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Nessuna linea rossa
di Enrico Tomaselli
Una cosa di cui talvolta ci dimentichiamo, è che le persone – i popoli – guardano agli avvenimenti alla luce della propria storia, della propria cultura, che a volte possono essere anche significativamente diverse. Questo vale ovviamente per qualsiasi cosa, e quindi anche la guerra non vi fa eccezione. Se poi consideriamo che la guerra è davvero un insieme di avvenimenti decisamente esplosivo, oltre che fattualmente anche in senso figurato, e pertanto estremamente mutevole, soggetto a una dinamica costante e, in certo qual modo, dotato di vita propria, è facile comprendere come un diverso sguardo culturale si rifletta, inevitabilmente, non solo sulla percezione della guerra, ma anche sulla sua condotta.
L’arte occidentale della guerra, ad esempio, è profondamente segnata dall’idea dell’attacco – anche perché praticamente tutte le guerre occidentali sono state, storicamente, guerre di espansione.
Dal punto di vista occidentale, dunque, la guerra è prevalentemente un fatto offensivo. L’Europa, nel corso della sua storia, ha visto sostanzialmente tre grandi invasioni, nessuna delle quali l’ha mai conquistata interamente: quella mongola, quella islamica e quella ottomana. Viceversa, ha portato la guerra in ogni angolo del mondo, anche il più remoto.
Questa visione dell’azione bellica è così radicata nella nostra cultura, che ci risulta difficile concepire diversamente l’atto guerresco. E, indipendentemente dall’andamento del conflitto, esso è concepito intorno all’idea dell’azione risolutiva. Dalla falange macedone al first strike nucleare, è questo il fil rouge del pensiero militare occidentale.
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Per il 60° anniversario della morte di Palmiro Togliatti
di Eros Barone
«Ogni cosa si trasforma. Ogni cosa si trasforma secondo le sue proprie leggi. Anche noi siamo oggetti e soggetti delle trasformazioni, ne siamo parte passiva e parte attiva, consapevole, con nostri obiettivi e piani.
Ogni cosa si trasforma in un’altra e questa in un’altra ancora e poi ancora, costituendo gli anelli di una catena. Se prendiamo un anello della catena, esso è attaccato al primo, ma solo attraverso gli anelli intermedi. Se vogliamo comprendere il legame che unisce una cosa a un’altra da cui proviene, se vogliamo comprendere come sta trasformandosi una cosa, dobbiamo ricostruire nella nostra mente le fasi intermedie attraverso le quali la prima si è trasformata in quella che stiamo esaminando.
Ogni cosa diviene secondo le sue leggi e tramite le circostanze esterne e accidentali che incontra. Se vogliamo comprendere come mai una cosa si è trasformata proprio in quest’altra e non in qualcosa di diverso, dobbiamo non solo conoscere le leggi proprie di quella trasformazione, ma anche ricostruire nella nostra mente le circostanze esterne e accidentali che hanno determinato passo dopo passo quel percorso.
Si dice che una cosa è divenuta un’altra attraverso la mediazione degli anelli intermedi e delle circostanze esterne. La mediazione è un aspetto universale della trasformazione.
Chi non riconosce la mediazione, in campo politico cade nell’opportunismo di sinistra o di destra. La lotta contro gli opportunisti di sinistra (gli estremisti di sinistra) è una lotta interna alle nostre fila. Anche la lotta contro gli opportunisti di destra è una lotta interna alle nostre fila, ma solo fino ad un certo punto. Dove sta la differenza tra i due fronti?
Gli opportunisti di sinistra negano le mediazioni (le fasi, i passaggi, i processi) attraverso cui si svolge ogni trasformazione reale. Essi politicamente sono ostili all’imperialismo e alla borghesia, ma in campo culturale, dell’orientamento e della concezione del mondo si limitano a negare le posizioni della borghesia, non le superano, le conservano rovesciate, vedono il mondo come la borghesia solo dal lato opposto.
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Lo sgretolamento dell’Unione Europea
di Enrico Grazzini
Le elezioni europee annunciano l’inizio della fine dell’Unione Europea. La diarchia franco-tedesca è a pezzi, la UE svolta a destra e Bruxelles si subordina alla Nato. La sinistra dovrebbe opporsi a questa Unione e proporre invece una Confederazione Europea di Stati sovrani. Occorre innanzitutto bloccare l’escalation bellica e nucleare in Ucraina e in Europa
L’Unione Europea è a pezzi. Alle elezioni per il Parlamento europeo hanno partecipato meno della metà degli aventi diritto. Il problema è che i cittadini dell’Europa sanno bene che il loro voto conta molto poco e che l’Unione Europea è sostanzialmente impermeabile alla volontà popolare. La destra tuttavia è avanzata e condizionerà pesantemente il nuovo Parlamento della UE. Apparentemente poco o nulla cambia al vertice. Ursula von der Leyen è stata appena rinominata Presidente della Commissione UE sostenuta dalle stesse forze della precedente coalizione, popolari, socialisti, liberali e verdi, e il suo programma è di sostanziale conservazione e non prevede alcuna vera riforma. La UE continuerà sulla strada dell’austerità e del liberismo, cioè del suicidio economico per asfissia. La disintegrazione nazionalistica diventa dunque sempre più probabile. L’unica vera grande novità è il riarmo europeo (e soprattutto tedesco). Mentre crescono le pulsioni xenofobe e di destra estrema in Francia, Germania, Italia, Austria, Olanda, Belgio e in altri paesi, la UE si avvia allo scontro con la Russia sotto l’ombrello della NATO a guida americana. Non si vede nessun leader europeo in grado di imporre svolte progressiste alla UE. Per l’Unione, intesa come istituzione politica e non solo come integrazione doganale, è molto probabilmente l’inizio della fine. La UE sembra irreversibilmente avviata verso l’impotenza e la disgregazione. La sinistra socialista e comunista è quasi scomparsa in Europa proprio per avere promosso e sostenuto questa UE liberista dei paradisi fiscali, della libertà dei capitali e dello strozzamento dell’intervento pubblico nell’economia. Se vuole fermare la destra, la sinistra progressista dovrebbe finalmente cominciare a opporsi all’Europa fallimentare di Maastricht e a bloccare l’escalation bellicista in Europa. Diventa sempre più urgente realizzare una Europa fondata su basi radicalmente diverse: una Confederazione di Stati democratici e sovrani che hanno una moneta comune (non unica) e cooperano liberamente per obiettivi condivisi, innanzitutto la transizione energetica e la lotta ai cambiamenti climatici.
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La Serbia è a rischio sfinimento ed esplosione
Assediata da minacce, ricatti e provocazioni quotidiane
A cura di Enrico Vigna
Dai continui arresti di serbi kosovari con inconcepibili accuse relative a fatti di 25 anni fa, alla chiusura delle istituzioni statali serbe nel nord della provincia, con violenze e attacchi quotidiani ai serbi delle enclavi. Dalle minacce di morte al presidente Vucic alla pianificazione sempre più operativa di un “Maidan” serbo. Dalle pressioni per l’imposizione di sanzioni alla Russia, addirittura a diffide contro la Chiesa Ortodossa serba, dalle continue proteste di piazza, ai ricatti e minacce alla Repubblica Serba di Bosnia e al suo presidente Dodik, con il tentativo di rompere le relazioni fraterne con Belgrado. E, in ultimo, la controversa e dirompente questione circa il litio, la Serbia si trova in una situazione perennemente sotto ricatto e a rischio esplosione.
Al di là degli aspetti contingenti è ormai delineata e praticata da anni, una strategia di affossamento e di sottomissione della dirigenza nazionale serba, non asservita a interessi stranieri o ai diktat occidentali. La domanda che molti esperti e osservatori internazionali indipendenti si pongono è, se la Serbia riuscirà a mantenere un proprio governo che risponda prima di tutto a interessi nazionali o la pressione salirà a livelli non più controllabili?
Questa è in sintesi la situazione odierna nel paese balcanico.
MAIDAN serbo?
Il vice primo ministro della Repubblica di Serbia, A. Vulin ha pubblicamente denunciato che l’opposizione nel paese sta preparando uno scenario “Maidan” in Serbia.
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Dollari, algoritmi e trincee da Wall Street a Gaza
di Kamo - Silvano Cacciari
La tendenza alla guerra è il grande fatto del nostro tempo. Fatto centrale, direttore d’orchestra, intorno a cui tutti gli altri si ricombinano, si ristrutturano, si organizzano, seguendone il ritmo, suonandone lo spartito. Il carattere del nostro tempo viene definito da questo concerto in movimento, in un processo a cascata frattale che va dalle impercepibili strutture sistemiche alla percezione strutturale del quotidiano, nelle declinazioni assunte nei contesti e nelle realtà in cui siamo collocati.
Sono tempi di guerra. Come sempre, preparati dalla pace che li ha preceduti. Guerra imperialista, pace imperialista. La pace dell’Occidente, in questo caso. Uscito vittorioso dal conflitto mondiale ingaggiato con l’Unione Sovietica dopo la fine del secondo: competizione geopolitica, potenzialmente totale, raffreddata e delimitata dalla minaccia della Bomba e dalla presenza del Politico. Rapporto che ha ordinato il mondo, finché è sussistito. Al suo interno, Occidente trionfante nella guerra di civiltà che ne aveva sconvolto la catena di montaggio sociale: quella tra operai e Capitale. Guerriglia dalle linee alla società la sua forma operaia, il sabotaggio della produzione e della riproduzione della soggettività capitalistica la sua arma. Trasformata la prima in innovazione e la seconda in ristrutturazione, è emersa la nuova partitura del Capitale. La bandiera dei soviet ammainata, in silenzio, sulla Piazza rossa all’inizio degli anni Novanta ha seguito la destrutturazione della fabbrica e della classe nella metropoli lungo i Settanta.
La pax del vincitore l’abbiamo chiamata globalizzazione. Il suo imperium quello americano. Il progresso la sua religione, il suo destino manifesto la democrazia. Sbornia di modernità capitalistica, dei cui postumi abbiamo fatto postmodernità. La storia era finita, tutti a casa. Il caos che divampa sulla polveriera-mondo, oggi, racconta un’altra storia. La temperatura del sistema indica che sono finite semmai le storielle che ci raccontavano, e ci raccontavamo. Washington, minata al suo interno dalle stesse condizioni che ne avevano decretato – brevemente – l’affermazione universale, non può governare, e ordinare, il mondo con le stesse rendite e dividendi di ieri.
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Eravamo quattro amici al bar…
La “vera storia” dell’attentato ai gasdotti Nord Stream
di Gianandrea Gaiani
Nella saga infinta dell’attentato ai gasdotti Nord Stream sono emerse nei giorni scorsi notizie e indiscrezioni, a tratti grottesche, che dovrebbero forse chiarire alcuni aspetti ma che sono probabilmente funzionali a nasconderne altri.
L’esplosione del 26 settembre 2022 sarebbe stata pianificata da un gruppo di alti ufficiali e uomini d’affari ucraini, andando contro gli ordini del presidente Volodymyr Zelensky e della CIA. Lo ha scritto il 15 agosto il Wall Street Journal in un articolo intitolato “A Drunken Evening, a Rented Yacht: The Real Story of the Nord Stream Pipeline Sabotage” che propone una ricostruzione di quello che definisce “uno degli atti di sabotaggio più audaci della storia moderna”.
Secondo diverse fonti, a guidare la messa a punto del piano c’era l’allora comandante delle forze armate ucraine, il generale Valery Zaluzhny, rimosso quest’anno dal presidente Zelensky e ora ambasciatore a Londra. Secondo il WSJ l’operazione è costata circa 300 mila dollari e ha visto l’impiego di un piccolo yacht noleggiato in Polonia e di un equipaggio di sei membri, tra cui sommozzatori civili addestrati.
Le fonti del giornale statunitense riportano che uno di loro era una donna, la cui presenza ha contribuito a creare l’illusione che si trattasse di un gruppo di amici in crociera di piacere. Un ufficiale coinvolto nell’operazione ha detto al quotidiano americano che “tutto è nato da una notte di forti sbronze e dalla ferrea determinazione di una manciata di persone che hanno avuto il coraggio di rischiare la vita per il loro Paese”.
Zelensky avrebbe inizialmente approvato il piano, secondo un ufficiale che ha partecipato e tre persone a conoscenza dei fatti.
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La «transizione energetica», Gramsci e la rivoluzione passiva
di Cristiano Sabino*
Davanti alla sconfitta rappresentata dal fascismo, Gramsci, in carcere, riflette sulle ragioni che hanno determinato il collasso del movimento progressista e – in generale – la crisi profonda degli stessi apparati e dei valori legati al liberalismo moderno e il contestuale prevalere di posizioni barbariche laddove si pensava che ormai dominassero l’alta cultura, il progresso, la civiltà e i diritti civili.
Contro le interpretazioni ottimistiche che dominavano all’interno del mondo liberale che derubricavano il fascismo a un fenomeno passeggero (Benedetto Croce) e in antitesi alle letture superficiali del mondo socialista e comunista che riconducevano il fascismo a niente di nuovo e di originale rispetto alle vecchie destre borghesi e nazionaliste (Amadeo Bordiga e Giacinto Menotti Serrati), Gramsci aveva capito che la forza del fascismo risiedeva proprio nella capacità di assumere elementi di modernizzazione provenienti dai settori sociali più avanzati e allo stesso tempo di sterilizzare la partecipazione popolare.
La "rivoluzione passiva" è dunque un concetto chiave nella teoria politica di Antonio Gramsci, utilizzato per descrivere un tipo di trasformazione sociale e politica in cui i cambiamenti avvengono senza una mobilitazione attiva delle masse popolari. Gramsci lo impiega per analizzare processi storici in cui il cambiamento non avviene attraverso una rivoluzione diretta e aperta, ma piuttosto come un processo graduale e controllato dall'alto, spesso senza sconvolgimenti radicali e con un compromesso a ribasso tra le classi dominanti per tagliare fuori i subalterni.
Il contrario di «rivoluzione passiva» è la «rivoluzione integrale», cioè l’«irruzione delle masse nella storia», il protagonismo popolare, la voce dei subalterni.
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Giovanni Gentile: dalla discussione sul marxismo alla “riforma dell’idealismo” e al sostegno del fascismo
di Eros Barone
È certo che l’insegnamento più vivo lasciatoci da Gentile in eredità è quello che concerne la dimostrazione dell’impossibilità di rinunciare alla esigenza metafisica e insieme dell’impossibilità di insistere nel vecchio concetto di metafisica.
Ugo Spirito
Ricostruire la biografia intellettuale e politica del filosofo siciliano Giovanni Gentile (nato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, nel 1875) significa fare i conti con una esperienza filosofica che ha caratterizzato profondamente la storia del nostro paese alla fine dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Il pensatore che fornì al fascismo, oltre che una giustificazione storica, un sostegno dottrinale, rappresentando il fascismo come compimento ideale del Risorgimento e concependo lo Stato fascista come uno “Stato etico” espressione dell’Io assoluto e quindi di tutto il popolo, era stato infatti uno dei maggiori protagonisti di quella discussione sulla teoria marxista che fu assai vivace alla fine dell’Ottocento. Prova ne sia che il maggiore esponente del marxismo rivoluzionario, Vladimir Ilic Lenin, arrivò a dichiarare che “La filosofia di Marx”, libro di Giovanni Gentile pubblicato nel 1899, era “una delle migliori opere su Marx che fossero state scritte da una penna non marxista”. L’apprezzamento per questa opera giovanile del filosofo siciliano si trovava nell’articolo “Karl Marx” steso da Lenin nel 1914 e destinato al “Dizionario enciclopedico Granat”: «È degno di attenzione il libro dell’idealista hegeliano Giovanni Gentile, “La filosofia di Marx” (Pisa, 1899); l’autore rileva alcuni aspetti importanti della dialettica materialistica che di solito sfuggono all’attenzione dei kantiani, dei positivisti, ecc.».
D’altro canto, pur avendo avuto il merito di porre il concetto di “prassi” al centro di un’acuta interpretazione del pensiero marxiano, a tale concetto (così come a quello positivistico di “processo evolutivo”) Gentile obiettò che attribuire capacità dinamiche e creative alla materia e alla sensibilità è contraddittorio, poiché solo il pensiero è capace di attività e di mediazione.
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Gli Stati Uniti tra debolezza e ambiguità
di Enrico Tomaselli
Osservando lo scenario complessivo del confronto che sta opponendo il blocco occidentale al blocco eurasiatico, emergono alcuni elementi di interesse su cui vale la pena soffermare l’attenzione. Sembra poco discutibile che gli Stati Uniti abbiano fatto una precisa scelta strategica, ossia che questo confronto – che sostanzialmente si riduce al rifiuto di accettare l’egemonia statunitense da parte di alcune nazioni – debba essere risolto in modo radicale, attraverso lo strumento della guerra. Di questo, si può trovare abbondante traccia nei documenti ufficiali del Pentagono, e dei vari think tank che contribuiscono variamente a determinare le scelte strategiche degli USA. Ma, una volta fatta questa considerazione, si corre il rischio di farne conseguire una lettura troppo semplicistica, che a sua volta potrebbe far interpretare erroneamente quanto sta accadendo – e quanto potrebbe accadere.
La prima precisazione che si rende necessaria, è che quando si utilizza il termine guerra, si intende soprattutto far riferimento a una modalità di approccio al confronto caratterizzata da una aggressività attiva: il confronto è inteso come conflitto, e questo è ritenuto insanabile, non suscettibile di mediazioni – se non su un piano meramente tattico. Questo approccio prevede la possibilità della guerra guerreggiata (dell’azione bellica vera e propria), ma non la privilegia: il modello preferito è quello della guerra ibrida, condotta cioè attraverso un insieme di azioni ostili, in cui coesistono minacce e blandizie, pressione economica e corruzione, psyops e cyberware, diplomazia e – sì – anche azione militare.
Sotto questo profilo, è rilevante anche tenere a mente i precedenti storici. Nella seconda guerra mondiale, che rappresenta il definitivo passaggio degli USA al ruolo di superpotenza mondiale, gli Stati Uniti si batterono sostanzialmente contro due potenze industriali emergenti – Germania e Giappone – che avevano però entrambe una sostanziale carenza nell’accesso alle fonti energetiche e alle materie prime, ed erano comunque inferiori sotto il profilo della capacità produttiva.
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Andare a scuola dalle masse
di Marco Codebò
Emilio Quadrelli. L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo. Roma: DeriveApprodi, 2024
Emilio Quadrelli è morto il 13 agosto 2024. Avevamo in programma questo intervento di Marco Codebò sul suo ultimo geniale libro L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, che era stato già recensito da Sandro Moiso, ma che offre molteplici spunti di riflessione su quell’esperienza rivoluzionaria con cui è impossibile non fare i conti. Ho conosciuto Emilio Quadrelli leggendo il suo nome sui muri di Genova, quando le scritte con lo spray rosso ripetevano “Emilio ed Enza liberi”. Enza era Enza Siccardi.
Quadrelli non era semplicemente stato in carcere, lo aveva vissuto e da quell’esperienza umana e assieme politica e intellettuale ne aveva tratto qualcosa di straordinariamente importante per esistere e per lottare. I suoi libri ora parlano per lui, per il compagno Emilio Quadrelli. [nico gallo]
* * * *
L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo, è lo studio di tre congiunture della Storia – la Russia rivoluzionaria fra il 1905 e il 1917, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, il nostro presente – viste attraverso la lente del rapporto fra la classe da una parte e l’intellettualità rivoluzionaria, organizzata o no in partito, dall’altra. Cosa interessi Quadrelli quando parla di classe lo si comprende già dalla dedica del libro, indirizzata a “Rossano Cochis, un amico e un fratello…”. Cochis, rapinatore seriale, braccio destro di Renato Vallanzasca, autore di oltre quattrocento rapine, è stato un bandito degli anni Settanta. Quel che conta è che per Quadrelli sia un fratello, termine che suggerisce l’esistenza di un rapporto stretto di uguaglianza e solidarietà fra chi lo usa e la persona che ne è destinataria. Rapporto però, non fondato sulla comune condivisione di un’idea politica. Fratelli e non compagni, ad esempio, si chiamano fra di loro gli operai delle ditte di appalto dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente a Genova, in gran maggioranza stranieri di religione musulmana.
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Capitalismo, rabbia di massa ed elezioni del 2024
di Richard D. Wolff
Mentre Richard Wolff fa importanti osservazioni su come sia la presunta sinistra che la presunta destra abbiano abbandonato i cittadini comuni e si siano dedicati agli interessi dei ricchi, e che l’umore collettivo sia aspro e sempre più indignato, ho difficoltà con le sue affermazioni sulla “rabbia di massa”. Non vediamo movimenti di massa attorno agli effetti generalmente oppressivi del moderno rentierismo. Il neoliberismo ha fatto un lavoro così grande nel ridurre l’identificazione con le comunità e nell’indottrinare i cittadini a vedersi come attori indipendenti che i movimenti di massa e l’identificazione di massa sono quasi inesistenti. Quando si verificano, sono più spesso lungo linee tribali, non linee economiche, come sostenitori pro e anti aborto, pro e anti o anti-forti diritti trans, pro o anti genocidio israeliano e pro o anti Hair Furore.
Bernie Sanders è stato l’ultimo politico importante a tentare quello che negli anni ’60 sarebbe stato definito un’opera di sensibilizzazione. Il Partito Democratico gli si è lanciato contro a capofitto, preferendo eleggere il disastroso Biden piuttosto che vedere Sanders prevalere.
Questa pubblicità di Killer Mike per Sanders illustra la necessità di creare esplicitamente un’identità di massa sulle questioni economiche. Killer Mike inizia dicendo come aveva personalizzato la sua esperienza di uomo di colore con meno diritti, e poi è arrivato a capire che tutti coloro che non appartenevano all’1% erano oppressi:
Torniamo alla questione tribale. Quindi non solo gli USA sono gravemente carenti di movimenti di “massa”, salvo lungo linee di interessi particolari come i gunz, ma le lamentele economiche in genere mancano del senso di urgenza che hanno le questioni religiose o quasi religiose scottanti.
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Socialismo o barbarie. Il Sud globale e il futuro dell'Europa
Luca Placidi intervista Michael Hudson
Michael Hudson è professore di economia all'Università del Missouri-Kansas City, ricercatore al Levi Economics Institute del Bard College,ex analista di Wall Street, consulente politico e sta conducendo su Youtube il Podcast “Geopolitical Economy Hour” insieme a Radhika Desai, trasmesso sul canale YouTube “Geopolitical Economy Report”.
Solo per citare alcuni lavori pubblicati: “il Superimperialismo , la strategia economica dell'Impero americano”, la sua terza edizione è uscita nel 2021; “… And Forgive Them Their Debts”, pubblicato nel 2018; “The Collapse of Antiquity”, pubblicato nel 2023.
* * * *
Luca (Tracce di Classe):
Michael, benvenuto e grazie ancora per essere con noi oggi.
Michael Hudson:
Bene, grazie per avermi invitato. Sono felice di poter parlare a un pubblico italiano.
Luca (Tracce di Classe):
Per iniziare la nostra conversazione, sei d’accordo che la guerra in Ucraina e ancor più l’ultimo vertice della NATO con la sua dichiarazione finale ci stanno dimostrando che siamo di nuovo entrati in un mondo multipolare, dove il Sud del mondo si oppone al mondo occidentale?
Michael Hudson:
Si, ma questa è più di una semplice divisione geografica. Siamo davvero di fronte a una divisione di civiltà che va molto più in profondità. La posta in gioco è: che tipo di economia si dara’ il mondo nei prossimi anni?
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Elon Musk e un nuovo “Ruanda” per il Venezuela
di Geraldina Colotti
Il Venezuela è di nuovo sulle prime pagine dei giornali, e a livello internazionale. Perché tanto interesse per le vicende di un paese lontano dal “primo mondo”, se la maggioranza di coloro che ne parlano non riescono a segnalarlo nemmeno sulle carte geografiche? Perché tanta furia e tante “dichiarazioni” sul sistema che governa il Venezuela, anche da parte di chi, in Europa, è totalmente disinteressato alla politica? Per quali meccanismi si scatenano queste “passioni”?
Cerchiamo di elencare brevemente alcuni punti a questo proposito, sia dal lato della borghesia che dal lato di coloro che cercano di combatterla.
Il Venezuela è un paradigma, un nuovo paradigma – economico, politico, simbolico – per il 21° secolo. Un laboratorio che dovrebbe essere preso in considerazione anche da chi tiene gli occhi fissi sul modello europeo.
Il Venezuela rappresenta il punto di frattura più alto che si sia verificato nel modello capitalista dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Un esempio concreto che le cose si possono cambiare non solo con le armi ma anche con il voto, purché si assumano i costi della difesa del programma proposto, anche se “limitato” ad alcune modifiche strutturali, coniugando i principi del socialismo con la democrazia popolare.
Non dobbiamo sottovalutare la forza dell’esempio, decisivo nel corso del XX secolo (il secolo delle rivoluzioni), in cui tutti gli oppressi dal sistema capitalista “volevano fare come in Russia”. La forza dell’esempio, che l’imperialismo ha cercato di distruggere, distorcere o nascondere dispiegando un gigantesco apparato multiforme, come si è visto e si vede contro Cuba, Nicaragua e Venezuela.
È necessario riflettere profondamente sul significato della motivazione data, nel 2014, dal “democratico” Obama per imporre “sanzioni” al Venezuela, definito come “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”. La minaccia dell’esempio.
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Analfabeta a chi?
di Alessandro Somma
A proposito del Dizionario politico minimo di Luciano Canfora a cura di Antonio Di Siena*
La politica vive di parole, ma queste possono anche provocarne la morte. Succede quando il discorso pubblico viene schiacciato sul “pensiero unico”, quando una censura sovente impalpabile ma sempre pervasiva identifica il dicibile e pretende di tracciare confini netti con l’indicibile. Per “screditare qualunque forma di dissenso” semplicemente impedendo di pronunciarlo, e condannare così all’emarginazione “chiunque si faccia portatore di una visione critica”. Di più: per etichettarlo come “analfabeta politico” (xii) per il solo fatto di essere indisponibile a riprodurre le retoriche allineate ai luoghi comuni e cocciutamente impegnato a produrre un pensiero libero.
Se così stanno le cose, il tentativo di far rivivere la politica non può che passare da un’opera di nuova alfabetizzazione: di paziente ricostruzione delle parole del discorso pubblico che evidenzi le espressioni della sua corruzione e offra strumenti per contrastarla. Un’opera che metta in luce la virulenza delle semplificazioni: che dia conto della complessità del linguaggio e dunque della sua capacità di rendere la complessità della politica. E che così facendo lo porti a “ripoliticizzare lo spazio pubblico” (xiv).
A questo difficile compito si è dedicato Luciano Canfora nel suo ultimo libro, organizzato sotto forma di voci di un Dizionario politico minimo scritte in dialogo con Antonio Di Siena. Lo leggeremo qui a partire da tre coppie di voci che identificano ambiti particolarmente bisognosi di essere liberati dai condizionamenti del pensiero unico: fascismo e antifascismo, capitalismo e democrazia, Stato nazionale e Unione europea. Ovviamente il volume offre lo spunto per individuare molti altri percorsi. Qui abbiamo voluto evidenziare quelli incentrati sulle voci che, una volta risintonizzate con il pensiero critico, possono più di altre alimentare il moto verso il superamento degli equilibri da cui il pensiero unico trae il suo fondamento.
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…Verso una testa ben fatta
di Vittorio Stano
“L’educazione è la leva per un profondo cambiamento culturale. L’educazione è lo strumento per comprendere e affrontare le sfide del presente e del futuro”
Michel de Montaigne (1533-1592)
…E’ dal potere che provengono i suoi uomini peggiori!
Platone
… Senza cellulari e ripristino del diario cartaceo più attenzione e sviluppo manualità ? Per favore ministro…
Il ministro Valditara non è nuovo a esternazioni che fanno discutere e dividere addetti ai lavori, mass media e genitori.
Il suo mandato iniziò con l’intenzione di “umiliare” gli studenti responsabili di atti di bullismo con punizioni esemplari come sospensioni e lavoro sociale obbligatorio. Seguì l’audace intento di costituire nelle scuole d’Italia “classi speciali” di soli bambini/studenti che non padroneggiano la lingua italiana. Quindi estromettere dalle classi regolari i figli dei lavoratori migranti, sostanzialmente. Cioè l’istituzione del ghetto, mentre si parla ipocritamente di inclusione. Per fortuna non c’è stato un seguito a questa intenzione razzista, almeno fino a oggi…
Il ministro è il più fervido rinvigoritore di quei principi propri della borghesia conservatrice che ebbero in Giovanni Gentile il realizzatore di quella “riforma scolastica organica” che Mussolini definì… “la più fascista delle riforme”. Inoltre, la presentazione del ddl di riforma dell’istruzione tecnico-professionale di giorni addietro, ha reso edotti parlamentari e cittadini che vuole far “addestrare” gli studenti come cavalli o soldati, per metterli poi in sinergia con le imprese locali. Con quel provvedimento la scuola viene ridotta a luogo per sfornare lavoratori.
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Dove porta la "Grand Strategy" di Washington per evitare la bancarotta
di Giuseppe Masala
Sin dall'inizio del conflitto bellico scoppiato in Ucraina nel 2022 abbiamo sostenuto la tesi che le reali motivazioni della crisi andavano ricercate nello stato dei conti con l'estero degli Stati Uniti e, dunque, nello stato della competitività del suo sistema produttivo nell'agone del mercato globale nato dalle ceneri del Muro di Berlino.
Le due colonne del sistema dollarocentrico
Le colonne fondamentali del sistema dollarocentrico che ha consentito al “sistema-mondo” di funzionare dalla caduta del Muro di Berlino in avanti - a mio modo di vedere - sono essenzialmente due:
1) Gli USA devono avere una dominanza tecnologica sul resto del mondo,
così da poter produrre merci ad alto valore aggiunto lasciando la produzione dei prodotti maturi a basso valore aggiunto al resto del mondo e acquistandoli da questi a basso costo per il proprio mercato interno. Un sistema che consente agli USA di riequilibrare in larga misura l'andamento della bilancia commerciale e del saldo delle Partite Correnti.
Quest'ultima anche in relazione al fatto che gli enormi fondi finanziari di Wall Street acquistano partecipazioni nelle più importanti società in giro per il mondo garantendo al sistema statunitense di avere ogni anno ricchi dividendi che, appunto, aiutano a riequilibrare il saldo delle Partite Correnti. Con il trascorrere dei decenni però, la dominanza tecnologica americana è stata intaccata e poi dei tutto erosa. Certamente la prima scalfittura alla Tecnology Dominance a stelle e strisce fu data dal Giappone che negli anni ottanta del secolo scorso accumulò enormi saldi commerciali positivi nei confronti degli USA, basti pensare al settore delle automobili.
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Chi ha causato la guerra in Ucraina?
di John J. Mearsheimer
Traduzione di Antonio Gisoldi
La domanda su chi sia responsabile di aver causato la guerra in Ucraina è stata una questione profondamente controversa da quando la Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
La risposta a questa domanda è di enorme importanza perché la guerra è stata un disastro per una molteplicità di ragioni, la più importante delle quali è che l’Ucraina è stata effettivamente distrutta. Ha perso una parte considerevole del suo territorio ed è probabile che ne perderà ancora di più, la sua economia è a pezzi, un gran numero di ucraini è internamente sfollato o ha lasciato il paese, e ha subìto centinaia di migliaia di perdite. Naturalmente anche la Russia ha pagato un prezzo di sangue significativo. A livello strategico le relazioni tra Russia ed Europa, per non parlare di Russia e Ucraina, sono state avvelenate per il futuro prossimo, il che significa che la minaccia di una grande guerra in Europa ci accompagnerà anche dopo che la guerra in Ucraina si sarà trasformata in un conflitto congelato. Chi sia responsabile di questo disastro è una questione che non scomparirà presto e, semmai, diventerà probabilmente più importante man mano che la portata del disastro diventerà più evidente a un numero sempre maggiore di persone.
L’idea convenzionale in Occidente è che Vladimir Putin sia responsabile di aver causato la guerra in Ucraina. L’invasione - così si sostiene - mirava a conquistare tutta l’Ucraina e a renderla parte di una Russia più grande. Una volta raggiunto questo obiettivo i russi si sarebbero mossi per creare un impero nell’Europa orientale, proprio come fece l’Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Pertanto Putin in definitiva rappresenta una minaccia per l’Occidente e deve essere affrontato con la forza. In breve Putin è un imperialista con un grande piano che si inserisce perfettamente in una lunga tradizione russa.
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Il volto del fascismo, tra il Venezuela e l'Europa
di Geraldina Colotti
Immaginate un volo cancellato, diretto a un paese d'Europa e i passeggeri alloggiati in un hotel del Venezuela. Immaginate un incontro casuale con una signora dai tratti caraibici che vive da decenni in una città europea, preoccupata di non poter dare risposte certe alla famiglia in merito alla data del rientro. E immaginate una conversazione fra due donne, con la prima che mostra la foto dei figli, e la seconda che s'interroga, da giornalista, in quale campo politico si situi la signora – una venezuelana proveniente da una zona ricca del paese, teatro di recenti disturbi post-elettorali, tornata per votare. E la conversazione si rivela interessante.
Risulta che la venezuelana fa parte dei “comanditos”, che è attiva tra l'Europa e il suo paese, e che abbia risposto – dice - a “qualunque cosa” le abbiano chiesto le aggruppazioni di estrema dal Venezuela: dalla raccolta di medicine - sottratte “a quei malati di cancro che non ne avevano più bisogno”, ai soldi che di certo non servivano a curare, ma a organizzare violenze e colpi di stato, alla propaganda e a chissà cos'altro.
Ha avuto qualche esitazione solo quando, ai tempi del poliziotto-attore, Oscar Pérez, che voleva tentare il golpe nel 2018, “una persona poi tornata nell'ombra” le aveva chiesto un coinvolgimento maggiore. Ora rimpiange che “il sacrificio” di Pérez non sia servito a far ribellare i militari “che nei ranghi bassi - afferma – sono tutti con noi, ma negli alti comandi no, perché stanno con Padrino e Diosdado”.
La donna si considera un'anti-chavista della prima ora. Come tanti oppositori ritiene di essere stata penalizzata “perché Chávez ha espropriato i terreni e le fabbriche e ha portato alla rovina il paese”. Una convinzione ben radicata in famiglia, ma con qualche eccezione nella prole. Il voto della signora, invece, alle ultime elezioni europee è andato all'estrema destra. E qui le cose sono chiare, considerata l'ammirazione di Machado per la motosega del torvo Milei e per le politiche genocide del boia Netanyahu.
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C’è del marcio a Washington
di Philip Giraldi - unz.com
Scott Ritter è perseguitato dall'FBI per aver invocato la pace mentre la lobby israeliana manipola le elezioni
Una cosa che si può dire dell’Amministrazione del Presidente Joe Biden è che, quasi ogni settimana, c’è qualcosa di nuovo ed emozionante di cui discutere. Di recente, la sua demenza galoppante ci ha regalato un discorso di abdicazione durato 11 minuti, in cui Joe ha annunciato che non si sarebbe candidato per un altro mandato presidenziale. Ha farfugliato che stava facendo questo passo nonostante il suo desiderio di continuare. Il Presidente, che ha 81 anni e che negli ultimi tempi si è fatto notare soprattutto per il suo carente stato mentale che lo porta a cadere dalle scale, si è sentito in dovere di dire che ritiene che i suoi risultati come Presidente “meritino un secondo mandato” e che “nulla può ostacolare la salvezza della nostra democrazia”. Ha anche affermato di essere ”il primo presidente in questo secolo a riferire al popolo americano che gli Stati Uniti non sono in guerra in nessuna parte del mondo”, anche se gli USA occupano militarmente alcune parti della Siria, bombardano lo Yemen e sono impegnati in attività antiterroristiche in Iraq, oltre a sostenere logisticamente e con l’intelligence i grandi e crescenti conflitti in Ucraina e a Gaza. Biden ha promesso che “difenderà” Israele in caso di attacco, presumibilmente indipendentemente da chi il Primo Ministro Benjamin Netanyahu assassinerà o bombarderà per provocare una guerra contro Libano, Siria e Iran. Joe ha infine celebrato la nomina di Kamala Harris come erede designata allo Studio Ovale dopo aver eliminato il fastidioso e assertivo Donald Trump, che, presumibilmente, è colui che straccerà la Costituzione degli Stati Uniti e “distruggerà la democrazia” se gliene verrà data la possibilità.
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AI, Lavoro e Capitale
di Paolo Di Marco
1- AI
Ne suo articolo seminale (Computer Machinery and Intelligence, Mind 1950) Turing non chiede cosa sia l’intelligenza -compito disperato, dice- ma sostituisce la domanda con un’altra, rappresentata dal ‘gioco dell’imitazione’: una persona in una stanza deve indovinare mediante una serie di domande se il soggetto al di là della parete sia uomo o donna o, successivamente, macchina. Questo verrà poi chiamato test di Turing e rappresenta tuttora il criterio principe del riconoscimento di una Intelligenza Artificiale (in breve AI).
Ma c’è un problema: l’equivalenza fra le due domande è ingannevole; Turing non ci dice che la macchina al di là della parete è intelligente, ma che è indistinguibile. E nel 1950, dato lo stato delle conoscenze sull’intelligenza, questo poteva essere considerato soddisfacente.
Questa attenzione al risultato (il cosa), indipendentemente dal modo di raggiungerlo (il come), viene mantenuta in tutti gli sviluppi successivi, a partire dal convegno ‘fondativo’ del ’56 organizzato a Dartmouth da McCarthy, dove filosofia e scienze neurocognitive sono del tutto marginali rispetto al nucleo matematico-ingegneristico (‘quando il seminario inizierà avremo un accordo eccezionale sulle questioni filosofiche e linguistiche così potremo perdere poco tempo con quelle quisquilie’ scrive Minsky). Il risultato principale del convegno è porre le basi della ‘AI simbolica’ come insieme di regole per la manipolazione di simboli matematici.
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Per costruire il socialismo del secolo XXI non serve rileggere il passato con le vecchie categorie
Serve analizzare il presente da prospettive inedite
In merito a uno scambio epistolare fra il sottoscritto e gli amici del Forum Italiano dei Comunisti
di Carlo Formenti
Da qualche tempo gli amici del Forum italiano dei comunisti mi hanno inserito in una loro mailinglist. Qualche settimana fa mi hanno inviato un file che contiene un libro di Roberto Gabriele che ha lo stesso titolo del mio blog (lo potete scaricare al seguente indirizzo). Mi hanno chiesto di darne un giudizio critico e di stendere eventualmente una prefazione (o una postfazione) in vista della pubblicazione che, se ho ben inteso, è prevista dopo l'estate in corso. Ho letto con attenzione il testo in questione, tuttavia, a mano a mano che procedevo nella lettura sono passato da una benevola aspettativa (dovuta al fatto che gli amici del Forum, rispetto alla galassia dei partitini, gruppi e gruppuscoli neocomunisti residuati dallo sfascio di PCI, PdRC e cespugli vari, hanno almeno il merito di rifiutare la scorciatoia di una illusoria riaggregazione per sommatoria dell'esistente), a una profonda irritazione, dovuta al fatto che, ancora una volta, l'attenzione si concentra prevalentemente sul passato alla ricerca di errori e tradimenti e di un mitico "filo rosso" che marcherebbe la continuità di un genuino orientamento comunista dal Manifesto del 1848 ai giorni nostri. Sull'onda di tale irritazione ho risposto all'invito di cui sopra con la mail che riproduco quasi integralmente qui di seguito (solo con qualche minima correzione e integrazione).
(...) ho la sensazione che tutti voi di area neo-post comunista leggiate poco o almeno con poca attenzione le cose che vado scrivendo sul blog e/o sui miei libri. Altrimenti vi sareste resi conto che sono lontanissimo dal taglio memorialista-nostalgico di approcci come quello di Gabriele (e di molti, ahimè quasi tutti, gli altri amici del giro). Per essere brutalmente franco e per semplificare al massimo:
1) non credo più da tempo che esista qualcosa come il socialismo “scientifico” di cui si parla nel libro.
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Una nuova dottrina di guerra eurasiatica?
di Enrico Tomaselli
“Il generale esperto logora il nemico tenendolo costantemente sotto pressione. Lo fa correre dappertutto adescandolo con vantaggi illusori”.
Sun Tzu
L’evoluzione delle dottrine belliche è determinata per un verso da quella tecnologica (nuove armi, nuovi strumenti offensivi o difensivi impongono approcci diversi al combattimento – si pensi ai velivoli senza pilota), ma per un altro è l’esperienza stessa del combattimento a forgiare il nuovo pensiero militare. Tutti i grandi pensatori militari, infatti, siano essi occidentali od orientali, hanno sempre tratto le proprie riflessioni da una pregressa esperienza (diretta o meno) della guerra.
Storicamente, l’evoluzione del pensiero strategico si è addensata poi nella elaborazione di dottrine più specifiche, costruite anche in base alla natura e alla portata degli interessi dei paesi nel cui ambito queste venivano sviluppate. Se guardiamo ai decenni successivi alla fine della WWII, possiamo osservare come il pensiero strategico abbia avuto il suo sviluppo – com’è logico – essenzialmente negli Stati Uniti e nell’URSS. In entrambe i casi, è stato ovviamente risucchiato nel ristretto ambito del confronto tra queste due potenze. Durante l’intero corso della guerra fredda, il pensiero strategico occidentale e sovietico è stato caratterizzato dalla presenza delle armi nucleari (innovazione tecnologica) e dall’evoluzione di quanto sviluppato nel corso del precedente conflitto mondiale (esperienza di combattimento).
Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale, infatti, hanno visto sia Washington che Mosca sviluppare un modello speculare, le cui caratteristiche principali sono state: creazione di grandi blocchi integrati di alleanze politico-militari (NATO e Patto di Varsavia), sviluppo di un arsenale atomico, sia in funzione potenzialmente offensiva che di deterrenza, costruzione di un modello di forze armate basato sulla mobilità e sulla massiccia presenza di corazzati.
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Il metodo di Marx contro Zizek
di Alfonso Strazzullo
“Una delle trappole più subdole che insidiano i marxisti è la ricerca del momento della Caduta, quando le cose hanno preso la piega sbagliata nella storia del marxismo: fu già Engels con la sua concezione positivista-evoluzionista del materialismo storico? Sono stati il revisionismo e l’ortodossia della Seconda Internazionale? È stato Lenin? O è stato Marx stesso nella sua ultima opera, dopo aver abbandonato il suo umanesimo giovanile (come alcuni “marxisti umanisti” hanno sostenuto decenni fa)? L’intero argomento deve essere respinto: non c’è nessuna opposizione, la Caduta è necessariamente inscritta nelle origini stesse. (Per dirla tutta, una simile ricerca dell’intruso che ha infettato il modello originario e ne ha causato la degenerazione non può che riprodurre la logica dell’antisemitismo). Ciò significa che, anche se – anzi, soprattutto se – si sottopone il passato marxista a una critica spietata, bisogna prima riconoscerlo come “proprio”, assumendosene la piena responsabilità, non sbarazzarsi comodamente della “cattiva” piega delle cose attribuendola a un intruso estraneo (il “cattivo” Engels che era troppo stupido per capire la dialettica di Marx, il “cattivo” Lenin che non ha capito il nucleo della teoria di Marx, il “cattivo” Stalin che rovina i nobili piani del “buon” Lenin, ecc.)”.
Mi è giunta tra i meandri del Telegram questa citazione con cui sono assurdamente d’accordo, tranne, paradossalmente, che con il nucleo stesso del ragionamento di Zizek.
L’autore sloveno (col quale ho un rapporto strano, mi diverte, mi affascina, mi disgusta e mi fa incazzare allo stesso tempo) mi trova assolutamente d’accordo con l’osservazione del fatto che spesso si immagina un marxismo in un modo o nell’altro puro, non pervertito, originario per così dire, inseguendo una forma ideologica tipica della religione e non della scienza (tolgo, per questo, la filologia, essendo la prima scienza o il primo approccio scientifico tra ciò che oggi chiamiamo “discipline umanistiche”, la prima forma laica di studio della scrittura, che perde la S maiuscola che aveva in ambito teologico) e ha a sua volta ragione nel ribadire che la struttura logica dell’antisemitismo è esattamente questa (per dirla con Eco, è la struttura logica dell’urfascismo).
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La Meloni, la Cina, l’auto
di Vincenzo Comito
La presidente del Consiglio ha avuto colloqui di alto livello, a partire da quello con Xi. Ma non si è portata alcun dossier aperto. Anche sull’auto e l’ingresso di produttori cinesi in Italia, mentre si decidono dazi in Europa, non si notano passi avanti
I risultati degli incontri della Meloni in Cina
La gran parte degli atti e delle dichiarazioni dei membri di questo governo, a partire da quelli di Giorgia Meloni, si possono, almeno a parere di chi scrive, tranquillamente classificare in tre ampie categorie: quelli negativi, quelli di pura propaganda, quelli infine del tutto inutili. Per quello almeno che si sa, il viaggio della presidente del Consiglio in Cina appartiene a quest’ultima categoria sia sul fronte economico che su quello politico.
Il successo del viaggio nel paese asiatico di una delegazione straniera si misura il più delle volte con il peso economico dei progetti da realizzare annunciati; si parla così di accordi, cifrati di solito in dollari, per 1 miliardo, 5 miliardi, 20 miliardi e così via. Di tutto questo nei documenti degli incontri non c’è alcuna traccia e neanche un vago accenno. Il ministro D’Urso assicura che le intese concrete seguiranno. Vedremo…
Cina e Italia hanno firmato in effetti un accordo triennale che, dopo il recente raffreddamento dei rapporti tra i due paesi, in teoria delinea dei meccanismi per rafforzare e rilanciare la cooperazione in diversi ambiti. L’elenco è molto lungo e comprende quasi tutto; sono citati i settori dell’industria e del commercio, gli investimenti, la tutela della proprietà intellettuale e delle indicazioni geografiche, l’agricoltura e la sicurezza alimentare, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, la cultura e il turismo, il contrasto alla criminalità organizzata, senza infine dimenticare l’istruzione. Come ha scritto qualcuno, una bella cornice, ma manca il quadro.
Si è poi parlato in particolare di veicoli elettrici e di energia pulita, oltre che di intelligenza artificiale.
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La scienza del valore
recensione di Ascanio Bernardeschi
Michael Heinrich, La scienza del valore. La critica marxiana dell’economia politica tra rivoluzione scientifica e tradizione classica, a cura di Riccardo Bellofiore e Stefano Breda, tr. it. di Stefano Breda, Pgreco edizioni, Milano 2023, pp. 559, € 26,60.
Per troppi anni in Italia non sono circolati adeguatamente gli importantissimi studi che si basano sulla nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (Mega2). Una significativa rottura di questo assordante silenzio vi fu nel 2001 con la pubblicazione da parte di Roberto Fineschi di Ripartire da Marx, di cui recentemente è uscita un’edizione aggiornata intitolata La logica del capitale (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021). Sempre Fineschi ha curato la pregevole nuova edizione del primo libro del Capitale includente un volume di apparati che documenta importanti varianti fra le varie edizioni. Naturalmente vi sono stati altri saggi in materia di autori italiani, ma la prima traduzione importante di un’opera di uno studioso straniero mi pare sia il quasi introvabile Dialettica della forma di valore, di Hans Georg Backhaus (Editori Riuniti, Roma 2009). C’è pertanto da salutare con soddisfazione l’uscita, verso la fine del 2023, della traduzione di un grande lavoro di Michael Heinrich, la cui prima edizione in tedesco risale al 1991, poi rivisitata notevolmente in successive edizioni: Die Wissenschaft vom Wert. Die Marxsche Kritik der politischen Ökonomie zwischen wissenschaftlicher Revolution und klassischer Tradition. Breda ci avverte opportunamente che la traduzione di Wissenschaft con scienza non dà conto completamente del significato originale e potrebbe indurre il lettore a un accostamento alle scienze esatte, mentre il termine tedesco è usato per indicare in generale attività sistematiche per la produzione di conoscenza. Basti pensare – esemplifico – al titolo della grandiosa opera di Hegel, Die Wissenschaft der Logik, la nota Scienza della logica.
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