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I libri secondo l’economista Keynes

di Salvatore Bravo

I borghesi dalla coscienza infelice, presi dall’universale ma nel contempo assorbiti dalla pratica del particolare, ci hanno lasciato testimonianza della grandezza della dialettica, della forza motivazionale dell’universale. I loro interessi personali, la loro temporalità vissuta non era completamente funzionale all’accumulazione del plusvalore, ma in essi vi abitava un’eccedenza, l’universale, capace di mettere le ali alla loro creatività emotiva che si traduceva nel senso civico, nella disposizione a guardare per pensare oltre l’angusto orizzonte del privato. La scissione pubblico-privato era una faglia, una soglia di vitalità intellettuale ed impegno da colmare.

John Maynard Keynes è stato un grande economista, ma non solo. La formazione classica gli ha consentito di trascendere il bieco scientismo degli economisti che credono nelle loro previsioni guidati da schemi ed algoritmi. Keynes è stato un innovatore poiché la formazione classica come la frequentazione di grandi scrittori e scrittrici come Virginia Woolf , gli ha insegnato che i mezzi scientifici di indagine sono utilissimi, ma non sono una totalità che conclude il sapere, anzi l’abitudine al pensiero, alla pratica dei libri, gli ha insegnato che ogni previsione scientifica che crede ciecamente in se stessa è astratta, scissa dal concreto. L’economia, come ogni scienza non può non confrontarsi con la variabile umana, che può dissolvere le previsioni profetiche degli economisti.

Il mondo umano non è riducibile a poche variabili, ma l’estrema volatilità delle previsioni dimostra la complessità dell’essere umano, delle comunità, delle loro relazioni, dei loro umori. Keynes deve all’educazione classica la consapevolezza che l’economia non è una scienza esatta, ma deve confrontarsi con il dinamismo degli esseri umani, per cui non può che elaborare catene brevi di ordine causale. L’economia non è un cavallo a dondolo, affermava, non torna mai nella posizione precedente ad aggiungeva che la coda della finanza non può muovere il cane. La visione olistica che doveva alla cultura filosofica gli dava la consapevolezza della forza plastica delle vite che possono scombussolare ogni pacifica previsione degli economisti, la cui formazione è manchevole della cultura umanistica e classica.

 

La lettura come esperienza di civismo

Interessanti sono le osservazioni sui libri. Per Keynes la finanza non è tutto, e l’economia senza la mediazione della razionalità critica non è che fautrice di disintegrazione e conflitti sociali. Per Keynes leggere libri è un dovere sociale, in quanto è veicolo di qualità delle relazioni. Leggere libri è d’ausilio nei processi di conoscenza di sé e delle alterità. Educa a conoscere, a tradurre i pensieri e le emozioni di altri orizzonti, è esperienza di fusione di orizzonti. Senza la lettura diffusa ed accessibile a tutti la realtà sociale degrada in forme di solipsismo conflittuale. Una comunità che fa della sola competizione l’unico terribile collante di se stessa è destinata al declino, all’atomismo sociale, alla decadenza creativa ed emotiva:

“Comprare un libro non dovrebbe essere considerato una stravaganza ma un’opera meritoria, un dovere sociale in virtù del quale chi lo compie dovrebbe essere benedetto. Mi piacerebbe mobilitare un esercito poderoso, che superi il numero dei bevitori di birra, di chi ha la testa per aria, dei fissati per la mostarda, un esercito di topi di biblioteca e spendere £ 10 all’anno per i libri e, nei ranghi più elevati della confraternita, a comprare un libro ogni settimana 1 ”.

 

Educare alla lettura

Il metodo genetico di indagine lo conduce a porsi un problema “ Come educare alla lettura?”. Keynes nella sua risposta dimostra la raffinatezza della sua cultura, la sua attenzione all’umano che non può che essere causata dalla sua formazione classica e specialmente dal suo amore per i libri e la lettura. Si impara ad amare i libri solo attraverso un’esperienza fenomenologica: l’esperienza della lettura deve passare per il contatto diretto con i libri. Il corpo vissuto deve ascoltare al tocco, alla vista, al tatto, all’udito i libri, deve sentirli come parte di sé, farne un esperienza di passaggio dalla carne al pensiero. L’esperienza intuitiva, del precategoriale deve risvegliare l’intuizione del contenuto. Una società viva deve diffondere biblioteche pubbliche e private per consentire a tutti tale vissuto. La libertà, il nuovo, è un evento che si vive nelle librerie, in esse si entra senza sapere quale libro si porterà via con sé, ogni aspettativa è scompaginata dall’incontro tra il potenziale lettore ed il libro. Talvolta un’immagine, una parola, un tratto grafico può diventare l’elemento che trasporta verso un particolare libro. Ogni meccanica stereotipata si rompe per dare vita ad un’induttiva percezione sensoriale della libertà. La compravendita, il baratto, è mosso dal determinismo, fa dell’essere umano un ente del ciclo della natura, in quanto nella compravendita molto è prevedibile ed al compratore come al venditore la verità della loro relazione è lapalissiana. Nelle librerie, tra i libri, la libertà regna, emerge l’essere umano come un’eccezione nella natura. Al libro si chiede relazione, pensiero, vita, speranza, pertanto ci si apre al possibile e nello stesso tempo emergono bisogni autentici, spesso inascoltati, nell’incontro con il mondo della carta:

“Posso permettermi di concludere con un piccolo consiglio di carattere generale, visto che posso ben sostenere di essere un lettore esperto, rispetto a quanti hanno imparato a leggere, ma non hanno ancora esperienza? Un lettore dovrebbe acquisire una ampia conoscenza generale dei libri in quanto tali, per così dire. Dovrebbe avvicinarli con tutti i propri sensi; dovrebbe conoscerli al tatto e apprezzarne l’odore. Dovrebbe imparare come prenderli in mano, sfogliarne le pagine e raggiungere in pochi secondi una prima impressione intuitiva del loro contenuto. Dovrebbe, col tempo, averne toccato molte migliaia, almeno dieci volte di più di quelli che leggerà sul serio. Dovrebbe gettare uno sguardo sui libri come un pastore fa con le pecore, e giudicarli con un’occhiata rapida ed inquisitrice del mercante di bestiame che giudica una mandria. Dovrebbe vivere con più libri di quelli che legge, con l’aura delle pagine non lette, delle quali conosce il carattere e il contenuto generale, che gli aleggia intorno. E’ questo lo scopo delle biblioteche, proprie e altrui, private e pubbliche. Ed è anche lo scopo delle buone librerie, sia di libri nuovi sia di seconda mano; ce ne sono ancora alcune, e si vorrebbe fossero di più. Una libreria non è come una agenzia ferroviaria, dove si va sapendo cosa si vuole. Uno ci dovrebbe entrare incerto, vago, quasi come un sogno, e permettere a ciò che ci trova di attrarlo liberamente, di influenzarne gli occhi. Camminare tra gli scaffali e i banconi della libreria, pescandovi come impone la curiosità, dovrebbe essere il divertimento di un pomeriggio. Non provate compunzione nel prendere un libro in mano. Le librerie esistono per fornirli, e i librai ne sono lieti, sapendo bene come andrà a finire. E’ un’abitudine da acquisire da ragazzi 2 ”.

 

I libri nella scuola azienda

Non si può guardare che con preoccupazione, se ci si pone nell’ottica di Keynes al presente. I freddi supporti tecnologici sono impersonali al tatto e distanti alla vista, rendono la relazione lettore-libro distante. Il libro non è tra le mani, non scorrono le pagine al tocco delle pagine creando tra libro e lettore un corpo unico, ma tutto avviene secondo comandi mediati dal mezzo. Le nuove biblioteche preziose per i loro archivi mediatici che salvano dall’offesa del tempo dovrebbero conservare la vitalità del contatto. Specialmente, penso con raccapriccio, da exmaestro elementare alla diffusione delle classi senza libri, di soli tablet sempre più diffuse, malgrado i fallimenti che si ripetono, che propongono l’astratto anziché il concreto, l’immediato al posto del tempo lento del pensiero. Il tablet in un momento della psicologia dell’età evolutiva del bambino in cui l’intelligenza è di tipo concreto non può che essere disfunzionale, ma la scuola azienda non deve formare persone, ma attrarre clienti. I famuli vanno educati da bambini, un infante che manipola oggetti e parole che non può toccare, ma che sono sideralmente distanti, sarà, probabilmente, un manipolatore analfabeta, organico al capitale. Docenti e genitori inseguono l’innovazione tecnologica senza considerare le effettive esigenze degli alunni. Una vera rivoluzione deve iniziare dai piccoli, e da adulti che mediano con la ragione logica ed emotiva i bisogni autentici dei loro pargoli, invece si assiste alla compravendita degli alunni nella scuola azienda che sacrifica sull’altare del successo, della quantità di alunni per classe la sacralità della formazione e delle persone.


Note
1 John Maynard Keynes, I Libri Costano Troppo, Laterza Bari, 2018 pp. 13 14
2 Ibidem pp. 19 20
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