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ilpungolorosso

L’Amerika reale, non quella immaginaria di certi apologeti (o ciarlatani)

di Pungolo Rosso

Se si dà tempo al tempo, la realtà finisce in ogni caso per prevalere sulle narrazioni. Anche quando, come succede con gli Stati Uniti, le rappresentazioni falsificanti dello stato effettivo delle cose sociali possono godere di una oliata macchina mondiale di mistificazione. Ed è particolarmente significativo quando a dover fare i conti con la realtà, a doverla “confessare” per quella che è, sono proprio coloro che della pratica della mistificazione hanno fatto una professione.

Sicché abbiamo letto con vero gusto l’editoriale di ieri, 20 agosto, del direttore de la Repubblica, M. Molinari, uno dei più fanatici leccapiedi degli Stati Uniti in servizio permanente effettivo in Italia e, forse, nel mondo. Vale la pena trascriverne diversi passaggi, che tra l’altro ridicolizzano l’immagine di un’America invincibile padrona del mondo, corrente tra i “rosso”-bruni (o almeno tra i più fessi tra loro, i neofiti).

“Dallo sciopero degli attori di Hollywood alle proteste dei dipendenti degli aeroporti, della catena di Starbucks, dei guidatori dei camioncini dell’Ups e del personale degli hotel nella California del Sud, l’intera nazione è il palcoscenico di un’estate di proteste sul fronte del lavoro che è impossibile ignorare.

Per comprendere la genesi di quanto sta avvenendo bisogna leggere un recente studio dell’università della California (*) secondo il quale la povertà è diventata la quarta causa di morte negli Stati Uniti: uccide ogni anno centinaia di migliaia di cittadini [si muore di più solo per le malattie cardiache, il cancro e il fumo – n.]. Vi sono più morti per povertà che non per omicidi, malattie respiratorie, armi da fuoco e overdose di oppiacei. Questo perché su una popolazione di abitanti ben 112 milioni – ovvero un terzo – hanno redditi troppo bassi oppure, in 6,5 milioni di casi, vivono sotto il livello della povertà. Da qui l’impennata delle diseguaglianze perché se i profitti delle imprese incluse nella classifica di ‘Fortune 500’ nell’ultimo anno sono aumentati del 13%, raggiungendo 7,2 miliardi di dollari, almeno 52 milioni di americani hanno un salario di 15 dollari l’ora, o anche meno.

“Sono passati 14 anni e tre presidenti da quando venne varato l’ultimo aumento del salario minimo in America e questo spiega il perché di un aumento delle proteste anche contro le differenze di remunerazione fra chi aderisce a sindacati organizzati e no. È il tema della necessità di una maggiore giustizia economica che genera il volano di un dibattito aspro dove il bisogno di garantire il reddito dei ‘lavoratori poveri’ [perché messo tra virgolette? Si tratta realmente di lavoratori poveri – n. n.] si somma alla necessità di proteggere il clima per il semplice motivo che le diseguaglianze, il disagio molto spesso hanno a che fare con le conseguenze dei cambiamenti climatici: temperature eccessive, difficoltà di spostamento, inondazioni, distruzioni di case, perdite di occupazione sono sempre più spesso legate tra loro, frutto di un ambiente stravolto dal surriscaldamento delle temperature”.

Naturalmente Molinari vede già in campo la proposta in grado di sciogliere questo groviglio di contraddizioni esplosive senza farle esplodere: un “Green New Deal” con un “nuovo patto sociale tra governo, imprese e cittadini”. E qui il suddetto rientra di corsa nella sua abituale attività di mistificazione.

E’ appurato, infatti, che a tirar fuori gli Stati Uniti dalla Grande Depressione degli anni ‘30 non fu il New Deal, bensì la guerra mondiale. Così come è palese che il cd. “Green New Deal” costituisce un’ulteriore aggressione alla natura (di verde c’è solo la tinteggiatura di superficie). E soprattutto la condizione dell’Amerika 2023, al di là delle apparenze, non è comparabile con quella rooseveltiana, né lo è il mondo odierno che sempre più le contesta non solo l’egemonia (ormai morta e sepolta), ma anche il primato e il diritto ad un comando esercitato sempre più nella forma di guerre e sanzioni, le une più distruttive delle altre.

L’Amerika 2023 non è più, da decenni, la prestatrice di ultima istanza del 1945 in grado di inondare il mondo di anticipi, è un paese crescentemente infognato nei propri debiti.

Sono passate appena poche settimane dalla decisione dell’agenzia di rating Fitch di togliere la tripla A al debito totale statunitense che cresce ad un ritmo incontenibile. Il precedente declassamento l’aveva operato Standard & Poor’s nel 2011: quell’anno il rapporto debito-PIL, che all’inizio del ventunesimo secolo era al 35%, era salito al 65,5%. Ora è al 98,2% (cresciuto del 79% rispetto a prima della pandemia), e si porterà nel 2033 (se tutto “va bene”) al 115%. Il Wall Street Journal del 2 agosto ha contestato queste cifre governative in quanto mascherano dati ancora più pesanti, sostenendo che secondo gli stessi calcoli dell’amministrazione Biden il deficit del 2023 ha già raggiunto la cifra di 1.390 miliardi di dollari, e gli interessi da pagare quest’anno non saranno inferiori a 663 miliardi di dollari. Cifre astronomiche anche per la prima economia del mondo (la seconda, ormai, se ci si riferisce al potere d’acquisto), e destinate ad ingigantirsi ulteriormente con i sussidi per i veicoli elettrici (393 miliardi di dollari a dire di Goldman Sachs) e l’impennata della spesa bellica che nel prossimo anno sfiorerà i 900 miliardi di dollari segnando un +8% rispetto al 2023 (sempre stime di parte governativa). Anche un economista del campo democratico come L. Summers, che ha polemizzato con Fitch per la sua decisione, ha dovuto ammettere che “gli Stati Uniti devono affrontare serie sfide fiscali a lungo termine”. Solo a lungo termine, sicuro?

 

Il Wall Street Journal la pensa diversamente: “Il motivo per cui il debito degli Stati Uniti non è stato declassato prima e più spesso è che il dollaro rimane la valuta di riserva del mondo. Ma questo ‘privilegio esorbitante’, come amano definirlo i francesi, non è un diritto di nascita. Può svanire in un attimo se i mercati percepiscono un più ampio declino americano nella governance o nella capacità di far fronte ai propri obblighi finanziari”. Non esageriamo: “qualcosa”, molto più di un attimo, un percorso tortuoso, già iniziato da tempo, che proprio nell’ultimo anno e mezzo sta conoscendo un’accelerazione, con un esito finale già segnato ai danni del dollaro. Del resto, è un incontrovertibile dato di realtà che, crollata l’egemonia politico-culturale dell’American Way of Life; grandemente ridimensionato il suo primato industriale (al 1945 il prodotto dell’industria statunitense era oltre il 50% del totale mondiale, oggi è al 15%, mentre la Cina era già al 28,4% cinque anni fa); l’Amerika difende da decenni il “privilegio esorbitante” del dollaro con le guerre, quindi con l’incremento e poi l’esplosione del suo debito (quasi il 50% della crescita del debito yankee negli ultimi vent’anni è dovuta proprio alle guerre) che ne erode la credibilità e la stabilità finanziaria perfino agli occhi delle agenzie di rating statunitensi, tanto quanto l’esito sistematicamente negativo delle guerre intraprese (inclusa, è chiarissimo ormai, la guerra in corso in Ucraina) ne erode il prestigio militare.

L’Amerika di oggi – sul versante della polarizzazione di classe e dell’accensione dei conflitti sociali – è quella confessata una volta tanto da Molinari, mentre sul versante delle possibilità di ulteriore indebitamento e manovra finanziaria è quella temuta da Summers e dal Wall Street Journal. Di entrambe abbiamo parlato ripetutamente su questo blog, e non ci pare di dover cambiare opinione su nulla, solo di dover studiare più a fondo l’uno e l’altro processo, la loro interconnessione e le ricadute sul grande caos in cui sta precipitando il capitalismo globale.


(*) https://www.usnews.com/news/health-news/articles/2023-04-18/americas-4th-leading-cause-of-deathpoverty#:~:text=TUESDAY%2C%20April%2018%2C%202023%20(,people%2015%20years%20and%20older.
 
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