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Cambridge Analytica, il vero motivo dietro l'attacco a Facebook e il futuro dei social network

di Federico Nero

In questi giorni Facebook Inc. è stata travolta dallo scandalo sull'abuso nell’utilizzo dei dati di milioni di utenti che coinvolge la società di consulenza Cambridge Analytica.

A Washington la Federal Trade Commission ha aperto un'indagine sul caso, mentre una commissione del parlamento britannico e il presidente del Parlamento europeo hanno invitato Mark Zuckerberg a presentarsi a Bruxelles per dare spiegazioni. Il titolo in borsa è crollato trascinando dietro di se anche Twitter Inc. Dopo giorni di silenzio, Zuckerberg ha detto la sua con un lungo post dove ha ammesso gli errori commessi dalla società facendo mea culpa per la fiducia tradita e promettendo che sarà fatto tutto il necessario per riconquistarla. Per adesso, le tre mosse principali saranno la revisione completa delle app considerate sospette, una ulteriore restrizione dell’accesso ai dati degli utenti per gli sviluppatori esterni e l’introduzione di un pannello di controllo dei parametri di privacy dati più visibile di quello attuale.

Cambridge Analytica è da tempo sotto i riflettori di autorevoli testate giornalistiche per le sue commistioni anche in altre celebre campagne elettorali, come la Brexit e la campagna di Marine Le Pen alle presidenziali francesi.

La società britannica di cui stiamo parlando è nata nel 2013 e si occupa di consulenza sulle strategie di comunicazione nel settore commerciale e in quello politico. I servizi offerti includono predizioni elettorali, raccolta fondi, aumento del seguito online e persuasione elettorale. La società opera sulla base di studi comportamentali e di psicologia con l’obiettivo di attrarre a influenzare soprattutto gli indecisi, quegli elettori non pregiudizialmente schierati e quindi potenzialmente pronti a votare per qualsiasi partito. Detto più semplicemente, l’obiettivo è raccogliere informazioni sui gusti delle persone per costruire campagne comunicative mirate al consenso elettorale di determinate categorie di elettori stabilite di volta in volta in base alla campagna elettorale in questione. Anche se moralmente discutibili, queste pratiche di profilazione di un segmento di mercato – sì, gli elettori ormai sono un segmento di mercato, quello elettorale – non sono illegali.

Ad aver scatenato lo scandalo sono le modalità (da accertare) con cui Cambridge Analytica si sarebbe impossessata dei dati di milioni di utenti Facebook. Lo scandalo è forse esagerato e sicuramente strumentale visto che questo genere di pratiche in passato è stata presentata all’opinione pubblica come un modo innovativo di fare politica. Nel 2012 il team per la campagna digitale di Barack Obama utilizzò dati raccolti attraverso Facebook per ottimizzare la propaganda elettorale coinvolgendo più di un milione di utenti. Cambridge Analytica ha agito scorrettamente abusando della funzione “accedi con Facebook” che sicuramente sarà stata proposta anche a voi quando vi siete registrati su qualche servizio online.

Facebook abusa di queste app che invece di chiedere la creazione di un nuovo profilo utente (nickname, mail e password) propongono di entrare direttamente con il profilo Facebook autorizzando l’applicazione ad accedere ai dati del profilo (cosa vi piace, lista di amici, dove vivete ecc..) e quindi a catalogarli per fini commerciali. In questo caso, sono stati 270.000 gli utenti che hanno scaricato l’app ThisIsYourDigitalLife ed effettuato l’accesso tramite Facebook. Gli utenti coinvolti nella raccolta però risultano essere oltre 50 milioni, questo è successo perché Facebook permette alle persone che possono vedere le tue informazioni (quindi amici, o amici di amici in base a come imposti la privacy) di condividerle con le applicazioni che usano. Ecco come si è arrivati a 50.000.000 utenti partendo da soli 270.000.

Cambridge Analytica ha agito in modo scorretto ma qui si sta gonfiando enormemente il problema, soprattutto nel modo in cui si sta puntando il dito contro Facebook, soprattutto nel modo in cui si sta considerando tutto questo come una sorpresa, non è così. Questo genere di pratiche ormai sono largamente diffuse, tutte le aziende che hanno i mezzi necessari a farlo profilano i gusti dei loro clienti. Anche voi se volete potete prendere 50 persone a caso su Facebook, annotare i loro gusti politici o commerciali in base ai post pubblici che fanno e mettere su un database. Società come Cambridge Analytica lo fanno in maniera industriale. Non dico che sia una cosa bella, né che sia corretta, ma purtroppo sono gli utenti a regalare così tante informazioni invece di usare i social network con più equilibrio, ma ormai è sempre più difficile gestire quella che è diventata un po’ per tutti una vera e propria dipendenza, piccola o grande che sia.

Tutttavia, al di là delle valutazioni morali, resta il fatto che questa accusa così massiccia nei confronti di Facebook è volutamente strumentale, con un obiettivo ben preciso che adesso non si riesca a identificare con certezza ma che potrebbe essere anche una stretta a fini censori sulla libertà d’azione dei social network, o qualcosa di peggiore. Quanto a Zuckerberg, va sottolineato quanto ha affermato ieri a Recode, dove dice di sentirsi disagio a dover essere lui a stabilire quali contenuti costituiscono incitamento all’odio e quali invece possono essere pubblicato, un dilemma morale che in Germania sta suscitando dibattito per via della controversa legge NetzDG di cui abbiamo parlato in passato. Sta chiaramente succedendo qualcosa. I social media sono sfuggiti di mano ai loro creatori e hanno raggiunto un potere immenso, che allo stesso tempo però non può essere completamente controllato come farebbe comodo ai grandi marionettisti del sistema.

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