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Fed e BCE nel vicolo cieco della politica monetaria
di Tomasz Konicz
Breve storia delle aporie della politica di crisi borghese nella transizione dell'economia mondiale dalla crisi pandemica alla crisi bellica
Dalla pandemie alla guerra, l'economia mondiale non ha più pace. Sul suo sito web, "Tagesschau" vede addirittura l'economia mondiale minacciata da «crisi multiple».[*1] Ma è proprio nel momento in cui si parla delle conseguenze economiche di quella che appare come una rapida erosione del sistema mondiale capitalistico, che va ora posta la questione se abbia davvero ancora senso parlare di una crisi economica pandemica o di una crisi economica relativa alla guerra, o se invece non sia più appropriato comprendere gli shock economici susseguenti come le fasi di un unico e stesso processo di crisi sistemica.
In ogni caso, nella sua ultima valutazione dell'economia globale la Banca Mondiale ha dovuto rivedere significativamente al ribasso le sue precedenti previsioni di crescita. [*2] Secondo tali previsioni, quest’anno l'economia globale dovrebbe crescere solo del 2,9%, mentre a gennaio la Banca Mondiale si aspettava ancora il 4,1%. Questo dimezzerebbe o quasi lo slancio economico globale, che nel 2021 grazie alle gigantesche misure di stimolo economico finanziate dal debito di molti Stati, aveva raggiunto un enorme aumento del 5,7%. Per molti Paesi emergenti e in via di sviluppo, i quali possono raggiungere la stabilità sociale solo con alti tassi di crescita, questo rallentamento economico è già di per sé pericoloso, soprattutto in un contesto di impennata dei prezzi dei generi alimentari. Inoltre, la Banca Mondiale ha messo in guardia dal rischio crescente di un periodo prolungato di stagflazione, simile alla fase di crisi degli anni '70, quando la stagnazione economica era accompagnata da un'inflazione a due cifre (per questo si veda anche: "Back to stagflation?" [*3]).
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Popolo ed esperti
di Cornelius Castoriadis
A cura di Raffaele Alberto Ventura è uscito quest’anno, per la Luiss University Press, una raccolta d’interventi e saggi di Cornelius Castoriadis, Contro l’economia: scritti (1949-1997). Il curatore – che possiamo considerare un vecchio amico di Nazione Indiana – ben conosciuto grazie a un fortunato saggio del 2017 (Teoria della classe disagiata, minimum fax) e di altri usciti successivamente, ha realizzato un prezioso lavoro di selezione, raccolta, traduzione e introduzione di undici testi del filosofo (ed economista) greco e francofono Castoriadis. La casa editrice della Luiss si è già distinta per scelte editoriali importanti. Nel suo catalogo troviamo, ad esempio, saggi di Barbara Ehrenreich e Timothy Morton. In questo caso, la proposta va a colmare un grande vuoto. Castoriadis è senza dubbio una delle figure intellettuali più importanti del secondo Novecento in Europa, figura di militante-intellettuale, attivo prima in partiti di orientamento trotzkista e poi nel gruppo autonomo Socialismo o barbarie, ma anche di economista stipendiato dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), di psicanalista e di filosofo, docente dal 1980 all’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales) di Parigi. (Su NI, ad esempio, lo pubblicammo qui e ne abbiamo già parlato qui). Più dei titoli e dell’ampiezza di interessi e competenze, è però decisivo il percorso intellettuale dell’autore, che lo porta ad attraversare e ad abbandonare il marxismo, senza rinunciare a sostenere un’idea radicale e rivoluzionaria di democrazia, ispirata in modo particolare – ma non esclusivamente – all’esperienza di Atene e dell’antica Grecia. I saggi raccolti da Ventura ritagliano la zona privilegiata della critica all’economia, che questo economista di professione non ha cessato di realizzare fuori e dentro le istituzioni internazionali. Ma in Castoriadis l’universo dell’economia è inseparabile da quello della società e delle “significazioni immaginarie” che quest’ultima – e qui parliamo soprattutto della società occidentale e capitalistica – attribuisce all’attività umana.
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Il solito ricatto contro gli elettori
di Matteo Bortolon
Un po’ inaspettatamente il governo Draghi è caduto e sono state fissate le nuove elezioni per il 25 settembre. Nemmeno l’inchiostro del decreto del 21 luglio che le stabilisce ha fatto in tempo ad asciugarsi che sono partiti appelli e richiami a sbarrare la strada alle destre mettendo assieme tutte le forze che vi si oppongono.
Nel suo articolo sul Manifesto di domenica 24 luglio il politologo Antonio Floridia suggerisce un “accordo tecnico” volto ad impedire che la coalizione Lega – Fd’I – FI possa conseguire una maggioranza così ampia da modificare la Costituzione senza passare per un referendum popolare.
Nel suo articolo si dà quasi per scontato che tale coalizione raggiunga la maggioranza, così da far assumere alla proposta una sorta di “riduzione del danno” minima: non fargli prendere i due terzi.
Nonostante il carattere abbastanza pragmatico e rassegnato, il pezzo non si sottrae ad una aggettivazione sopra le righe per designare l’esito che intende scongiurare: corriamo verso “il baratro”, tanto da bacchettare l’eccessivo purismo di chi si farebbe troppi problemi a fare accordi anti-destra: “ma ci si rende conto di dove si va a parare? […] non è tempo di fare gli schizzinosi”.
Insomma, al di là dell’obiettivo di garantire un referendum per non modificare la Costituzione, serpeggia non troppo velatamente il proposito, ricorsivo con una regolarità degna di un metronomo ad ogni tornata elettorale, di invitare alla “unità delle sinistre”, che si è velocemente trasformata nell’unità di tutto ciò che sta a “sinistra” di Forza Italia, per non “consegnare il paese alle destre”, eventualità vissuta come un cataclisma irreparabile con accenti apocalittici.
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Pilotare il clima planetario: un disegno autoritario
di Franco Piperno
Con questo testo Franco Piperno contesta, con argomentazioni che rimandano a fondamenta scientifiche, le tesi a sostegno dell’allarmismo per un incombente e irreparabile catastrofismo climatico causato principalmente dalle attività umane.
* * * *
Per rendersi conto del cambiamento climatico occorre preliminarmente capire cosa significa «clima».
Il clima è un sistema complesso che ha come componenti l’atmosfera, gli oceani, le terre emerse e le regioni coperte dal ghiaccio e dalla neve, regioni chiamate nel loro insieme criosfera.
Ogni componente è caratterizzato da «variabili di stato», e.g. la temperatura atmosferica, la salinità dei mari, l’umidità della terra, lo spessore del mantello di neve e così via.
Il cambiamento climatico interviene quando una perturbazione – detta «forcing» nel gergo tecnico –genera un flusso che altera le variabili di stato.
Più precisamente si definisce mutamento climatico ogni alterazione, che si sviluppi lungo una durata almeno decennale, dei flussi o delle variabili fisiche, chimiche, biologiche caratteristiche del sistema. La scala temporale delle decadi è usata per distinguere i cambiamenti climatici dalle vicende metereologiche che si svolgono a corto termine.
Va da sé che il clima muta continuamente da miliardi di anni; sicché il termine «cambiamento climatico» è in una certa misura ridondante.
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Il dollaro divora l’euro
di Michael Hudson
È ormai chiaro che l’escalation odierna della Nuova Guerra Fredda è stata pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 era davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia.
Come annunciato dal presidente Biden e dai rapporti sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la Cina era vista come il principale nemico. Ciò nonostante il ruolo utile della Cina nel consentire alle aziende americane di ridurre i salari del lavoro deindustrializzando l’economia statunitense a favore dell’industrializzazione cinese, la crescita della Cina è stata riconosciuta come l’ultimo terrore: la prosperità attraverso il socialismo. L’industrializzazione socialista è sempre stata percepita come il grande nemico dell’economia rentier che ha conquistato la maggior parte delle nazioni nel secolo successivo alla fine della prima guerra mondiale, e soprattutto dagli anni ’80. Il risultato oggi è uno scontro di sistemi economici: industrializzazione socialista contro capitalismo finanziario neoliberista.
Ciò rende la Nuova Guerra Fredda contro la Cina un atto di apertura implicito di quella che minaccia di essere una lunga terza guerra mondiale. La strategia degli Stati Uniti è quella di allontanare i più probabili alleati economici della Cina, in particolare Russia, Asia centrale, Asia meridionale e Asia orientale. La domanda era: da dove iniziare la spartizione e l’isolamento.
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Schmitt e la guerra
di Maurizio Lazzarato
Pubblichiamo l’intervento di Maurizio Lazzarato al convegno «Teologia politica 2022?», svoltosi all’Università Sapienza di Roma alla fine di giugno. Come negli altri articoli su Machina, l’autore approfondisce questioni decisive per analizzare il rapporto tra guerra e capitalismo, soffermandosi in particolare sul pensiero di Carl Schmitt. I temi qui affrontati sono ulteriormente sviluppati e articolati nel libro Guerra o rivoluzione. Perché la pace non è un’alternativa, di imminente pubblicazione nella collana Input di DeriveApprodi.
* * * *
Non c’era bisogno di essere Lenin per capire che la globalizzazione, i monopoli, gli oligopoli e l’egemonia del capitale finanziario ci avrebbero portato, ancora una volta, all’alternativa tra guerra o rivoluzione, socialismo o barbarie (la guerra è certa, mentre la rivoluzione, date le condizioni dei movimenti politici contemporanei, è altamente improbabile). La stessa situazione si era verificata un secolo fa. Sebbene in modo diverso, il collasso del capitale finanziario contemporaneo, salvato dall’intervento degli Stati, la frammentazione e la balcanizzazione della sua globalizzazione, l’ulteriore concentrazione del potere economico e politico per affrontare le difficoltà della finanza e del mercato globale, hanno prodotto dei risultati analoghi. La guerra rappresenta una «catastrofe» in termini tecnici, ossia un «cambiamento di stato». Non possiamo prevedere cosa accadrà, ma sicuramente il vecchio mondo, quello che abbiamo conosciuto negli ultimi cinquant’anni, sta crollando. In realtà, stava crollando già da diverso tempo.
La guerra in Ucraina affonda le sue radici e le sue ragioni in questi processi e non nell’autocrazia o nella follia di qualche individuo.
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"Liberare l'insegnamento dall'apprendimento"
Rifessioni politiche e pedagogiche intorno a un libro importante
di Daniele Lo Vetere
Gert J. J. Biesta è un importante filosofo dell’educazione, prima d’oggi mai tradotto nel nostro paese.[i] La pubblicazione di Riscoprire l’insegnamento (Raffaello Cortina Editore, 2022, pp. 153), per la cura di Francesco Cappa e Paolo Landri, mette a disposizione dei lettori italiani un pensiero pedagogico di grande interesse e sicura attualità, che merita ben più di una semplice recensione: direi l’avvio di una riflessione collettiva. È Biesta stesso che ci invita a una ricezione operosa: «Quelle esposte in questo libro non sono solo idee su cui riflettere […] ma forse, prima di tutto, idee con cui pensare» (pp. 4-5, corsivi originali). L’obiettivo del filosofo è rivalutare l’insegnamento e gli insegnanti, per una decisa correzione di quella che chiama «learnification dell’istruzione».
La «learnification dell’istruzione»
La critica di Biesta alla learnification è condotta ad un livello di rigorosa pertinenza pedagogica e didattica, ma è ricca di implicazioni politiche.
Nella letteratura scientifica «la diade teaching and learning è così onnipresente che spesso sembra essere condensata in un’unica parola – teachingandlearning». Biesta suggerisce che si possa sviluppare un discorso sull’educazione nel quale quella diade venga spezzata. Come nella vita si danno moltissimi casi di apprendimento senza bisogno di insegnamento, così l’insegnamento potrebbe essere un’attività (relativamente) indipendente dall’apprendimento: «l’insegnamento non deve necessariamente mirare all’apprendimento» (p. 33). Se quest’idea appare paradossale, ciò dipende proprio dal fatto che la «svolta verso l’apprendimento a scapito dell’educazione» è ormai diventata senso comune.[ii]
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La politica del debito estremo e l'adattamento ai cambiamenti climatici nel Sud globale
di Tomasz Konicz
Il debito estremo sta cominciando a sfuggire di mano, soprattutto in Africa e nel Sud globale, dove le crisi economiche e climatiche in generale si intrecciano, alimentandosi a vicenda e rendendo evidente che i limiti interni ed esterni del capitale sono stati raggiunti, come sostiene Tomasz Konicz nel suo contributo alla serie di testi sulla "Berliner Gazette" (BG), "After Extractivism"
Il tardo capitalismo non può più permettersi politiche climatiche costose. Soprattutto non può proprio laddove è più urgente: nel Sud globale. All'inizio del mese di giugno, la Banca Mondiale ha annunciato una grave crisi del debito nei Paesi a «basso e medio reddito», come conseguenza dell'elevato debito pubblico globale, salito alle stelle durante la risposta alla pandemia e del tutto simile all'ondata di fallimenti sovrani e crolli economici che negli anni Ottanta hanno devastato molti Paesi in via di sviluppo. Nel rapporto viene detto che, rispetto al 2019, ci saranno altri 75 milioni di persone alla periferia del sistema globale che - a causa del forte indebitamento, dell'inflazione e del rapido aumento dei tassi di interesse che porteranno a una situazione economica «simile a quella degli anni '70» - rischiano di cadere in «estrema povertà». Dei 305mila miliardi di dollari a cui ammonta oggi la montagna di debito globale, le economie emergenti, compresa la Cina, totalizzano circa 100mila miliardi di dollari. Nel 2019, alla vigilia della pandemia, il debito globale totale era pari a circa il 320% della produzione economica mondiale. Oggi si attesta al 350%, dopo aver raggiunto, nel 2020, un picco del 360%. Tuttavia, gran parte della crescita del debito - resa possibile principalmente dalle banche centrali che stampano denaro - è avvenuta proprio nella semiperiferia. Più dell'80% del debito che si è accumulato lo scorso anno, è stato generato di recente nei mercati emergenti.
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Il rebus di uno Stato criminale
di Giorgio Salerno
Come chiamereste un soggetto che pratica da oltre settant’anni violazioni dei diritti umani e del corpus di norme scritte nei trattati internazionali? Le opzioni, come gli aggettivi, possono essere varie ma nessuna di esse potrebbe discostarsi molto dal concetto di criminalità seriale o, meglio, sistematica. L’applicazione delle regole giuridiche è un principio cardine degli ordinamenti liberali. Eppure, tutti gli Stati – e le coalizioni politiche ed economiche di Stati – che a quegli ordinamenti si ispirano senza alcuna esitazione, fanno eccezione nel caso dell’apartheid israeliano nei confronti di un intero popolo. Per chi non crede alla volubilità del destino, ci sono rilevanti cause storiche, geopolitiche e commerciali a spiegare le ragioni di tanta impunità. Quel che, per molti versi e alla luce dei decenni trascorsi, risulta davvero difficile da spiegare è dove abbia trovato la forza per non arrendersi quel popolo perseguitato, umiliato e ucciso ogni giorno.
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Nei primi giorni di luglio l’Alta Corte di Israele ha emesso una sentenza di ampia immunità per lo stato riguardo ai crimini di guerra compiuti a Gaza. Adalah e Al Mezan, associazioni palestinesi per i diritti umani – a sostegno della richiesta di risarcimento di Attiya Nabaheen, che aveva 15 anni quando fu colpito dal fuoco dei soldati israeliani, nel cortile davanti a casa sua mentre rientrava da scuola a Gaza nel novembre 2014, rimanendo paralizzato – avevano contestato una legge del 2012, secondo la quale gli abitanti della Striscia di Gaza non possano ricevere risarcimenti da parte di Israele, in quanto dal 2007 è stata dichiarata “territorio nemico”.[1] Colpire i civili è un crimine di guerra, secondo il diritto internazionale: ma per Israele e i suoi alti magistrati, non conta niente.
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La soluzione capitalista per “salvare” il pianeta: trasformalo in una classe di asset e vendilo
Lynn Fries intervista John Bellamy Foster
John Bellamy Foster spiega la “soluzione” ideata dalla finanza globale per risolvere l’imminente crisi ambientale: creare un patrimonio del valore di un multi-quadrilion di dollari sul retro di tutto ciò che la natura fa ed espropriarlo dai beni comuni globali per realizzare un profitto. Peggio ancora: sta già accadendo
L’ospite di oggi è John Bellamy Foster. Parlerà della finanziarizzazione della terra come nuovo regime ecologico. Un regime in cui la rapida finanziarizzazione della natura sta promuovendo una Grande Espropriazione dei beni comuni globali e l’espropriazione dell’umanità su una scala che supera tutta la storia umana precedente. E che sta accelerando la distruzione degli ecosistemi planetari e della terra come casa sicura per l’umanità. Il tutto in nome di salvare la natura trasformandola in mercato.
Gli articoli delle recensioni mensili dei nostri ospiti: La difesa della natura: resistere alla finanziarizzazione della terra e alla natura come modalità di accumulazione: il capitalismo e la finanziarizzazione della terra descrivono in dettaglio questo argomento.
Insieme a noi dall’Oregon, John Bellamy Foster è professore di sociologia all’Università dell’Oregon ed editore di Monthly Review. Ha scritto ampiamente sull’economia politica ed è un importante studioso di questioni ambientali. È autore di numerosi libri tra cui Ecology: Materialism and Nature di Marx , The Great Financial Crisis: Causes and Consequences , The Ecological Rift: Capitalism’s War on the Earth . Un prossimo libro, Capitalism in the Anthropocene: Ecological Ruin or Ecological Revolution, uscirà presto da Monthly Review Press. Benvenuto, John.
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LYNN FRIES: Ciao e benvenuto. Sono Lynn Fries produttore di Global Political Economy o GPEnewsdocs. L’ospite di oggi è John Bellamy Foster. Parlerà della finanziarizzazione della terra come nuovo regime ecologico. Un regime in cui la rapida finanziarizzazione della natura sta promuovendo una Grande Espropriazione dei beni comuni globali e l’espropriazione dell’umanità su una scala che supera tutta la storia umana precedente. E che sta accelerando la distruzione degli ecosistemi planetari e della terra come casa sicura per l’umanità. Il tutto in nome di salvare la natura trasformandola in mercato.
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L’economia politica fra scienza e ideologia
di Ascanio Bernardeschi
Parte prima
Premessa
In una lettera a un operaio inglese, Karl Marx scriveva a buona ragione che l’opera alla quale stava lavorando avrebbe costituito il più terribile proiettile scagliato contro la borghesia. Non si tratta solo del fatto che Il capitale individua l’unica fonte del valore nel lavoro, mostrando come all’origine dei profitti e della rendita ci sia il lavoro non pagato. A questo risultato, sia pure in termini meno rigorosi, erano giunti anche i socialisti ricardiani e limitarsi a considerare questo solo aspetto sarebbe fortemente riduttivo della ricchezza della critica marxiana dell’economia politica. Per non dilungarmi troppo, indico qui solo alcuni spunti.
1. Occorre distinguere fra oggetti comuni ai diversi modi di produzione (beni, mezzi di produzione, lavoro utile ecc.) e forme sociali storicamente determinate in cui tali oggetti si presentano nel modo di produzione capitalistico (merci, capitale, lavoro astratto ecc.). A differenza di quanto sostengono gli economisti classici, il capitale è visto da Marx come un rapporto sociale storicamente determinato e non solo come un insieme di beni impiegati nella produzione, cosa necessaria e comune a ogni modo di produzione. Ciò comporta che il capitalismo non sia un orizzonte naturale, necessario ed eterno, ma corrisponda a una determinata fase della storia: non è esistito prima, non ci sarà una volta che l’uomo avrà superato questa fase della storia umana.
2. Il capitale costituisce la condensazione, l’accumulo di lavoro sfruttato in passato. Inoltre, i presupposti del capitale – la concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani del capitalista, l’esistenza di lavoratori spossessati di tali mezzi e l’esistenza di un vasto mercato delle merci – vengono continuamente posti dal capitale stesso, che riproduce su scala allargata le condizioni della propria esistenza.
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In cammino
di Il Lato Cattivo
Prefazione ad un’antologia di testi de Il Lato Cattivo di prossima pubblicazione in Grecia
Riesaminare il contenuto di questi scritti «d’occasione», elaborati generalmente «a caldo» e in tempi brevi, è per chi scrive un esercizio necessario ma non sempre appagante. Il tempo è un giudice implacabile. Nel distacco che esso consente, le analisi deboli risaltano più di quelle solide, le ipotesi fallaci più di quelle pertinenti. Ciò è vero a maggior ragione dopo lo scoppio della «crisi da Covid-19», che pone la teoria comunista di fronte a una forma di crisi del tutto atipica, e ancora lungi dall'aver dispiegato tutti i suoi effetti in termini economici, politici e sociali. Nell'elaborazione di questa prefazione, il nostro riflesso spontaneo è stato, di primo acchito, quello di voler completare, precisare e correggere gli assi di riflessione, le articolazioni, le proiezioni contenute in questi testi. Dopo ulteriore ponderazione, e nella consapevolezza della ridotta risonanza delle nostre posizioni e attività, in particolare a livello internazionale, ci è sembrato invece più opportuno fornire ai lettori e alle lettrici di Grecia, qualche elemento sul percorso in cui questi testi si inscrivono, ovvero cercare di rispondere a domande in apparenza semplici: «da dove veniamo?», «dove andiamo?».
Chiariamo fin da subito che quella de Il Lato Cattivo, cominciata una decina d'anni fa, è una storia che riguarda pochi individui: una cerchia ristretta che nei momenti migliori si è potuta contare sulle dita di una mano, e una platea di interlocutori assidui che al massimo riempirebbe l'altra mano. Dal punto di vista aggregativo, per non dire «organizzativo», è dunque una storia di solitudini e di insuccessi, di tentativi non necessariamente infruttuosi, ma sempre estemporanei, di allargare la cerchia oltre gli iniziatori, i quali restano ad oggi i soli superstiti.
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La politica monetaria europea tra ordoliberalismo e New Consensus Model
di Stefano Figuera, Guglielmo Forges Davanzati, Andrea Pacella
1. Introduzione
L’impianto della politica monetaria europea ha risentito delle vicende storiche e del dibattito teorico della prima metà del secolo scorso. Il paradigma ordoliberale che vide la luce in Germania all’inizio degli anni Trenta ha rappresentato a quest’ultimo proposito un importante punto di riferimento. Lo scopo del nostro lavoro è duplice: da una parte esso intende ricostruire l’influsso ordoliberale sulla politica monetaria europea nel corso del tempo, e dall’altro dimostrare come essa sia stata anche condizionata, a diverso titolo, dagli sviluppi del mainstream teorico, dal neoliberalismo al New Consensus Model (NCM).
2. L’eredità della tradizione ordoliberale
Negli anni Trenta del secolo scorso, ad opera di un economista, Walter Eucken, e di due giuristi, Franz Böhm e Hans Grossmann-Doerth, tutti docenti nell’Università di Friburgo, prese avvio una riflessione sui limiti del liberalismo classico e sul ruolo dello Stato.
In un manifesto programmatico del 1936, intitolato “Il nostro compito”, essi esplicitarono il loro intento, di “rimettere il diritto e l’economia al loro giusto posto”[1], individuando a tal fine alcune linee lungo le quali muoversi.
Nel sistema teorizzato dall’ordoliberalismo il principio base dell’economia è rappresentato dalla presenza di un efficiente sistema di prezzi di concorrenza perfetta. A questo principio base ne vengono affiancati altri sei, dei quali tre attengono a importanti profili di politica economica: il primato della politica monetaria, la costanza della politica economica e il principio dei mercati aperti.
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Le crepe nell’ordine neoliberale
J. C. Pan intervista Gary Gerstle
Siamo in piena transizione: anche se il neoliberismo potrebbe non essere finito, di certo non è più l'ideologia indiscussa del nostro tempo
Un movimento politico diventa ordine politico quando le sue premesse cominciano a sembrare ineludibili. Negli anni Cinquanta, i Repubblicani si piegarono alla realtà politica e sostennero i programmi di assistenza sociale del New Deal; negli anni Novanta, i Democratici abbracciarono la deregulation di Ronald Reagan.
Tuttavia, come sostiene lo storico Gary Gerstle nel suo nuovo libro, The Rise and Fall of the Neoliberal Order: America and the World in the Free Market Era, nessun ordine politico è immune dal potere destabilizzante delle crisi economiche.
Per Gerstle, la stagflazione degli anni Settanta minò l’ordine del New Deal proprio come la Grande Depressione aveva contribuito a realizzarlo. E oggi, all’ombra della Grande Recessione del 2008-2009, con l’inflazione che galoppa e la pandemia che si estende ancora in tutto il mondo, l’ordine neoliberista sembra vacillare. Dunque, cosa potrebbe venire dopo?
Jen Pan ha posto a Gerstle questa e altre domande nel corso di un recente episodio di The Jacobin Show. Nella loro conversazione, che è stata editata per chiarezza e lunghezza, Pan e Gerstle discutono di come Donald Trump e Bernie Sanders siano sintomi di destra e di sinistra del crack neoliberista, di come la New Left abbia inconsapevolmente aiutato l’ascesa del neoliberismo e perché pensa che «il capitalismo [non è] al posto di guida» in questo momento tumultuoso.
* * * *
Intendi qualcosa di molto specifico quando parli di un ordine politico. Cosa distingue un ordine politico da, diciamo, un movimento politico o un’ideologia politica? E quali sono stati alcuni importanti ordini politici negli Stati uniti?
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Per una Lista Comunista Unitaria Nazionale
Crisi del governo Draghi ed elezioni
di Fosco Giannini
Mentre scriviamo – 21 luglio – il governo Draghi è in agonia. Non ne conosciamo l’epilogo, ma ciò ci interessa relativamente rispetto all’esigenza che abbiamo di andare all’essenza delle cose, sottraendoci all’impudico balletto a cui partecipa quasi tutto l’arco parlamentare italiano, che si muove in un vaudeville di personaggi obesi nell’animo, ipocriti ed untuosi, quelli già per sempre tratteggiati e condannati da George Grosz.
Il governo Draghi cadrà e all’orizzonte si profilerà la vittoria di una destra guidata da Giorgia Meloni. Il PD, il partito che ha fatto entrare nella Città d’Italia quel Cavallo di Troia pieno di soldati iperliberisti e antioperai, con le bandiere della Nato e dell’Ue, lancerà gridi d’allarme per la democrazia e cercherà di costruire altri fronti liberisti ed atlantisti contro la destra.
E l’orrido vaudeville continuerà, sarà più volte al giorno trasmesso in ogni casa italiana, nella menzogna, nella rimozione totale della verità, in una “politique politicienne” di massa entro la quale il tesoro della verità sarà nascosto sottoterra, come le 300 monete d’oro d’epoca bizantina ritrovate solo nel 2018 sotto le terre di Como.
Se la destra capeggiata da Fratelli d’Italia vincerà, nulla sul piano sostanziale, cambierà: l’alleanza tra FdI, Lega e Forza Italia garantirà di nuovo una totale subordinazione all’Ue, alla Nato, all’Ucraina di Zelensky e al grande capitale italiano.
Se dovesse riaffermarsi un fronte di centro-sinistra o di “unità nazionale” attorno al PD, magari allargato al nuovo Centro in composizione, tutto sarà come prima: fedeli alla guerra imperialista, all’Ue e a quella nuova borghesia italiana che ora domina il sistema finanziario, bancario e industriale italiano con quella ferocia padronale che le permette quell’ormai lunga assenza dell’opposizione politica, sociale e sindacale in Italia.
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Democrazia o salvezza. Cosa ci dice la crisi del governo Draghi
di Gaspare Nevola
Democrazia o salvezza? Elezioni o il Bene del Paese? Questi gli interrogativi che non vogliamo porci. Ma cosa ci dice, in ultimo, la crisi del governo Draghi?

1. Vita o crisi di un governo, voti di fiducia del Parlamento. La fisiologia di una democrazia parlamentare
La settimana scorsa il Presidente del Consiglio Draghi si è dimesso, nonostante avesse avuto il voto di fiducia istituzionale del Senato. Ma non avendo ottenuto il voto di fiducia politico da parte del M5S, ha ritenuto che la maggioranza parlamentare, che lo aveva fatto sorgere, di fatto non esisteva più, e per ciò stesso veniva meno il governo nato circa un anno e mezzo fa. Dopo che il Quirinale ha respinto le sue dimissioni, oggi (20 luglio) il premier Draghi si reca in Parlamento. In quale direzione si uscirà dalla crisi di governo ufficializzata, se non innescata, dalle dimissioni del Presidente del Consiglio? Una riflessione si impone comunque già ora, su alcune tendenze di fondo che vanno rafforzandosi nella politica e nel sentiment del Paese. Anche qualora, alla fine, si dovesse andare alle elezioni anticipate. Ma andiamo con ordine a svolgere il nostro tema, che si articolerà su una pluralità di fuochi di analisi, come, ad esempio, quello dell’opinione pubblica organizzata nei canali della stampa nazionale, quello delle trasformazioni della “cosa-democrazia” a fronte del persistere del “nome- democrazia”, quello del significato del voto nelle liberaldemocrazie contemporanee.
2. Fisiologia di una democrazia parlamentare sul viale del tramonto?
Che un governo nasca, viva o muoia sulla base dei voti e della fiducia o sfiducia parlamentari, nonché sulla base delle scelte politiche che compiono i partiti, rappresenta la fisiologia di una democrazia parlamentare, quale è quella italiana disegnata nella Costituzione del 1948 – indipendentemente dal fatto che gli esiti a cui portano tali dinamiche politiche possano, a seconda dei casi, piacere o no.
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«La politica estera della Russia punta a creare un ordine internazionale multipolare»
Fabrizio Verde intervista Yoselina Guevara
Il mondo è entrato in una fase di cambiamenti che si susseguono sotto i nostri occhi e che spesso non riusciamo a cogliere nella loro interezza. Il dominio unipolare statunitense emerso dopo l'implosione dell'Unione Sovietica e del blocco socialista è ormai giunto agli sgoccioli. Il mondo si avvia verso un nuovo assetto multipolare dove emergono con forza le potenze eurasiatiche, con gli annessi cambiamenti geopolitici conseguenti. Un mondo dove potranno trovare nuovo protagonismo regioni come l'America Latina che hanno dovuto patire il dominio incontrastato della potenza imperialista statunitense.
Di questi cambiamenti, del conflitto in Ucraina e delle sue ricadute geopolitiche, del nuovo protagonismo di potenze emergenti come Russia e Cina e dei paesi dell'America Latina guidati alla riscossa dall'esempio del Venezuela, abbiamo discusso con la giornalista venezuelana Yoselina Guevara. Esperta e studiosa di Russia e mondo multipolare.
* * * *
Lei è un’esperta e studiosa di Russia e mondo multipolare, ci può illustrare le sue ricerche?
Innanzitutto Vi ringrazio per l’opportunità concessami attraverso questa intervista.
Mi lusinga la Vostra definizione di esperta in quanto reputo di avere ancora molta strada da fare e molto da imparare. Anche se le definizioni a volte limitano, sono d'accordo con lei nel definirmi studiosa perché lo studio riflessivo implica una curiosità, una ricerca di conoscenza, un interesse per ciò che ci circonda ed è un esercizio, un'attività che si esercita costantemente e che non si esaurisce solo con una laurea o un corso di studi. Noi comunicatori siamo caratterizzati da questo interesse, dalla curiosità, ma questa curiosità non può essere superficiale, deve essere arricchita giorno per giorno.
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La cecchina dell'Armata Rossa
Autobiografia di una soldatessa
di Domenico Moro
La cecchina dell’Armata Rossa (Odoya, 2021, euro 22) è un libro interessante e da leggere, non solo perché ci descrive alcuni episodi della Seconda guerra mondiale poco conosciuti in Italia, come le vicende dell’assedio di Odessa e Sebastopoli. Il libro ci restituisce anche uno spaccato della vita sociale, non solo militare, dell’Urss degli anni ’40 del XX secolo, immediatamente prima dello scoppio della guerra e durante i primi due anni di combattimento.
Il libro si ricollega a un sotto-settore del genere dei libri di guerra, quello delle autobiografie dei cecchini, cioè dei tiratori scelti o sniper, parola inglese che negli ultimi anni è sempre più utilizzata per definire questa specialità militare. Il cecchino si presta ad essere il protagonista di libri o film d’azione perché, nell’epoca del dominio delle macchine e degli eserciti di massa, rappresenta il combattente individuale che, utilizzando un fucile di precisione e combattendo spesso in modo solitario, infligge perdite pesanti al nemico. Non a caso, negli anni recenti sono usciti diversi film sui questi soldati, spesso ispirati a autobiografie di cecchini del passato e del presente. Tra questi ci sono American sniper (2014) di Clint Eastwood, sul cecchino statunitense Chris Kile, operativo durante la seconda invasione dell’Iraq, e il Nemico alle porte (2001) di Jean Jacques Annaud, sul cecchino sovietico Vasilij Zajcev, che combatté a Stalingrado.
Anche sulla protagonista di La cecchina dell’Armata Rossa, Ljudmila Pavličenko, è stato girato un film, Resistance. La battaglia di Sebastopoli (2015). Si tratta di una produzione russo-ucraina, fatto notevole, a fronte del solco che, a partire dal 2014, si è scavato tra le due nazioni sorelle e che ha condotto alla guerra attualmente in corso.
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Vi spiego perché vogliono andare alle elezioni proprio adesso
di Claudio Messora
Il Parlamento peggiore della storia di questa Repubblica SpA si avvia a fare le valigie. Con pochissime eccezioni, arroccate sia tra le fila dei partiti che nei gruppuscoli di fuoriusciti, numericamente ininfluenti, questa masnada di pavidi, opportunisti, utili idioti ed arrivisti ha avallato la peggiore macelleria sociale e le politiche di repressione più violente dai tempi della Seconda guerra mondiale, tanto più stolide quanto basate su assunti scientifici traballanti quando non completamente falsi. Ha supinamente recepito tutte le direttive imposte dall’alto, e non già dalle organizzazioni internazionali, di per sé poco rappresentative degli stati nazionali perché comunque eterodirette, come l’Oms, ma direttamente dalle multinazionali e dai ricchi padroni del pianeta che si riuniscono nei loro parlamenti privati di Davos. Un Parlamento che avrebbe dovuto rappresentare la voce del popolo italiano (perché siamo ancora, sebbene formalmente, una Repubblica parlamentare), e che invece, esattamente come i sindacati, ha rappresentato solo la sua subordinazione muta al potere dei soldi, della finanza e dei progetti di ingegneria sociale dei multimiliardari globali.
Per un parlamentare la prima legge morale è la coerenza. In questo senso, forse i migliori sono i piddini: tutto quello che è successo è opera loro, fa parte del loro dna. Sono loro i globalisti, i cessori di sovranità, loro che anelano ad un mondo in cui il potere anche politico risiede nelle mani di pochi, possibilmente lontano dai popoli che amministrano, meglio sarebbe addirittura su un altro pianeta.
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Una provocazione repressiva in grande stile, contro il proletariato della logistica, il SI Cobas, il sindacalismo conflittuale
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Dopo due anni di pandemia e dentro una guerra che non finirà a breve e avrà effetti di devastazione sociale enormi anche fuori dall’Ucraina, il padronato e le forze parlamentari di governo e “opposizione” sanno che il malessere sociale ha raggiunto un livello tale di tensione che può esplodere da un momento all’altro. Di qui l’intensificazione della repressione in chiave preventiva: mettere sulla difensiva, terrorizzare, disorganizzare, delegittimare, dividere e normalizzare quella che è stata finora la frazione della classe lavoratrice più attiva e combattiva
All’alba di questa mattina è partita una pesante ed insidiosa operazione repressiva contro dirigenti del SI Cobas (il coordinatore nazionale Aldo Milani, Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini, Bruno Scagnelli) e dell’USB, a sei dei quali sono stati comminati gli arresti domiciliari.
La provocatoria imputazione è quella di associazione a delinquere per avere compiuto atti di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio, interruzione di pubblico servizio in occasione di scioperi e picchetti per “estorcere” da padroni e padroncini condizioni di “miglior favore” non per i lavoratori, ma per sé stessi – in una sorta di “faida”, anch’essa a fini privati, tra sindacati “di base”.
Insomma: la realtà dei fatti negata, mistificata, rovesciata. Perché negli ultimi 10-15 anni, a cominciare dalla Bennet di Origgio, i proletari della logistica, immigrati in grande maggioranza, sono stati protagonisti del solo, significativo ciclo di lotta avvenuto in Italia negli ultimi decenni – il solo fatto di lotte vere, di scioperi veri, di picchetti veri, di veri coordinamenti tra le diverse realtà, con piattaforme di lotta vere. Lotte realmente auto-organizzate dai lavoratori in prima persona che hanno dato vita a un’esperienza di nuovo sindacalismo militante impersonato soprattutto dal SI Cobas. Le sole lotte che – in un quadro di generale arretramento della classe lavoratrice – hanno segnato significativi avanzamenti nella condizione materiale (salari, orari, garanzie, etc.) e nei livelli di organizzazione e di coscienza di classe di decine di migliaia di proletari, sia facchini che driver.
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Il futuro del lavoro: automazione
di Michael Roberts
L’automazione sotto il capitalismo significa perdite significative di posti di lavoro tra coloro che non hanno titoli di studio (l’istruzione è ora sempre più costosa) e colpisce il salario più basso. Sotto il capitalismo, l’obiettivo è aumentare la redditività (e nemmeno la produttività, poiché gran parte dell’automazione può effettivamente ridurre la produttività). E viene utilizzato per controllare e monitorare i lavoratori piuttosto che aiutarli a svolgere i loro compiti. Solo la sostituzione del movente del profitto potrebbe consentire all’automazione e alla robotica di offrire vantaggi reali in termini di orari di lavoro più brevi e maggiori beni sociali
In questa seconda parte (qui la prima parte) della mia serie sul futuro del lavoro, voglio affrontare l’impatto dell’automazione, in particolare dei robot e dell’intelligenza artificiale (AI) sui posti di lavoro. Ho già trattato questo problema del rapporto tra lavoro umano e macchine , inclusi robot e intelligenza artificiale. Ma c’è qualcosa di nuovo che possiamo trovare dopo il crollo del COVID?
Il principale esperto americano di mainstream sull’impatto dell’automazione sui lavori futuri è Daron Acemoglu, Institute Professor al MIT. In testimonianza al Congresso degli Stati Uniti, Acemoglu ha esordito ricordando al Congresso che l’automazione non era un fenomeno recente. La sostituzione del lavoro umano con le macchine iniziò all’inizio della rivoluzione industriale britannica nell’industria tessile e l’automazione svolse un ruolo importante nell’industrializzazione americana durante il 19° secolo. La rapida meccanizzazione dell’agricoltura a partire dalla metà del XIX secolo è un altro esempio di automazione.
Ma questa meccanizzazione richiedeva ancora il lavoro umano per avviarla e mantenerla. La vera rivoluzione sarebbe se l’automazione diventasse non solo macchinari controllati dall’uomo, ma anche robot nella produzione e automazione basata su software nei lavori d’ufficio che richiedono non solo meno lavoro umano, ma potrebbero sostituirlo totalmente. Questa forma di automazione iniziò a verificarsi a partire dagli anni ’80, quando i capitalisti cercarono di aumentare la redditività eliminando in massa il lavoro umano. Mentre la meccanizzazione precedente non solo ha perso posti di lavoro, spesso ha anche creato nuovi posti di lavoro in nuovi settori, come ha osservato Engels nel suo libro, La condizione della classe operaia in Inghilterra (1844) – si veda il mio libro sull’economia di Engels pp 54-57.
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Industrializzazione del quotidiano e trasformazioni del lavoro
di Salvatore Cominu
Pubblichiamo oggi la trascrizione dell’intervento di Salvatore Cominu nell’ambito del corso di formazione «L’industrializzazione del quotidiano. Dal lavoro flessibile allo smart working», organizzato dal Punto Input di Bologna sul finire del 2021. Negli incontri che si sono succeduti con studiosi di varie discipline, si sono analizzate le trasformazioni del lavoro, in particolar modo le dinamiche di precarizzazione e flessibilizzazione e i processi di automazione e di macchinizzazione delle nuove forme di organizzazione del lavoro. Crediamo che la pubblicazione di questo intervento e degli altri interventi possa essere utile per analizzare e contestualizzare i cambiamenti del lavoro a cui stiamo assistendo da anni. Ringraziamo il Punto Input di Bologna per averci concesso la possibilità di pubblicare questi preziosi interventi.
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Mi interessa, più che entrare nel merito specifico o nella genealogia di quello che per velocità chiamiamo smart working e che nell’esperienza di questi due anni sarebbe più corretto definire lavoro in remoto, soffermarmi sui rapporti tra «digitalizzazione» e lavoro, entrando nel merito di quella espressione un po’ criptica che è industrializzazione del quotidiano e dunque collocando la remotizzazione del lavoro in questo frame. A maggior ragione se pensiamo che non tutto il lavoro per cui è tecnicamente possibile sarà remotizzato (si vedano i ruvidi appelli al ritorno in ufficio di Elon Musk o la preferenza generalmente accordata dai manager HR verso il full-time in sede, almeno per i professional e le figure «core»), mentre larga parte del lavoro che non richiede la compresenza di partner cooperanti o dell’erogatore e del beneficiario della prestazione (ossia, la parte crescente) sarà distanziato, sia che il termine indichi il lavorare da casa o in sedi remote, sia che si vada in ufficio. Distanziato, dunque intermediato da dispositivi digitali.
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Tradizione e rivoluzione, dall’oscurità della storia
Una lettura sotto l’ombrellone
di Gaspare Nevola
1. Una comunità che arriva dall’oscurità della storia
Kalasha (o Kalash) è una comunità che arriva dall’oscurità della storia umana. Da secoli vive sulle pendici dell’Hindikush, ai confini tra Pakistan e Afghanistan. Vive nelle valli che le sue genti, secondo immemore tradizione, chiamano “Il Tetto del Mondo”. Sotto il profilo politico-amministrativo, la comunità fa parte del multietnico Pakistan a dominanza musulmana, di cui costituisce la comunità più piccola (circa 5 mila persone) e una minoranza religiosa che continua a seguire un culto “pagano”, politeista. I suoi abitanti sono geneticamente ritenuti euro-asiatici, e forse con geni europei; hanno in prevalenza una carnagione rosea, capelli biondi e occhi chiari, non di rado azzurri; si ritengono discendenti dei soldati di Alessandro Magno, che ebbe a governare quelle terre con le sue milizie. Nel corso del tempo la comunità ha abbandonato i territori più bassi, sempre più islamizzati, e si è ritirata in tre remote valli di alta montagna, nel distretto di Chitral. Questo, tuttavia, non le ha permesso di restare al riparo dagli aspri conflitti armati che hanno via via pervaso l’Afghanistan e lo stesso Pakistan, dato che l’area – proprio perché impervia – è diventata luogo di guerriglia e di manovre militari di portata strategica in un confine caldo della conflittualità internazionale
Con ogni probabilità, gli attuali Kalasha rappresentano l’ultima discendenza di una popolazione antichissima ora in via di estinzione. La loro è un’economia di sussistenza, basata sulla coltivazione del grano e della vite e sull’allevamento di ovini e bovini.
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Democrazia, bonapartismo, populismo
di Michele Prospero (Università di Roma “la Sapienza”)
C’e un tema molto importante (quello della torsione autoritaria dei regimi politici nelle crisi di sistema) che attraversa la ricerca di Losurdo e costituisce un nucleo analitico rilevante del suo studio: dal libro della Bollati Boringhieri, Democrazia o bonapartismo, ritorna anche nell’opera postuma su La questione comunista, soprattutto nel capitolo riguardante il neopopulismo.
Nel libro su Democrazia o bonapartismo il merito di Losurdo è quello di intrecciare la storiografia filosofica delle idee con l’analisi delle dinamiche politiche istituzionali. In particolare, Losurdo raccoglie il nucleo analitico più profondo del 18 brumaio di Marx e ne assume le categorie essenziali come fondamento possibile di un’interpretazione dei momenti critici delle democrazie occidentali. L’assunto che Losurdo sviluppa è che il bonapartismo e il populismo costituiscano fenomeni ricorrenti strutturali. Rappresentano cioè l’ombra delle democrazie di massa nelle giunture problematiche.
Il bonapartismo emerge nell’analisi di Marx proprio a ridosso della grande crisi di modernizzazione degli istituti politici francesi che introdussero il suffragio universale maschile. Il bonapartismo e il populismo, in questo senso, sono fenomeni che riguardano la difficoltà che i ceti politici e sociali dominanti incontrano nel gestire con le risorse procedurali dell’ordinamento i grandi conflitti della modernità. In tal senso il cesarismo con la personalizzazione del potere indica l’ombra che accompagna la democrazia moderna.
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Fra egemonia e avanguardia: il Lenin di Guido Carpi, il nostro Lenin
di Marco Duò
Il Lenin di Guido Carpi, una biografia in due volumi, è un contributo utile e stimolante per pensare al marxismo e alla politica rivoluzionaria del XX secolo per formulare una guida per l’azione oggi
Per i militanti, la biografia di un rivoluzionario del passato, si sa, è sempre prima di tutto un manuale. In queste biografie, l’approccio militante consiste, di solito, nel cercare di scovare delle indicazioni e dei modelli, per trasformare il racconto in precedente e per porsi lungo lo stesso tracciato storico percorso dal protagonista. Fare proprio un fatto storico, però, è possibile e doveroso, anche e soprattutto se lo si fa con lo scopo di darsi una guida per l’azione. Esisto-no, infatti, delle biografie che già di per sé sono concepite come manuali per la militanza. È questo, senza dubbio, il caso della biografia di Vladimir Il’ič Lenin scritta da Guido Carpi, intitolata Lenin, e uscita in due volumi (il primo nell’ottobre 2020, il secondo l’ottobre scorso) per Stilo Editore.
Si tratta di una pubblicazione che, pur collocandosi lungo un filone che sembrava ormai esaurito (si pensi alle opere di Gorkij (1927), Trotsky (1936) e Lih (2010), per citarne solo alcuni), presenta notevoli e numerosi elementi di originalità. Fra questi, spiccano sicuramente l’impostazione dell’opera e l’uso delle fonti. Quella di Carpi, infatti, non è la classica biografia da vertici di partito, basata esclusivamente su fonti ufficiali, dove il profilo del protagonista e quello dell’istituzione di cui egli fa parte faticano a distinguersi. Stavolta, la linfa da cui prende vita il racconto è la corrispondenza fra il rivoluzionario russo e i militanti di base del partito. Attraverso un ampio catalogo di frammenti epistolari, firmati quasi sempre da nomi che non hanno avuto la fortuna di essere consegnati alla storia, il lettore si scontra direttamente con la realtà dell’organizzazione politica nei suoi aspetti più crudi e pratici.
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