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marx xxi

Comunismo o barbarie. Un manuale per ribelli rivoluzionari di Alessandro Pascale

di Marco Pondrelli

Il ponderoso libro di Alessandro Pascale è una lettura stimolante che chiunque può leggere, è però pensato innanzitutto per formare i futuri militanti e quadri comunisti. La formazione è stata, dalla nascita di Rifondazione Comunista in poi, la grande assente nella prassi delle organizzazioni comuniste. Ci si avvicina e si entra in un Partito senza essere comunisti formati, il compito del Partito è costruire i futuri quadri dirigenti. Lenin diceva che dopo una sconfitta i comunisti sono quelli che resistono meglio, perché sanno ritirarsi in modo organizzato, se questo negli ultimi decenni non è successo è anche perché in passato era mancato un lavoro di formazione. Il fatto che pezzi del gruppo dirigente del PRC siano finiti nel Pd o addirittura con Matteo Renzi spiega e dimostra questi limiti.

L’Autore ricorda come la nascita di alcuni recenti movimenti di protesta si stata segnata da una forte spontaneità, con il rischio concreto di ‘diventare strumenti manipolabili facilmente dal regime’ [pag. 14], è emblematico il caso di Podemos in Spagna. Questa capacità di manipolare diventa evidente quando si svuotano di significato alcune figure trasformandole in icone.

A partire da queste considerazioni Pascale getta il cemento nelle fondazioni della formazione dei futuri quadri dirigenti ridefinendo chiaramente la basi teoriche del marxismo–leninismo, chiarendo il senso di alcune categorie come quella di ‘imperialismo’ o di ‘patriottismo’ e criticando le posizioni dei ‘cacciatori di rossobruni’ che spesso e volentieri arrivano a sostenere le peggiori posizioni dell’atlantismo guerrafondaio, magari per cercare spazi e prebende politiche, giornaliste o accademiche. Le basi del marxismo portano l’Autore ad affrontare criticamente e da una posizione marxista il ruolo della donna e dell’ambientalismo.

Di grande valore sono le pagine dedicate a ‘il Manifesto del Partito Comunista’, Pascale ne descrive la genesi ma sopratutto il suo intrecciarsi con le battaglie e il fervore sociale che portò l’Europa al 1848. Sono pagine che dovrebbero conoscere coloro che pensano che la questione comunista oggi possa limitarsi all’analisi e allo studio, chi non capisce che la vita di Marx fu studio e lotta inestricabilmente unite non ha capito nulla del marxismo. In quest’opera Marx ed Engels definiscono il comunismo e decostruiscono le teorie degli avversari. È proprio leggendo il manifesto che possiamo capire come la questione sociale e la questione nazionale siano fra esse legate e come la polemica contro il cosmopolitismo non debba essere tacciata di ‘rossobrunismo’. Emblematiche per sottolineare la forza di quest’opera le parole che scrisse Umberto Eco: ‘non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo […] Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno […] della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa’ [pag. 202]. L’intreccio con la realtà che ha prodotto queste importanti pagine ne giustifica la forza secolare.

Altra parte di grande importanza è il compendio de ‘Il Capitale’, qui l’Autore in forma sintetica e chiara offre una esaustiva sintesi dell’opera fondamentale di Karl Marx. Successivamente va sottolineata l’analisi del leninismo, parlare di marxismo–leninismo obbliga a una comprensione della figura di Lenin, che non può essere limitato al ruolo di colui che ha adattato il marxismo alla realtà russa, in realtà scrive Pascale: ‘il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria’ [pag. 277]. Quando Rifondazione Comunista prese le distanze dal leninismo stava abbandonando le radici e l’essenza del pensiero comunista, i risultati furono l’accettazione del ruolo di sinistra interna al sistema, del quale si denunciavano le storture rinunciando però a ridiscuterne alla radice i rapporti di produzione.

La terza sezione del libro riveste grande importanza, perché si occupa della storia del comunismo. La lotta di classe è anche una lotta teorica, confutare le false narrazioni sul comunismo come parificato al nazismo è necessario per combattere il sistema liberale, che tanto male sta facendo alla classe lavoratrice italiana.

Pascale rilegge la storia della Rivoluzione d’Ottobre, le cause che l’hanno preceduta, il duro attacco che ha dovuto subire e le scelte del gruppo dirigente bolscevico. Mentre rivendica i meriti dell’URSS l’Autore ricorda anche la vera storia statunitense ricordando che ‘mentre nell’Unione Sovietica c’era il presunto “terrore staliniano” e in Europa c’era il terrore nazifascista, negli Stati Uniti si verificano pubblici linciaggi, annunciati sui giornali’ [pag. 405]. La storia degli USA è un tema che Pascale ha già affrontato ma che in questo caso arriva a toccare anche gli anni successivi al secondo conflitto mondiale.

Un particolare interesse merita la trattazione relativa al PCI, dalla sua nascita fino al suo scioglimento. I giudizi che vengono dati su Togliatti e Berlinguer ne mettono in luce meriti e demeriti, di particolare interesse è l’analisi finale sulle cause che hanno portato il più grande Partito Comunista dell’Occidente alla scomparsa.

La Cina è il punto rispetto al quale la sinistra e i comunisti si devono, volenti o nolenti, confrontare. Negli anni passati le voci critiche che descrivevano questo Paese come turbocapitalista erano egemoniche, oggi la situazione è diversa è prendono più forza le posizioni di chi vede nella Cina e nel socialismo con caratteristiche cinese un esperimento interessante. L’Autore ripercorre la storia delle umiliazioni cinesi, questa parte della storia cinese è fondamentale per capire la Cina contemporanea. La storia successiva al 1949 può essere divisa grossolanamente in due fasi: la prima dal 1949 al 1978, la seconda dal 1978 a oggi, il primo periodo, che per comodità possiamo definire maoista, non è mai stato rinnegato, ed è stata questa la forza del Partito Comunista Cinese. La formula scelta fu quella per cui il 70% di quello che aveva fatto Mao era giusto il 30% sbagliato, ciò permise di avviare le riforme di Deng, alla cui base c’era l’idea, come ben notato da Davide Rossi, che il marxismo doveva sviluppare le forze produttive, perché il socialismo deve portare benessere e non redistribuire la miseria.

Un tema molto presente nella riflessione del gruppo dirigente comunista cinese, a partire da Xi Jinping, è l’analisi delle cause del crollo sovietico. Questo tema è centrale per capire la grande importanza che viene data oggi al ruolo del Partito e allo studio del marxismo.

Il modello cinese non è esportabile, questo sono i cinesi i primi ad affermarlo, è però un dato di fatto che la loro volontà di costruire una multipolarità della globalizzazione che contempli ‘sovranità e sicurezza nazionale’ [pag. 534] apre maggiori spazi di agibilità per i comunisti anche in Occidente.

Per concludere vanno affrontati due temi centrali, il mantra del politicamente corretto oggi in Italia è definirsi atlantista ed europeista. Pascale decostruisce la narrazione filo europeista, criticando le varie posizioni che spesso fanno presa anche sui comunisti, andando da coloro convinti di potere riformare l’Unione europea a coloro che si rifugiano nella ‘geopolitica borghese’ difendendo la Ue perché ce lo chiederebbe Pechino. La critica, la lotta e l’opposizione alla Ue e all’euro deve essere netta e non possono esserci timidezze fra i comunisti.

Per quanto riguarda l’atlantismo, la critica a Bruxelles non può coprire quella alla Nato. La nuova normalità è rappresentata dalla guerra, così come è giusto il richiamo al rifiuto degli opposti imperialismi e all’equidistanza [pag. 634], è giusto capire che la lotta contro la guerra è lotta contro il capitalismo.

Ho volutamente lasciato per ultimo, ma i temi affrontati nel libro sono tanti per cui consiglio caldamente di leggere il libro, il tema Covid. La pandemia è stato un passaggio molto delicato non solo per l’intero mondo ma anche fra i comunisti. Tra opposti anatemi non si è riusciti ad affrontare il problema da un punto di vista scientifico, a partire dal ruolo dei laboratori americani nello sviluppo del virus. Sono convinto che le riflessioni dell’Autore possano essere la base per una serie riflessione e per un confronto approfondito su questo tema.

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RAFFAELE
Thursday, 10 April 2025 11:30
Da socialismo scientifico all'ideologismo più becero sul presunto carattere antimperialista della Cina con presunto socialismo con caratteristiche sue proprie (risibili)...un esempio degli ultimi giorni.....????
Il devastante terremoto che ha investito la Birmania, col suo impressionante numero di vittime e distruzioni, favorisce l'attenzione sul regime militare che la domina, la guerra interna che l'attraversa, le sue relazioni internazionali. Aspetti rimossi molto spesso dall'eurocentrismo di larga parte della sinistra europea, tanto più se di estrazione “campista”.
La Birmania è oggi divisa in due parti distinte. Da un lato le aree controllate dallo spietato regime militare del generale Min Aung Hlaing, emerso dal colpo di Stato del 2021: un regime di tipologia fascista fondato sul terrore; dall'altro le aree conquistate dalla composita resistenza al colpo di stato da parte di diversi gruppi etnici e dalla Forza di Difesa Popolare (PDF), i quali fanno capo al cosiddetto “Governo di unità nazionale”, basato sui parlamentari eletti in opposizione ai militari golpisti. Insomma, da un lato la dittatura militare, dall'altro una coalizione borghese liberale.
L'imperialismo cinese (e il suo alleato russo) svolgono un ruolo centrale in Birmania. A novembre 2024 il generale golpista Min Aung Hlaing ha partecipato in prima fila al vertice dei Paesi del fiume Mekong convocato dalla Cina. A febbraio 2025 è stato ricevuto con tutti gli onori da Putin a Mosca, per incassare dalla Russia jet e droni con cui bombardare la guerriglia. Un bombardamento criminale che non si è fermato neppure nei giorni catastrofici del terremoto.
Soprattutto la Cina è base di appoggio decisiva del regime militare birmano sotto il profilo politico ed economico. Non è un caso. La Birmania si affaccia sul Golfo del Bengala e sul Mare delle Andamane, accedendo direttamente alle rotte marittime dell'Oceano Indiano. Rotte commerciali di alta rilevanza strategica per la Cina, perché le consentono di ridurre la propria dipendenza dallo Stretto di Malacca, collo di bottiglia dei traffici transoceanici conteso da diverse potenze.
Non solo. La Birmania, a dispetto della sconfinata povertà della stragrande maggioranza della sua popolazione, è ricca di risorse: petrolio, legname, pietre preziose, giada (che da sola fa il 50% del PIL birmano), ma anche terre rare. Anche per questo il corridoio economico Cina-Birmania è parte vitale della Via Della Seta, disseminata di oleodotti e gasdotti. Gli investimenti dei grandi monopoli cinesi nelle infrastrutture del paese, in particolare in dighe e porti, hanno accresciuto la dipendenza debitoria della Birmania dalla Cina, e dunque il potere di quest'ultima sulla Birmania.
Tuttavia, nell'ultimo anno il rafforzamento della guerriglia contro la giunta militare, la sua imprevista estensione e consolidamento, il rischio di una saldatura vincente fra l'opposizione liberale alla giunta e gli imperialismi occidentali (USA e UE), hanno molto impensierito Pechino. Da qui una manovra spregiudicata della Cina che da sei mesi combina la continuità del proprio sostegno alla giunta militare con l'avvio di relazioni e aiuti all'opposizione interna. Xi Jinping non vuole trovarsi spiazzato. Vuole preservare ad ogni costo il proprio controllo imperialistico sul paese, quale che sia l'esito – imprevedibile – della guerra civile che l'attraversa.
All'imperialismo cinese poco importa se a governare la Birmania saranno generali golpisti o borghesi liberali. L'essenziale è che il paese resti nell'area di influenza cinese, e non finisca fra le braccia di imperialismi concorrenti.
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