di cui la compagine governativa mena vanto. Se oggi la speculazione sul debito italiano sembra placarsi è perché Monti le ha dato un altro po' di succo da spremere, esattamente come era successo in Grecia, fino a nuovo ordine. D'altronde Draghi ha spiegato che lo spread serve proprio a questo: rendere possibile quella spremitura che il lessico economico-politico chiama "riforme" e "modernizzazione". Ma con un debito di 1900 miliardi e un patto di stabilità che pretende di dimezzarlo a nostre spese, gli agguati della finanza continueranno a restare alle porte. E finché la finanza internazionale potrà contare su risorse che valgono 10-15 volte più del prodotto lordo del mondo non c'è governo che ne sia al sicuro; nemmeno erigendo una muraglia cinese contro i suoi assalti.
Il confronto con il governo Monti, con questa Europa e con il potere della finanza internazionale va quindi condotto su un diverso piano, che è quello della vita e delle condizioni di esistenza della maggioranza della popolazione, dei rapporti che ci legano all'ambiente fisico e sociale in cui viviamo, dei diritti inalienabili di cittadinanza che ne discendono in quanto abitanti di questo pianeta (tutte materie totalmente estranee alla cultura del governo, ma dimenticate anche da molti dei suoi commentatori e dei suoi critici).
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Quanto è monotono il “tecnico” Monti
di Felice Roberto Pizzuti
Dietro le scelte del governo c'è una politica precisa. Ed è un'applicazione radicale della visione liberista, proprio quando la crisi ne certifica il fallimento
Tra le qualità attribuite al governo Monti c'è la sobrietà; potrebbero dunque lasciare perplessi alcune sue posizioni. Ad esempio, è decisamente stravagante affermare che le misure di liberalizzazione presentate faranno aumentare il PIL addirittura del 10%. Una valutazione siffatta, prima ancora che enfatica, non ha basi affidabili di misurazione, ma esime o distoglie l’attenzione da misure di stimolo alla domanda che in una situazione di grave recessione sono sicuramente più appropriate ed efficaci.
La sobrietà di Monti suscita non minori dubbi quando, riferendosi ai tre obiettivi del suo governo – rigore dei conti pubblici, crescita ed equità –, sostiene che il terzo sarà il risultato delle riforme volte a rendere i mercati realmente concorrenziali. Solo i neoliberisti più sfrenatamente ottimistici hanno immaginato che lo sviluppo generato dai mercati implichi un miglioramento anche per i più poveri (la teoria del trickle down, dello sgocciolamento), ma non sono stati confortati da verifiche empiriche. Tuttavia, se questa è l'idea di equità e del modo di raggiungerla, non sorprende la “tosatura” del sistema previdenziale pubblico, che pure ha un saldo attivo tra contributi e prestazioni previdenziali nette pari all'1,8% del Pil e già da anni sostiene il complessivo bilancio pubblico; né sorprende il progetto di depotenziarlo ulteriormente riducendo le aliquote contributive (e quindi le prestazioni) e immaginando un ruolo sostitutivo e non aggiuntivo per la previdenza privata che, però, assorbe risorse pubbliche (e qui sorge qualche contraddizione; come pure nell’accordare proprio in questo periodo l’aumento dei pedaggi delle autostrade a favore di gestori privati operanti in un contesto molto poco concorrenziale).
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La montagna che partorì il topolino
di Riccardo Achilli
L'accordo intergovernativo di ieri ha delineato la, per così dire, “strategia” che l'Europa pensa di mettere in campo per uscire dalla crisi, illudendosi di salvare un euro che oramai anche i principali think tank liberisti internazionali danno per spacciato. La strategia è imperniata sul “fiscal compact” (che anche dal punto di vista comunicativo fa pensare più ad una compilation di musica dance che ad un pacchetto di politiche fiscali, ma tant'è) e su non meglio precisate linee-guida per riattivare la crescita economica ed occupazionale nei Paesi dell'Unione.
Non starò a fare una lunga analisi del “fiscal compact” (ci sono ottimi articoli che girano su Internet, ne segnalo uno ai naviganti: “Per un nuovo fiscal compact”, di Renato Costanzo Gatti). Mi limiterò ad enucleare alcuni aspetti di fondo:
- l'obbligo di rientrare di un ventesimo dell'extra debito (cioè del debito pubblico superiore al 60% del PIL) all'anno comporta di fatto manovre finanziarie pari a 42 Meuro per il primo anno, 40 Meuro per il secondo, 38 Meuro nel terzo, e così via. Tale regola costringe l'economia italiana a rinunciare ad uscire dalla recessione per lustri. Di fronte alla durezza del sacrificio finanziario imposto, le cosiddette “circostanze attenuanti” che Monti sarebbe riuscito a strappare sono ben poca cosa. In realtà, ad essere precisi, non ha strappato niente, poiché ha solo ottenuto che si riportasse nel “fiscal compact” quanto già previsto nel “six pack” varato qualche mese fa: in sostanza, l'ammontare dell'extra-debito pubblico viene corretto per i passivi impliciti legati all'indebitamento del settore privato (significativamente più basso in Italia rispetto alla media Ue), e per una combinazione fra il costo aggiuntivo legato all'invecchiamento della popolazione, corretto per i risparmi conseguibili da riforme previdenziali.
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La Germania problema d'Europa
di Stefano Sylos Labini
La politica egoistica e suicida della Merkel, con il dogma dell'indipendenza della Bce, impedisce di trovare soluzioni alla crisi europea, da cui si può uscire imparando dal passato
I tedeschi hanno il terrore che l’eccesso di debito pubblico spinga la Banca centrale europea a stampare grandi quantità di moneta che farebbe scoppiare l’inflazione. Per questo la Cancelliera Merkel, con la sua intransigenza sul risanamento dei bilanci dei paesi europei più in difficoltà e con la sua posizione contraria verso l’emissione degli Eurobond e verso gli acquisti di titoli del debito pubblico da parte della Bce, sta spingendo l’Europa in una pericolosa recessione e in una crisi di fiducia che potrebbero avere conseguenze devastanti. Ma i tedeschi, che hanno l’economia con la produttività più elevata d’Europa, dovrebbero ricordarsi di ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale e di conseguenza dovrebbero essere più lungimiranti per evitare di ripetere gli stessi errori che loro furono costretti a subire.
Lezioni di storia
Il Trattato di Versailles fu imposto alla Germania con la minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Il Trattato istituì una commissione che doveva determinare le esatte dimensioni delle riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania. Nel 1921, questa cifra fu ufficialmente stabilita in 33 miliardi di dollari. John Maynard Keynes criticò duramente il trattato: non prevedeva alcun piano di ripresa economica e l’atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. Keynes espresse questa visione nel suo saggio The Economic Consequences of the Peace. I problemi economici che questi pagamenti comportarono sono spesso citati come la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e dell’ascesa di Adolf Hitler, che inevitabilmente portò allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20% della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con delle riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma, tra il 1933 e il 1936, si realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, anche più significativo del tanto celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. E non furono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell'edilizia, dell’automobile e della metallurgia.
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Il sonno della ragione che genera mostri
Militant
Ieri è apparso un articolo sul Corriere della sera che supera di molto la follia collettiva quotidiana alla quale dobbiamo sottostare. Per la verità, sono diversi giorni che su Corriere e Repubblica appaiono “strani” articoli, tutti orientati in senso radicalmente neoliberista come non se ne vedevano da anni. Passati di moda agli inizi della crisi, i pensatori neoliberisti sono rispuntati fuori come funghi dalle fogne (miliardarie) dalle quali provenivano. Per la verità, in effetti, non se ne erano mai andati; qualche giornale e qualche trasmissione “liberale” però li aveva messi momentaneamente in minoranza, dato che tutte le ricette da questi proposte avevano portato direttamente alla crisi culturale, economica, finanziaria ed etica che sta attraversando l’occidente. L’inconsistenza però delle alternative (diciamo più evidentemente l’assenza), la fragilità e la mancanza di creatività e di efficacia dei movimenti globali nel proporre un nuovo e diverso sistema di sviluppo, hanno però fatto tornare alla ribalta concetti e idee che credevamo veramente tramontati, quantomeno nella loro versione più intransigente e immediata (nel senso di *non mediata* da discorsi fumosi e apparentemente progressisti).
Ma veniamo a noi e al nostro articolo. Antonio Polito, già ex-comunista (maoista!) e fondatore del giornale “Il Riformista”, ex-margherita, e dunque appartenente di diritto all’area politica del centrosinistra, ha oggi sintetizzato al meglio le idee sue, del giornale per il quale lavora, e dell’area politica che egregiamente rappresenta, con un pezzo intitolato: “Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli”.
Bisognerebbe leggerlo tutto, ma riporteremo qui i pezzi significativi (praticamente tutto l’articolo), cercando di non vomitare nel frattempo.
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L'Italia ai tempi di Monti. Una nota sulle proteste delle ultime settimane
La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere;
in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere (Q. 3, paragrafo 34)
Una premessa, banale: i movimenti sociali sono sempre faccende complesse, dalle molte sfaccettature, che non ci consegnano mai una “forma” pura rispetto a cui noi dobbiamo semplicemente schierarci, e che non consentono indebite astrazioni che isolino un aspetto per esaltarlo o demonizzarlo. Questa complessità non ci deve però mai impedire di pronunciarci e agire, soprattutto se pretendiamo di voler cambiare le cose.
In questo documento non si tratterà quindi di giudicare le cose in base a presunte affinità o divergenze, ma di provare a capire cosa sta succedendo intorno a noi per cercare magari di formulare e praticare un’azione alternativa, più strutturata, forse più efficace. Invece tutto quello che si è detto sugli avvenimenti delle ultime settimane, dalla mobilitazione dei tassisti a quella dei “forconi”, ha oscillato fra movimentismo ed esaltazione per qualsiasi cosa faccia casino, e un disinteresse che soltanto la caccia (peraltro esclusivamente telematica) al “fascista infiltrato” è sembrata scuotere…
Nelle prossime righe vorremmo provare a smarcarci un po’ da queste posizioni e recuperare qualche categoria che ci permetta di capire in generale che sta succedendo, per poi tentare di contestualizzare questi movimenti, in modo da non scadere nelle pessime abitudini che ormai contraddistinguono l’azione politica dal basso.
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Il tempo dei forconi. Per un aggiornamento materialista
di Giorgio Martinico*
Giorni di proteste, soprattutto in Sicilia, ci hanno posto la necessità di ragionare e indagare una serie di nodi politici dirimenti al tempo della crisi globale; eccone proposti alcuni
Abbiamo imparato a conoscerli sotto le sigle di Forconi e di Forza d’urto; sono stati definiti fascisti, mafiosi, leghisti, politicanti, demagoghi, populisti, corporativi e, soprattutto, padroncini. Hanno tenuto in scacco la circolazione delle merci in Sicilia per cinque giorni – e ora tentano lo sbarco continentale; provocato 500 milioni di euro di danni “all’economia dell’isola”; organizzato decine di presidi permanenti; scatenato le più svariate reazioni. Sono ufficialmente agricoltori, piccoli imprenditori terrieri, braccianti, autotrasportatori dipendenti e autonomi, camionisti, pescatori e piccoli artigiani: una trasversalità tale di figure del lavoro da indurre qualcuno ad agitare la bandiera del pericoloso interclassismo di stampo populista ad uso e consumo di soggetti sociali storicamente considerati reazionari.
Nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su una situazione che, a detta di tutti gli opinionisti più o meno casuali, è segnata da ambiguità e ambivalenze, contraddizioni e complessità, partiamo però dal dato, di incontestabile valore a mio avviso, che è quello relativo all’enorme grado/richiesta di partecipazione a cui queste proteste hanno saputo dare immediato sbocco: centinaia di migliaia di siciliani hanno preso parte ai momenti e attraversato gli spazi di questa lotta.
Questo dato, che preso singolarmente può voler dire poco, ci aiuterà a dare sostanza, gambe e fiato, alla nostra ipotesi su cui questo lavoro si andrà costruendo: l’ipotesi secondo cui, attraverso un minuzioso lavoro di decostruzione e analisi, si possa arrivare ad affermare il carattere marcatamente popolare e di massa di quella che i protagonisti si sono affrettati a definire una rivolta.
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Qualche chiarimento in tema di beni comuni
di Carlo Donolo
Dopo il referendum sull’acqua e il suo felice risultato anche in Italia si sta diffondendo nell’opinione pubblica e nei movimenti collettivi la nozione di beni comuni. Per lo più viene usata in modo generico e anche sloganistico, ma in ogni caso si tratta di un tema che mette radici nel crescente fabbisogno di coesione sociale, e nella resistenza agli effetti più distruttivi dei processi globali. Si coniuga facilmente con un certo localismo e con il rigetto di soluzioni che impongono gravi costi locali anche se con vantaggi generali, come nelle sindromi nimby.
Viviamo in una società di individui possessivi e da noi “la roba” è sempre sacra. La mentalità collettiva è stata plasmata dal consumo, dalla pubblicità, dal denaro. Ma proprio la violenza insita in rapporti di scambio de-socializzati fa risorgere un bisogno di comunità, di appartenenza, e anche di ritrovare cose in comune, svincolate dal totalizzante rapporto proprietario. I beni comuni, infatti, non sono proprietà di qualcuno, ma sono per tutti. Si rifà vivo il bisogno di credere, specie in tempi di crisi e trasformazioni laceranti, e da qui il bisogno di rassicurazioni religiose e anche la domanda sempre insoddisfatta di nuove fedi, quasi un sostituto delle vecchie ideologie politiche. Su questioni di grande complessità che collegano il nostro destino individuale alle catastrofi globali su cui non possiamo incidere c’è anche il desiderio di risposte semplificate, in un certo senso massimalistiche, che riducano l’eccesso di complessità a “soluzioni” autoevidenti, anche se illusorie.
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Il Corpo
di Elisabetta Teghil
"E' maschio o femmina? lo deciderà lo Stato!"
(dal film Louise Michel- Francia 2009)
Questa società si definisce mediante il posto ed il valore che assegna ai due sessi e ai loro atteggiamenti socialmente costituiti.
Il che comporta il fatto che esistano tante maniere di realizzare la femminilità quante sono le classi e le frazioni di classe. La verità di una classe o di una frazione di classe si esprime, quindi, nella forma in cui i sessi sono distribuiti al suo interno.
Mentre il femminismo ha cercato di portare a consapevolezza e di utilizzare politicamente tale correlazione, nella risposta socialdemocratica i ruoli sessuali continuano ad essere definiti e le nuove esperienze ibridanti della sessualità, transessuali e transgender, non sono tese alla rimozione dell’organizzazione classista e sessista, ma ne costituiscono una variante, spesso al servizio della soluzione economicamente più redditizia.
Pertanto il “femminismo socialdemocratico” e l’ibridismo sessuale filo-occidentale, diventano puntelli di questo ordine sociale.
In questo modo si avalla il principio che questa società sia positiva e la si eleva ad assoluto, rispetto alla quale il divenire temporale deve essere considerato come una forma già precompresa ed organizzata.
Da qui, la radice, la causa ed il principio della violenza che la società stessa perpetra e che viene giustificata come difesa dell’ordine naturale e razionale. Accettando l’esistenza, l’ordine e la gerarchia delle classi sociali come naturali, le funzioni politiche dello Stato acquistano valenza sociale.
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Pratiche di ordinaria resistenza
Mirko Alagna, Andrea Erizi
L’idea attorno a cui gravita il ragionamento proposto in questo contributo è che l’affanno scontato dalla politica, e più duramente da una politica di sinistra, sia la manifestazione più drammatica ed eclatante di un fenomeno che affonda altrove le sue radici più profonde: non nelle geometrie della politica, ma nella fisionomia della soggettività oggi disponibile o egemone. La causa prima delle difficoltà in cui sembra spiaggiata la critica e la trasformazione del reale, storicamente appaltata ai partiti di sinistra, è la metamorfosi subita dalla soggettività occidentale a ridosso dei cambiamenti che hanno investito gli ultimi decenni tanto su un piano materiale, quanto culturale – di immagine del mondo: da un lato, lo straordinario incremento della capacità di consumo, che carica di sacrifici e rinunce qualunque scelta alternativa all’inserimento individuale nell’esistente, dall’altro l’inabissarsi di ogni prospettiva di mutamento radicale delle forme di organizzazione della vita sociale come prodotto di tendenze storiche oggettive.
Mentre il primo fenomeno innalza i costi della critica, il secondo minaccia la percezione della sua sensatezza: una pratica individuale e politica non conciliata appare un’opzione non solo dai costi materiali insopportabili, ma priva di senso, perché destinata all’isolamento e dunque votata alla sconfitta. L’effetto convergente è allora una profonda mutazione della fisionomia dei soggetti in direzione di una crescente difficoltà ad opporre una resistenza etica alla forza delle cose, e di conseguenza a farsi interpreti di una politica diversa da un’amministrazione dell’esistente prostrata ai feticci impolitici della sicurezza e del benessere.
Difendere un programma di ricerca che va a rintracciare nel tipo di soggettività l’eziologia del male di cui la politica è sintomo visibile significa, peraltro, escludere due ipotesi di lettura alternative spesso avanzate per dare conto dei medesimi fenomeni.
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(NO) Alta velocità
di Francesco Ciafaloni
Francesco Ciafaloni ricostruisce le ragioni delle mobilitazioni in Val di Susa contro il Tav che dovrebbe collegare Torino a Lione: un’opera sbagliata dal punto di vista economico fin dall’origine
La decisione di seguire la via dei tedeschi e dei francesi e di costruire anche in Italia un treno ad alta velocità è stata presa più di trentacinque anni fa. In particolare, credo di aver sentito parlare di Corridoio 5 – la connessione ad alta velocità dall’Austria, più tardi dall’Ucraina, che allora era Unione sovietica, al Portogallo, attraverso la Valle padana e le Alpi – in una comunicazione alla città di Torino, a metà degli anni ’70, al Carignano, dall’allora senatore democristiano Umberto Agnelli. Nella stessa occasione, o in circostanze simili, venne comunicato che la Volkswagen era in gravi difficoltà; che si apriva la possibilità di vendere milioni di auto in più in Europa per le aziende concorrenti; che la Fiat certo avrebbe conquistato una parte della nuova fetta di mercato. Il Corridoio 5 era una ulteriore possibilità di espansione, per la vendita di materiale ferroviario e per il miglioramento del servizio.
Poi, come si sa, le cose, viste da Torino, non sono andate per il verso giusto. La Volkswagen superò le sue difficoltà; la Fiat è affondata nelle sue. Il treno ad alta velocità è stato realizzato da Napoli a Torino, scardinando la rete ferroviaria italiana, anziché migliorarla. Il Corridoio 5 è ancora lì, ben lontano dalla realizzazione, ad ingombrare lo spazio politico del paese.
L’alta velocità e la rete
Il sistema dei trasporti, su gomma, su ferro, per aria, è una rete complessiva.
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Un teorico ribelle alla gabbia della realtà
Roberto Ciccarelli
Il volume di Marcello Musto da poco pubblicato da Carocci è una cartografia puntuale sulla riflessione e il progetto di ripubblicare tutte le opere di Karl Marx. Con l'obiettivo di sottrarre l'autore del «Capitale» a una lettura accademica
Praticare la chirurgia dei tagli su Marx - ha scritto Maximilien Rubel - significa effettuare l'ablazione di ciò che nel suo pensiero si oppone a ogni marxismo inquisitorio e a ogni comodo liberalismo. In questo assunto, collocato da Marcello Musto in esergo al suo volume Ripensare Marx e i marxismi (Carocci, pp.373, euro 33), possono essere riassunte le vicende editoriali, filologiche e politiche che hanno visto protagoniste - per oltre un secolo - le pagine parzialmente edite, o del tutto inedite, dell'opera marxiana. Finalmente sottratto alla conoscenza approssimativa di un testo, di cui a lungo si è conosciuto solo il mito ma non la lettera, oggi Marx sembra tornare a parlare in prima persona.Musto ne ripercorre l'avventurosa genesi alla luce della nuova edizione delle opere complete - la cosiddetta «Mega 2» che prevede la pubblicazione di 114 volumi. Tra i molti Marx che continuano ad essere indispensabili, ne segnala almeno tre. Quello ossessionato dalla miseria economica, dalle tragedie familiari e dalle tumultuose vicende politiche che videro la nascita della Prima internazionale, insomma il vissuto storico che molti anni fa nutrì un'enorme quantità di biografie e storie politiche. Oggi questi libri è difficile trovarli persino sulle bancarelle dell'usato.
Musto si sofferma anche sul Marx critico del modo di produzione capitalistico, ricercatore enciclopedico che ne intuì la capacità di sviluppo a livello mondiale, meglio di qualunque altro studioso della sua epoca. E, infine, c'è il Marx teorico del socialismo che, sopresa, aveva tempestivamente ripudiato la possibilità di un «socialismo di Stato» propugnata da Lassalle e da Rodbertus.
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La Repubblica fondata sul profitto
di Alessandra Algostino
«Ogniqualvolta un notabile di Coketown si sentiva maltrattato – vale a dire, ogni volta
che non gli si permetteva di fare il comodo suo e si avanzava l’ipotesi che potesse essere
responsabile delle conseguenze dei suoi atti – si poteva star certi che costui se ne sarebbe
uscito con la terribile minaccia che, piuttosto, avrebbe “gettato tutti i suoi beni nell’Atlantico”»
C. Dickens, Hard Times. For These Times, 1854
Il conflitto capitale-lavoro e la scelta della Costituzione
La storia della destrutturazione dei rapporti di lavoro è ormai lunga, dalle prime leggi sulla flessibilità al c.d. collegato lavoro, dalle concertazioni sul welfare agli “accordi” di Pomigliano e Mirafiori. Il lavoro, che la Costituzione disegna come strumento di dignità della persona e mezzo di emancipazione sociale, come fondamento della «Repubblica democratica» e trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica, è sempre più solo merce. Il diritto dei lavoratori, che evoca diritti e garanzie, che ha come soggetto non la vendita di mano d’opera quanto la vita delle persone, è mistificato nella retorica dei lavori, della competitività, della “libertà” contrattuale del singolo lavoratore. La precarietà si ammanta e diviene flessibilità, quando non vuole essere ancor più affascinante e si fa flexicurity. La piena occupazione è sostituita dalla «propensione ad assumere» che, nel quadro dell’«efficientamento del mercato del lavoro», passa «attraverso una nuova [de-]regolazione dei licenziamenti» (così nella Lettera inviata dal governo italiano all’Unione europea, 26 ottobre 2011). Datori di lavoro e sindacati (nelle loro sigle maggiormente rappresentative a livello nazionale) concordano nel centrare le relazioni industriali sul profitto delle imprese (la loro competitività e produttività), nella prospettiva ordoliberale che da ciò possano discendere benefici per l’occupazione e le retribuzioni (per tutti, da ultimo, l’Accordo siglato il 28 giugno 2011 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil).
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Chi decide?
di Augusto Illuminati
Chi decide? è il titolo del miglior testo di filosofia politica che ha aperto il secondo decennio del secolo e che ben si attaglia all’esperienza italiana fra collasso del berlusconismo e incerto varo del governo “tecnico” Monti nella bufera della crisi. Massimiliano Guareschi e Federico Rahola, dopo aver decostruito con grande acume la mitologia dello stato d’eccezione che, a partire da una breve e abbandonata infatuazione schmittiana è diventato un tormentone del radicalismo chic italiano, finiscono per misurarsi problematicamente con le concezioni foucaultiane del potere e della soggettivazione, da cui comunque estraggono alcuni assunti decisivi sulla segmentazione post-sovrana della governance e l’opacità impersonale dei dispositivi discrezionali dell’amministrazione e della finanza. Quello che però più ci interessa del libro è la luce che getta sui meccanismo politici che abbiamo in funzione adesso. Faccio qui degli esempi, a titolo del tutto personale.
Primo, la favola della personalizzazione, di un uomo solo al comando, come hanno auspicato i leader italiani da Craxi a Berlusconi, in genere lagnandosi che qualcuno glielo impediva. Oggi, guardandoci indietro dalla prospettiva della “sobrietà” montiana, ci sembra una grande mistificazione, che ha coperto in maniera spettacolare (degradando da Re Lear al Bagaglino) la transizione dalla crisi dello Stato dei partiti al dominio diretto e anonimo degli apparati finanziari globali. La coppia catastrofe-comandante salvifico ha funzionato male, a Palazzo Chigi come nella plancia della Costa Concordia e i capitani coraggiosi hanno salvato per primi se stessi: ad Hammamet, a Villa Certosa, sugli scogli del Giglio. La recita decisionista si è spompata nella frammentazione del processo decisionale, nella zona grigia degli effetti dispersi di sovranità.
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La grande crisi dei debiti sovrani (2011-2012)
Giorgio Gattei
1.Tutti i debiti del mondo.
C’era un tempo in cui si teorizzava (sto esagerando, ma non di molto) che con il salario i lavoratori dovevano alimentare i consumi, i capitalisti volgere tutto il profitto a risparmio per l’investimento, le banche essere appena intermediarie tra l’investimento e il risparmio e lo Stato intervenire al minimo (al limite zero) negli affari economici, così che per:
(reddito) Y = W (salari) + Sc (risparmio dei capitalisti)
W = C (consumi)
Sc = I (investimento)
(spesa pubblica) G = 0
Nel Novecento questa rappresentazione ideale è stata sconvolta dall’avvento del credito bancario quale elemento nuovo di finanziamento delle imprese, così che nell’ipotesi estrema che tutto l’investimento venisse assicurato dalle banche, il profitto risparmiato poteva essere intercettato dallo Stato per finanziare la spesa pubblica con un proprio debito sovrano:
I = Fi (finanziamento alle imprese)
Sc = Ds (debito sovrano)
Ds = G > 0
A fronte dei due nuovi “motori” della produzione del reddito: l’indebitamento delle imprese verso le banche e l’indebitamento dello Stato verso i capitalisti, nella seconda metà del secolo è venuta a mutare anche la posizione finanziaria dei lavoratori perchè da un lato gli alti salari della produzione “fordista” hanno permesso di renderli anch’essi risparmiatori facendoli partecipare all’indebitamento dello Stato:
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... e un utile memorandum di quindici anni fa
Isidoro Mortellaro
Una rilettura sulle radici del governo Monti e per ragionare su come opporvisi
... a toglier l’ultimo velo alla finzione del mercato come legge naturale provvede, dall’alto del suo scranno di commissario della Commissione europea, il più conseguente dei sacerdoti del vincolo esterno. Mario Monti inizia il suo volo là dove è giunto Padoa-Schioppa, quando ha rilevato che di fatto, i criteri di Maastricht dal 1992 «sono divenuti il catalizzatore della politica economica, in Italia come in altri paesi». Nel mettere in evidenza come l’euro abbia rappresentato la «più grande applicazione di Supply Side Economics, economia dell’offerta, mai realizzata, la più grande spinta alla liberalizzazione ed alla privatizzazione», Monti sottolinea come l’ingresso nell’euro abbia sanato solo alcuni mali dell’economia italiana, ma non l’abbia resa competitiva. Per conquistare il prescritto stato di grazia e mantenerlo, per dotarsi di una struttura economica e sociale capace, senza più l’ammortizzatore della moneta e del suo cambio, di rispondere positivamente agli shock che l’esposizione ad un mercato ipercompetitivo produrrà, v’è bisogno di un «Piano per lo smantellamento delle rigidità, per un'Italia competitiva, con scadenze e meccanismi di verifica», un piano di liberalizzazione, di smantellamento delle rigidità del sistema, del mercato del lavoro, come degli aiuti di Stato, insomma dei vincoli all'economia. Oggi abbiamo bisogno di una «programmazione che dovrebbe distruggere i pezzi di socialismo e di statalismo che ancora ingessano l'Italia»: è proprio il «vincolo esterno», adesso in gran parte rappresentato dal patto di stabilità, che adesso si costituisce in «obbligo internazionale a fare le riforme».
Il dado è tratto.
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