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Barbecue

di Pierluigi Fagan

La faccenda (la fazenda?) brasiliana ovvero i fuochi amazzonici sono un bel caso di studio del rapporto tra realtà, notizie, nostri modelli interpretativi. Nei due post pubblicati sull’argomento, il primo in anticipo ad ogni notizia sul mainstream (ma anche l’offstream) a seguito di casuali contatti brasiliani, il secondo che segnalava l’utilizzo strumentale che Macron si apprestava a fare dei fatti per sfilarsi dal trattato di libero scambio UE-Mercosur inviso ai suo agricoltori ed allevatori notoriamente assai pugnaci, si è sviluppato un ampio dibattito.

Abbiamo avuto ecologisti ingenui dolorosamente affranti, ecologisti critici che segnalano l’eccessività di alcuni allarmi sull’entità dei fuochi, ecologisti ancor più critici che richiamano le nostre responsabilità indirette quali consumatori di carni. Poi abbiamo odiatori di Bolsonaro notoriamente fascistone "senza se senza ma", cultori del “non c’è più destra, né sinistra” per i quali Bolsonaro è di base un legittimo sovranista che vuole usare le proprie ricchezza naturali patrie (o matrie? da “madre terra”?), protettori del fascistone che oppongono fieri "...e la Bolivia? Ed i fuochi in Bolivia come li spiegate?", odiatori di cinesi al solito responsabili di ogni disastro poiché con quella strana idea di raggiungere migliori livelli di sviluppo per 1,4 mld di persone, anti-capitalisti a priori per i quali dietro la faccenda c’è ovviamente il modello economico che portando il profitto al vertice dell’agency (nelle scienze sociali anglosassoni, “agency” -is the capacity of individuals to act independently and to make their own free choices-) deprezza e subordina ogni altra cosa inclusa la natura, l’uomo, la vita stessa.

Ci sono poi coloro che puntando diretti contro la new wave del neo-liberismo agonizzante che sembra intravedere nel fatto ecologico-ambientale l’ultima ciambella di salvataggio per rimanere a galla, tendono a sottrargli la speranza criticando l’isteria non sempre spontanea che si è alzata sul fatto ecologico-ambientale stesso. La critica dell’isteria porta spesso alla critica del fatto stesso per cui non si capisce più se c’è o non c’è un problema climatico, ambientale, antropogenico. Ne segue, talvolta o per taluni, i Rubbia ed il simpatico Zichici elevati a maitre à penser e la Greta irrisa. Anti-liberisti last minute che si son persi il fatto che tale modalità è un di cui del modo capitalista per cui finiscono col trovarsi spalla a spalla con think tank negazionisti finanziati dalla Exxon.

Abbiamo scoperto, dibattendo ed indagando, che i “fuochi” sì sono tanti rispetto l’anno scorso ma più o meno a livello di tre anni fa e che in passato ce ne furono anche di ben maggiori. Abbiamo anche scoperto che gli ecologi sistemici (in verità un vero ecologo è sistemico di default) sono preoccupati non tanto dei fuochi recenti quanto dell’andamento generale poiché proprio in virtù di anni ed anni di disboscamento, c’è il rischio di giungere al “dieback”, il punto in cui un organismo complesso qual è la foresta pluviale, non ha più il suo equilibrio vitale e quindi muore irreversibilmente anche se apparentemente ne rimane viva più del 65% della sua consistenza originaria.

Abbiamo poi registrato la solita canizza media con foto false e gente che denuncia la falsità delle foto come se la foto falsa facesse falso il fatto. Vorticosi tornado di giudizi di "fake" volare di qui e di là. Fatto che, ricordo, nasce semplicemente dalla sorpresa degli abitanti di San Paolo di trovarsi in piena notte alle 15:00 del pomeriggio, per via del nuvolone di cenere che portava materiale avviso di quello che stava succedendo duemilasettencento chilometri lontano. Così per le tante foto spontanee di saopaulini che hanno raccolto “dark rain”, veramente molto “dark”. Infine, abbiamo scoperto che l’Amazzonia non è il polmone di Gaia come s’era immaginato ma certo se svapora a grandi porzioni sarà come chiudersi in garage con il motore acceso.

Il post non conclude. Dice solo quante cose ci sono da sapere prima di farsi un giudizio e soprattutto quante cose c’è da sapere prima di prender la forza di saltare un pre-giudizio. Il che dovrebbe consigliare a tutti una atteggiamento di “cercatori di verità”, curiosi, vigili, critici ma onesti con sé e con gli altri, cosa che -mi sembra- abbiamo qui ben fatto in questi giorni di ricerca e scrittura. Un grazie alla comunità. Vedo leggendo i “condividi” che sempre più si segnala non tanto il post di apertura quanto il “dibattito” che ne è seguito.

A tale proposito, segnalo sia il concetto di “intelligenza collettiva” di tale Pierre Levy, sia il meno interessante ma propedeutico concetto di “intelligenza conettiva” del celebre De Kerckhove. Sia il concetto di intelligenza generale che non coincide con i primi due su cui sto scrivendo per il mio nuovo libro, qualcosa che si richiama più a Condorcet, un po’ di General Intellect del buon Marx, un altro po’ di Durkheim.

Vabbe’, adesso un nuovo link (articolo del 2 luglio, credo valga la lettura) su una realtà poco considerata finora: il modello di sviluppo brasiliano. Wiki non scritta ieri, riporta che questa JBS sarebbe “Coinvolta in casi di corruzione, la JBS è inoltre causa principale della deforestazione della Foresta Amazzonica, utilizzata per creare terreni di pascolo per gli animali.” Anche secondo un insospettabile articolo WSJ del 2017. JBS, forse sconosciuta ai più, è il più grande produttore di carne al mondo.


(Segnalato da Cynthia Coco Camille Korzekwa): https://www.thebureauinvestigates.com/…/jbs-brazilian-butch…
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