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Polanyi, Sahlins e i paradossi del capitalismo

di Riccardo Evangelista

Da anni ormai introvabili nelle librerie, per una ben augurante coincidenza lo scorso ottobre sono stati ripubblicati in italiano La sussistenza dell’uomo. Il ruolo dell’economia nelle società antiche, opera postuma di Karl Polanyi (Einaudi, 1977) riedita da Mimesis, e L’economia dell’età della pietra. Scarsità e abbondanza nelle società primitive, di Marshall Sahlins (che risale al 1972), riproposto da Elèuthera. I testi, molto diversi per linguaggio e struttura narrativa, condividono gli ambiziosi obiettivi di fondo: dimostrare, attraverso gli strumenti dell’antropologia, le derive paradossali della società di mercato e i fondamenti etnocentrici dell’economia politica convenzionale, «scienza che studia il comportamento umano come relazione tra fini e mezzi scarsi suscettibili di usi alternativi».

La sussistenza dell’uomo è il risultato del lavoro quasi filologico svolto dagli allievi (in particolare Harry W. Pearson), che hanno riorganizzato gli appunti, non sempre decifrabili, e composto quello che si può definire il testamento scientifico di Polanyi. Proprio Pearson sottolinea come il suo maestro fosse mosso dalla «convinzione che la storia anteriore alla comparsa del mercato offriva molte indicazioni a favore delle possibilità che multiformi istituzioni sociali, politiche e culturali della società tornassero a decidere il destino dell’umanità».

Su queste basi, Polanyi si unisce a Sahlins in una critica radicale a un’intera mentalità, quella economicistica. Scrive dunque Polanyi: «avendo assolutizzato il movente del guadagno economico nella pratica, l’uomo perde la capacità di tornare a relativizzarlo mentalmente. La sua immaginazione è costretta entro vincoli che ne limitano le capacità». Aver stabilito «un’uguaglianza fra l’economia umana e la sua forma di mercato» e ritenuto che «l’azione economica fosse naturale per l’uomo e quindi non avesse bisogno di spiegazioni» è un clamoroso «errore logico», che Sahlins porta alla luce ne L’economia dell’età della pietra.

Comunemente, esordisce l’antropologo statunitense, gli economisti descrivono le società primitive come estremamente povere, i cui membri occupano la quasi totalità del loro tempo nell’affannosa ricerca di cibo. La bassa produttività, dovuta a una tecnologia elementare, le condannerebbe all’inedia, alla stagnazione, insomma ai tormenti fisici e morali. In realtà, nota Sahlins, esse sono delle «originarie società opulente», in cui solo una minima parte della giornata è dedicata per scelta al lavoro (in media 2 o 3 ore), non esiste la fame (se non nella forma collettiva della carestia) in quanto la fitta rete di relazioni sociali e i processi redistributivi lo impediscono. Per di più, l’approvvigionamento calorico pro/capite e la varietà dei cibi garantiscono una dieta più che adeguata. In generale, prevale un sottoutilizzo delle risorse: nessuno pensa di cogliere frutti o pescare pesci in eccesso, o di lavorare più del dovuto per accumulare ricchezze materiali che toglierebbero tempo ad attività ludiche o religiose e minaccerebbero la coesione del gruppo.

Come spiegare il paradosso che economie a bassa produttività non conoscano la povertà, a differenza delle moderne società industriali? In che senso si possono addirittura definire opulente? Sahlins non rievoca il mito del buon selvaggio, ma mette in evidenza come gli obiettivi e i bisogni delle società primitive siano «qualitativamente definiti nei termini di un sistema di vita, più che quantitativamente come ricchezza astratta». Lo scambio di beni, ad esempio, «incorporando un dato coefficiente di socievolezza, è incomprensibile nei suoi termini materiali a prescindere dai suoi termini sociali». I processi economici, in altri termini, sono culturalmente definiti, assumendo senso a partire dalle istituzioni in cui sono immersi. In conclusione, non esiste una motivazione universale e quindi naturale dell’agire economico: la massimizzazione dell’utilità individuale non è altro che «un aspetto organizzativo della nostra economia».

La sussistenza dell’uomo e L’economia dell’età della pietra aprono una breccia irreparabile nella teoria economica dominante e affondano il colpo nel paradosso originario della società di mercato: costituendosi sulla base della scarsità, non può eliminarla, ma anzi deve reificarla. Da questo vicolo cieco deriva la sua disfunzione più clamorosa: nonostante l’impressionante aumento della ricchezza prodotta negli ultimi tre secoli, permane il problema della povertà e della marginalità sociale, che le economie primitive, “oziose e inefficienti”, avevano brillantemente risolto.

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