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linterferenza

Le favole del potere

di Antonio Martone

L’immagine di una minore scandinava di nome Greta Thunberg è diventata virale. La ragazzina, in seguito ad alcune azioni di protesta contro l’indifferenza dei governi ai cambiamenti climatici e ai disastri ambientali, si è ritrovata sulle copertine dei maggiori giornali e riviste del mondo. Nelle piazze delle città globali, tanti giovani e giovanissimi hanno manifestato a favore di una politica che rispetti l’ambiente e riconosca la terra come la nostra casa comune.

In questo quadro, risulta difficile se non impossibile trovare qualcuno tanto impudente e sconsiderato da criticare l’azione della giovanissima Greta. Non c’è cosa più evidente del fatto che l’emergenza ambientalistica sia diventata ormai un’emergenza planetaria. Sono convinto che se l’umanità dovesse sopravvivere ancora qualche secolo, o sperabilmente ancora millenni, quando gli storici faranno un consuntivo di ciò che nel nostro tempo è stato storicamente rilevante, diranno che noi in nulla ci siamo distinti quanto nella produzione di immondizia: una produzione quotidiana, incessante, irrispettosa di qualsiasi norma di civiltà e di buon senso. Immondizia non solo materiale ma culturale – tipica di un tempo che con l’alibi della produzione quantitativa ha ormai bollato con marchio d’infamia qualsiasi ricerca di tipo qualitativo. La tecnica, un tempo risorsa per l’uomo e per la sua vita, diciamolo francamente, è diventata ormai essa stessa il più grande pericolo.

In questo quadro, pertanto, appaiono risibili le posizioni di coloro che si sono ostinati a rimestare nel torbido, immaginando che Greta Thunberg fosse “strumentalizzata” da qualcuno vicino a lei o che, addirittura la madre stessa (la quale pare abbia appena firmato un contratto per scrivere un libro che non è difficile immaginare sarà un best-seller), stia sfruttando la fiammante notorietà di una figlia “ammaestrata” per i propri scopi.

Detto questo, mi permetto tuttavia di non essere fra i fans di Greta e provo, molto brevemente, ad argomentarne il motivo.

Anzitutto, proprio in virtù della forza intrinseca agli argomenti ambientalistici (io stesso, in un libro recente, ho provato a spiegarne le ragioni) stupisce che tanti ricercatori eminenti – ormai da decenni – abbiano affermato, e continuamente sottolineino, con altissime grida d’allarme, le stesse cose che va affermando Greta (soltanto le abbiano dette non come potrebbe fare una bambina innalzata a fenomeno mediale, ma in maniera assai documentata e credibile), e, tuttavia, raramente tali ricercatori sono stati presi in considerazione. Stupisce altresì che nessuno fra studiosi e (i pochi) politici ambientalistici sia stato proposto per il premio Nobel – mentre per la giovane scandinava se ne parla. Non stupisce, invece, che nessuno fra coloro che amano porre le immagini di moda in copertina (meglio se si mettono quelle con giovanissine nordiche, simbolo magari femminile/femminista della salvezza della specie) abbia ritenuto di doversi intrattenere sulle perfidie criminali delle dinamiche capitalistiche e delle violenze perpetrate ad opera d’una ristretta oligarchia tecno-finanziaria globale, ai danni, non solo del pianeta, ma di masse enormi di donne e di uomini.

La nuova paladina dell’ambientalismo mondiale, inoltre, è notizia freschissima, ha or ora incontrato i leader del capitalismo globale: hanno fatto il giro del web le foto con il Presidente del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde: ente, come è noto a tutti, da sempre sensibilissimo all’ambiente e che, con la sua azione, ha portato pace, progresso e aria pulita in tutti i paesi nei quali ha operato.

Se tutto ciò è vero, per quanto si voglia essere ottimisti, mi sembra piuttosto assurdo, se non delirante, immaginare che Greta possa far vedere i sorci verdi (appunto) a quei vecchi pescecani che hanno ridotto il mondo e la convivenza fra gli uomini ormai ad un livello nel quale la “socialità” e la solidarietà (sia fra gli uomini, sia fra gli uomini e l’ambiente) sono state quasi del tutto cancellate. Nel vedere le foto che ritraevano insieme la ragazzina e gli squali di cui sopra, pur con la mia massima buona volontà, non sono riuscito ad ipotizzare che, grazie a Greta, la causa (effettivamente urgentissima) della salvezza del mondo sia finalmente in buone mani(ne).

Non soltanto. Se fosse meramente questo il problema, infatti, se ne potrebbe concludere semplicemente che, sebbene il messaggio sia giusto, quest’ultimo rischia di essere affossato nell’insignificanza e nell’effimero. No, il problema più grande è un altro.

La questione centrale sta nel fatto che Greta Thunberg è caduta, io credo con assoluta buona fede, nel grande marchingegno tecno-mediale che, con assoluta malafede, si è appropriato dell’immagine di una giovane e grintosa donna nordica per nutrire se stesso – il capitalismo ha bisogno di essere alimentato con una dialettica capace (come nessun sistema politico-economico aveva mai fatto prima) di trarre alimento costruendo esso stesso la propria antitesi antagonistica – e distrarre masse enormi di creduloni che altrimenti potrebbero – e speriamo che prima o poi lo facciano davvero – entrare sul serio nei meccanismi dello sfruttamento (umano e ambientale) tipico della globalizzazione tecno-finanziaria.

Da quando il mondo è mondo, il potere non ha mai potuto dominare soltanto con la forza: e, tuttavia, mai come in quest’epoca storica, la sovranità ha bisogno di belle favole per poter spingere il proprio motore. E che cosa e chi più di una simpatica giovane donna con le treccine (che sembra uscita da una serie televisiva fantasy), poteva assolvere a questo scopo? E se la favola riesce ad addormentare le masse – e non c’è dubbio che vi riesca – ciò può accedere anche e soprattutto grazie ad un radicalismo chic di sinistra (composto da ipocriti in malafede e da utili idioti in buona fede) il quale, fino a quando sarà in vita, lascerà inesorabilmente l’opinione pubblica nelle braccia del nulla.

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